Noi e Salisburgo alle spalleArrivando…non proprio un tragitto facileMignola sorridente (giusto in foto!)Giochi nella neve a FaistenauPrimo piano di Matilde
Ultimo giorno del 2017. Siamo a Salisburgo in Austria. Scambio casa, modalità passport: ci siamo giocati un palloncino guadagnato dopo 5 scambi e questa volta non abbiamo obbligo di reciprocità – nessuno a casa nostra quindi – e chi ci ospita guadagna a sua volta un palloncino per andare ospite in altre case che aderiscono al programma. La casa é una meravigliosa villa moderna sulle montagne della Stiria a pochi chilometri dalla fiabesca città di Mozart, con al suo interno anche una fantasmagorica sala cinema, dove ci stiamo deliziando di film Pixar tramite un nuovo account Netflix.
Siamo arrivati il 28 accompagnati da una violenta nevicata che ha reso il viaggio emozionante seppur decisamente stancante. Il 29 l’abbiamo trascorso a giocare sulla neve – alta, altissima – attorno casa per poi “inurbarci”, il 30 e il 31, oggi appunto, godendoci una fredda Salisburgo: Laura non aveva mai visto la città e credo le stia piacendo molto. “Domani andiamo nella casa di Mozart!” – ho esclamato ieri dopo aver a lungo decantato il genio, emerso già in tenera età, del musicista salisburghese alle bambine, per rendere loro la visita alla città più fruibile e divertente. “Quindi Mozart viene a casa nostra?”, ha risposto al volo la Mignola, credendo che anche con Mozart, e la sua famiglia, si fosse in modalità scambio casa, attività che la signorina gradisce particolarmente in quanto incontra dei bambini attraverso i loro giochi e la loro camera, imparando a conoscerli rispettando il loro ambiente e il loro mondo – esattamente come Matilde – quasi più che a casa propria. Negli anni – sono tre anni che aderiamo a home exchange – per un totale di 7 avventure meravigliose, sono tanti i bambini conosciuti indirettamente (alcuni anche direttamente il giorno dell’arrivo a destinazione o della partenza da casa nostra) da Costanza e Matilde: norvegesi, catalani, austriaci, francesi, olandesi, belgi…
Home exchange ha perfezionato la nostra attitudine al viaggio: ci ha permesso di vivere ancor più come dei locali del paese visitato, vivendo dentro le case vissute (e non in alienanti hotel), comprando il loro cibo nei loro negozi e gustando il loro vino, mangiando nei loro ristoranti preferiti e visitando aspetti meno noti e i luoghi segreti padroneggiati solo da chi ci vive. Ci ha permesso di viaggiare ancora di più, visto che i costi sono dimezzati. Ci sta aiutando nell’educazione alle bambine, aperte, curiose, rispettose verso il prossimo. Sta alimentando la mia grande passione per le case e le architetture: ho la possibilità di assorbire e vedere tanti aspetti che posso far rivivere a Bisarno: idee di arredo, commistioni di stili, contaminazioni, tutto con il fine (solo apparentemente contraddittorio) di restituire una Bisarno ancora più tipicizzata come fattoria toscana. Ci sta aprendo alla conoscenza di tante famiglie (non solo dei loro bambini) da tutta Europa (per adesso…), con le quali ci sentiamo anche a scambio concluso.
Non ultimo, viaggiare libera la mente dalle preoccupazioni. Il 2017 mi ha portato via una persona molto vicina e mi sta lasciando una sensazione di triste malinconia che, a un mese dall’accaduto, brucia sempre di più. La neve che ci ha accolto qua é stata come un abbraccio che non giudica e non fa pensare. Almeno per un po’. E senz’altro mi offre un po’ di salvagenti e di ancoraggi per le derive nere dei mie pensieri. La Laura mi urla che é tardi, che devo prepararmi. Oggi si va a visitare le famose miniere di sale di Salisburgo. Poi una non parca cena preparata in casa, un brindisi (probabilmente entro la mezzanotte, conoscendoci) e domani mattina, di buona lena per evitare il traffico e la prevista nevicata, si rivalicherá il Brennero in direzione Italia, Toscana, Pontassieve, casa. Nel mentre, valutando le nuove proposte di scambio casa che ci sono arrivate in questi giorni.
Notte di Natale. Le bambine sono ancora sovraccitate del carico emotivo di questi giorni e non riescono a prendere sonno malgrado siano ormai le undici della sera. Sono stati giorni relativamente sereni, costruiti attorno a colorate tavole adorne di cibo e vino e ai sorrisi meravigliati delle piccole. Per la vigilia siamo stati dagli zii, con le mie cugine, i miei genitori e i genitori del compagno della mia cugina più grande, oltre a degli amici honduregni che ormai da qualche anno sono come parte della famiglia. La vigilia è il momento più emozionante perché coincide con l’apertura dei regali, tutti accatastati attorno al piccolo albero di Natale della zia. Pur non essendo particolarmente religiosi, ci piace rispettare le tradizioni e gli zii hanno imbandito una gustosa cena di pesce: dei crostoni di moscardini, una penna con ragù di mare e il gran piatto – il bollito di mare accompagnato da diverse salse, oltre a un panettone fatto in casa come dolce. Poi il gran momento dei regali, che si è concluso fra risate e ringraziamenti alle porte della mezzanotte. Le due bambine più grandi (Matilde e la sua amichetta di qualche anno più grande Jamila) si sono anche vestite da babbo Natale. Negli anni scorsi lo faceva la zia, col risultato però di spaventare sistematicamente entrambe le bambine. Quest’anno hanno ben pensato di esorcizzare quel momento tanto atteso quanto temuto indossando loro stesse i panni rossi e barbuti di Santa Klaus, per la gioia irrefrenabile della Mignola.
Jamila e Matilde vestite da babbo Natale per la gioia della Mignola
La giornata di oggi è stata più formale, con un barocco pranzo di Natale a casa dei miei, anche coi nonni materni: una piccola tavola di 8 persone al cui centro dominava una squisita Riserva Ducale Oro 1985 che ha avuto il suo climax coi tortellini in brodo di mia mamma.
Tortellini in brodo e Oro 1985. What’s more?
Ci siamo alzati da tavola oltre le tre e alle 19.30 eravamo di nuovo a tavola per il bollito con la salsa verde, un altro grande classico natalizio.
Mi mancava anche quest’ultima invasione zoologica a Bisarno. Giornata di lavoro trascorsa consecutivamente in comitati seduto in ufficio. La sera abbiamo la cena di Natale a Poggio Casciano. Ho poco tempo per cambiarmi e riassestarmi un po’. Sono anche nervoso perché l’umore è quello è e Poggio Casciano rappresenta in queste ore una sorta di casa degli spiriti: le emozioni che provo sono ancora troppo violente e non mi piace farmi vedere, soprattutto in un contesto lavorativo e in mezzo ai colleghi, troppo scosso e poco padrone dei miei sentimenti. Ci mancherebbe anche arrivare in ritardo e farmi vedere da tutti. Cogitando meco di ciò, apro sovrappensiero la porta di Bisarno e salgo velocemente le scale che portano al piano notte. Entro in camera e di lì nel bagnetto pertinenziale. Apro l’acqua per lavarmi i denti e sento improvvisamente, al mio fianco, uno stridio animalesco acuto e arrabbiato. Mi giro repente verso la finestrella a pochi centimetri dal lavabo e vedo in casa un falchetto ad ali aperte che mi urla contro dalla soglia interna della finestra. Mi ritraggo repente spaventato. Riesco anche a fargli una foto mentre cerca di allontanarsi dalla finestra socchiusa. La stessa da cui forse era entrato al mattino (confesso: la mi deiezione mattutina necessitava di imponente aerazione!) e dalla quale cercava adesso la libertà. Consigliato al telefono, provo a lanciargli un asciugamano per catturarlo e poi liberarlo, senza rischio di artigliate. Nel mentre che l’ascigamano libra verso la sua preda, il falco lo guarda e con un annoiato saltetto in laterale lo evita in scioltezza e si libra in volo verso la camera, da lì verso il corridoio e poi verso la stanza torre, ogni volta puntando contro finestre (chiuse) e sbattendoci rovinosamente contro, illudendosi della libertà riflessa sui vetri. Fortunatamente ho avuto un attimo di sangue freddo per aprire entrambe le finestrone della torre e il falco ha potuto finalmente, dopo 15 lunghissimi minuti di me e il pennuto e chissà quanti in più del pennuto già in casa, ritrovare i suoi spazi aperti. La prima sosta è stata nella porta del grano del fienile, accompagnato il di lui riposo dallo sguardo interessato e vigile delle gatte.
Finalmente libero, si riposa per la notte
Sono andato alla cena aziendale sperando che fosse solo stanco e che a breve avrebbe ripreso le sue “geometrie esistenziali”, come canta il maestro Battiato in Gli Uccelli. Cosa avvenuta l’indomani mattina, dopo una notte di riposo in libertà, alla prima luce.
Il mattino del giorno dopo – di lì a poco il falco avrebbe ripreso il suo volo
La luce del mattinoNoi venerdì sera dopo aver fatto l’albero
Domenica mattina. Fuori una coltre di brina e un cielo bianco pallido anticipano finalmente, dopo i tanti consecutivi umidi giorni piovosi, una bella giornata di sole, seppure fredda.
Io mi sono alzato presto, prima di tutti: ho bevuto un po’ di latte – poco perché altrimenti non sarebbe bastato per le altre – e mi sono messo a tocchicciare i due alberi di agrumi (un limone e un arancio) che da qualche settimana ingentiliscono di odorosa presenza la nostra sala.
Sono tornato su al piano notte e Matilde si era svegliata e stava esercitandosi, al soffice delle sue coperte e baciata da una luce sempre più alta, nella lettura in stampatello di un libro sui nonni preso in biblioteca. Le altre dormivano ancora malgrado ormai la casa avesse preso vita.
Ieri abbiamo trascorso la giornata presso la tenuta di Poggio Casciano, una delle fattorie di Ruffino. Avevamo organizzato Natale in tenuta, con la possibilità di visitare le cantine rinascimentali, degustare i nostri vini e acquistarli, insieme ad altre prelibatezze toscane, fra cui formaggi, cioccolato, farine speciali, pani e prodotti da forno. Per tutti noi questo evento ha assunto i connotati di un ricordo vivo di Edoardo, grazie alla presenza anche dei suoi genitori, dei suoi amici, dei suoi zii e delle persone che gli erano più vicine. Oggi sono tre settimane dal suo gesto. Non mi é per niente facile scriverne. Sento molta rabbia, tantissima mancanza, la colpa per non aver capito come aiutarlo, dispiacere per chi gli é sopravvissuto e dovrà convivere con un vuoto e delle domande enormi. Mi innervosisco per tutto e faccio molta fatica a rigenerarmi, a divertirmi, a stare su, a godere delle mie cose e dei miei affetti. Ci vorrà tempo.
Scendo giù di nuovo. Sono di nuovo in sala. Matilde dalla lettura é passata a dei lavoretti carta-colla e alla decorazioni di Natale: non vede l’ora che arrivi quei giorni e si sta dedicando ai regali e alle confezioni, canticchiando allegra mentre solerte si adopera alle sue fatiche. Accendo le luci dell’albero di Natale che abbiamo fatto venerdi 15, un po’ in ritardo quest’anno per colpa della mia trasferta in Asia. É un albero davvero monumentale, grande, slanciato, sotto il quale sono adagiati alcuni regalini. L’odore resinato dell’abete incontra le fragranze fresche e floreali del limone e dell’arancio. Le intermittenze delle lucine sull’albero dialogano coi raggi del sole che filtrano dai finestroni. Un’arca di luci e profumi che mi àncora, mi obbliga al mio presente. Ricevo in dono uno dei lavoretti di Matilde appena confezionato, con dedica “per il mio babbo”. Lo costudisco insieme agli altri. Il sole del mattino ha invaso la casa. Si stanno svegliando anche le altre.
Sveglio dalle 4 e 30 del mattino. Il jet lag è ben presente. Il letto è caldo. Fuori sibila un vento di Libeccio furioso e implacabile. Lo stesso che ieri ha impedito il mio atterraggio all’aeroporto di Firenze, facendomi sbarcare in una nevosa Verona dopo un viaggio lungo un giorno e più. Mi alzo e cammino a piedi nudi per le stanze. Piove e ha piovuto. E la pioggia trascinata dal vento dardeggia contro le finestre. Sono tutte bagnate. Da una l’acqua è riuscita a filtrare. Intanto la prima fioca luce combatte contro la notte invernale, e fa fatica a emergere. Attorno a me dormono tutte. Il rumore del silenzio. Respiri pesanti, colpi di tosse, qualche starnuto. I motori in lontananza e le strisce di luce dei fanali delle prime sparute auto in movimento verso il lavoro. Sono di nuovo a casa. È dicembre. Inverno. E tutto sommato sono contento.
Il viaggio è proseguito verso la Thailandia: Bankgog e poi Phuket.
Bangkok l’ho vissuta e bruciata in 16 ore: bloccato nel traffico appena atterrato, di corsa verso l’evento, poi cena a ruota, infine un sonno forte (finalmente!) e al mattino di nuovo l’aereo. Va un po’ così: in continuo movimento.
Phuket mi aveva sempre attratto ed ero molto curioso di questa prima volta: avevo dei preconcetti artificiali, costruiti sul film The Beach con Di Caprio e dalle immagini del terrificante tsunami del 2006, con il conseguente icastico film con Ewan McGregor, The Impossible. Quindi: mare cristallino, chiassosi grovigli umani, rigoglio vegetativo, fumo e odori del cibo di strada. L’apice di Phuket, dopo una degustazione serial dei vini Ruffino e degli altri produttori italiani nella terrazza del Nai Harn, meravigliosa struttura che ci ospitava, affacciato sul mare delle Andamane, è stata la seguente giornata sul catamarano. Il vento mi è soffiato nel viso, il mare mi ha schizzato più volte, sono andato sott’acqua. Un panismo cercato e voluto, che ha lavato via le scorie dei pensieri neri, la stanchezza dei continui viaggi aerei, i ritmi serrati di lavoro che mi hanno portato da Pechino a Hong Kong poi a Bangkok e infine a Phuket, in un crescendo di temperatura e morale.
In queste ultime ore le angosce dei ricordi si sono fatte più pressanti. Mi tornano in mente episodi, segnali, situazioni che si sono rincorsi in questi anni con Edoardo. E che non ho intuito. Nè aiutato lui a vincerle. Da lontano, come mi trovo adesso, si è più spietati nell’autoanalisi e il vuoto che ogni tanto ho sentito, “abisso orrido, immenso”, non è stato espiato coi colleghi, come è avvenuto durante la scorsa settimana, quando abbiamo avuto modo di stare insieme e lenirci reciprocamente. Riempire ognuno, un po’ con la propria presenza, il grande vuoto che ci accomuna.
Ho vissuto questo viaggio come in una dimensione atemporale, alimentata da memorie funeste che ogni tanto si palesavano violente e azionata da un presente iperattivo scandito da impegni di lavoro, aerei in ritardo, traffico intenso. Ora è il tempo del ritorno, da un viaggio che sono stato incerto fino all’ultimo di intraprendere. Ma credo mi abbia bene scegliere di partire (nuove esperienze, nuove amicizie, una mia crescita psicologica e professionale), anche se ci sono stati momenti non semplici. La vita va avanti e continuo a ritenere che vada vissuta con l’ottimismo dell’azione, con progetti che ci riempiano, esplorando e conoscendo, in equilibrio su questa corda tesa che è la felicità.
Anche questi due giorni a Hong Kong sono conclusi. Mi trascino fra aeroporti e attività di lavoro con un po’ di stanchezza che sto facendo fatica a recuperare.
La mia giornata lavorativa a HK è stata caratterizzata dall’evento di James Suckling al Four Seasons, nel giorno in cui Ruffino, il 7 dicembre 2017, compiva i suoi 140 anni. Il 7 ricorre in Ruffino e si intreccia con la mia biografia: io sono nato nel 1977. Ruffino nel 1877. Riserva Ducale nel 1927 e la Oro nel 1947. Sono entrato in azienda nel 2007. E ieri eravamo al tavolo 77.
Di sera ho cenato in un posto molto suggestivo a Central, chiamato Tokyo-Lima, un ristorante nippo-peruviano (una disfida di bontà fra sushi cevichizzati e ceviche sushizzate, bagnata di pisco e sakè) insieme a due mie colleghe di Constellation che vivono a HK.
Non ho avuto tempo per me, in questo viaggio sono praticamente sempre fra aeroporti, aerei ed eventi: ho soltanto fatto una breve passeggiata defatigante vicino l’hotel, a Causeway Bay, e ho ritrovato l’Hong Kong che mi è sempre piaciuta moltissimo: i soliti contrasti che dominano in Asia ma qui molto più risolti, una occidentalizzazione spinta che però non ha fatto terra bruciata delle sue origini, una certa eleganza fra grattacieli, baracche, persone in abiti firmati e mendicanti in ciabatte, vecchie botteghe (ho visto uno dei più antichi negozi della città: un anziano signore che in un bugigattolo stampa con la sua piccola stamperia di primo Novecento) e negozi di lusso in grattacieli slanciati, montagne rigogliose e il mare che connette a Kowloon solcato da antiche barche e moderni panfili.
Più volte mi è presa un po’ di tristezza a parlare dei recenti avvenimenti, dai quali sono lontano migliaia di chilometri ma che bruciano forte qui dentro di me. Molti sapevano di Edoardo e volevano sapere di più – altri non sapevano proprio, e io non sono riuscito a trattenere le emozioni, mai. Questo viaggio non è emotivamente facile, ma lo sapevo: sto cercando di eseguirlo con tutta la professionalità e passione possibile. A testa bassa e con gli occhi aperti verso i tanti stimoli positivi e vitali che il viaggiare riesce a donare.
Ultima tappa, la Thailandia.
ContrastiIl paradiso per i laiciUna bella zona: CentralUna fabbrica in un garage: una tipografia ancora attiva…Io e le mie colleghe alla degustazioneSmarrito nella notte honkongese
Io e il mio collega Leo dalla Mongolia durante la degustazione
Ho trascorso questi due giorni a Pechino fra la stanchezza di un volo interminabile e lo stupore di un mondo nuovo, caotico, brulicante e attraente.
L’ho a mala pena intuito, questo nuovo mondo, da una specula privilegiata – il Rosewood Hotel, uno degli alberghi più lussuosi ed eleganti incontrati nel mio cammino, dove si è svolto l’evento di James Suckling, motivo per cui mi trovo qui. Tuttavia i rari detour fuori da queste dorate stanze mi hanno svelato una città non proibita ma ospitale, saporita e accogliente.
Camera con vista. Fuori la città al risveglio e piccioni impazziti che hanno mulinato per ore davanti a me.
Nessuno parla l’inglese e non ci si intende neanche a gesti. La comunicazione è davvero molto complicata ma le persone si industriano per capirti e aiutarti. Non c’è alienazione, piuttosto parlerei di una sorta di empatia distorta fra me e i pechinesi.
A cena ieri sera sono stato indirizzato da un locale in un ristorante specializzato nell’anatra laccata alla pechinese. Sembrava di essere dentro una scena de L’ultimo Imperatore: architetture sontuose e un po’ decadenti, un rituale nel taglio e nel successivo impiattamento dell’anatra scenografico e quasi sacro, svolto prima da un uomo (il taglio) e poi da una donna (la mise en place).
L’anatra cotta ma da tagliareTagliata
All’uscita mancando i taxi, con un vento tagliante a peggiorare già il freddo artico, un traffico ininterrottamente caotico, ci siamo (ero con un altro produttore col quale ero molto amico ai tempi del consorzio) voluti fidare di una sorta di tuc tuc a motore e senza fari che ci ha portato in poco tempo alle rispettive magioni, guidando contromano, tagliando la pista ciclabile, quasi investendo un temerario in bicicletta. L’abbiamo presa ridendo: in fondo siamo stati consegnati a due lire, in tempi brevi e sani salvi dove eravamo diretti.
Io e il mio collega, selfie in tuc tuc
Pechino, sei stata due giornate intense e cariche. Ti sei offerta col tuo carico umano di caos e inquinamento. Un po’ hai alleggerito il pesante carico emotivo con cui sto affrontando questo viaggio. Avrò modo di conoscerti meglio nel futuro: sono certo che non mancheranno le occasioni. Adesso si vola in una città che ti è totalmente lontana, seppur parte del tuo stesso stato, Hong Kong: si cambiano clima e attitudini. Ciao Pechino, a presto.
Novembre 2016. Salutando Calgary e le montagne rocciose alle sue spalle
Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”, scriveva Montale in una delle sue poesie. Un endecasillabo che mi ha sempre schiaffeggiato.
Aeroporto di Firenze. Domenica di un dicembre da pochi giorni. Direzione Pechino. Volo in ritardo di un’ora, poi due, poi tre. Adesso siamo fermi chiusi dentro l’aereo dopo un illusorio boarding. Bufera di neve a Francoforte. Chissà quando e se arriverò in Cina. Quasi peggio del volo cancellato, sempre una domenica, un mesetto fa: nessuna riprotezione possibile se non dopo 44 ore. E nella stessa città di destinazione. Vai loro a spiegare che a quel punto mi sarei dovuto trovare 1000 chilometri più a nord. Non più a Toronto ma a Montreal. Inutile essere logici coi tedeschi della mia ex compagnia preferita. O quasi peggio, due settimane fa, della giornata trascorsa all’aeroporto di Munich, di rientro da Berlino. Tormenta di neve a Bologna, a metà novembre.
“Cantando il duol si disacerba”, diceva un famoso Francesco, peregrinus ubique ben più di me. Proviamo allora a rilassarsi con la scrittura. Tutto cominciò per colpa di un vulcano dal nome impronunciabile che dall’Islanda, correva il 2009, aveva eruttato ceneri così intense da oscurare per giorni metà spazio aereo mondiale, incluso quello che avrei dovuto occupare io, emozionato trentaduenne per quella che sarebbe stata la mia prima volta a NYC. “Vabbè, domani il cielo si libererà…”. Al quarto giorno fui mestamente costretto a riportare la valigia in camera e a disfarla, intonsa. Sento ancora il peso del bagaglio mentre salivo faticosamente le scale di casa. É la stessa valigia che viaggia con me, peraltro, adesso.
Negli anni ho avuto poi la fortuna di andarci diverse volte a NYC. Ma i voli, e gli aeroporti, mi hanno quasi sempre regalato imprevisti. Molto é dovuto al fatto che parto quasi sempre da un aeroporto piccolo e senza voli internazionali, Firenze. Ma certi accadimenti sono comunque in mano al caso. Talvolta mi hanno offerto soldi per non salire a bordo, a un passo dal check in. Non ho mai accettato, neanche in situazioni in cui avrei avuto del tempo da gestire e qualche euro in più in tasca. Sono scaramantico e comunque negli aeroporti, in quei luoghi di non appartenenza e di alienazione in cui mi sento fuori dal tempo e lontano da tutti ci voglio trascorrere meno tempo possibile.
Ma di tempo comincio ad avercene trascorso tanto. E mi ci sto adattando. Vero, ho avuto la fortuna di conquistarmi lo status di frequent flyer, quindi ho spesso accesso alle lounge. Tuttavia, anche fuori da quelle sale vagamente accoglienti – sostanzialmente reificanti, ho i miei punti di riferimento che mi fanno trascorrere la sosta in maniera meno nevrotica e sofferente. Grazie al wi-fi posso lavorare, o distrarmi: mi guardo per esempio i video di Mai dire Gol o IoDoppio di Paolino Ruffini, doppiaggio in livornese di film famosi. O seguo la Fiorentina. In streaming, nel 2013, a Hong Kong, quasi persi il boarding – venni richiamato in dodecafonia dagli altoparlanti – perché immerso nel godermi la prima vittoria della Viola di Montella a San Siro contro il Milan: il mio giubilo al 3 al 1 del carneade El Hamdaoui riecheggia ancora in quelle splendide architetture di vetro e acciaio. L’aeroporto di HK é fra i più belli e c’é un ristorante di prelibatezze cantonesi buonissimo dove mi fanno saporitissimi ravioli al vapore di tante fattezze e cromie. Anche Munich é molto bello ed é spesso sinonimo di un buon cappuccino al rientro dai voli intercontinentali al mattino presto: quando mi manca di più casa, a un passo dal rientro.
Atterrando a Frankfurt con la neve
Altri aeroporti invece proprio non li sopporto e quando posso li evito. Zürich col transfer in cui ti fanno vedere Heidi, le mucche e le montagne, e ogni tanto qualche bella pastoressa seminuda, al suono di campanacci e muggiti. Poi compri un panino e lo paghi 15 euro ed é pure cattivo. Parigi De Gaulle, che come la sua città di riferimento ha logistiche penose e lentissime. Fiumicino dove una volta feci l’erroraccio di imbarcare un bagaglio in stiva.
Il bagaglio é un altro segreto per alleggerire il peso anche psicologico del viaggio. Ormai riesco a fare bagaglio a mano anche per viaggi di una settimana. Più si é leggeri più le soste sembrano brevi e i voli più veloci. Sembrano. Poi se viaggi con la febbre e passi la notte malato in volo, il viaggio é interminabile e si ha tempo per pensare, e a 10000 metri i miei pensieri sono spesso cupi e neri. A me fa ansia staccarmi per 10-12 ore dal mondo. “E se succedesse qualcosa mentre io sto volando?”. E poi le mancanze, le malinconie per aver lasciato a casa gli affetti, la famiglia. Stavo male anche in volo da Toronto a Montreal: aeroporto Toronto Billy Bishop dove si va a fare il check in in battello e volavo in un piccolo aereo insieme ad altre 5 persone al massimo e la mattina, sudato dopo la tachipirina e di nuovo con la febbre alta mi aspettavano per condurre una lezione all’università di Montreal: la docente che coordinava il mio intervento si spaventò del mio pallore e mi offrì uno scranno da cui parlare seduto. Eh no, le dissi. Servanda dignitate.
Ogni tanto poi ci sono le turbolenze e i problemi in volo. Ci si impara a conviverci. Ma spesso sono loro a palesarsi con irruente maleducazione. Una volta mi trovavo di rientro da Sonoma, dopo aver assaggiato i vini della regione vinicola so far so close da Napa. Ero in un minuscolo aeroporto dedicato all’inventore dei Peanuts, Schültz, ed ero diretto a Los Angeles. Mi avevano detto che mi sarei goduto un volo meraviglioso dal punto di vista paesaggistico: tutta la costa della California da nord a sud. Il viaggio fu terribile. Turbolenze continue, cappelliere che si aprivano, nuvole sotto di me che mi impedivano di vedere qualsiasi bellezza. Atterrato nella città degli angeli, scosso, mi fregarono l’iPad. A Miami, sempre per parlare di città glamour, mentre aspettavo una mia collega in arrivò da Boston – io ero stato a Orlando dentro Disneyworld a tenere una degustazione con un tenore e un comico – un topone gigante mi passò sopra una scarpa. Un’altra volta rientravo con Laura, la mia compagna, da Malta: beccammo un fortunale violento con lampi e tuoni. In quei momenti divento anche sentimentale, quando penso che tutto sia perduto. Un’altra volta ancora, diretto a Londra, comincio a fumare un pezzo di ala, penso il flap. Ci annunciarono le procedure per un atterraggio in una pista speciale, attesi da auto dei pompieri. In realtà fu più l’idea di quello che stavamo vivendo perché l’atterraggio andò benissimo e neanche in volo ci fu il benché minimo disagio.
E pensare che spesso ho anche la fortuna di viaggiare con biglietti molto confortevoli: una volta da ragazzino scanzonato mi imbarcai con un amico con un volo charter verso Ibiza. A parte la pittoresca musica da discoteca a palla in volo, a un certo punto il bocchettone dell’aria condizionata (spesso farebbero meglio a chiamarla aria incondizionata per l’aria gelida) comincio a sputare acqua rugginosa sopra i miei capelli, ai tempi fluenti. Io fra lo scherno generale tentai di tamponarla con la Gazzetta dello Sport e feci gran parte del viaggio in questa assurda posizione. O come non pensare all’aeroporto militare di Cesarea in Cappadocia: sembrava la waste land di Elliott e il puzzo di piscio rancido che ci accolse lo ricorderò sempre (nei bagni aeroportuali mi stupisce sempre il numero di siringhe che trovo, credo per iniettarsi farmaci): poco male, eravamo alle porte di uno dei viaggi più belli di sempre e fuori ci aspettava un pulmino per 8 posti che ci avrebbe scorrazzato lungo metà Turchia. Qualche anno prima, sempre in viaggio di piacere verso Istanbul, con altri due amici, rimanemmo bloccati a Munich per neve e ci fecero dormire in un capannone adibito a hotel presso l’aeroporto. Ma eravamo giovani, e in vacanza, e presi quel detour col sorriso di una avventura nell’avventura.
Gli aeroporti di Instanbul e Mosca. Li unisce la follia attorno. A Instanbul ogni volta che atterriamo prendiamo taxi con oltre 200000 chilometri nel motore che si fiondano zigzagando a folle velocità verso Sultanhmet. A Mosca anche se volessero non potrebbero pestare sull’acceleratore: ogni volta entrare o uscire da Domodedovo – il più caotico e grigio fra gli scali da me esperiti – é una giungla di traffico e inquinamento.
Con gli anni la qualità dei voli sono migliorate, soprattutto nei viaggi di lavoro. L’aver conosciuto qualche mese fa un avvocato ebreo americano in un volo verso Toronto mi ha anche reso un minimo più scaltro: durante quel volo non funzionava il sistema di entertainment a bordo e, avendo dieci ore di tempo, mi ha spiegato i segreti per come scrivere un complaint. Adesso sono arrivato a Frankfurt (rimarremo bloccati qui per maltempo fino a domani): l’ho chiamato di nuovo per farmi dare consigli. E mi ha anche detto di aver ottenuto 35 mila miglia per quel complaint sull’entertainment. Io solo 10000…Sto imparando, ma temo che non sarò mai così avveduto.
Un girone dantesco: viaggiatori stranded in fila per il check in
Lunedì 4 dicembre 2017. Ho passato la notte e mi trovo adesso nella camera de Le Meridien di Frankfurt. Ieri sera é stata tutta una fila: per capire cosa fare, dove andare, per fare il check in qui all’hotel. In tanti viaggiatori erano nelle mie condizioni. Stanchi, frustrati, desolati. Momenti fertili per socializzare: la “social catena” di Leopardi. A cena ieri sera ho mangiato davanti a un buon Pinot Nero del Baden insieme a una funzionaria inglese che lavora al Parliament inglese per azionare la brexit. Anche lei vittima della neve e impossibilitata a rientrare a Londra. Durante la notte sarà stato il nervosismo la stanchezza ma ho avuto freddo alle gambe e caldo al busto. Ho dormito senza pigiama non avendo niente con me, eccetto spazzolino e dentifricio gentilmente concessi da Lufthansa (wow, so kind of you!). Fuori la neve tempestosa che ci ha bloccato ieri é diventata adesso pioggia fine, bassa, come quando la prima volta sono arrivato a Narita, a Tokyo, e fui smarrito dall’efficienza robotica che mi avvolgeva. Una sensazione alienante come in un libro di Murakami. Anche la pioggia sembrava avere un ritmo preordinato, una geometria sensata. Non mi ero mai sentito così lontano da casa come quel mattino di pioggia battente appena arrivato in Giappone.
Col volgere del tempo i miei voli si sono pure intensificati. Sono anche diventato babbo una volta, poi due. Allontanarsi dalla propria compagna é difficile, ma in un certo qual senso rende il ritorno “peposo” ed emozionante. É il distacco dalle bambine la parte più difficile. Che bello quando abbiamo volato tutti insieme, prima noi tre poi noi quattro. Ricordo il primo con Matilde per Barcellona, l’emozione nei suoi occhi, il suo stare composta e impettita. Catania, Amsterdam, Parigi, sempre educatissima e zelante nel suo ruolo di brava passeggera. Costanza invece ha vissuto i suoi primi voli con la stessa irriverenza dei suoi primi passi. Polemica, sfrontata, solare: in volo verso Trondheim, con scalo a Copenhagen (nel cui aeroporto c’é un kindergarten favoloso dove cadde dalla scivolo battendo una testata clamorosa che le procurò un livido nero vicino all’occhio per metà vacanza), ci fece dannare…e divertire.
Tempo adesso di farsi una doccia e tornare all’aeroporto di Frankfurt. In pochi giorni ci sono ancora tanti aerei da prendere. Mi aspetta la Cina, poi Hong Kong, poi la Thailandia. Poi casa. Perché la cosa più bella di questi viaggi, che siano di piacere o di lavoro, é poi avere un paese dove tornare. E che, qualsiasi cosa accada, sono un balsamo, una crescita, un confronto con se stessi del quale mi é ormai impossibile fare a meno. Avversità incluse.
Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”. Ok, tutto vero carissimo Eugenio. Ma niente può frenarci l’istinto di viaggiare, noi irrequieti come le vorticanti anime in pena d’amore dei lussuriosi descritti da Dante. L’aereo per Pechino é pronto, 24 ore dopo. Vado a fare il check in.
Prima di lasciare l’hotel e ritentare verso l’aeroporto la via per la Cina!
Ti schiarivi la voce sempre, prima di parlare. E gonfiavi il petto: “Allora..”, e iniziavi le tue osservazioni. E anche le tue email grondavano sempre di ampi preamboli: quante ce ne sono salvate fra i preferiti della mia posta elettronica. Adesso sono io a schiarirmi la voce. A farmi forza. Questa non la ce la dovevi combinare, Edo. Come hai potuto? Hai un bambino – già aveva perso sua mamma che aveva poco più di due anni. Lui sua mamma, te la sposa promessa nella tua Poggio Casciano. Era un afoso giugno di qualche anno fa. Avevo intuito la tua fatica di ripartire, di fare spallucce al destino, tu insieme al tuo “cucciolo” come lo chiamavi.
Ma eri ripartito. Ce l’avevi fatta. Anche imparando come tagliare le unghie al bambino, la tua prima preoccupazione che mi avevi esternato, e poi ad affilargliele, per la sua vita davanti. Eri ripartito col tuo modo quasi bulimico di aggredire la vita, di aggrapparti con forza a nuovi entusiasmi, provando a riempire quel nulla che ti stava divorando di passioni sbrilluccicanti e assolute, che bruciavi in tempi rapidissimi e di nuove ne trovavi, e sempre totalizzanti. Noi ne ridevamo con te perché ci sembravano così illogiche e assurde: la fotografia, l’acustica, i raggi laser, il Pinot Nero in terrazza, il sabrage, gassificare le bottiglie, le tue porzioni gigantesche di pasta, la tua casa in Mugello dove eri sempre così contento di annidarti, poi la vela, il mare. Ne ridevamo, vero, ma in un certo senso a te riuscivano a dare una direzione. Erano un significato, una strada, una destinazione, insieme al tuo piccolo cucciolo che aveva sempre più lo sguardo della mamma-stella.
E quando ti vedevo sorridere, e lo hai fatto tante volte, i tuoi sorrisi mi nutrivano. Quante persone si sono innamorate di te Edo? Come non poterlo essere? Eri una persona bella. Un tuo sorriso significava che malgrado tutto si può e si deve condurre una vita normale. Ogni volta che ti vedevo sentivo l’urgenza di abbracciarti, di toccarti, di darti un bacino dicendoti di smetterla con le sigarette. E sono certo che di queste passioni, delle emozioni che ti suscitavano, eri felice anche te, quella felicità strappata alla nausea, conquistata e non attesa. Un giorno ci eravamo messi a parlarne, di questa felicità. Io ci mettevo parole troppo difficili per possederla. “Usi sempre questi paroloni”, dicevi. La felicità è una cosa semplice, ci se ne accorge sempre dopo. Riuscivi nel raro dono di pacificare. Io che sono fragile, che mi sento sempre un precario sulla corda sfilacciata della serenità – venivo da te. Ero io a venire da te. Venivo da te per sfogarmi, per raccontarmi, per ridere insieme. E tu sapevi sempre ascoltare e consolare, e sorridere.
Io non so farmene una ragione e mi vergogno Edo, mi vergogno di me e ti chiedo scusa. Scusa se non ho capito, se non ho provato a scardinare quel tuo mondo sommerso che ti macerava. “Il pensiero è come l’oceano, non lo puoi fermare”. Ho troppi rimorsi ora: di non aver voluto troppo indagare, di non averti fatto domande, di non esserti stato troppo vicino, come se le tue irrequietudini avessero potuto inquinare il mio stupido mondo dorato. Come se avessi avuto paura del tuo dolore e avessi cercato solo l’Edoardo scanzonato con cui passare insieme bei momenti.
E ne abbiamo trascorsi. Ci siamo divertiti in Borgogna, ci siamo divertiti nelle Langhe, ai Vinitaly, alle “anteprime”, alle degustazioni insieme, in tante occasioni in ufficio quando siamo arrivati insieme 10 anni fa, tu così ansioso di capire cosa dover fare, io a mio agio in quell’incertezza non protocollata. Quante Ruffino abbiamo vissuto? Alti e bassi. Ma quanto ti piaceva il tuo lavoro! Ci eravamo subito affezionati.
Sarà impossibile per me, per noi, lasciarti andare via e non ci andrai via, caro Edoardo. Tuo babbo, tua mamma, il tuo “cucciolo”, i tuoi zii, i tuoi cugini, i tuoi parenti, gli amici, chi ti ha voluto bene, chi ti ha avuto come compagno di banco, o di scrivania, o di bevute, chiunque ti abbia anche solo sfiorato, non ti farà andare via. Se è vero che si vive nei ricordi, tu vivrai allora due volte perché non sarai solo il mio passato ma diverrai un proposito, una lezione, una freccia, un albero, quel sorriso che hai saputo sempre regalarci con la tua presenza.
Scusami Edoardo, grazie per le attenzioni che mi hai dedicato.