Anno: 2018

  • Facendo.

    Facendo.

    Il mio impianto hi fi del 1990. Ancora una bomba!

    Oggi é stata una giornata vissuta. Carica di azioni e di emozioni. Non trascinata passivamente, come le ultime, in indolenti e stanche riflessioni. Non credo riuscirò mai a far mio l’abusato “vivi come se fosse il tuo ultimo giorno”, ma oggi, sabato 29 dicembre, sono almeno riuscito a maturare un approccio più terrestre e concreto al mio vivere, almeno quando riesco a scuotermi dal mio spleen e dalla mia tristezza. 

    Una giornata vissuta fin dal primo mattino, con io e Matilde che, dopo la colazione al bar Remo con la nonna, e dopo una visita di potenziali interessati alla casa di mia mamma (altra futura rivoluzione in corso), ci siamo diretti verso Figline per ritirare un piccolo acquisto fatto al mercatino dell’usato. In macchina la solita dolcezza della Mati e la sua curiosa propensione ad ascoltare e a comprendere le “mie” canzoni. Intervallata dalle “sue” Amore e Capoera e Barbie Girl, mi sono soffermato, riascoltandola più volte con lei, su Come é profondo il mare di Dalla. Che pezzo spettacolare. Di libri, e di poesie, senza vanto, ne ho lette tante, molte hanno lasciato tracce indelebili in me, ma sul podio delle emozioni agrodolci – piango,  gioisco, piango di nuovo – si situa Come é profondo il mare. Ogni frase é un rapsodia di visioni ed emozioni, suscitate da un uso metaforico e colorito, al limite del surreale e del grottesco, della lingua italiana: “Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie, scaccia via queste mosche che non mi fanno dormire”…

    Rientrati da Figline, siamo stati prima da Brico, a prendere dei cavi per una idea di ripristino veterotecnologico che poi avrei attuato con grandi risultati nel pomeriggio, e poi al Vivaio di Rosano, a chiedere informazioni sulla consegna del nocio che ho comprato il giorno del trapasso del babbo e che verrà piantato in sua memoria sotto il fienile di Bisarno.

    A pranzo, un corroborante desinare con insalata di radicchio, frutta secca, parmigiano e ginger, gustata con piacere da tutta la famiglia e, nel primo pomeriggio, ho aiutato NonnoCiccio a far passare i fili del telefono: rullo di tamburi, abbiamo finalmente internet in casa! Successivamente, con l’incedere del pomeriggio, mentre fuori la nebbia avvolgeva tutta la campagna, ho ripristinato, dando il la a profonde e nostalgiche epifanie, il mio vecchio impianto stereo, regalo paterno per la promozione in prima superiore. Stava accatastato a casa dei miei e mi è preso voglia di riprovarlo. Ho dovuto penare non poco per ritrovare tutti i vecchi cavi analogici, per attaccare le grandi casse di radica all’amplificatore, e quest’ultimo a un lettore cd e un ricevitore Bluetooth ma la soddisfazione di farlo suonare – ho ripreso vecchi CD del tempo – è stata enorme. Mi ha per un po’ distolto dal velo di tristezza del mio presente. Anche solo girare la ruzzola del volume, avvertirla fisicamente, e sentire i bassi avvolgermi mi ha estraniato in un microcosmo di dolci ricordi, di un me non adulto, inquieto come lo sono ora, con meno capelli e gli occhi più rugosi.

    Le bambine a cena con la nonna…

    A cena, con le bambine da mia mamma (prima le ha portate al cinema, poi a mangiare a casa sua e infine a dormire tutte e tre nel lettone), io&Laura ci siamo concessi una serata a due a Firenze per concludere, fra le squisitezze cinesi del dim sum, dei noodles e del riso nero, una giornata ricca di sensi – odori, suoni, sapori, contatti -, che ha avuto il pregio di non farmi accartocciare nei miei soliti pensieri neri, mostrando, io a me stesso, come poter affrontare questo periodo. A petto in fuori, facendo.

  • Una madaleine al sapore di pistacchio

    Una madaleine al sapore di pistacchio

    L’orto ghiacciato

    Un cornetto al pistacchio dolce e friabile. Lo divoro ad ampi bocconi, malgrado sia la seconda colazione. L’espresso amaro con cui lo accompagno leviga nel palato il sapore caramelloso della libidinosa crema verdastra e deglutire è un vero piacere.

    In un attimo ho finito questa pausa golosa ma l’esperienza si è dilatata, evolvendosi dal gusto al pensiero ai ricordi fino alle riflessioni, facendola quasi apparire senza tempo. Una “madaleine” in un centro commerciale a Prato. 

    Sono giorni di festa. Freddi e un po’ grigi. Ogni tanto affiora un sole pallido e la malinconia si veste della bellezza che mi sta attorno. I ricordi di ciò che era un anno fa, potrei dire solo prima di quest’estate e delle rivoluzioni che ha portato, fanno male, tutto fa troppo male, e preferisco spostare l’attenzione su quello che vivo ora, sebbene sia tutto molto fragile ed emotivamente instabile. 

    Gatto, Upupole e Bisarno

    La mia famiglia è stretta e unita. La nostra grande casa sempre più calda. Si è aperta per Natale in una giornata fredda quanto assolata e la vecchia stalla, oggi la nostra sala, ha accolta una festosa tavolata di 15 persone. 

    La bellezza. A costo di risultare superficiale, la trovo uno degli aspetti più confortevoli. “La bellezza salverà il mondo” – faceva dire Dostoevsky al principe Miškin ne L’idiota. A me salva dal ruminio mentale. Dal pensiero negativo. Dal pessimismo che spesso mi stritola. E allora anche passeggiare nel prato coi gattini e vedere l’austera Bisarno – come è venuta bene! – mi salva. Mi salva riordinare la lavanderia come fossi un casalingo disperato. Mi salvano le geometrie della natura, quando guardo le foglie degli ortaggi cristallizzate dal gelo. Mi salvano le bambine coi loro pigiamoni invernali mentre dormono a pancia in giù e hanno le gote arrossate e le bocche fiorite. 

    Il cavolfiore sotto la brina

    Ritorno al presente. C’è un gruppo di ragazzine accanto a me, hanno sempre il “cazzo” in bocca mentre parlano. La tazzina vuota di caffè e il piattino con delle briciole sparse su un tovagliolino spiegazzato, mentre la radio del bar gracchia una non nota hit latinoamericana, spezzano questa mia “epifania” sulla bellezza del mio fragile presente. Mi alzo. Vado a pagare. Si, la bellezza salverà il mondo.

    Bambine al tramonto
  • In viaggio con Matilde.  Il sabato 7 giorni dopo.

    In viaggio con Matilde. Il sabato 7 giorni dopo.

    Quasi non ci stava più Matilde…

    Questa mattina, fredda, asciutta, soleggiata, ho preso la Matilde, sveglia presto come suo solito, e ci siamo fatti una lunga girata in auto in direzione di una fattoria nelle colline di San Miniato.

    Prima, da tradizione, anche se a ranghi ridotti, ci siamo fermati a fare colazione al bar Remo. Due cornetti farciti al momento con crema e cioccolato e due cappuccini, per la Mati senza caffè.

    Poi ci siamo messi in auto. La giornata era gelida ma assolata. Il paesaggio, tolto il tratto nella Fi Pi Li, suggestivo come solo la Toscana sa essere. Abbiamo ascoltato musica, la mia musica, che la Mati ha mostrato di apprezzare con grande sensibilità. Non erano canzoni facili ma musiche e parole che la hanno colpita. Io poi le raccontavo un po’ di quello che muovevano in me, il significato di alcune parole, gli strumenti coinvolti…Abbiamo accompagnato il viaggio insieme all’Irata dei CSI, in cui Ginevra di Marco accompagna un sontuoso Giovanni Lindo Ferretti (che recita anche una poesia di Pasolini nel corso della canzone), Bohemian Rhapsody dei Queen (“Ma non ha le strofe e il ritornello!”) coi cori, il falsetto, le atmosfere struggenti fra l’opera e il rock, i violini e il piano in “November Rain” dei Guns and Roses, ovviamente Nomadi, l’inno al viaggio e alle sensazioni del viaggiatore del mio maestro Battiato, Fenomeno di Fabri Fibra, Telefonami fra vent’anni di Dalla, che da quante volte l’ho sentita la sa ormai cantare perfettamente, pur nella sua anomalia ritmica e nel suo essere poesia più che prosa e quindi poco logica a memorizzarsi, un po’ di Coldplay (“Sai Mati, mi dicono di assomigliare a questo qui, il cantante, si chiama Chris Martin” – le dico facendole vedere il video sul telefonino. “No, per nulla”, replica subito lei).

    Quando siamo arrivati alla fattoria ci ha accolto una bambina con suo nonno e un grosso canone scodinzolante affetto. Una immagina molto bucolica e carica di metafore. Ovviamente a Mati aveva fatto male la macchina ma si é ripresa velocemente, fuggendo le zampate e le leccate di Balù ed esplorando quell’ambiente rurale conviviale e armonico. Abbiamo preso dei lampioni in ferro battuto per Bisarno e siamo ripartiti. 

    A casa ci aspettava l’altra metà della famiglia – la Mignola aveva fatto yoga al mattino in una associazione locale e grondava di entusiasmo al raccontarsi le tante asana scoperte. 

    A pranzo dei corroboranti e squisiti spaghetti integrali ai broccoli ingentiliti da una carezza di olio novo, anche la Nonna Za presente, seguiti dalla libidinosa schiacciata del fornaio di San Francesco, e il pomeriggio a dedicarsi, le donne, a decorare l’albero di Natale (eravamo in ritardo ma ci siamo rifatti con un albero proprio bello e pieno di colori) e io, insieme a Nonno Ciccio e al mio vicino-amico Sauro, ai lavori nei campi col trattore. Il freddo pungeva, ma il contesto era davvero magnifico. In un certo qual senso quel freddo era come si mi scaldasse, mi accogliesse: abbiamo ritrovato dei pozzetti che erano rimasti sotto degli accumuli di terra, abbiamo smosso la terra alle piantine dell’orto, abbiamo spianato una stradina e infine abbiamo fatto anche uno scavo, una buca, per accogliere un nuovo albero, un nocio, che sarà memoria e futuro di questo incredibile periodo. Il tutto scortati dal gatto Arancino.

    La giornata – lunga ma viva, vissuta, impugnata – si é conclusa con una cena di pesce. Pescespada al pomodoro, olive e capperi con insalata di radicchi e una maionese di avocado buonissima, fatta dal sottoscritto che, al solito, ho mangiato solo io. Non sanno le altre cosa si sono perse a non accompagnarla al pesce spada. Una delizia. 

     

  • Quante note di felicità?

    Quante note di felicità?

    Un Carnevale di una ventina di anni fa…

    È andata babbo. Non ci sei più. Ora mi aiuterai da lassù a districare tutti questi casini che ci sono capitati in famiglia. Non abbiamo fatto in tempo a festeggiare il tuo compleanno, e io a farti la barba, un’ultima simbolica volta, come mi avevi chiesto con un filo di voce l’altro giorno.

    Annuso i tuoi cappotti. Mi metto il tuo cappello. Pazzesco quarta forza abbiano gli odori e ritrovare il tuo profumo attraverso gli abiti che avevi indossato fino a poche ore fa mi genera emozioni contrastanti e potenti.

    Avevi questo modo di starmi vicino, di essere presente, che mi annienta non poter più ricevere. Mi radevi col rasoio elettrico i peli dietro il collo. Mi facevi il nodo alla cravatta le rare volte che ne avevo bisogno. Mi sbucciavi la frutta – ti piaceva tagliare tutto con precisione maniacale. Eri pieno di premure. Di gesti. Di entusiasmi.

    Ti mettevi a disposizione di me, poi della Laura, delle tue adorate nipotine, di tutti, sempre, fosse un passaggio all’alba all’aeroporto, un qualsiasi treno dovessi prendere, un viaggio di piacere o di lavoro. Avevi una presenza sorridente e positiva. Come quando irrompevi nello spogliatoio – da ragazzino giocavo in una squadra di calcio – e, dopo esserti sorbito la partita, spesso di domenica mattina alle 9 nella periferia della periferia, asciugavi a tutti noi i capelli col phon: “vi ammalate a lasciarli bagnati”. Nessuno poteva scapparti!

    Una foto di te recente.

    Mi hai sempre assecondato in ogni mio progetto – anche il più bislacco (e ce ne sono stati) – con una vicinanza entusiasta. Le tue parole dopo avermi portato a fare un giro in macchina dopo la mia prima grande delusione di amore a 20 anni. Il tuo appoggio nella scelta di fare Lettere. O per il master “sperimentale” a Milano (ricordo la tua faccia perplessa quando ti dissi che il piano di studi del costosissimo corso includeva pittura, teatro e psicanalisi di gruppo!). O per l’acquisto e la lunga ristrutturazione di Bisarno, la nostra casa, per la quale tante volte mi sono trovato solo e arreso, o della prima nostra casina a San Francesco. Tu mi motivavi sempre e comunque. C’eri sempre. Con l’ottimismo dell’azione.

    Spero proprio di averti reso almeno un po’ di tutto quanto mi hai dato. Io ce l’ho messa tutta in questi ultimi mesi quando la tua malattia aveva ormai prevalso. Non penso purtroppo di essere stato troppo bravo, o forte, o solido, come mi dicono dovrei essere in questi momenti. Ultimamente sono in un gran pantano babbo. E anche nelle ultime sofferenti settimane tu invece hai saputo una volta di più fare il babbo, dando coraggio, accogliendo i miei sfoghi e le mie paure. Mi dicevi: “Le cose non sono mai così brutte come sembrano”. 

    E grazie infine e soprattutto anche per avermi dato l’esempio di una storia d’amore fortissima, dolce, vera, come quella con la mamma, e un significato profondo e unico al significato di famiglia. Sono stato uno spettatore privilegiato, sempre in prima fila a bearmi di tutte le vostre coccole. Le nostre vacanze a tre, io te e la mamma quando partivamo in una macchina sgangherata verso il sud e vomitavo più volte lungo il viaggio, voi due che vi baciavate sempre come due fidanzatini – un po’ mi imbarazzavo un po’ ero geloso ma tanto ero felice! – con “Fotoromanza” della Nannini da un juke-box  sotto il cielo stellato della Sardegna. I pranzi i sabato nel cucinotto di via della Repubblica a sentire la classifica delle canzoni alla radio, quando Miguel Bosè e Ramazzotti si contendevano il primato. Io e te le domeniche con una radiolina in due a sentire Tutto il calcio minuto per minuto e i rari gol di Baggio, Borgonovo, Monelli mentre la mamma diceva di spengerla, quella radio!

    Quante note di felicità avete suonato per me? Mi avete fatto sentire sempre un bambino felice, cresciuto in un nido soffice e pieno di amore, di dolci rituali e consuetudini che oggi sono il mio armonioso spartito per sovrastare i rumori del mondo, per essere (meglio: provare a essere) io ora il babbo e l’uomo che sei stato tu. Sarà difficilissimo ma è un proposito che voglio incarnare.

    Buon viaggio babbo. Continua a starmi vicino e grazie di essere stato così. 

    Stessa postura e sorriso.
  • Bucolico. La bellezza e la tristezza.

    Bucolico. La bellezza e la tristezza.

    Un altro week end che un po’ soffoca, agita, racchiude fra le 4 mura, con poche interazioni sociali e troppe malinconie.

    E allora cerchi di distrarti dal pensiero, dalle preoccupazioni, in ogni modo possibile. E io ho questa nuova fissa del giardinaggio che anche nei primi giorni invernali mi continua a dilettare.

    Sabato è stata una bellissima, fredda giornata, mentre ieri, domenica, i colori si sono spenti, ha dominato la nebbia ma non ha piovuto. Certo, ormai fa buio prestissimo, ci avviciniamo alle giornate più corte dell’anno, e questo non aiuta troppo.

    Ma tant’è. Dicevo: contadino della domenica! E del sabato. Sabato mi sono risoluto, dopo giorni di studi attenti e valutazioni paesaggistiche, a comprare e immediatamente piantare, due alberelli di feijoa. Qui qualche approfondimento sulla pianta. Sempreverde, della famiglia dei mirti (che ho, i mirti!), fiori bellissimi e frutti sani e molto gustosi. Mi pare perfetto. Ne ho prese due perché sono una coppia: la feijoa, come il kiwi, non è autofertile e ha bisogno di un compagno per dare frutti. Ci stanno bene, come potete vedere qui sotto, appena piantate:

    Ecco le due feijoa.

    Adesso speriamo si acclimatino. Ma l’effetto e l’integrazione ci sono!

    La domenica invece ho avuto l’occasione di arricchire la mia collezione di agrumi, aggiungendo – grazie a un graditissimo regalo, un qumquat (mandarino cinese) e un pompelmo, alla famiglia già composta di un cedro della Corsica, un chinotto, un limone e un arancio. Limone e arancio, i più grandicelli, sono nella stanza che una volta era la vecchia mangiatoia, con delle grandi feritoie di luce che li illuminano, creando dei riflessi e dei cromatismi spettacolari. Per non dire dei profumi di zagara, i loro fiori, che si sono irradiati nell’ambiente e che emergono anche soltanto a strofinare le loro foglie. La bellezza ci salverà.

    Profumi, giusta luce, bellezza.

    Ah, e infine l’orto, che richiede poco invero di questi tempi – qualche erbaccia da eradicare e poco più – ma che, anche al solo mero farsi osservare crescere, gratifica, e mi permette di passare del tempo con una aiutante speciale.

    Mignola e i cavoli.

     

  • Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Oggi è il primo giorno che sa d’inverno. Dopo tanta pioggia, e vento, e giornate nebbiose, in cui il poco sole dava comunque ancora zampate ubertose, calde, accese, oggi al contrario una splendida luce algida ci ha accolto fin dal mattino presto, quando – di buona ora – ho portato Matilde a scuola, rigovernato i gatti (ormai sono 6…) e perlustrato l’orto.

    L’aria frizzante del mattino mi ha ancorato a terra. Ho stretto il cappotto invernale e ho cercato di scacciare il frustrante ruminio dei miei pensieri che in questi giorni è andato di pari passo col tempo metereologico. Sarà così per molto tempo. Tristezze, paure, inquietudini, rabbie. Ci sono troppe cose che non vanno come dovrebbero.

    Però, talvolta mi accorgo che le situazioni vanno messe in prospettiva. Tutto cambia. Una giornata di luce fredda come oggi mi insegna proprio questo. Tenere duro. Essere centrato, solido e presente. Cercare di valorizzare quello che c’è comunque di positivo in questo periodo. Vivere della bellezza che ci circonda ed essere operativo (gesti, azioni, prendersi cura degli altri, amare i miei amori), lasciando stare le riflessioni che vanno solo a inquinare ulteriormente il mio stato d’animo. E a non negarmi mai la voglia, anche sforzandomi, di continuare a progettare e a fare, sia per il presente che per il domani: piccole cose, nuove pianticelle in giardino, i lavori in muratura fuori nell’aia, cucinare, svolgere bene le mie attività di comunicatore in Ruffino, assaporare le frazioni di felicità che possono nascere, spesso da eventi non considerati o non attesi.

    Eh si. Mi scuso con Pavese per rubargli il titolo di un suo libro-diario, ma vivere è proprio un mestiere, e in questi mesi sto cercando, con fatica ma col mio massimo impegno, di apprendere il più possibile, cimentandomi nella pratica, i segreti di questo “lavoraccio” che tocca a tutti.

    La casa dal basso, incorniciata da mirto, lavanda e biancospino.

     

     

  • 18 novembre 2018

    18 novembre 2018

    Dalla torre, uno sguardo sulla luce bella e malinconica di oggi.

    Oggi compi sessantanove anni. Non sono tanti, babbo, e purtroppo non riusciremo neanche a festeggiarti a casa, visto che da stanotte, allo scoccare del tuo compleanno, sei con l’ossigeno all’ospedale per una crisi respiratoria. Le bambine è tutta la settimana che stavano preparando il tuo regalo per lo speciale pranzo della domenica di oggi: un collage di foto, disegni e pensieri dei bei tanti momenti che hai trascorso insieme a loro. E non capiscono perché oggi non si possa fare festa. “All’ospedale poi si guarisce vero? – come me al Meyer”, sentenzia Costanza. Gli risponderai te, se vuoi. Io le ho sorriso: a che pro contraddirla? 

    Peccato, perché la giornata riesce comunque a regalarmi una strana consapevole bellezza. Non mi fraintendere, l’umore è terreo ma gli occhi sono sempre aperti e la luce di queste ore è divina, nella sua fredda straziante indifferenza. Oggi è un anticipo di inverno e soffia forte il grecale, quel vento freddo del nord che noi qui chiamiamo tramontana. Spira sulla prima neve di stagione caduta in Pratomagno e manda via ogni impurità e foschia dall’atmosfera, restituendo – mentre osservo al caldo della stanza torre le rabide graffiate di eolo – un paesaggio incantato e cristallino, che mi muove sentimenti contrastanti.

    Sai, ogni tanto penso che Bisarno, la nuova casa, mi abbia portato male. Stanno accadendo cose troppo brutte, tutte insieme. Altre volte penso che, invece, senza Bisarno, senza tutto quello che mi ha dato, chissà come avrei fatto e cosa farei adesso. 

    Ne ho approfittato, fra i vari andirivieni dall’ospedale di Ponte a  Niccheri, per trasferire la mia piccola collezione di agrumi in casa. Fa troppo freddo nell’aia. Non è la soluzione ideale portarli dentro ma ancora non abbiamo serre o spazi deputati. E poi, nelle due sale, ci stanno benissimo! L’arancio che mi hai regalato lo scorso anno (ricordi? Eravamo io, te e la Costanza) l’ho posizionato, insieme al limone, sotto i finestroni della sala grande, in due splendidi vasoni di terracotta, mentre il chinotto e il cedro di Corsica, più contenuti di dimensioni, e acquistati alla Mostra dei Fiori a Firenze lo scorso primo maggio – una vita fa – sono nella stanza del camino, sempre sotto la luce calda di due ampie aperture. Il profumo che fanno gli agrumi è balsamico e avvolgente: quando fioriscono le zagare sembra di essere in Sicilia e il solo stropicciare un po’ le foglie fa emergere quei frizzanti aromi di fresco che tanto mi piacciono. E rendono la casa, ormai pronta per l’inverno, ancora più bella e accogliente.

    Ieri peraltro, conscio del cambio di clima che ci avrebbe atteso oggi, mi ero anche indaffarato a piantare alcuni alberi da frutto che aspettavano la messa a dimora: un fico borgiotto, un melo annurco, un melograno e un mandorlo. Era venuto Sauro a fare le buche con l’escavatore il giorno prima, nei posti che gli avevo indicato. Li ho piantati attorno al periplo del nuovo recinto dell’orto, sotto una grigia pioggerella e dietro la supervisione attenta e fiduciosa del gatto Arancino. Adesso si ergono a coronare le coltivazioni sempre più ubertose di cavoli e radicchi, agli e cipolle, porri e carciofi. Sta venendo proprio bello l’orto. Chi l’avrebbe mai detto che dalle mie mani imbranate sarei riuscito a portare vita, ordine e bellezza?

    Ah, un piccolo vezzo sempre per abbellirlo ancora di più: ho comprato al Vivaio anche qualche bulbo di giaggiolo: il mio progetto di orto giardino non può prescindere dal simbolo di Firenze e delle nostre campagne. Oggi questo vento mi impedisce di sotterrarli ma appena queste spire diacciate si placheranno, avrò modo anche di scavare delle piccole feconde buche per questi rizomi gonfi di vita, che ai primi tepori primaverili emergeranno coi loro steli viola fieri e colorati. 

    Del resto, non ho più tanta voglia di vedere persone, di fare cose, di parlare con gli altri.  Mi aggrappo alle bambine e alla Laura (che adesso mentre scrivo sta cucinando con Costanza una torta – sento gli allegri squittii provenire dalla cucina e i caldi vaporosi profumi zuccherosi salire fin quassù – mentre la Mati è andata a giocare da pallavolo, da sola con i genitori di una sua amichetta) e, appunto, al giardinaggio, che mi ancora al presente, senza che pensieri neri e preoccupazioni invadano la mente. O per lo meno ci provo.

    Si va avanti così babbo. Come fai te, lo faccio io, lo facciamo noi. Non è il miglior mondo possibile quello che sto vivendo in questi mesi, non lo è proprio per niente come ben sai, ma la testa è sempre alta e gli occhi rimangono aperti. Aperti. Alla bellezza. Ai sentimenti. Alle persone a cui più tengo. Anche se bruciano. Anche se ogni tanto preferirei chiuderli sotto un cuscino e dormire.

    Si placherà il vento. I fiori sbocceranno.

    Buon compleanno. 

    Ecco limone e arancio in sala!
  • Nebbia.

    Nebbia.

    Nebbia. Qualche uccello in volo. Il ciliegio in riposo.

    Sono giorni di nebbia. Umidi, di quell’umido che ti penetra le ossa, fa starnutire, dolere la gola, inasprire il respiro. La nebbia nasconde i colori di questo strano autunno, non più caldo, ancora non freddo, con fiammanti graffi di arancio – i melograni, i diosperi, i giuggioli grinzosi  – a strappare via questa malinconica cortina grigia. Controluce al mattino si intravedono una infinità di ragnatele, geometriche, armoniche, quasi ipnotiche. Struggenti e bellissime.

    Stamani, poco prima delle 8, mentre Matilde stava finendo di prepararsi, sono scivolato fuori di casa e mi sono messo a fotografarne alcune. Nel muovermi ho spaventato un gruppo di fagiani che si è levato alto dal campo di erba medica, perdendosi in breve tempo nella fitta nebbia.

    Rientrando dall’orto, ho osservato che sono spuntate le prime fave, il cui colore acceso pareva una virgola di luce fluo fra il bruno cupo del terriccio e il grigio fumo del cielo. Una di questi germogli era però disallineato rispetto ai suoi fratellini, ai mie occhi ansiosi di bello quasi turbando il senso estetico del quadro di questo mattino. Io, come volendo allinearmi alle geometrie delle ragnatele e della natura, l’ho eradicato con molta attenzione e ripiantato a un sesto di impianto più scandito.  Una operazione di pura pedanteria, forse, ma che ha restituito un po’ di bellezza in più all’orto. Le fave, alias baccelli, spunteranno e cresceranno durante tutto l’inverno, rilasciando nel terreno azoto, e a marzo mangeremo i loro frutti, in un pesto o con un pecorino fresco. Marzo, agli albori di una primavera che oggi è molto lontana. Intanto ci teniamo stretti la nebbia.

    Nebbia, Giovanni Pascoli.

    Nascondi le cose lontane,
    tu nebbia impalpabile e scialba,
    tu fumo che ancora rampolli,
    su l’alba,
    da’ lampi notturni e da’ crolli,
    d’aeree frane!

    Nascondi le cose lontane,
    nascondimi quello ch’è morto!
    Ch’io veda soltanto la siepe
    dell’orto,
    la mura ch’ha piene le crepe
    di valerïane.

    Nascondi le cose lontane:
    le cose son ebbre di pianto!
    Ch’io veda i due peschi, i due meli,
    soltanto,
    che danno i soavi lor mieli
    pel nero mio pane.

    Nascondi le cose lontane
    Che vogliono ch’ami e che vada!
    Ch’io veda là solo quel bianco
    di strada,
    che un giorno ho da fare tra stanco
    don don di campane…

    Nascondi le cose lontane,
    nascondile, involale al volo
    del cuore! Ch’io veda il cipresso
    là, solo,
    qui, quest’orto, cui presso
    sonnecchia il mio cane.

    Una ragnatela nel corbezzolo in fiore.
  • Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    La bellezza del caco e del cielo di novembre.

    Oggi è stata una domenica di tempo uggioso ma sufficientemente stabile per consacrarla al lavoro nei campi. 

    Di buon mattino, io e la Mati abbiamo fatto la nostra colazione e, in concomitanza con l’arrivo del NonnoCiccio, affaccendato nelle stuccature della facciata, ci siamo vestiti adeguatamente e proiettati verso una divertente e faticosa organizzazione dell’orto.

    La facciata esterna a cura di Nonno Ciccio. Stuccatura con biocalce.

    Di lì a poco ci ha raggiunti anche Costanza. Gli obiettivi erano alti. Zappare nuove porche per nuove piantine, togliere le infestanti, spostare sassoni che avrebbero infastidito la futura rete dell’hortus conclusus (quello chiuso, un’altra abbondante parte è extra-vagantes sotto il porcile), trattare cavolo nero e cavoletti dalle insopportabili cavolaie, spostare i piccoli sassi emersi dalle zappate.

    Alle 11 circa sono arrivati anche i Nonni Sorelli, cibo-muniti (con un baccalà alla livornese squisitissimo, il cui sugo pomodoroso ha intriso le patate alla perfezione), per allestire un pranzo della domenica robusto e saporito, arricchito anche di prodotti dell’orto, fra cui le bietole del nostro campo saltate, i pomodori e i carciofi in padella. 

    Matilde e il melograno.

    Dopo pranzo abbiamo ripreso i lavori, ininterrotti fino al buio, le 18 circa.

    Poco prima di merenda, e con una merenda speciale (un gustosissimo, e di cui io sono ghiottissimo, castagnaccio!), si è presentata a Bisarno anche la Zia Dada. Ci siamo quindi fermati sui gradini della scala che conduce all’orto e ci siamo mangiati il castagnaccio e schiacciato qualche noce. La Zia Dada ha poi eseguito una classica partitura delle sue visite in loco: la ricerca della bietola selvatica, che qui cresce abbondante al punto che ci siamo riempiti il frigorifero, coste delle bietole incluse. Le bambine dal momento dell’arrivo della Zia Dada si sono inevitabilmente dedicate al gioco con la loro compagna di giochi preferita, abbandonami alle mie fatiche. La Nonna Za si era messa a spazzare l’aia dal fogliame ormai caduto, seguita passo passo dal gatto Arancino, in perpetua ricerca di carezze (un gatto che si comporta da cane) e io sono rimasto solo nei miei campi, perso e concentrato nel mio lavoro, fra zappa, vanga, piccone, piantine, semi, sassoni e sassini, erbacce di ogni tipo. Zero pensieri e sudata fatica.

    La bellezza che nutre.

    Alle colture già piantate di cavoli, radicchi rossi e cicorie, abbiamo aggiunto il finocchio, lo spinacio, l’aglio e l’aglione, i baccelli, la cipolla rossa, i carciofi toscani e i carciofi violetti, oltre al porro gigante. Tutte ordinate in file capaci di restituire una struggente bellezza, perché nello stesso cono ottico della casa che si stagliava sullo sfondo.

    Sono tutte prime volte per me. Nella scelta delle verdure ho chiaramente seguito le esigenze stagionali e i gusti personali. Vediamo quel che accadrà. Io ci ho buttato tutto me stesso e, stasera mentre fuori diluvia e scrivo la cronaca della giornata, la mia schiena, così come le braccia e le gambe, sono indolenziti e pesanti. Però sono soddisfatto: tutti si sono divertiti, Bisarno ha saputo accogliere anche oggi tante identità, ognuno con la propria esigenza, e gli spettri che aleggiano sopra di noi sono rimasti in disparte.

    Una giornata che potrei definire, mutuandola dalla psicologia, di pienezza, di consapevolezza, di mindfulness. Per noi come famiglia una splendida domenica di lavoretti di campagna.

    Uno sguardo all’orto di sera.
  • I progressi inconsci.

    I progressi inconsci.

    Il fienile e il nocio visti dalla torre.

    Dal 14 agosto abbiamo congelato volutamente tutte le nostre attività di ristrutturazione di Bisarno, in una attesa stordita e catatonica di un qualcosa che avevamo e ci era sfuggito fra le mani. Quel qualcosa non tornerà più e lentamente, dopo un mese, un mese e mezzo, di complicati e sterili arrovellamenti mentali di quello che ci è accaduto e di quello che dovremo vivere, la nostra vita, in parte pilotata dal nostro inconscio più profondo e dall’esempio di alcune persone meravigliose che ci circondano (due di loro molto piccole, ma solo di età!), ha ricominciato il suo fluire, un suo corso attivo dal sapore agrodolce ma che non disdegna piccoli profondi attimi di felicità.

    E anche quei lavori che avevamo sanciti come stoppati, in realtà – piccolo lavoretto dopo piccolo lavoretto, piccolo sforzo dopo piccolo sforzo – oggi si palesano come significativi passi in avanti.

    La facciata di ingresso di Bisarno è stata stuccata per circa metà della sua ampiezza: sono state prima ripulite le vecchie murature, poi sono state rifatte alcune murature, e infine nelle fughe, negli interstizi fra pietra e pietra è stato messo la biocalce, che dona alla casa quel meraviglioso legante color ecrù fra il grigio del galestro, il bianco dell’alberese e il granato del mattone.

    Il caco e la facciata esterna, in progressiva stuccatura.

    Abbiamo poi ereditato dalla casa in Casentino che era dei nonni materni, un luogo dell’anima e che tanto mi ha ispirato – per l’acquisto di Bisarno, per il libro La Toscana di Ruffino, per il blog, per la mia idea di famiglia – alcune mobilia che ho trasferito da Borgo alla Collina, a settembre, nella sala grande di Bisarno, quella che al momento della ristrutturazione di Bisarno era ancora una stalla, mangiatoia inclusa: un bel divano in legno massello e midollino; una fratina per le nostre occasioni gastronomiche invernali; un mobile stile anni Trenta che, ad aprirne i cassetti, mi fa stringere il cuore perché odora di nonna, di vita di trent’anni fa a Borgo, di un me piccolo che giocavo a Scarabeo con la nonna, la zia Carla e una quarta persona della quale i fogliolini coi nomi, scritti di mio pugno giovanile, ritrovati dentro la scatola ancora integra non mi permettono più – ahimè – di ricordarne l’identità.

    Uno sguardo della sala “casentinizzata”.

    Poi abbiamo le nuove piante: non c’è niente di più ancorante al presente che dedicarsi al proprio orto-giardino e lasciare una traccia attraverso la messa a dimora di nuove colture, soprattutto quando i lavoretti sono eseguiti con le bambine e i gatti ad assisterci. Raccogliere le noci nella terra umida, gonfie di pioggia e odoranti di balsamico, con le mani che si sporcano di quel nero che non va mai via, è un esercizio di presenza fortissimo. E ho provato a far mettere radici a tante verdure invernali, sperando che i fortunali di queste ore non abbiano dilavato troppo il terreno. E poi abbiamo tre nuovi alberi, che si affiancano agli altri: due ciliegi e un pero. Ancora piccoli astoni sotto i tre anni ma che, in futuro, regaleranno frutti e già adesso la bellezza. La bellezza è essenziale.

    Infine lo studio: la necessità di Laura di trascorrerci molto più tempo, e comunque l’opportunità di avere una base di appoggio di lavoro, lo ha reso vivo, elegante, professionale e caldo, col tavolo-ragno, che io avevo disegnato e fatto sviluppare per la casa precedente di San Francesco, ad accogliere atti e fascicoli.

    Andiamo avanti. Senza troppo pensare. Concentrati per quanto difficile sia su questo presente che ha solo nascosto, ma non distrutto, le tante occasioni di felicità della nostra vita.