Anno: 2019

  • Tel Aviv

    Tel Aviv

    Io e Giovanni sul lungomare

    Dopo un risveglio all’alba e una infinita e scrupolosa catena di controlli, siamo qui al Ben Gurion, aeroporto di Tel Aviv, in attesa dell’imbarco del volo verso Istanbul e poi Bologna e, poi, casa.

    É un rientro sereno, dopo giorni intensi e molto belli. Ieri é stata una giornata massacrante, con due eventi consecutivi fra pizza e vino, a portare, preparare, parlare, di uno spaccato di italianità in Medio Oriente, in questa città che ci ha accolto da subito: frenetica, caotica, contraddittoria e piena di colori e profumi.

    Passeggiando nel porto di Jaffa

    Non é stato complicato far passare il concetto italiano del gusto di stare insieme, con cui raccontiamo e promuoviamo Ruffino, in una terra sincretica e a suo modo inclusiva che ha visto incontrarsi (e spesso purtroppo anche scontrarsi) e culture e religioni e popoli nella sua storia millenaria. Il Medio Oriente é una zona che sento particolarmente vicina e affina al mio modo di essere e vivere la vita. Sono bastati pochi giorni, e pochissime occasioni sottratte ai ritmi di lavoro, per immergermi fra le coloratissime e saporitissime meze al mercato di Carmel, accecarmi di luce e storia fra le vecchie case in tufo del porto di Jaffa, capire la voglia di una identità comune di Israele, uno stato nuovissimo, nel Museo di Arte Moderna.

     

  • Ruffino Cares, rieccoci.

    Ruffino Cares, rieccoci.

    Lo scorso anno era stato uno dei progetti che mi avevano lavorativamente travolto, un po’ come era stato il libro l’anno prima: l’ideazione e lo sviluppo di Ruffino Cares era stata una pagina felicissima della scorsa primavera.

    Durante l’inverno Ruffino Cares, l’evento nato appunto per educare a un consumo di vino responsabile, aveva poi proseguito la sua crescita, fino a diventare marchio-contenitore di tutte le iniziative, i progetti, gli investimenti che Ruffino dedica alla responsabilità sociale d’impresa: la produzione sostenibile, la beneficenza e, appunto, il bere responsabile.

    Con l’estate esplosa finalmente in questi giorni, eccoci al nuovo Ruffino Cares fiorentino: l’idea che soggiace Ruffino Cares è semplice: ancorare il vino, e il nostro marchio, a dei contesti di piacevole e gustosa convivialità, che sono naturalmente e storicamente “responsabili”, nonché tratti essenziali di Ruffino che dal 1877, col fiasco, col suo modo di essere popolare, ha sempre recato con sè questi valori.

    Perché secondo Ruffino bere vino significa elevarsi nel piacere dello stare insieme e non isolarsi negli eccessi, nella convinzione che il vino sia una delle più alte espressioni del vivere italiano ma che, tuttavia, lo si debba sempre trattare e rispettare come bevanda a base alcolica e, come tale, potenzialmente dannosa se consumata in modo irresponsabile.

    Quindi, anche quest’anno saremo presenti per tutta la stagione estiva nella Piazzetta dei Tre Re, uno scrigno urbano incastonato fra Piazza della Repubblica e Via dei Calzaiuoli, con il nostro “cuore verde”, i vini e le biciclette con cui educare giocando. Inoltre, ogni mercoledì sera, a partire dal 19 giugno e fino a settembre inoltrato, si svolgeranno i nostri convivi, i nostri wine talk, in cui, calice in mano, ci diletteremo in piacevoli conversazioni a tema. Durante i talk cercheremo di rievocare, con guizzo ironico e informale, un simposio etrusco di giochi, cibi e piaceri, o una ciarliera tavolata contadina col pane sciocco e il fiasco, o la raffinata corte medicea di Leonardo da Vinci prima e Caterina dei Medici poi, che ci hanno donato la forchetta, la tovaglia e le buone maniere, sublimando l’alimentazione in gastronomia. In uno di questi parlereremo, io e la mia amica Helen, di Shakespeare e Dante.

    Come lo scorso anno, poi, la biciclette di Ruffino Cares, un altro dei grandi simboli di Ruffino Cares, mezzo “green” per antonomasia, pedaleranno verso altri grandi eventi de L’Estate Fiorentina. Dal Musart in Piazza Santissima Annunziata di metà luglio, al Florence Folk Festival di fine luglio alla Ex Manifattura Tabacchi, per poi approdare a settembre al Jazz Festival di Firenze (e, ovviamente, nel “natio borgo selvaggio” di Pontassieve, durante Cookstock), sarà possibile interagire con le biciclette Ruffino Cares, partecipare ai talk, degustare i vini Ruffino, quorum la nuova linea “bio”, in un crescendo di eventi e iniziative che vivrà anche fra le piazze virtuali attraverso i nostri consolidati hashtag: #ruffino #ruffinocares #latoscanadiruffino e #lavitaruffino.

    Vi aspetto…

     

  • Sotto la pergola un venerdi sera.

    Sotto la pergola un venerdi sera.

    Ci sono dei giochi di incastri in questa immagine…

    E’ la prima serata afosa di questa fine primavera che, dopo aver saputo di autunno piovoso, ha repentinamente virato al bello umido e soleggiato, anticipando l’estate.

    Meglio comunque il caldo delle continue pioggie. E stasera mi godo una delle prime lunghe serate in giardino. Abbiamo una amica della Matilde a cena e a dormire, la Mignola da mia mamma, e noi, dopo aver mangiato un succoso barbecue, e assecondato il cammino verso il letto delle bambine, ci siamo insediati sotto la pergola.

    Musica, qualche lettura, e io che ne ho approfittato per portare avanti il lavoro, concentrandomi su una presentazione per dei meeting coi capi d’oltreoceano previsti da metà della prossima settimana. E, visto che back office ne potrò fare poco nei prossimi giorni, ne approfitto per questa sessione addizionale e defatigante di lavoro a casa, mentre il maestro Franco Battiato zufola le sue parole magiche dalle casse montate sulla pergola. Una situazione per niente malvagia, se non fosse per le mie cosce nude aggredite dalle zanzare e che si appiccicano alla sedie facendomi imprecare ogni volta.

    E mentre scrivo mi si è riaperta una galla piena di pus, retaggio delle mie zappate in campo. E oggi non sono riuscito neanche a tagliare l’erba, che sta crescendo a gran velocità. Ma stamani mattina mi sono proprio realizzato cogliendo i primi carciofi e i fiori di zucca, con zucchine, della stagione.

    L’orto comincia a dare, finalmente! Si comincia anche a vedere qualche sparuto pomodoro verde…

    Domani mi aspetta una giornata piena, pur essendo sabato, fra visite ospedaliere e tanti lavoretti che mi attendono a bassa quota, chino nei miei campetti, osservato dal ghigno beffardo dei due spaventapasseri e del mio gatto Arancino, sempre a me vicini.

    Mi accorgo di avere “fame”, di non voler più sprecare niente, di essere sanamente aggressivo verso la vita…

  • L’Antica Grecia. Dioniso, lo spirito dionisiaco e il simposio. La storia del vino. Parte 5.

    L’Antica Grecia. Dioniso, lo spirito dionisiaco e il simposio. La storia del vino. Parte 5.

    Il nostro mirabolante viaggio nel tempo fra le civiltà perdute approda adesso a lidi più noti: siamo nel primo millennio avanti Cristo e ci troviamo in Ellade. L’antica Grecia. Vino e convivialità trovano una prima definitiva consacrazione.

    Intanto, in tutta la Grecia, isole incluse, la vite è coltivata con grande maestria. I Greci sono i primi grandi coltivatori di vite da vino della storia: i primi precetti agronomici provengono proprio da studiosi greci.

    L’invenzione del vino è attribuita al dio Dioniso. Dioniso vaga per il mondo portando con sé il vino con un corteggio festoso e dissoluto di menadi, satiri e sileni. Il vino è correlato alla vita sessuale e al divertimento. Dioniso veniva celebrato coi riti dionisiaci, delle vere e proprie…orgie.

    Il vino nella cultura greca è stato al centro della definizione psicologica del cosiddetto spirito dionisiaco, in opposizione, come modelli psicologici ancora oggi studiati, allo spirito apollineo. Lo spirito apollineo spiega la realtà tramite costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando l’essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo. Lo spirito dionisiaco rappresenta l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, l’elemento primigenio del cosmo, l’irruzione spirituale della zoé greca, ossia l’esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.

    Henri Matisse, 1910, La Danza, Hermitage

    In parallelo ai riti dionisiaci, ai greci si deve la prima canonizzazione di uno dei momenti conviviali cardini di tutta la civiltà mediterranea, il simposio. Il simposio è uno dei momenti più raffinati di fruizione del vino. E’ officiato da un simposiarca al cospetto dei simposiasti. Durante il simposio si danza, si discetta di letteratura, si canta e si gioca (fra cui il famoso cottabos). Si mangia anche. Le donne non sono ammesse, l’ars amatoria è consumata fra uomini o con schiave, artiste, prostitute. Da evitare l’hybris (l’eccesso, la tracotanza) del terzo bicchiere.

    In un attimo, un breve tragitto navale e si arriva nella Magna Grecia e da qui nella nostra Roma.

  • Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Dal dizionario della lingua italiana si legge: mezzule [meẓ-ẓù-le] s.m. (pl. -li), doga al centro del fondo anteriore della botte, dove è inserita la cannella. Per esteso, apertura di varia grandezza, fornita di sportello, presente nel fondo della botte.

    Ecco qua un vecchio mezzule.
    Ed ecco delle botti di legno con mezzule

    L’età moderna, con le mutate necessità igieniche sanitarie, lo ha fatto quasi scomparire, sostituendolo da chiusure in alluminio. Il mezzule resta oggi solo uno splendido oggetto di fattezza artigianale, spesso di mano contadina (se questa abile anche in carpenteria), a uso di mercatini del vecchio, mostre dell’artigianato, riuso nostalgico sotto forma di portachiavi da parete etc.

    A Bisarno abbiamo provato a ridargli una nuova vita: stessa funzione dei tempi che furono ma liquidi diversi…Con la stessa logica avevamo recuperato una antica vasca di cemento di vinificazione, collocabile fra gli anni 50′ e gli anni 70′, che avevamo insertato lungo un muro di terrazzamento, come se questa fosse una parte del muro stesso. Anche le vasche di cemento, se non per ritorni modaioli (e comunque vetrificate al loro interno per motivi igienici), sono pressochè scomparse nei sempre più sofisticati kit di vinificazione a disposizione delle aziende vinicole.

    Qui la botte in uno sguardo d’insieme. Come si vede, c’è un buco, una sorta di bocca.

    In questa vasca di cemento, luogo dal cui apice troneggia spesso padronale il nostro gatto arancino e attorno cui scorrazzano gioiose le mie Upupole, c’era un buco, un buco in cui una volta insisteva il mezzule. L’idea di valorizzazione della vasca di cemento e il suo “restituirla a nuova vita” prevedeva quindi il ritrovamento di un mezzule, la trasformazione della cannella del vino in una cannella per l’acqua, per irrigare, e – non ultimo – un elemento di appoggio, un lavandino, per contenere l’acqua. E non poteva essere un lavandino di ceramica. Quindi, siamo andati alla ricerca, nelle cave in zona, dai robivecchi, di una ciotola contenitiva da appoggiare ai piedi della botte di cemento per contenere il futuro zampillo d’acqua dal futuro mezzule antico…e lo abbiamo trovato in una cava a pochi chilometri da qui, abbandonato, crepato e mangiato dal muschio.

    Il lavandino sotto la botte

    Adesso mancava, dopo un ulteriore aggiustamento al lavandino (stuccarlo, rifinire le facce mancanti o spezzate etc.), il mezzule, il protagonista di questa storia.

    Ed ecco il lavabo in pietra dopo la stuccatura…

    Dopo aver vagliato un paio di opzioni di vecchi mezzuli recuperabili e in vendita da privati, mio suocero si è offerto di farlo ex-novo (“icchè ci vole…”) e dopo un tempo che a me è parso infinito eccoci con il lavoro pre-finito, pronto per essere installato, verniciato, adeguato a una antica cannella (anche questa, come il lavandino, antichissima, e utilizzata per le botti del vino).

    Il mezzule grezzo

    Ed eccoci qua. Una botte di cemento antica e inserita nel muro. Un vecchissimo lavandino in pietra. Una cannella originale proveniente da una botte del vino. E un mezzule rifatto ad hoc. Un recupero in tutto e per tutto! Ora tutto è pronto per lavare gli ortaggi e annaffiare l’orto.

    Ecco conclusa l’opera!
    E oggi ci ho lavato qualche verdura
  • L’umorismo, gli Ebrei e la Bibbia. La storia del vino. Parte 4.

    L’umorismo, gli Ebrei e la Bibbia. La storia del vino. Parte 4.

    Sollecitato dai commenti positivi di un amico che ha recentemente letto i vecchi post (qui la prima parte, qui la seconda, qui la terza), è con piacere e con colpevole ritardo che intendo continuare, dopo oltre due anni e mezzo, un progetto che mi sta a cuore: raccontare in forme spigliate e leggibili, non pedanti o cattedratiche, la storia del vino, e dimostrare, strada facendo – 100000 anni circa! -, come il vino sia davvero la “molecola della civiltà” e che, a noi toscani, e per traslato, a noi italiani ci ha plasmato i geni, ancorandoci, grazie, come vedremo, agli Etruschi, a Leonardo da Vinci, a Caterina dei Medici, ai contadini, a tutti coloro che hanno scritto queste pagine di storia appunto, a un consumo di vino naturalmente responsabile, legato a una convivialità informale, gustosa e legato al bello.

    Dopo quello che avevamo scritto sull’antico Egitto, più o meno nello stesso humus geografico, più o meno nello stesso periodo, ma con rappresentazioni piuttosto diverse, il vino e la sua fruizione ritorna protagonista nel popolo di Israele, nella bibbia e fra la cultura e la religione ebraica.

    Siamo circa nel 2000 aC e nella cultura ebraica l’invenzione del vino viene attribuita a Noè che, appena trovato terra sul monte Ararat (Turchia) dopo il diluvio, pianta la vite e si ubriaca del vino prodotto, restando poi nudo di fronte a Cam che lo riferisce ai fratelli Sem e Jafet (Genesi, 9, 20-25).

    Ebbrezza di Noè – Michelangelo Buonarroti, 1509 – Roma, Cappella Sistina

    Nella cultura ebraica tradizionale il vino è l’anima della festa, che sia la celebrazione della Pasqua ebraica, lo «Shabbath» o le feste del tabernacolo («Sukkat») anticamente festa della vendemmia, per non dire del paradigmatico Matrimonio Ebraico. La fruizione del vino non è mai smodata (l’ebbrezza è pericolosa e sacrilega cfr. Incesto di Lot, Genesi 19, 1-11) ed è inserita in un modello gnoseologico fondato sull’umorismo: riso atrabiliare, relativizzante, diasporico e formativo. L’umorismo è una tematica a me particolarmente cara: vivere la vita con umorismo significa un “berci su per sdrammatizzare”, ma senza mai perdere la lucidità, riuscire a ridere di sé e delle proprie miserie. Un po’ come ha fatto il popolo ebraico. Anche fra gli ebrei contemporanei: vi siete mai gustati un film di Woody Allen?

    Nella Bibbia, testo sacro della religione ebraica e poi cattolica, il vino è del resto al centro del simbolismo cristiano (la parola “vino” ricorre quasi 230 volte nella Bibbia): “Io sono la vite voi i tralci“; vite come albero messianico: quando Giosuè (Mosè aveva dubitato) arriva nella terra promessa la trova «ricca di vigne»; il sacramento dell’Eucarestia (vino come sangue di Cristo) istituito durante l’ultima cena; infine nel miracolo delle nozze di Cana. Episodi che mostrano ancora una volta come il vino sia fondante, sia a livello simbolico che per le sue virtù aggregative e teofaniche, di ogni civiltà in cui sia stato prodotto e consumato. Ma è solo grazie all’Antica Grecia e agli Etruschi che il vino riuscirà ancora di più a incarnarsi nelle vita delle persone, proseguendo il suo viaggio di autodefinizione come cardine, molecola di civiltà.

  • È arrivata l’estate.

    È arrivata l’estate.

    Il mio sentierino.

    È arrivato giugno e quel caldo estivo che attendevamo con ansia. Come temevamo, ci siamo bruciati la bella stagione, la primavera con le sue temperature dolci di giorno e fresche le notte. Non ci lamentiamo: nessuno sopportava ormai più la pioggia continua che ha accompagnato tutto maggio.

    Siamo arrivati a riprenderci la stagione che lo scorso anno avevamo interrotto a metà. Lo facciamo profondamente cambiati, Laura ancora con lunghe cure da sostenere, ma la voglia davvero di vivere questa nuova vita, diversa, che ci ha ferito, ma che ci ha anche aspettato e che nostro malgrado si è fatta desiderare più di prima.

    E noi viviamo. Abbiamo comprato degli splendidi cuscini per i divani in ferro battuto sotto la pergola. Quest’anno ho concesso a colture unicamente ornamentali, fiori in vaso, di adornare il giardino, per il puro onanismo di godere della bellezza dei fiori. Ho un orto che mi mangia tempo e mi restituisce serenità, e lo curo con dedizione e con a fianco un sornione gatto arancione. Sono state murate le ringhiere in ferro battuto, trovate a Forlimpopoli qualche settimana fa nella mia caccia al riuso. Mi sto perdendo nei dettagli e nei particolari, convinto che la bellezza ci possa nutrire. E sabato mi sono anche dilettato a sviluppare un sentierino con le lastre di pietra lungo il prato, e mi è anche venuto bene: sono percorsi storti e sghembi, come spesso mi trovo mio malgrado o scientemente a dover intraprendere, ma va bene così.

    E domenica, ieri, abbiamo dato una festa per la classe di Matilde: Matilde e anche Costanza felicissime e noi orgogliosi di far vivere ai nostri amici l’aspetto più essenziale e magnetico di Bisarno, la sua naturale ospitalità. È stata una faticata, io ero già febbricitante e Matilde lo è da oggi, ma ne è valsa la pena. Penso che fino allo scorso anno sarei stato io per primo meno aperto a eventi come questo e avrei fatto prevalere il mio L ato musone e un po’ misantropo, attitudini che di solito riservo al mio io privato mentre al lavoro appaio l’esatto contrario. Invece ho accolto la proposta di Laura e vissuto con piacere questa occasione per stare insieme ad altre persone, accettando finanche con atipica filosofia che i bambini giocanti mi pestassero nelle loro scorribande qualche piantina…quantum mutatus ab illo.

    Le mie bambine in attesa (trepida) della festa
  • La pioggia e il gatto Arancino

    La pioggia e il gatto Arancino

    Pioggia oggi. Pioggia ieri. Pioggia ieri l’altro, di domenica. E pioggia anche domani. Poi, con giugno oramai alle porte e con la primavera, quella che ci piace, dei 22-24 gradi soleggiati, probabilmente ormai andata senza mai mostrarsi, dovrebbero arrivare il sole e le alte temperature. E la nostra vita procede con le stesse attese: di un sole placido che ci asciughi da un autunno duro, un inverno durissimo e da una primavera molto incerta e bagnata.

    La pioggia che sta battendo in questi giorni, accompagnata da temperature comunque primaverili, ha permesso alla natura attorno casa di esplodere: domenica sono riuscito a raccogliere dei carciofi, i primi della mia carciofaia che, uniti a fave ormai gigantesche, lunghe quasi due mani unite, ha costituito la base per una mondiale pasta con le fave e i carciofi, con la quale – insieme alla nostra salvia fritta – anche questa enorme – abbiamo dato il benvenuto a degli amici di Genoa (visto il tifo, sono sicuro che preferiscono che chiami così la loro città, belin!) venuti in visita a Bisarno.

    Sono uscite anche le prime zucchine e relativi fiori, mentre le altre mie grandi passioni, i pomodori, i basilici e i peperoncini, stanno ancora un po’ subendo il ritardo di stagione ma, tutto sommato, resistono, in attesa del sole ubertoso: proprio come noi.

    E in questa lenta rinascita il rapporto col gatto Arancino, Orange per gli amici, Scianchi per altri (abbreviazione di sciancato: cammina un po’ zoppo perchè probabilmente si è spezzato una zampetta) si è fatto più evoluto. Ormai è il quinto membro della famiglia: si cappotta per farsi coccolare, ci accoglie miagolando quando rientriamo, ci segue fiduciosi in ogni nostro spostamento e, da qualche giorno, stiamo lentamente provando a farlo entrare in casa. E lui gradisce, eccome…

  • Il fico e il muro

    Il fico e il muro

    Un’altra settimana é trascorsa. Vento, sole, pioggia. Temporale, nuvole, nebbia. Una instabilità climatica che ha reso questo maggio uno dei più freddi e piovosi degli ultimi cent’anni e che accompagna le incertezze e gli alti e bassi che caratterizzano la nostra vita.

    Intanto, il muro della porcilaia, quello che separa l’aia al piano inferiore, é concluso e siamo riusciti a preservare un virgulto di fico spuntato fra le crepe dirute della precedente muratura.

    Quel fico mi era piaciuto da subito. In fondo rappresenta una grande metafora, quasi un insegnamento di resilienza per tutta la mia famiglia. Si vive anche nelle difficoltà. Si cresce forse grazie a queste. Ci si aggrappa con tenacia dove palpita ancora un po’ di vita, persino da una fessura di terra incastonata nella scabra pietro, in un danzante equilibrio verticale. Spero proprio che il fico continui a crescere, apprezzando che lo abbiamo rispettato e attorno al suo snello fusto lasciato un po’ di quella terra che per lui é vitale.

    Come stanno esplodendo tutte le piante e i fiori di Bisarno. Noi ci stiamo predisponendo ad accogliere al meglio la primavera che sarà, anche se in parte la primavera é già piovosamente scivolata via.

    Come il nostro fico, ci faremo piacere la pietra e le durezze.

  • Una pioggia ubertosa.

    Una pioggia ubertosa.

    Pioggia sulla pergola.

    Ancora un fine settimana di pioggia. Una pioggia diversa, sana, che ho imparato a riconoscere e distinguere a forza di subirla chino nel campo, nei giorni in cui posso dedicarmi al mio orto e al mio giardino. Questa di oggi mi pare una pioggia piacevole, ubertosa, che non impedisce  cinguettio degli uccelli, che non chiude i papaveri, che non costringe i gatti a cercare riparo, che bagna ma non allaga o bucherella le piantine.

    E si che ne è venuta tanta. Sentirsi la pioggia addosso, dopo anni in cui mi infastidiva anche una sola stilla nei miei pochi capelli, mi ha riportato agli anni del calcio, quando ci si allenava in campi di terra e pietrisco che diventavano mota e lamette, ed era divertente infangarsi dalla testa ai piedi, sentirsi vivi, e poi la doccia calda, e poi dalla nonna per la merenda fuori orario con un pacchetto di Rigoli nel latte e cacao e Bimbumbam a intrattenermi su Italia1 e poi arrivava mio babbo a riprendermi.

    O, più recentemente, questa pioggia primaverile che mi tamburella mentre sto con le piante, mi riporta a una lettura di un paio di anni fa, quando ancora Bisarno non era pronta e io mi stavo formando sui libri alla vita di campagna: L’orto di un perdigiorno, di Pia Pera, dove in uno dei capitoli si parla di una giornata piovosa trascorsa fra i profumi, i rumori e la vitalità dell’orto e del giardino. Un momento di profonda intesa con la natura. Li per li mi erano sembrate parole un po’ letterarie, quasi dannunziane, ma adesso che certe sensazioni le ho esperite sulla mia pelle, le ho riconosciute come vere, vibranti, ne ho percepito la bellezza timida ed elegante, quelle pagine le sento ancora più mie.