Anno: 2020

  • Il più bell’anno della mia vita

    Il più bell’anno della mia vita

    Giocando a nascondino

    Oggi salutiamo il 2020. Un anno che mi tengo stretto e a cui sarò affezionato per sempre. Non voglio apparire irriguardoso per chi ha subito il covid, la pandemia e gli effetti sanitari ed economici correlati, ma io ho avuto il mio annus horribilis, il 2018, e questo 2020 mi ha restituito tanto, non tutto ma sarebbe impossibile, di quanto tolto allora. Lo dico sottovoce, non tanto per gli altri, ma per me, per la scaramanzia, per paura di riprecipitare in quel buco nero dove ero finito. Ma forse, quel buco nero mi ha insegnato a vedere baluginii di luce in tutte le situazioni, anche quelle inquadrate come buie dalla stragrande maggioranza delle persone.

    Al lavoro, non vi sono dubbi che sia stato il mio miglior anno. E’ stato l’anno della consacrazione de Le Tre Rane, del mio primo anno intero da capo della brand experience che ha portato grandi risultati, dal ristorante appunto – la nuova pergola alla riapertura un fiore all’occhiello! – all’hotel e anche della neonata enoteca Bottega del Vino con le sue dinamiche: che ganzata il bar a vin! E nelle difficoltà sono nati progetti di cui abbiamo tratto tanto: le dirette Facebook, il delivery Cappuccetto Rosso, il delivery de Le Tre Rane, il cinema sotto le stelle di Poggio Casciano, la serata jazz, la meravigliosa corsa coi pacchi di Natale (che emozione!), il posizionamento creativo Vivere di Gusto e gli spot girati, i video, il webmagazine viveredigusto.it, tutte iniziative  che sembravano impossibili, che sono state invece realizzate e che hanno funzionato: il pic nic, il cinema, il jazz. Ma anche le attività fuori sede: che dire delle Serre Torrigiani e del Lato B?

    Ho viaggiato meno, ovviamente, ma i primi 2 mesi sono stato in Asia e poi negli Stati Uniti, due trasferte meravigliose e piene di spunti professionali e, come sempre, anche umani, e a Torino, a familiarizzare con la brand experience di Lavazza, e a farmi venire delle voglie e idee che si sarebbe concretizzate nei difficili mesi a venire…

    E poi la vita familiare. Abbiamo iniziato l’anno alla grande, ossequiando la nostra passione per i viaggi: Torino, Vienna e poi Briancon in Francia. Da marzo, causa primo confinamento a casa, ci siamo ritrovati noi quattro e la nostra casa. Crostate, mangiari, film, libri, ortismo, vino, un rinnovato feeling con tutte, Upupol e dolciastra metà, felino Orange incluso. Sono arrivate anche due galline e un gallo, sono proseguiti seppur lentamente i lavori di ristrutturazione di Bisarno – altri sono stati progettati, altri conclusi, come la funzionale e bella torre-studio – e quando l’estate ha allentato il contagio, abbiamo fatto due spettacolari vacanze in auto, prima a Baratti e poi nella Sicilia sud orientale, passando dalla Calabria e da Matera, vivendo il presente, carpendo l’attimo, come mai, almeno personalmente, avrei saputo fare. E questo lo devo – non è parodosso – al 2018.

    Il 2020 è stato anche l’anno in cui ho ritrovato il mio grande amore: le storie. Mai come quest’anno mi sono reimmerso passivamente fra poesie, favole, libri e film, e anche attivamente scrivendo…il blog, pensieri, scrittura pubblicitaria, il webmagazine, scattando foto…

    L’anno che verrà avrà un lascito pesante. Non ci sono dubbi. Io intanto me lo tengo stretto come l’anno più bello della mia vita!

     

  • Il quarto magio

    Il quarto magio

    Una perla, uno zaffiro, un rubino: sono i tre doni del quarto magio Artaban, che mai arrivò mai alla mangiatoia per aiutare i bisognosi durante il suo cammino. E così, mentre il mondo celebra la mirra e gli albi d’oro, noi Viola godiamo, e tanto, per lo 0-3 estemporaneo, unico e irripetibile dell’altra sera quando una delle più derelitte Fiorentine di sempre ha demolito la tracotante Juventus dei 9 scudetti di fila. E ci ritorna in mente la storia di Artaban, il quarto magio.

    Tutti infatti sappiamo dei tre magi che portarono doni al nascituro a Betlemme. Mentre quasi nessuno conosce la storia, poco raccontata, di Artaban, il quarto magio, che mai arrivò alla mangiatoia e che nessuna iconografia da Presepio mostra mai.

    Pur viaggiando almeno inizialmente con gli altri re, Artaban, che recava pietre preziose, si imbattè, nel suo lungo cammino guidato dalla stella, in dei bisognosi da aiutare che lo allontanarono dal fine ultimo del suo percorso, dagli altri magi e, in definitiva, anche dai libri di storia.

    Artaban è un eroe che nessuno ha mai celebrato. I Re Magi sono per tutti tre, del resto il tre è un numero magico, e tutti pensano all’oro di Melchiorre, all’incenso di Gaspare e alla mirra di Baldassarre.

    Artaban con sé aveva uno zaffiro, un rubino e una perla. Vuoi mettere, altro che la mirra…

    Eppure,  Artaban tende a distrarsi, a deviare, a disubbidire, a prendersi cura dell’altro, a preferire l’incerto, l’indugio, il gesto schivo, l’aiuto non richiesto: curando un medicamentoso, proteggendo una famiglia dai legionari di Erode che volevano ucciderne il primogenito, salvando una fanciulla da una violenza carnale. Nel mentre, la ritrattistica ufficiale e la storia consacravano a icone imperiture la mangiatoia, l’asinello, il bue, Giuseppe e Maria e i tre e solo tre magi che erano arrivati dona ferentes  attorno al bambinello. E fra le statuette del Presepe oggi è possibile trovare Maradona, Che Guevara, politici, personaggi vari, ma mai – ho anche googlato per esserce certo – Artaban.

    I posteri, insomma, non hanno avuto dubbi sull’ardua sentenza, per dirla col Manzoni, e hanno dimenticato Artaban e la sua storia, disconoscendone la gloria.

    Io no. Per me fu vera gloria. E credo che nel profondo chiunque di noi, non possa trovare affinità con questo personaggio di straordinaria complessità e attualità che per il suo percorso di vita scelse le strade non dritte, preferendone le deviazioni e gli sterrati, rinunciò alla fama, anteponendole i bisogni altrui, e che, sopra tutto, riuscì ad assecondare quello spirito ribelle, irrequieto, errabondo, dubitativo, aperto, che fa fare all’umanità dei piccoli ma significativi scarti in avanti e a cui è impossibile non volere bene.

  • Strenia, Gesù e quel pacco di Santa Klaus.

    Strenia, Gesù e quel pacco di Santa Klaus.

    Natale è ormai dietro le porte: quasi tutte le decorazioni natalizie sono state apprestate, secondo tradizione, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, anche se – in quest’anno difficile – molti di noi, quorum ego, a causa delle insistenti richieste upupolesche, hanno anticipato gli addobbi sin da fine novembre.

    Alberi, festoni, luci intermittenti si stagliano dalle finestre delle case. L’atmosfera è suggestiva, visto quanto poca la si possa respirare nelle vie delle città e dei paesi, le proprie abitazioni sono più che mai il nido dove concentrare le attenzioni. A casa mia, un bell’abete bianco, accanto alla vecchia bocca in pietra del forno del pane. E ai piedi dell’albero, tanti pacchi, su cui quest’anno si stanno concentrando le mie attenzioni lavorative.

    Infatti, dopo gli addobbi, un rituale imperdibile che precede il Natale è la ricerca dei doni per i bambini e i propri cari. E’ un rituale antico, ancestrale, sporcato ultimamente da un eccesso di consumismo ma che, a guardarlo con lo sguardo un po’ malinconico di questo Natale, ha in sé la dolcezza di un gesto d’amore e un invito a una consuetudine d’affetti, nella sua accezione più alta e nobile.

    Rispetto a quanto creduto, l’usanza di scambiarsi doni a Natale non ha origini religiose. Nell’antica Roma, a fine anno, si era soliti scambiarsi dei doni – rametti di alloro, piccole cose, la valenza era come vedremo adesso simbolica – in onore della dea Strenia, deità associata alla prosperità e alla buona fortuna: un augurio insomma per un anno migliore. Attuale eh? Quest’anno, in effetti, vale proprio la pena di fare delle strenne, sostantivo associato al regalo che deriva, come quasi la totalità delle parole italiano, dal latino e dalla dea della prosperità, appunto.

    E’ ben più noto invece l’utilizzo qualche secolo dopo in ambito cattolico: nasce Gesù Bambino e i re magi recano al neonato i loro doni: oro, incenso e mirra. E progressivamente, a seguito di quel fenomeno noto come “cristianizzazione dell’impero” le due tradizioni si miscelano e si perpetrano fino all’epoca moderna.

    In epoca moderna entra in scena una terza figura fra Strenia e Gesù Bambino, forse la più nota e icastica raffigurazione del Natale: Santa Claus, ovvero Babbo Natale. Santa Claus (Sinterklaas in olandese) era un vescovo della città di Myra, nell’attuale Turchia, ai tempi nell’Impero Romano D’Oriente, noto per la sua bontà verso i bambini. Gli olandesi ne consacrarono il culto nel XVI secolo e da allora il Natale venne associato non più a Strenia, non solo a Gesù Bambino, ma soprattutto a Santa Claus, in italiano Babbo Natale.

    Come si accennava all’inizio di questo viaggio nel tempo alla ricerca del significato e delle origini dei doni di Natale, l’ultimo secolo ha acuito una deriva consumistica di Babbo Natale e del concetto dei regali. Quest’anno però è bello ricordare come la prima pagina di questa storia sia stata scritta dai piccoli rametti che venivano scambiati in onore della dea Strenia, con l’augurio che la stessa garantisse un anno fecondo, prospero e di buona fortuna.

    Un 2021 così, sarebbe la strenna più bella per tutti! Noi, intanto, continuiamo a porre pacchi colorati e di fogge diverse ai piedi del nostro albero.

  • Novembre rosso

    Novembre rosso

    Smart work. Zona gialla, poi arancio come le spremute che mi faccio ogni giorno, poi rossa. Video sulla sicurezza al lavoro. Campagne stampa al lavoro. Progetto dei pacchi al lavoro. Qualche nervosismo. Del resto, tutti nelle proprie case. Poi il fienile, che farne, progetti per un futuro prossimo. Novembre è malinconico di suo, quest’anno più che mai. Ma ce lo facciamo piacere. Ce ne sono stati di più brutti.

  • La vecchia altalena rugginosa

    La vecchia altalena rugginosa

    Quando abbiamo rilevato la casa di campagna, l’altalena cigolava rugginosa nel prato, sotto il susino selvatico, non distante dalla concimaia.

    Probabilmente da anni le mancavano le spinte gioiose dei bambini, perchè sembrava più una diruta carcassa di ferro che un gioco antico e bello. Neanche le mie bambine avevano fatto in tempo a provarla: nel restauro anche l’aia e il prato avrebbero dovuto essere rimossi, e con loro l’altalena.

    E così l’altalena, con le sue nostalgie di ruggine, era stata eradicata dalla sua solida fondata in cemento e accatastata più in giù, a valle. Insieme ad altre ferraglie da cantiere: capre, ponteggi, tondini di ferro.

    Dopo un paio di anni di lavoro, la casa era rifiorita: la mia famiglia, ciarliera e squittante, l’aveva animata di una nuova vitalità, che tanto prendeva dalle tradizioni di una volta, il camino, il tavolo di legno, la cucina in muratura, e altrettanto se ne emancipava: i pannelli radianti, la resina, internet, il corten: i tempi moderni che anche i nonni, avessero potuto, non avrebbero minimamente disdegnato.

    L’altalena continuava però a giacere dimenticata fra le ferraglie, poco più in giù, nel campetto prossimo al fiume. Tuttavia, l’ipnotico su e giù, alti e bassi, un salto lontano quando si è al punto più alto, e una corsettina quando l’altalena è al suo minimo, è come se non si fosse mai interrotto, animato da chissà quale presenza.

    Un po’ come gli anni della mia  e forse della vita di tutti noi: un’altalenante danza di bassi – pochi mostruosi, altri spaventosi – e nuovi alti, nuovi “su”, col vento in faccia, ancora più inebrianti grazie, forse, proprio a quei bassi.

    Ogni tanto ci ripenso a certi giorni bui, ma mi gira la testa e smetto subito: respiro a pieni polmoni il sapore di non esserci più invischiato. E la paura di riviverli mi fa afferrare con maggiore forza le aste dell’altalena e mi ritrovo al contempo bambino e adulto. Avanti e indietro nel tempo, mai così presente.

    In questo presente, in cui fortunatamente la mia altalena libra in alto, ieri stavo seminando l’orto invernale: spinaci, bieta, fave, agli, aglioni e cipolle. E l’occhio mi è caduto poco più in giù: fra le infestanti, la rugiada del mattino, il gatto appollaiato sopra (come lo Stregatto di Alice) e il primo sole che la imbrillantava, ho intravisto un lacerto della vecchia altalena. La vecchia altalena rugginosa. E’ stato un attimo (e una grande fatica) prenderla, trascinarla al centro dell’orto, issarla e trasformarla in un doppio sostegno di ferro nostalgico e rugginoso per una pianta di ribes e una pianta di Sangiovese.

    Due piantine un po’ sofferenti, stentate, che necessitavano di un traliccio forte su cui, auspicabilmente, radicare, crescere, aggrapparsi nel corso degli anni l’un l’altra, far fiori e frutti e -come tutti noi – andare un po’ su e un po’ giù, un po’ su e un po’ giù…

     

     

     

     

  • L’esercizio della bellezza

    L’esercizio della bellezza

    Mi gusta poco la musica di Roberto Vecchioni, ma quelle poche canzoni che mi piacciono le trovo di una bellezza sconcertante: non sono un tifoso dell’Inter e quindi non parlerò di “Luci a San Siro”, mentre – in queste ore buie, the darkest hours avrebbe chiosato severo Churchill – mi trovo spesso a canticchiare i versi di “Sogna Ragazzo Sogna”.

    Novembre può essere bello. Persino novembre 2020, quello della pandemia, delle tensioni sociali, economiche e, in fine, sanitarie. Si, il novembre 2020 appena principiato. Quello dei paventati lockdown, degli arzigogolati DPCM (i DePeCheMode, come ho visto in una geniale vignetta), delle rime buccali, dei geniali banchi con le ruote, dei paucisintomatici, di un ministro della salute che si chiama Speranza, della lattoferrina, di politici che protestano contro loro stessi manco fossero protagonisti di una novella di Pirandello. Quello di tanta paura, tanta disperazione, tanto buio.

    Ieri ho passato la giornata in un campo. La nebbia fin dal mattino immalinconiva il paesaggio già necrotizzato – lo si nota dai colori cupi e sanguigni – dall’imminente inverno. Ho ridistribuito i miei carciofi, le cui foglie erano mangiucchiate dalle lumache: dalla pianta principale è possibile ricavarne altre e piantarle più là… Ho vangato il terreno, da cui sono affiorati tanti lombrichi. Ho potato e alleggerito un paio di olivi e un fico. Non ho potuto fare a meno di notare che in natura, così come nella vita, amore e morte sono strettamente correlati: si taglia per favorire la crescita, si distrugge per far rinascere, si sottrae per avere di più, si fa soffrire per ottenere frutti più dolci: è tutto un ossimoro, un virtuoso gioco di contrasti in armonia che si ripete: “la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”. E quanta bellezza in questa danza di contraddizioni? Più ci si avvicina alla fine, di una stagione, di una vita, di una storia, più i colori e i sapori sono intensi: avete mai affondato le fauci in un caco surmaturo?

    Praticare la bellezza può sembrare un consiglio vacuo, soprattutto a novembre 2020, quando i problemi ti ancorano a un presente pastoso e complicato. Lo so. Ma la bellezza può davvero aiutarci, non tanto a risolvere i problemi ma a nutrire la mente per conviverci meglio. Dedichiamoci a una canzone, quella magari che più amiamo, gustandosene le parole, compriamo una pianta e prendiamocene cura, abbrustoliamo un po’ di pane e cospargiamolo di olio nuovo, disegniamo, chiamiamo l’amico che da tanto non sentiamo per ascoltarlo, con la scusa di accompagnare i nostri figli rimontiamo su un altalena e facciamoci togliere il fiato dai ricordi…

    OK, magari la bellezza non salverà proprio niente, manco il mondo. Il virus sarà ancora con noi. Ma non lo sarà per sempre. E nel frattempo, avremmo decorato un attimo, lenito le nostre paure, accantonato le nostre preoccupazioni, addolcito le nostre amarezze. Perché la vita una sola rimane, e tanto vale provare a viverla, perché “la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere, la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare”.

  • Fiorentina – Juventus 4 -2 e la nostra partita contro il virus

    Fiorentina – Juventus 4 -2 e la nostra partita contro il virus

    Sotto un tenue sole ottobrino rifletto. I dati sui contagi sono in netta ascesa. Faccio sempre più fatica a inquadrarli senza farmi prendere della paure: vero, verissimo, niente a che vedere con quanto stava accadendo a marzo, le terapie intensive hanno ancora ampie disponibilità, la grande maggioranza dei positivi è asintomatica o paucisintomatica, la mortalità è in una percentuale molto bassa e in una età media alta, le cure sono più efficaci. Tutto vero. Tuttavia, l’inverno ha ancora da venire e i numeri potrebbero salire, e di molto, e creare quei problemi che a oggi sono ben tamponati. Non siamo ancora che al 20 ottobre.

    20 ottobre. Giorno fausto, peraltro, giorno di una delle più belle partite che la seria A calcistica ricordi: il meraviglioso Fiorentina – Juventus 4 – 2 di qualche anno fa. 20 ottobre 2013.

    E oggi, 20 ottobre 2020, piena pandemia, capisco anche i nuovi DCPM: prendere decisioni forti è veramente difficile ma necessario. Si sta cercando di serrare senza strozzare, di evitare una chiusura generalizzata con interventi progressivi. E io, oggi, in un giorno per me fausto, qui mi sbilancio. Mi faccio prendere da un vanitoso ottimismo. Secondo me siamo alle porte di una svolta. Entro fine novembre credo che arriverà l’annuncio del vaccino. E quando questo annuncio sarà dato, sarà come il gol del 2 – 2 di Giuseppe Rossi in quel Fiorentina – Juventus. La svolta alla squadra che era sotto 2 – 0, ne avrebbe potuti prendere anche di più, e che invece subodora l’impresa, laddove ogni speranza sembrava lasciata. Così come l’umanità naufragata vedrà per la prima volta un approdo, trovando forze ed entusiasmo per affrontare quei 4 / 5 mesi che la separano dalla prima dose di vaccino iniettato. Cambierà il “clima”, insomma, che scalderà il freddo dell’inverno e dei contagi che continueranno a salire, ma tutte le nuove decisioni saranno accettate, in previsione di quell’approdo sempre meno pallido e più concreto, tangibile, vicino. E l’iniezione, la prima dose, proseguendo la metafora, sarà come il meraviglioso gol del 3 – 2 del mago di Siviglia Joaquin, capace di trovare un pertugio incredibile a trafiggere Buffon, e a sconfiggere il virus, che a quel punto sbanderà, come la difesa della Juve, come tutta la Juve e lascerà vasto campo, praterie, a Cuadrado, alla sua imbeccata per la tripletta di Pepito Rossi. Il 4 – 2, il trionfo, la rinascita, l’estate 2021 che chiuderà la partita contro il CoVid.

    PS. Questa storiella non vuol necessariamente equiparare la Juve a un virus pernicioso e contagioso e la Fiorentina all’umanità bella e struggente coi suoi bassi e i suoi alti, eh…

  • A volta basta poco

    A volta basta poco

    Qualche anno fa, quando leggevo con avidità qualsiasi cosa, mi imbattei in un libricino chiamato “L’Orto di un Perdigiorno”, di tale Pia Pera. Non ne fui particolarmente impressionato e lo accantonai, in rigoroso ordine di lettura, nella mia libreria a parete.

    Oggi è stata una domenica tipicamente autunnale e, dopo un classico pranzo della domenica in famiglia con l’arrosto girato e un vellutato Chianti Classico, spiovuto e congedati mamma e suoceri, mi sono trovato nel tardo pomeriggio a razzolare un po’ fra l’orto, l’aia e il giardino.

    Il ticchiettio delle gocciole che cadevano dalle foglie gonfie delle abbondanti piogge, l’odore del muschio nel cotto, il terriccio nelle mani mentre raccoglievo le noci cadute, nella mia bocca il sapore asprigno e dolce delle giuggiole ora finalmente in perfetta maturazione, il gatto che mi seguiva in ogni mia attività, anche mentre spazzavo via con la ramazza le foglie roride di acqua…ecco, in questa atmosfera sognante, di rarefetta e intima bellezza, mi è tornata in mente la Pia Pera, le sue pagine, forse un capitolo addirittura, un racconto di un momento di giardinaggio in una giornata autunnale, dopo la pioggia. Mi sono riemerse addosso le sue descrizioni quasi fisiche del suo vissuto con le piante, con gli alberi, coi profumi e i suoni del suo orto-giardino. Parole che pensavo di aver rimosso e che invece sono riapparse mentre anche io stavo vivendo questo pacificante incontro con la natura.

    Sono rientrato in casa col “bruzzico”, ovvero col primo crepuscolo, dopo aver chiuso nella loro stia i polli, aver eradicato un altro paio di erbacce (con la terra bagnata vengono via che è un piacere) e tentato con una mano la maturazione delle drupe dei 5 olivi che ho – manca ancora prima della raccolta. Un po’ infreddolito, col naso che colava, come quando da bambino stavo fuori per ore, incurante del freddo e del tempo. Una doccia calda, caldissima, la voglia di scrivere queste parole e l’urgenza che a breve appagherò di andare a ritrovare, e rileggere, quel libro.

    Spesso stare bene è così difficile. Altre volte, basta davvero poco.

     

  • Addio LadyCocca

    Addio LadyCocca

    Orazio senza più LadyCocca

    San Francesco. Non che mi interessi qualcosa. Siamo in ottobre, il mese più bello (più o meno come reputo agosto il mese più brutto). Una domenica di relativo sole fra giorni di costante pioggia. E ne ho approfittato per dedicarmi al giardinaggio. Il clima era un po’ strano, malinconico. Il motivo? Apparentemente futile, ma ben percepibile nell’aria.

    L’altro giorno una volpe (presumo) si è portata via LadyCocca. Il dramma di quel momento era infatti evidente negli atteggiamenti dei due pennuti superstiti: il gallo Orazio e la gallina Omelette. Orazio non canta, ma piange. E la notte non rientra più nel pollaio, ma vagabonda irrequieto nell’erba medica qua accanto per poi trovare riposo non ho ancora capito dove. Il suo primo amore, sulla quale la di lui tracotante vis erotica aveva generato un blocco oviparo – risolto solo con l’acquisto della terza amante, Omelette – non c’è più. Anche Omelette ha accusato, eccome, il colpo: bolsa, statica, stralunata, ha occhi ancor più rossi e ieri ha anche espulso un uovo non formato (sindrome da stress post traumatico nei pennuti, azzarderei) lontano dalla posatoia, nell’angolo dove si è accartocciata triste diuturnamente. Orange sembra quasi aver intuito cosa è successo, e si è fatto ancora più coccoloso. A me inquieta quasi sapere che probabilmente la volpe tornerà a prendere anche loro.

    Io ho tolto erbacce. Tante. Ma ho ripulito le more. Il campo sotto l’orto. L’orto stesso, ormai solo con qualche piantina di melanzane. Attorno al pozzo. Lungo la nuova scala che dal pozzo conduce su all’orto. Vicino al ricordo di mio babbo: il nocio e la croce.  Dappertutto. Schiena giù, strappa via. Butta nel compost. Centinaia di volte.

    Una domenica comunque positiva. E da domani si ricomincia al lavoro, con una settimana bella intensa…

     

     

     

     

  • Vivere di Gusto e Donnavventura

    Vivere di Gusto e Donnavventura

    In questi giorno di rientro al lavoro, clima ora spiccatamente autunnale, e pensieri un po’ più malinconici ma molto fertili, si è definita un nuovo posizionamento aziendale, Vivere di Gusto.

    “Vivere di Gusto” esprime l’attitudine tutta italiana di saper afferrare la vita nella sua pienezza, rifuggendo l’ostentazione e prediligendo l’elegante semplicità, il buon cibo, la grazia di un sorriso, il piacere dello stare insieme sotto il segno del bello e del buono. Lo stesso “Vivere di Gusto” che Ruffino, attorno a un buon bicchiere di vino, ha sempre contribuito a ricreare: si pensi al fiasco di Chianti, simbolo della Dolce Vita, o la storia di Riserva Ducale, icona di convivialità italiana nelle tavole di tutto mondo, o il Rosatello, innovativa espressione di briosa gioia di vivere, esattamente come il più recente Prosecco. Vini inclusivi, non esclusivi.

    E’ un posizionamento che sento anche coerente anche per me, del mio modo di essere. Con Bisarno, con la riproposizione di una casa di campagna, con tante scelte di vita che mi hanno caratterizzato, ho sempre in fondo vagheggiato i sapori semplici e fondamentali della compagnia, piccola, conviviale, non sguaiata, ho sempre cercato le persone e la bellezza…Non sempre riuscendoci, ovviamente, ma senz’altro ricercando quel modo di essere….

    E in Ruffino, con la quale ormai mi identifico totalmente, “Vivere di Gusto” vivrà e prenderà corpo con varie attività, a partire con due video che lo raccontano, uno in chiave pubblicitaria, con uno spot che uscirà su Mediaset, l’altro legato a una puntata di Donnavventura, il format di Rete4, in cui ho avuto il piacere e la fortuna di recitare accanto a tante belle fanciulle.  Qui il video, la password per vederlo è “italia”

    Ci sono tutti i sapori e le bellezze di Poggio Casciano, e non ultimo tante scene ambientate dentro Le Tre Rane, il ristorante dentro Poggio Casciano che così tante soddisfazioni mi sta dando…

    E “Vivere di Gusto”, lo lascio in fondo perchè così vogliono le cose più dolci, sarà anche una nuova avventura editoriale, http://viveredigusto.it che ho il piacere di sviluppare insieme ai miei colleghi e all’amico e sublime professionista Stefano Caffarri, il Caf, colui che aveva ingentilito e aggraziato La Toscana di Ruffino, ormai in quel lontano 2016…Ma di questa avventura, di questo brand journal come dicono quelli bravi, parlerò un’altra occasione…