In questi piovosi giorni natalizi, di riposo lavorativo, in una Bisarno addobbata per Natale, con festoni, candele e palle giganti, passo molto del mio tempo libero a imbibirmi di storie. Leggo i miei libri – da consolidata prassi più di uno iniziato e portato avanti –, osservo e partecipo alle fantasie delle mie bambine (giochi di ogni tipo, le loro avventure, prove di recite teatrali, scritture di redazioni di fumetti), mangio sapori nostalgici e pieni (il bollito, i panettoni, i tortellini, i vini rossi avvolgenti), riassetto e metto ordine ai cassetti e alle zone di casa – oh, mi fa star bene. Soprattutto, nutro una delle mie più grandi passioni: il cinema. Guardo film: film storici, film appena usciti, film comici, biografie, serie, di tutto. E appena uscito su Netflix ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti, Sorrentino ne E’ stata la mano di Dio.
Lo dico subito con una clamorosa iperbole. Per me è il più bel film che abbia mai visto.
Il film tratta la biografia del regista e della sua giovinezza con la sua famiglia nella Napoli degli anni 80. Io sono fiorentino, figlio unico e un po’ più giovane. La mia famiglia è un pizzico meno teatrale. Ho avuto Batistuta che pur divino non è assoluto per la città come è stato Maradona per Napoli. Ma sono rimasto in uno stato di profonda commozione per tutto il film, commozione credo dovuta alla totale empatia con la storia, alla totale identificazione coi sentimenti idealisti e sognanti, intrisi di letteratura e di una certa voluptas dolendi di Fabio, del fratello più grande, più epicureo ma non mano amaro, della mamma allegra, giocherellona, scherzosa quanto frustrata e con un profondo dolore dentro dovuto al grande tradimento del marito, del papa appunto, il di lei marito (il solito enorme Toni Servillo) ironico ma dolcissimo, della zia bella e pazza perchè senza il dono della maternità (la meravigliosa Luisa Ranieri, l’unico personaggio inventato del film, ha rivelato Sorrentino), del camorrista che fa il suono degli off-shore, della cugina obesa, del suo amante con la voce robotica, nel grande teatro di vita che è Napoli, col Vesuvio, il cibo abbondante, le sue ombre e le sue luci, il suo chiasso, i suoi ritrovi, i monacielli, i caffè, l’arrivo sognato e poi reale del giovane Diego Armando Maradona, che al mondiale 1986 contro i nemici inglesi, segnerà un gol di mano (la mano di dio del titolo) e quello che è poi considerato il più bel gol di tutti i tempi doppietta, tutto concentrato nella stessa partita, grande metafora di Napoli. Commozione contenuta e poi liberata in un pianto catartico nella scena conclusiva del film, il momento di tutti, la crescita inevitabile, nel film un viaggio in treno verso Roma, verso nord, con la telecamera fissa su Fabietto che diventa Fabio, e la musica dolcissima di “Napuli è” di Pino Daniele. Titoli di coda e fazzoletti intrisi delle mie lacrime.
Un film verissimo, forse imperfetto, senza la sublime maniera fra Bergmann e Fellini dei grandi film di Sorrentino come La Grande Bellezza o Youth, ma ancora di più autentico, lirico, intenso. Da guardare e riguardare.
NB. Segnalo altri due film appena usciti. Uno è “Don’t Look Up”. Da guardare assolutamente. Perfetto per esorcizzare i deliri della pandemia. Magari un giorno gli dedicherò un post. L’altro è l’ultimo della Disney Pixar, “Encanto”, molto rivedibile, quel politicamente corretto che stucca un po’, peccato. Comunque, ideale per chi ha figli.
Oggi tutte le foglie stanno cadendo. Molti alberi sono già spogli. A terra è tutto un accartoccìo. Il cielo è grigio e il vento è sinistro. Nothin’ lasts forever. And it’s hard to hold a candle in the cold November rain, cantano i Guns’n’roses.
Mi è tornata la paura. Paura che qualcosa possa di nuovo spezzarsi. Mi è bastato una osservazione di una presunta anomalia che mi sono sentito come il nocio davanti casa: in vano tentativo di trattenere le sue foglie dalle spire ventose che, alla fine, hanno sempre la meglio. Nothing lasts forever.
Dicono di stare sul presente. Sui qui e ora. Non è mai così facile. O per lo meno, lo è fintanto che le cose tutto sommato vanno bene, ma quando sai cosa hai vissuto, cosa hai passato, cosa rischi, l’esercizio della consapevolezza è particolarmente scivoloso.
Alla paura si affianca la mancanza. Sono ormai un uomo di quasi 45 anni. E ho subito delle perdite. Una volta da bambino erano stati i nonni a venire meno. E lo ricordo come il primo schiaffo potente verso la normalità. Poi siamo cresciuti. E sono arrivati altri lutti. Anche persone giovani. E le malattie. E la vita poi paradossalmente si è fatta più dura ma anche più bella, non sprecata. Le mancanze però lacerano, appena si mette un po’ la testa su certi ricordi, o una canzone, una immagine, li evocano. Io sto provando a far mie certe note caratteriali, a vivere io certe cose che sarebbero piaciute a chi non c’è più, e ne sarebbe orgoglioso. Penso di avere abbastanza nel mio modo di essere ora di mio babbo, in questi tre anni dalla sua morte.
Sto guardando un video di Italia 90. Sulle note di Notti Magiche. Avevo 13 anni. Sono passati più di trent’anni. Oggi faccio vedere quel video alle mie bambine e non capiscono perchè mi commuova a vedere Gullit, Schillaci, Mattheus, Maradona, Caniggia, Robi Baggio appena passato alla Juve. C’era mio babbo, i miei nonni, la mia vita davanti. Non piango per quelle immagini. Piango per quello di rassicurante che avevo. Quel nido affettuoso che mi era stato costruito attorno e nel quale io potevo sperimentare spavaldo.
Oggi devo giocare un ruolo diverso in una partita più complessa. Sono io uno di quei pilastri che i miei genitori avevano edificato attorno a me. In quel magico noi tre che sento ancora così presente. Nel cucinotto di casa di via della Repubblica 35-40 anni fa. I pranzi del sabato accartocciati in quei pochi metri quadri con pollo arrosto preso al mercato e ad ascoltare alla radio le classifiche delle hit, loro che parteggiavano per Ramazzotti e io per Luis Miguel di Ragazzi di oggi….
E non posso permettermi agli occhi della mia famiglia di oggi la paura e la mancanza. Sono io quel centro. Ne sento la responsabilità. E il tempo passa. Corre. Un attimo e anche loro saranno grandi. E noi ancora più grandi. Ai loro occhi vecchi. Ai nostri ancora in cerca di equilibrio. Delle volte mi chiedo come mai nessuno, nessuno riesca a capire, io per primo, che la vita tanto passa per tutti, ed è inutile spaventarsi per quello che potrà accadere, per i risultati di un esame medico, per una malattia, per il lavoro.
Stare sul presente. Volere e volersi bene. Non ferirsi con le parole. Dare il massimo in ogni cosa si è chiamati a fare. Non perdersi in pensieri brutti. Lasciare qualcosa a chi ci sarà dopo: anche oggi ho piantato un caco. Ho riempito la casa di alberi. Cercare il bello, perchè il bello nutre. Protegge. Mantenere l’equilibrio su questa corda tesa. Esorcizzare la paura e la mancanza. Che ho io e che penso abbiano tutti.
E che forse ci aiutano a darci spinta a vivere al meglio.
Se penso che lo spunto di questo blog sia stato il restauro di Bisarno, con la prima storia della svuotatura dei pozzi neri e la demolizione dei vecchi fatiscenti intonachi apparsa ormai quasi cinque anni fa, mi commuovo.
Parlavo dell’aiuto del babbo, di un folle volo, sentivo l’incoscienza di una cosa molto grande che avrebbe avuto tante implicazioni nella mia vita. Mi sentivo giovane e con in mano la possibilità di forgiare nuove possibilità. E che fantastica avventura è stata – malgrado tutto.
Si, sembra incredibile ma sono passati cinque anni. Nel volgere altalenante di questo lustro la vita ci ha dato tanti scossoni, due bruttissimi, uno bellissimo, e nessuno di questi è attribuibile ai sudatissimi e lunghissimi lavori per restaurare Bisarno che tanto temevamo. Anzi. Le cose sono successe, accadute. Bisarno ha spesso lenito le disavventure e custodito le opportunità. Indipendentemente dal determinismo a cui credevo, e in parte credo ancora.
Siamo cresciuti, cambiati radicalmente. La mia famiglia c’è sempre, quasi tutta, molto più forte di tutto. Abbiamo fatto rifiorire Bisarno e ci siamo aggrappati come edera alle solide vestigia pietrose della struttura. Vivendola, esperendola in ogni suo anfratto e possibilità espressiva. Giorno dopo giorno. Mese dopo mese. Muratura dopo muratura.
Adesso siamo alle porte di un nuovo progetto, senz’altro più semplice: la riproposizione del fienile di Bisarno, quello del portale che fa da copertina del libro, del logo scelto per la casa, da grande simbolo universale di tutto, coi progetti e le maestranze da cercare, coi soldini da racimolare, con nuove preoccupazioni per l’iter inevitabilmente complesso dei lavori: già iniziarli di qui a un paio di mesi è un primo ambizioso obiettivo.
Lo facciamo in questi giorni novembrini, in cui ogni tanto il sole strappa via il grigio piovoso. Abbiamo perso due parenti vicini in un mese circa e tutta questa malinconia mi rende ancora più attraente il rifugio nella casa, l’immergere le mani nel terriccio bagnato e pieno di lombrichi per la semina delle fave, negli odori umidi del primo mattino, dei sapori delle vellutate di zucca gialla e dei crostoni di cavolo nero con l’olio novo. Delle piccole consuetudini che si ripetono da secoli e che mi fanno sentire parte di un tutto, e non una falena talvolta accecata da troppa luce, altre in balia del buio più disorientante.
A cavallo fra ottobre e novembre, fra giorni ancora caldi e già freddi, di cieli ancora tersi e già plumbei e gonfi di pioggia, di cibi ancora leggeri e profumati ma già turgidi, succosi e avvolgenti, insomma in quel chiaroscurale periodo di mezzo fra l’estate e l’autunno, il pomodoro, quelle poche piante coraggiose lasciate dal distratto contadino nell’orto, fatica a maturare ma non rinuncia alla sua fruttifera bellezza.
E se, indossati gli stivali perchè ora la terra è umida e grassa, bagnata e tenace, ci si portasse negli orti ora fresati, dove fanno bella presenza i superbi cavoli, i variopinti radicchi, i tenaci carciofi, la salvia signorile, qualche fiore d’aglio dal collo allungato, degli sparuti fiori di zucca, l’occhio non potrebbe non fermarsi alle piante di pomodoro, aggrappate ai tralicci e alle canne, insecchite e spente, e tuttavia gonfie di pomodori verdi.
I pomodori verdi. Un atto di resistenza della natura, quando il sole dura meno, scalda poco e si allontana sempre più da noi. E raccogliere i pomodori verdi è un vero gesto di osservazione presente a quanto la natura sia affascinante. La raccolta è intima, salutata da cinguetti di cornacchie, gazze e fagiani, dai colori rossi e gialli di questi giorni, da un clima assente di sudore e zanzare, con le mani nude di fanghiglia che ti entra anche nelle unghie, le piante e il terreno ricche di lumache, bruchi, coccinelle.
In pochi minuti il paniere si riempie di questi globi verde tenue brillante. Sanissimi perchè a inizio della loro vita. Poi un secondo paniere. Poi un terzo. E ci si ritrova repente con tanti chili di pomodori raccolti.
Che farne, adesso? Gli entusiasti cinefili proporranno di friggerli, in memoria del fil del 1991 “Pomodori Verdi Fritti alla fermata del treno”. Sono ghiottissimi infatti fritti, perchè no insieme agli ultimi fiori di zucca e alla salvia, che in questa stagione sta di nuovo mostrando foglie vive e ampie. Una delizia, soprattutto se la frittura è agevolata da una pastella leggera, con farina di riso e birra, o acqua gassata.
Anche in umido, magari ad accompagnare carni un po’ più grasse e succulenti: un matrimonio di perfetti contrasti. E che dire di uno spaghettino saltato coi pomodori verdi e un po’ di peperoncino?
Ma ne restano ancora chili e chili. Non ci resta che attingere al favoloso mondo della conservazione. E allora ci sono due grandi scuole che ci porteranno a dare vita invernale ai nostri pomodori verdi. Le marmellate e i sottaceti.
Parto dall’ultimo: i pomodori verdi prima fatti essiccare e poi messi in un barattolo con una bagna di aceto (e con un po’ d’olio) e conditi, per chi gradisce, con un po’ di peperoncino, od origano. Confesso: sono il mio modo prediletto di valorizzare i pomodori verdi. .
Poi la marmellata: non servono aggreganti o altri, un tot di pomodori, la metà del peso dei pomodori di zucchero bianco et voilà…Una raffinata marmellata buona sia per i formaggi che per colazioni gustose. E regalatevi una volta una crostata con la marmellata di pomodori verdi! Che bontà!
Ah, e sia che vi stiate cimentando con la marmellata o con i sottaceti, attenzione, ovviamente, a sterilizzare sempre i barattolini. Che poi, per Natale (ci siamo quasi, attenzione), saranno delle idee regalo originali e apprezzatissime!
Un vecchio signore delle mie zone mi diceva sempre che le giuggiole portano fortuna. “Speriamo” – rispondevo ogni volta laconico. Mi sono sempre tenuto strette queste parole. Del resto, un po’ di fortuna serve a tutti. E a noi ne serviva assai: Bisarno, la casa di campagna che avremmo dovuto completamente ristrutturare, era piena di queste piante nodose e piene di spine e pruni, dal nome scientifico Ziziphus Jujuba, che fra fine settembre e per tutto ottobre regala delle drupe color marrone, dal sapore dolce e un po’ aspro al contempo.
Dopo più di un lustro non so esattamente valutare se le giuggiole ci abbiano portato fortuna – sono accadute davvero tante cose bellissime e altre bruttissime: come sempre sono le prospettive e le angolature a dare una sfumatura ogni volta diversa alle verità e solo il tempo mi permetterà una lettura più accurata.
Sicuramente ho avuto modo di osservare queste piante, a voler loro bene, raccoglierne i frutti malgrado non di rado ne venissi ferito, vederne la varie fasi. Anno dopo anno. E constatare che sono ben pochi quelli che conoscono le giuggiole, un frutto antico, se non nella proverbiale e un po’ vuota espressione “andare in brodo di giuggiole”, che rimanda a una certa felice dolcezza e poco più.
Le conoscono in pochi perché prima di tutto sono piante poco diffuse. I giuggioli di solito sono complicati nel loro iter di maturazione e sviluppo. Il giuggiolo è una pianta che proviene dalla Cina, dove è ampiamente popolare, e poi – attraverso la leggendaria Via della Seta – è arrivata in Siria e poi nel nostro Mediterraneo. Dell’ampio bacino del Mediterraneo si distinguono due aree giuggiolifere, per così dire, la Calabria e la Toscana in Italia.
Non si sa per quale motivo fosse molto frequente nelle case contadine toscane. Noce, giuggiolo e fico sono le piante storiche delle coloniche. Col giuggiolo ci si faceva anche un liquore, il “brodo di giuggiole” appunto, della marmellata, magari unita alle mele cotogne, o, più frequentemente, le si consumavano appena cadute dall’albero, un po’ rugose e avvizzite, o spigolate come ciliegie dall’albero, stando bene attenti a non bucarsi.
Peraltro, sono sanissime: contengono in media 20 volte la vitamina C che ha un qualsiasi agrume. Poi la vitamina B. E tanti minerali come il fosforo, il manganese, il ferro. Più che altro, sono proprio buone. Piacciono perchè hanno il sapore del congedo delizioso alla bella stagione, perchè sembrano mela, ciliegia e dattero mischiati tutti assieme, perchè non si possono conservare dopo la raccolta – deperiscono molto velocemente – e quindi si devono mangiare mentre si cogliono, un richiamo gustoso al panta rei e al carpe diem(tutto passa, godiamoci l’attimo).
Io, ogni giorno in stagione a partire da fine settembre e per tutto ottobre, grazie alla maturazione scalare del giuggiolo (significa che i giuggioli, come i fichi, come tante altre varietà, non maturano simultaneamente ma in un periodo di tempo relativamente ampio) ne mangio una ventina, una trentina e ripenso ancora al vecchio signore. Guardo le piante, le nuove nate, quelle più adulte, gli aculei, l’aspetto tenace. Forse, mi sono detto, sono considerate delle porta-fortuna perché fra le piante più antiche dell’umanità, capaci di prosperare anche in suoli poco fertili.
Agl’occhi di un povero contadino di qualche secolo fa, e anche ai miei, una fortuna.
Sono giornate di fine settembre anticipatorie di un autunno freddo. Soprattutto la sera le temperature crollano e i colori diurni sono accesi e vivi. Qua attorno, sferragliano i trattori carichi di uve. La vendemmia è in corso. Non esiste periodo migliore per vivere nella campagna toscana.
Ci siamo riappropriati della nostra ruotine dopo la magica parentesi siciliana. Io con molta fatica, anche Laura credo, le bambine invece hanno accolto il rientro a scuola con lo stesso immutato entusiasmo del primissimo giorno del loro percorso, che mi auguro, e credo, sarà lungo e soddisfacente.
Fatica, dicevo, e un po’ di striscianti inquietudini che in questa stagione epigonale (dal caldo verso il freddo) mi caratterizzano da sempre. Un po’ di mal di pancia, un po’ troppi pensieri, un po’ di paure, alcune situazioni al lavoro non del tutto piacevole che cerco di esorcizzare con Bisarno.
Su Bisarno abbiamo dei grandi progetti in ponte! In queste ore stiamo concludendo un lavoro che si era protratto per mesi, fra differimenti e imprevisti. Abbiamo lastricato, con posa ad opus incertum (quindi lastre irregolari per dimensioni, foggia e cromia), la zona delle fosse biologiche, ottenendo una aia di circa 20 metri quadri, meraviglioso approdo della scalinata che congiunge al pozzo. Una zona nuova, che inizia a tracciare una linea verso l’altra unità abitativa, il fienile, quello di cui tante volte ho ritratto il meraviglioso portale ligneo, che vorremmo ristrutturare in tempi non biblici.
Intanto, mi godo con davvero tanto piacere la seconda aia, con le pietre di fiume, di terra, tondeggianti, spigolose, col muschio, ferrose che lo compongono. Dal pozzo l’immagine è davvero bella, coi riflessi della maglia di ferro ottagonale a copertura del pozzo che si riverberano lungo la scala, che sale fino ad approdare alla seconda aia di nuova lastricatura.
Attorno alla scala gli orti hanno quasi concluso la loro produzione estiva: pomodori, cetrioli, melanzane, friggitelli, fragole, zucchine, fiori di zucca, cocomeri, zucche gialle e poponi. I fichi varietà turca, buonissimi. Non ci siamo fatti mancare niente, insomma.
Quel che mancano sono i pennuti, ai quali eravamo molto affezionati (ci riproveremo) ma che una volpe ci ha portato via. La stessa volpe che ormai ha capito che a Bisarno si sta bene e che, in assenza di tartara di pollo gradisce pressochè ogni sera i croccantini dei gatti e un pezzettino di ‘nduja!
“Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”, pareva mi dicesse leccandosi i baffi dopo l’ennesimo pezzo di ‘nduja che le ho dato per fidelizzarla.
La coda ultima e malinconica del nostro viaggio si è svolta in Cilento, una piccola area di collina e mare a sud di Salerno, in Campania.
Avevamo affittato per qualche giorno un casale dell’Ottocento, con pietre a vista e con un meraviglioso parco di agrumi, aromatiche, muretti, pozzo, forni, pomodorini, ai piedi del borgo di Castellabate. Un po’ Casale San Pietro, questo il nome, ricorda una struttura signorile toscana, in altri anche Bisarno, casa mia.
L’arrivo è stato spettacolare: provenivamo dalla Sicilia e salendo abbiamo percorso la via della mozzarella, con tutti i caseifici di bufala a tentarci, e poi la litoranea e, nell’ultimissimo tratto, siamo saliti verso il paese di Castellabate. A un chilometro circa dal centro del paese, nella frazione San Pietro, si ergeva il casale.
Tutta l’area è un saliscendi fertile e ben tenuto, con piccoli paesi, fattorie, molti caseifici, atmosfere anticate. Il mare è pulito, vissuto con molti pescherecci, tante spiagge, bei colori. L’arte è tanta, sia naturale che umana (Paestum è uno dei siti archeologici più affascinanti mai visitati), ci sono borghi meravigliosi in pietra e la produzione della Bufala, beh, rende il tutto estremamente godurioso. Così come i vini, i salumi, le verdure, i pesci…
Una capacità di unire il bello e il buono che mi ha rapito. E che mi ha fatto sentire atmosfere ben note, di casa, toscane.
E non è una percezione sbagliata. Documentandomi un po’, ho letto che la più accreditata ipotesi sull’origine del termine Cilento provenga da Cilens, il dio del destino, una divinità etrusca molto potente e presente in davvero pochi culti, per la sua imprevedibilità e cattiveria.
Gli Etruschi raggiunsero anche alcune zone del sud, fra cui quella geograficamente associata al Cilento! Gli Etruschi con la loro capacità di godersi la vita. Di valorizzare la donna. L’attenzione sul presente. Questo lascito è emozionalmente evidente in Cilento. Un fazzoletto di modus vivendi etrusco che unisce la mia Toscana col Cilento che mi ha quasi adottato.
E un particolare mi ha fatto ulteriormente scattare questa scintilla. Dopo aver ammirato il parco archeologico di Paestum (alias Poseidonia), una area molto circoscritta e ancora ben preservata, con alcuni templi sublimi, tipo quello di Atena e di Ercole, sono andato a visitare il museo limitrofo, che raccoglie uno dei reperti più evocativi dell’antichità, la tomba del tuffatore.
Si tratta di una tomba in pietra di età antica che, scoperchiata – lo scoperchiamento, e la scoperta, sono recenti, del 1968 – ha rivelato una serie di illustrazioni all’interno.
Scene di un convivio, con amore fra due giovanotti, una partita di cottabos, calici gonfi di vino, immagini insomma liete, e, fra queste, la più misteriosa poiù più difficilmente inquadrabile. Una figura umana in atto di compiere un tuffo.
Quale è il significato di questo tuffo, accanto a scene di vita conviviale che celebrano lo stare insieme e il gioco? Si può ipotizzare la celebrazione di un atleta, di uno sport, ma il tuffo non era considerato tale. Molto probabilmente quel tuffo è una metafora: tuffarsi a capofitto nei piaceri della vita – il gioco, l’amicizia, l’amore, la filosofia, il cibo, il vino – perchè Cilens, il dio del destino, non sai mai cosa possa avere in serbo per te, e allora, carpe diem, scegliti un territorio benedetto da dio, coltivalo con grazia, abitalo con stile, ricavaci bontà, accanto a un mare che apre gli orizzonti e i pensieri, ed ecco il Cilento.
Dopo i giorni di puro panismo nella zone della Sicilia Occidentale, ci siamo spostati verso una Sicilia più selvaggia, più sporca, più complessa, più contraddittoria ma non meno affascinate, l’agrigentino.
Da Castelluzzo, dove abbiamo lasciato con grande malinconia il baglio, il bucolico Baglio Poma, ci siamo diretti di buon mattino verso Aragona. In itinere, una sosta obbligata alle saline di Marsala.
Le saline di Marsala sono meno scenografiche di quelle di Trapani (che colori!, ho scoperto che il rosa delle saline è determinato da un gamberetto), ma sono più autentiche e soprattutto sono site all’interno di una vasta area paludosa, in cui l’acqua del mare non raggiunge mai il metro di profondità, nota col nome di Spiaggione, delimita dall’incredibile isola fenicia di Mothia, uno delle migliori attestazioni fenicie al mondo.
L’arrivo di Fontes Episcopi è stata come l’oasi nel deserto. La zona sud, sud ovest della Sicilia, è forse la più complessa, ancora vessata da problemi di origini mafiosa, abusivismo edilizio, immondizia non raccolta, randagismo e una non banale quota di povertà.
Fontes Episcopi invece è stato un luogo di pura magia: architetture classiche, interiors raffinati che hanno riaccolto e ri-usato arte povera locale, quadri di artisti contemporanei, le donne di “casa” a curare meravigliose cene, una piscina esclusiva, frutteti attorno…una assoluta meraviglia che ha costituito da base per tre grandi filoni della nostra vacanze: le aspre e selvagge spiagge dell’agrigentino, le vie degli scrittori, e – last but not the least – la Valle dei Templi di Agrigento!
Il proprietario, immalinconito dalla dipartita della moglie, ha dedicato tempo e cuore al racconto della vita laboriosa siciliana, a partire dalla rinomata arte fabbrile delle serrature di Aragona.
Grazie a lui, e a un libro presente nell’agriturismo su Pirandello, abbiamo esperito la Via degli Scrittori, visitando sulle loro orme paesi quali Racalmuto (borgo di Leonardo Sciascia), Porto Empedocle (Pirandello e Camilleri) e Favara, paese in cui una sofisticata presenza di artisti moderni sta cercando di controbattere la criminalità e il degrado.
Racalmuto è una delizia decadente. Al di là della Fondazione Sciascia, voluta dallo scrittore e tenuta oggi in piedi dai nipoti, il paese è pieno di chiese, strade, un’atmosfera viva e industriosa. E la granita al cioccolato di Costanza, e la nostra di mandorla, sono state una vera delizia.
Favara è stato forse il paese più affascinante di tutti. Totalmente degradato, con una atmosfera da far west, brutto nel suo eccesso di caos edilizio e deliziato da questo centro, farm, di artisti contemporanei che la strappano al degrado, per lo meno nella zona “artistizzata”. Da visitare assolutamente. Con occhi curiosi e non pregiudizievoli.
Porto Empedocle è la parte marina di Agrigento. È la patria di Camilleri (Ligata è Porto Empedocle) e soprattutto di Luigi Pirandello, che abitava nella contrada Kaos, nella casa del Pino, come la chiamava lui stesso. Entrambe le città hanno una atmosfera molto decadente, lisa e vissuta, ma si riscattano la prima grazie a una vivace attività portuale e di pesca (non a caso una delle migliori cene di puro pesce, da peschereccio, è stata a Porto Empedocle), la seconda grazie al suo affaccio sulla stupefacente Valle dei Templi, un insediamento greco meravigliosamente conservato.
Infine, il mare. Il mare attorno ad Agrigento non ha quelle nuance infinite e cristalline che aveva nel trapanese, ma è di un celeste acceso, che contrasta con il calcare di molte formazioni rocciose. Ci sono spiagge ampissime di sabbia fine. Una di questa permette una spettacolare camminata alla celeberrima Scala dei Turchi, via acqua bassa su lastroni di pietra calcarea, poi sabbia, poi ancora muschiata dalla poseidonia…Un’avventura arrivarci e che soddisfazione farsi delle foto ai suoi piedi, un po’ franati.
Sono arrivato a Favignana in gommone, in una ventosa giornata di fine agosto, tagliando con abilità le increspature del mare turchese.
Ho chiuso per un attimo gli occhi, turgidi di emozione, immaginandomi di viaggiare a ritroso nel tempo, fino a 150 anni fa, le vele cullate dai venti che dallo Stagnone delle saline di Marsala, in Sicilia, ci accompagnano dolci fino a Favignana, all’abbagliante Tonnara della più grande fra le Egadi, in un caleidoscopio sognante di riflessi turchesi, tufacei e carmini.
Immedesimandomi in un Florio. Vincenzo. Giulia. Ignazio. Giuseppina. Paolo. Franca.
I Florio sono indiscutibilmente fra le più grandi famiglie che la storia di Italia abbia mai avuto, e sono tutt’ora perplesso dal perché abbiano goduto di così poca biografia, a differenza degli Agnelli, dei Medici, dei Borgia, dei Farnese, degli Olivetti, dei Ferrero, di tutte quelle stirpi che, arrotolando alla confusa secoli e regioni, con le loro gesta hanno pitturato di operoso e zelante bello l’Italia.
Fortunatamente è uscito uno splendido libro, due per l’esattezza, I Leoni di Sicilia (Editrice Nord, 2019) e L’Inverno dei Leoni (Editrice Nord 2021), della scrittrice Stefania Auci, che rende a questa famiglia la giusta riconoscenza. I virgolettati di questo articolo sono pezzi che ho sottolineato durante la mia avida lettura.
I Florio erano dei “pezzenti” di Bagnara Calabra che, a fine Settecento, nel 1799 per l’esattezza, emaciati dalla miseria e dalla fame, a seguito di un terremoto che ne falcidiò la famiglia, tentarono la fortuna approdando, con la loro bagnaruola da pescatori, al porto di Palermo. Il capoluogo siciliano, ai tempi, era una delle grandi città europee, sotto il dominio dei Borboni. I Florio di lì a pochi anni avrebbero vissuto da protagonisti la storia: prima i Moti Siciliani e poi l’arrivo di Garibaldi, la nascita del Regno d’Italia fino all’età giolittiana e le due guerre.
A Palermo, appresso il porto, Paolo e Vincenzo aprirono una “putia”, una botteguccia, ingrandendo un magazzino che avevano acquistato tempo prima, che poi divenne una “aromateria”, dove si vendevano le spezie: un emporio di «profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto».
Etica del lavoro, culto del sacrificio, fiuto per gli affari, determinazione feroce, un pizzico di arrivismo dovuto alla fame, diversificazione delle attività, curiosità: le cose cominciarono a mettersi meglio e i Florio trovano una certa dignità economica. Col crescere della loro fortuna, però, divennero invisi, malvisti alla gelosa e conservatrice nobiltà siciliana: “Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l’aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo che non gli perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi»
I campi di azione dei Florio? Dal commercio di spezie, zolfo e cortice – la corteccia di china buona contro la malaria -, ai trasporti marittimi (ai Florio si deve la nascita della Tirrenia!), al vino Marsala migliorato nella qualità e commercializzato soprattutto in Inghilterra (mai assaggiato il Marsala Florio o visitato le superbe cantine ipogee?), alle fonderie, a un banco di credito, alle relazioni commerciali e intellettuali con l’Inghilterra delle macchine a vapore, degli Ingham e dei Woodhouse, all’architettura attraverso la realizzazione di splendidi ville e palazzi in zone apparentemente inconcepibili per la mentalità dei tempi (per esempio Villa Florio accanto alla Tonnara di Scopello), alle auto (la Marca Florio è stata una delle gare automobilistiche più glamour nelle Madonie della Bella Epoque nel Novecento), alla politica, fino e soprattutto alla cattura e lavorazione del tonno.
Le tonnare sono secondo me la chiave di lettura della epopea dei Florio. Dei saliscendi della sorte, dei sudati pugni chiusi in segno di tensione e nervosismo, delle osservazioni prolungate e snervanti in attesa del pesce grosso, della sofferenza mangiata dalla salsedine, delle battaglie vinte ma anche perse. Della rappresentazione in un microcosmo anche sanguinario come la mattanza di una ascesa sociale costruita fra le fatiche, non senza compromissioni etiche e morali, con l’ingegno e la voglia di fare, la curiosità, e – infine – la guida solida e risoluta di un rais, del capo della tonnara, coi suoi canti sciamanici durante la pesca, di un pater-familias costretto a guardare sempre e solo avanti in nome di Casa Florio.
Ritorno in me giusto il tempo di approdare in quel paradiso in terra che è Favignana. Siamo quasi arrivati.
“La volevi davvero tanto, quest’isola”, mormora Giovanna a Ignazio, dopo l’acquisizione della famiglia Florio delle Egadi (Favignana, Formica, Marettimo e Levanzo) dalla famiglia genovese dei Pallavicini. Ed è un po’ la sensazione straniante che provo arrivando io. Mi piacciono gli ambienti dove uomo e natura sigillano una antropizzazione elegante, virtuosa, di mutuo supporto. La prima cosa che si vede dal mare è la Tonnara, coi suoi archi, una vera e propria cattedrale in tufo locale. Poi le ciminiere, perché a Favignana, in quel fazzoletto di terra in mezzo al mediterraneo, i Florio hanno inventato l’inscatolamento in lattine del tonno appena catturato e poi bollito e messo sott’olio, un sistema rivoluzionario ancora oggi adottato su scala globale. L’opera è dovuta all’architetto Damiani – Almeyda, che ha sempre “subito” i sogni dei Florio, convinti che il bello dovesse essere dove si lavora, accanto alla fatica, vicino alla produzione.
“L’industria domina la forza” – leggo questa frase nell’enorme portone di ingresso. La Tonnara è ancora attiva, una delle tre in Italia (insieme a Camogli e Carloforte), non più dei Florio e con finalità ormai solo didascaliche e informative. La visita dentro è un viaggio nel viaggio, fra fotografie del grande Salgado dell’agenzia Magnum, videointerviste a raccontare il passato attraverso le parole dei pescatori, le spiegazioni dettagliate delle varie aree dell’edificio, delle fasi della lavorazione, le reti e le ancore e tant’altro.
La fine del viaggio e il mio rientro al porto di Trapani, della deliziosa Trapani aggiungo, è anche la fine della famiglia Florio. Siamo ormai nel ‘900. Soffiano sinistri venti bellici, non i dolci zeffiri che ci avevano sedotto a Favignana. La famiglia Florio esperisce il “decadentismo”, fra abiti eleganti, maniere raffinate, amicizie altolocate, corse automobilistiche nelle splendide Madonie sopra Cefalù e attorno al borgo in pietra di Castelbuono, in cui la figura simbolo di questo chiaroscurale canto del cigno è l’iconica Donna Franca Florio, moglie di Ignazziddu e definita la “donna più bella d’Europa”. Non male se si riguarda indietro di poco più di 100 anni, quando i Florio non avevano che un magazzino putrescente a Palermo ed erano stati costretti dall’indigenza più nera ad abbandonare la Calabria verso la Sicilia a bordo di una vecchia barca da pesca, con gli occhi aperti verso il mare e i pugni ben chiusi fino quasi a stritolare le ossa delle dita.
Il borgo siciliano di Erice si arrocca a circa 800 metri in cima all’omonima montagna, Monte Erice, che domina la costa trapanese e il mare azzurro delle Egadi.
Erice è una cartolina cantata nel tempo dai più grandi poeti classici: Catullo, Ovidio, Virgilio. Durante i secoli si sono avvicendati popoli e culture – greci, romani, fenici, spagnoli, normanni – , nel più classico sincretismosiciliano, popoli che hanno sempre rispettato il genius loci, ossequiandone la bellezza naturale con costruzioni civili, militari e religiosi di pari grazia e suadenza.
La pietra è la chiave di lettura del borgo. Erice si inerpica per viuzze acciottolate, alcune così strette da permettere a malapena il passaggio di una persona, con case pietrose frequentate sia da scienziati (vi è anche la Fondazione per la Scienza del grande scienziato Antonino Zichichi, dedicata a Ettore Majorana, il geniale fisico della “scomparsa misteriosa e unica” cantata da Franco Battiato in Mesopotamia) che da artisti contemporanei – con gallerie sia di arte moderna che di artigianato locale: le maioliche colorate, le pigne e i re normanni portafortuna, i tessuti dai drappi arabescati, i quadri di giovani pittori.
Le numerose chiese – se ne contavano più di cento, ora poche meno -, le intime piazzette, le porte, il Duomo, il Castello di Venere con la fortezza di età normanna, le mura elimo-puniche, le conferiscono una formale austerità dal sapore medievaleggiante e con qualche moderno innesto eclettico (come la deliziosa Torretta Pepoli, da dove nelle giornate terse si vedono persino le Egadi), temperata da un senso classico della misura, dalla presenza di alcuni incantevoli giardini e addolcita dai profumi inebrianti delle numerose gelaterie e pasticcerie, fra cui la celebre “Maria Grammatico” e le sue ancora più celebri “genovesi”, paste frolle ripiene di crema e ricotta.
Se infatti la pietra è l’elemento fisico dominante, il profumo di mandorle, di tostature, di pasta frolla, di lavorazioni dolciarie, è l’elemento immateriale e seduttivo che avvolge Erice e la trasferisce in una dimensione altra, sognante e fiabesca.
Tanto più se si ascende al paese attraverso la funivia che parte lambendo il mare di Trapani, dove si sale accaldati, e al primo passo fuori dalla stessa, in cima al paese, si è costretti di fretta a togliere occhiali da sole – una avvolgente nebbia non è rara neanche d’estate – e indossare abiti più pesanti.
Erice, oggi, è sia un rinomatissimo e meritato centro turistico di suggestiva beltà ma ha, ancora e soprattutto, una viva centralità nel dibattito scientifico mondiale. Il “Manifesto di Erice”, edito dalla Fondazione per la Scienzanel 1982, promuove una scienza orientata ai valori, condivisa, volta al bene pubblico. Una dichiarazione laica, senza confini e progressista, che ripudia studi sulle armi, che a oggi ha visto, in quasi 40 anni di vita, l’adesione di circa 10.000 scienziati da oltre 126 paesi di tutto il mondo.
Tutto questo rende ai nostri occhi il piccolo borgo di Erice un luogo ancora più magico.