Anno: 2022

  • Babbo, 4 anni ormai.

    Babbo, 4 anni ormai.

    Quattro anni che il babbo è morto. Era l’8 dicembre 2018. Un anno cataclismatico per la mia vita e la mia famiglia. Da quel punto bassissimo di quel giorno buio buio, di quei giorni meglio dire, è come se lui ci avesse aiutato da lassù e ci siamo, giorno dopo giorno, rimessi in pista e riaggiustato tanti pezzi. Cicatrici dolorose ma siamo ancora qui. E oggi mi sono ricapitate le parole che Laura gli aveva dedicato. Sono parole difficili per me da affrontare. Leggerle ferisce e allevia al contempo. Le riporto qui, nel mio piccolo cassetto digitale. E le dico grazie. Non era un periodo bello nemmeno per lei e non era per niente dovuto.

    “Se diciassette anni fa mi avessero detto che mi sarei sentita così sola dopo la morte di mio suocero, li avrei presi per matti.
    Poi, però, mi sei toccato in sorte tu, per suocero, e mi sono ritrovata ad avere quasi un secondo babbo, io che già ho un meraviglioso babbo Maurizio.
    Mi sei stato complice divertito quando mi sono intrufolata in casa vostra approfittando dello stordimento da influenza di Francesco, recalcitrante a farci incontrare agli albori della nostra storia.
    Mi hai sostenuta e aiutata col mio lavoro e le gravidanze, sempre disponibile anche oltre le effettive necessità.
    Sei stato un muratore/imbianchino improvvisato entusiasta, quando abbiamo comprato la nostra prima casa, undici anni fa, demolendola completamente.
    Mi hai viziata e coccolata ad ogni festività e compleanno, con regali scelti personalmente da te.
    Sei stato un nonno amorevole, innamorato perso delle tue nipotine, sempre pronto a portarle ovunque, interessato a tutto quello che facevano e dicevano, e tutto questo dal loro primo giorno di vita all’ultimo della tua, quando vi siete salutati.
    Hai apprezzato e ti sei goduto, per troppo poco tempo, ma intensamente, la bellezza della natura intorno a Bisarno.
    Sei stato un esempio di solarità, energia, ottimismo durante tutta la malattia, vissuta all’insegna del “Non è mai brutto come sembra”.
    Non so bene cosa ti succederà adesso, perché, come sai, sono tutt’altro che disposta a prender per buoni dogmi o prediche sull’aldilà.
    E allora preferisco pensarti come fanno le tue nipotine: su un razzo dei Superpigiamini, diretto verso la luna, finalmente libero (aggiungo io) da tutto ciò che ti ha portato via troppo presto da noi, e convinta che, da supereroe quale sei stato anche quaggiù, vigilerai su di noi. Ciao Ugo, è stato bello conoscerti”.

  • La lezione della pioggia.

    La lezione della pioggia.

    Mi trovavo l’altro giorno a zonzo nel Giardino Botanico di Singapore, un areale di foresta pluviale tropicale, custodito e mantenuto come un gioiello prezioso a poche miglia dall’urbanizzazione cittadina.

    Stavo passeggiando a caccia di orchidee con fare caracollante fra alberi secolari, mangrovie, fioriture, palme: tutto mi appariva così esotico, quasi fosse dentro le dimensioni oniriche di un libro. Anche l’elevato tasso di umidità e il frinire violento delle cicale, diversissimo dal nostro ma non meno fastidioso e disturbante, contribuiva a questo effetto straniante. Sudato fradicio, frenato nell’incedere, mi sentivo quasi distante. Inquieto. Non del tutto a mio agio.

    Nel mentre che cercavo di orientarmi nel fitto della foresta, è arrivato un violentissimo fortunale. Con una ritrovata rapidità di passo, sono riuscito a ripararmi sotto un pergolato naturale, un intreccio di alberi che a prima vista avrei detto banani, ma poco importa. Il tendaggio che i rami offrivano sopra la mia testa era sufficiente a non bagnarmi. Ma che disdetta. Solo. Nessuno attorno. Con un diluvio che stava già creando dei torrenti imbriferi attorno a me. E col riverbero della pioggia così forte nel terreno pieno di foglie, da diventare quasi ipnotico. Un crepitio tribale. E istintivamente mi sono ancora di più rannicchiato vicino alla pergola alberata e spalancato ancora di più i sensi.

    E’ in quegli esatti momenti di massima furia della pioggia, saranno stati 5 minuti al massimo, ma davvero violenti, solo, nuvole basse e scaricanti secchiate di pioggia, che ho avvertito una sensazione di aderenza al momento e di bellezza che mi hanno fatto fisicamente tremare. Non più il disagio di pochi minuti prima, ma finalmente l’appartenenza. La pioggia aveva esaltato i contrasti dei colori e sollevato infiniti profumi. Degli alberi, del sottoforesta, di fiori – orchidee, ginger e i tanti altri, turgidi di vitalità, di cromie, di sfacciata apertura alla linfa vitale che così violentemente li scuoteva.

    Ho provato un senso di perfezione. E mi sono detto che senza questo inconveniente, spiacevole, del fortunale improvviso, non avrei percepito la bellezza in maniera così assoluta. Ne ricavo una metafora un po’ banale ma a cui trovo confortante aderire. Ci sono tante piogge che ci sorprendono improvvise nella vita. E che ci appaiono insensate. Imprevedibili. Ingiuste. Illogiche. E lo sono. Ma è proprio in queste piogge, in queste malinconie, in queste tristezze, fra queste paure, che si annidano i germi di sensazioni reattive intense, esaltanti, che danno emozioni, vita, brividi, e ci aiutano a percepire ancora di più la bellezza.

    La bellezza di una pioggia tropicale, rannicchiato sotto un banano, coi profumi e i colori della foresta pluviale in danza insieme a me.

  • Asia 2022. Bangkok e Singapore.

    Asia 2022. Bangkok e Singapore.

    Dopo circa 10 giorni molto intensi oggi iniziano le lente procedure di rientro a casa. Bangkok e poi Singapore. Sembra una vita fa quando sono partito. Anche questo viaggio di lavoro ha saputo curarmi, allontanarmi dai tanti spettri mentali che mi agitano sempre e farmi conoscere nuove realtà, umane, culturali, professionali. E ricaricare per la mia bella normalità con famiglia, alle porte della stagione natalizia.

    I primi giorni di viaggio li ho trascorsi in Thailand. Era la mia quarta volta in questa saporita, spirituale, chiassosa e accogliente complessità umana che è Bangkok. Rispetto alle prime volte, quindi, avevo qualche strumento in più per decodificare il tutto e riuscire a carpirne gli aspetti essenziali, pur sempre attraverso un filtro molto privilegiato quale è il mio benessere da viaggiatore di lavoro occidentale. Bangkok in sé non ha niente di particolarmente rilevante. Intendo non ha l’attrazione turistica da vedere, l’icona icastica, ma è l’anima stessa di Bangkok l’aspetto più interessante della città, e per me l’elemento che mi ha stregato. Un’anima visibile, ammaliante, colorata, affettuosa, che si dipana ed emerge da una megalopoli gigante, molto inquinata, anche un po’ sporca e fin troppo rumorosa. Quest’anima emerge non tanto e non solo dai colorati templi buddisti, dagli altari pieni di fiori e dai monaci buddisti, non tanto e non solo dal cibo – e dalla frutta tropicale e dalle bevande a base di frutta – che si trova dappertutto, a buon mercato e con una qualità che per me non ha equali nel mondo (e dire che ne ho assaggiati di piatti), sia in strada che nei semplici ristoranti che negli account più lussuosi, non tanto e non solo dalla flora tropicaleggiante che si fa strada nel cemento, nel moderno lussuoso che si scontra con le vecchie usanze, con le palafitte dei mercati, coi grovigli di fili attorcigliati in spregio a qualsiasi norma di sicurezza, quanto e soprattutto nelle persone. Umanissime, premurose, attente al tuo benessere. Non a caso la grande tradizione del massaggio orientale trova in questi luoghi sublime completezza come puro atto di accoglienza, di consapevolezza del presente, di rallentare dalla folle corsa che è la vita. Il cibo, lo spiritualità, la laboriosità sono essenzialmente correlativi oggettivi dell’anima di questa città. Mi stupisco molto quando leggo di non pochi viaggiatori che disprezzano Bangkok. Che ne sottolineano solo il caos e la sporcizia, la mancanza di monumenti imperdibili, la poca chiarezza di intenti di una città. Per me riuscire a dedicarmi un paio di ore dalle tante attività lavorative e passeggiare a caso, visitare i Budda, i templi, prendere il battello, gustarsi un pad thai con una noce di cocco come bevanda, indossare nel taschino una orchidea raccolta da uno sdrucito marciapiede, è stato balsamico, potente e profondamente piacevole.

     Singapore è totalmente un’altra cosa. La mia prima volta era stata a maggio 2018 e ne ero rimasto sconvolto. Già l’aeroporto “jewel” Changi è pazzesco. In città si parla un inglese oxfordiano. Pulizia svizzera. Modernità sostenibile come in nessuna altra parte del mondo, né Hong Kong né Manhattan nè certe zone di Berlino o Milano o Miami. Zero traffico. Trasporti pubblici efficientissimi. Una città del futuro, come ci si immagina possa essere un futuro in cui tutti rispettano le regole, la cultura del prossimo, ci si impegna per gli spazi comuni, si convogliano scienziati e artisti per migliorare passo dopo passo la città. Singapore è stata fondata nella foresta tropicale, con a nord la Malesia e a sud l’Oceania. Una baia naturalistica suggestiva su cui sono sorti grattacieli e modelli abitativi e di terziario raffinatissimi, giardini tropicali, giochi di acqua, musei del design, di arte e di scienza, università e centri di ricerca e formazione di primissimo livello, in cui i brand hanno investito per farsi vedere come filantropi, come costruttori di bellezza. La città, a differenza di Bangkok, è costosissima. Forse è questo il neo più grande. Singapore non è per tutti perché la vita qui costa moltissimo. E anche il clima equatoriale, con tassi di umidità mai esperiti, può in parte frenare un concetto di vivibilità tout court. Ma la bellezza di questa città è letteralmente sconvolgente.

  • La valigia leggera.

    La valigia leggera.

    Nei miei primi viaggi di lavoro, circa 15 anni fa, non riuscivo quasi mai a uscire da me stesso. Mi rannicchiavo dentro valigie ingombrantissime che mi facevano urtare dappertutto, l’ansia di perdere l’aereo mi portava in aeroporto ben prima delle consigliate due ore dalla partenza, con me una infinità di farmaci e medicine, e vestiti ben più spessi del necessario, come se a tenermi caldo dovesse essere ciò che indossavo, e non ciò che avrei provato, vissuto, esperito.

    In volo verso l’Asia. Dopo tre anni esatti.

    Non avevo neanche trent’anni e combattevo contro paure, ipocondrie e malinconie, in ordine sparso. Il bello, o il brutto, è che poi si sono verificate praticamente tutte le cose di cui temevo. Sulle quali rimuginavo. Di cui mi terrorizzavo al solo pensiero: morte, cancro, sangue. La vita è strana. La pensi e la progetti. E questo un po’ tranquillizza. Ma poi, col filtro a ritroso del tempo, ci si rende conto che gran parte della programmazione è sterile e il percorso è imprevedibile.

    Sono accaduti, questi temuti accidenti, malgrado i miei tentativi di razionalizzare, di controllare, di prevedere. E in questi anni di ruminanti, talvolta estenuanti riflessioni tutte portate dentro di me con fatica, e di imprevedibili situazioni, sono accadute anche cose belle. Molto belle. Forse ancora più belle grazie a queste brutte. Sono diventato babbo e poi orfano di babbo. Marito dopo aver quasi perso la compagna. Più fatalista. Più cinico. Più umoristico. E non ho smesso un attimo, dal momento in cui questa strana guerra fra le parti ha cominciato a caratterizzarmi (“amici, a un tempo stesso amore e morte ingenerò la sorte”, scrive Leopardi), di cercare di reagire, di trasformare il tutto in una opportunità. Di vivere di sentimenti e di idee, con una ossessione sana (almeno questa) di lasciare una presenza, una traccia di me. Di sentire i bei momenti con maggiore intensità anche grazie ad altri orribili vissuti. Di stare nel presente e di cercare la bellezza, la bellezza che comunque c’è e riesce sempre a carezzarmi, a nutrirmi. Sono diventato anche un apprezzato lavoratore, che è riuscito a fare delle proprie passioni un lavoro: l’umanità, le storie, la parola, la bellezza, il gusto, il design. Il viaggio, appunto e soprattutto. Quello per cui servono “occhi ogni volta nuovi” e “un paese a cui rientrare”, mischiando Proust e Pavese. E oggi, ormai adulto maturo, riprendo a viaggiare a lunga tratta dopo tre anni nei quali ci siamo tutti fermati per il covid. Prima lentamente in Europa. Poi ora anche Asia. A 10 anni esatti – sto riguardando le foto sull’iphone, pazientemente catalogate, dal mio primo viaggio in queste terre ospitali e voluttuose. Lascio una casa sempre più gonfia di bellezza e affetti. Ho una famiglia meravigliosa di cui sono strafelice.

    E, a differenza dei primi goffi viaggi, non ho indossato abiti particolarmente pesanti. Arrivo in aeroporto a ridosso della partenza, pochissimi farmaci e, soprattutto, un bagaglio a mano leggerissimo. Una piuma. Ovvio, non mancano le stesse paure, le stesse malinconie, le stesse paranoie di venti anni fa – temo che me le porterò nella tomba -, ma sono in un certo qual senso arrotondate, smussate, meno zavorranti, nella certezza che a ogni viaggio acquisisco qualcosa: affetti, incontri, sapori, momenti di non trascurabile pura emozione, direi quasi felicità.

  • Il piano -1 del fienile.

    Il piano -1 del fienile.

    Più che un progetto, il ripristino del piano interrato del fienile, quello storicamente utilizzato per la vinificazione delle vigne della fattoria, sta rappresentando una sorta di gioco creativo e di balsamo per la mente in un periodo un po’ grigio. Cerco quindi di metterci un po’ di fantasia, entusiasmo e di tirarne fuori quel magico che questi posti hanno sempre saputo evocare.

    L’idea fondante è quella di un recupero conservativo a basso costo dell’ambiente cantina, con una conversione da luogo di vinificazione e stoccaggio a favore di un ambiente ibrido, umano, in cui convivono virtuosamente la parte conviviale con quella di studio-laboratorio. Un ambiente di design industriale, un luogo di simposi, comunque rustico, di recupero, di pensiero laterale, di libagioni, in cui far fiorire e circolare idee, creatività, pensieri. E di bellezza. La bellezza, da inseguire sempre.

    Come? intanto con una cantina, installata in fondo allo stanzone accoppiando due fogli di rete elettrosaldata. Poi col pezzo grosso: un bancone bar ricavato da un banco di lavoro di un ufficio postale anni 50, tutto lamiera e formica, ancora con le sue teche per la corrispondenza, di rigoroso design, su cui pendagliare delle lampade in latta industriale, installare un lavabo, e utilizzarlo per fare qualche cocktail, aprire bottiglie, sporzionare un po’ di cibo, colloquiare amabilmente. La stufa a legno in ghisa da sempre presente qui di nuovo operativa. Una fratina dove o mangiare o creare e ricevere. Un divano letto. Un piccolo bagnetto. A terra, il vecchio cotto delle case coloniche toscane e nel bagno le cementine. Le pareti ancora di vecchio intonaco sdrucito e un po’ smagliato. Impianto elettrico sovietico, a vista coi tubi di rame. E le voltine sabbiate, mangiucchiate, su cui pendono ganci e fil di ferro, di nuovo restituite crude all’ambiente.

    Ah, e il nome? Il nome è quasi magico. Barn in inglese significa fienile. Bar mi sembra chiaro cosa significhi. E queste 4 lettere sono contenute nelle 7 che compongono la parola Bisarno. Il logo lo abbiamo già: stessa matrice del logo di Bisarno, al posto di Bisarno, BAR(N), al posto di Toscana, Bisarno, perchè il BAR(N) è il laboratorio conviviale e creativo di Bisarno.

  • Cacciatori di bietole.

    Cacciatori di bietole.

    In queste giornate ancora calde e suggestive di giorno, ma ormai ben autunnali, crepuscolari e umide di sera, le attività di giardinaggio e ortismo sono particolarmente gratificanti. La natura regala fioriture spettacolari, dei veri e propri canti di cigno: i fiori di zafferano che ogni mattina mi si schiudono sono commoventi. La terra spesso umida intride le mani di profumi intensi: quando spazzo le foglie di noci, o le rimuovo dalla canalina delle acque piovane. I cavoli neri cominciano a tirar su il loro fusto fiero, con le foglie di un verde scuro di grande eleganza. I corbezzoli contrastano col loro rosso fuoco il verde delle foglie e il bianco dei fiori, tutto assieme nello stesso momento. Le rose con le loro ultime rifioriture nelle loro conche. I lombrichi che appena smuovi la terra guizzano fuori.

    Un vero e proprio momento di connessione e di bellezza.

    In questi giorni sono anche spuntate, e con le bambine e mia zia ci siamo cimentati nella raccolta, le bietole. Non so come mai, ma ce ne sono tantissime. E le bietole selvatiche sono super buone. Saltate in padella, soprattutto. Ma anche per gli “gnudi”, i ravioli senza involucro di pasta così amati qua in Toscana dai tempi di Caterina dei Medici.

  • La madeleine  della bacoccola.

    La madeleine della bacoccola.

    Quando eravamo bambini, la mia cugina più piccola aveva una simpatica stortura fonetica, che in famiglia diventava sempre l’oggetto di grandi risate. Una delle parole più divertenti, se pronunciate da L., era bacoccola, il termine con cui chiamiamo in Toscana, o per lo meno nel fiorentino, i galbuli, le bacche dei cipressi. Ed era mio babbo quello che più di tutti sollecitava la pronuncia di questa parola, durante le nostre giratine domenicali per le bellezze delle nostre campagne, in cui i cipressi, e le bacoccole a terra, con le squame già aperte e rinsecchite, erano onnipresenti. E quanto ci divertivamo in questo gioco stupidissimo e allegro. Grandi e piccini.

    Ieri era una giornata mite, dolce, in cui del tutto casualmente – stavo zappettando i biancospini – ho alzato la schiena e mi sono trovato di fronte alle bacoccole, ancora in pianta, dei miei cipressi. Sono cipressi giovani e sono andati a frutto per la prima volta quest’anno.

    E’ stato un attimo, un tuffo nel passato, e mi è tornata subito a mente la sua voce, anzi, ho sentito la sua voce chiedere alla mia cugina “L., come si chiamano queste?”, mentre io guardavo intontito le mie bacoccole trent’anni dopo, uomo di 45 anni, più grande di quanto lo era lui allora, e le sue squillanti, dolcissime risate alla di lei farfugliata risposta. Tutto è durato poco più di qualche secondo: inatteso, avvolgente, improvviso, bello, affettuoso.

    Il babbo era lì con me. O ero io di nuovo là, trent’anni fa con lui. Nelle spire dell’atemporalità schiuse da una bacoccola un caldo martedi di inizio novembre. Mi sono asciugato le lacrime e ho ripreso, curvo, a zappettare i biancospini.

  • Prendersi cura. Il croco di zafferano.

    Prendersi cura. Il croco di zafferano.

    Stamani, come ogni giorno, sono sceso nell’orto. Molto presto, la luce era ancora fioca, le altre dormicchiavano (è pur sempre domenica, con l’orologio anche spostato indietro), la nebbia umida bella presente. Mi piacciono gli odori del bagnaticcio, il calpestio delle foglie e della terra, quei silenzi intervallati da qualche uccello spaventato che si alza in volo e dai gatti che mi spiano lontani ma vicino. E arrivato alla vasca degli zafferani, sono stato immediatamente rapito dal primo, primissimo fiore di zafferano spuntato! Che emozione! Un fiore bellissimo, eretto, con le foglie viola venate di sfumature più tenui sempre violacee, e tre pistilli rossi all’interno di questo bel fiore.

    Ho iniziato la coltivazione dei crochi quasi per gioco, spronato da una amica. Avevo dedicato loro una delle vasche dell’orto, per vasche intendo una porzione di terra delimitate da dei marciapiedi di cemento (ne ho due, una per le fragole e una, da ora in poi, per gli zafferani). A questa coltura mi ci ero prestato grazie alla dritta di una amica e con tutte le migliori attenzioni e tutte le cure: vangato il terreno, concimato, rimosso il terreno che subito qui tende a fare croste, atteso con pazienza, espiantato le erbacce che fanno sempre dannare. E, quando già da un pezzo ricevevo foto di fiori meravigliosi, pistilli rosso fuoco, già essiccati, addirittura dosi per fare il risotto, ecco, finalmente, il primo di una lunga serie – speriamo! – di fiori di zafferano.

    La natura mi insegna, anzi, mi conferma, quanto sia gratificante, riempiente, essenziale, il prendersi cura. E’ un esercizio fisico che appaga mentalmente. E che ripaga sempre bene. Attorno al prendersi cura danzano parole altrettanto magiche: la consuetudine, il reiterare gesti, le premure, che aiutano a generare, a creare. A portare bellezza.

    Ho raccolto il fiore, “appena spuntano vanno presi” dicono gli esperti, tolto i 3 pistilli. Messi a seccare. E poi sono tornato nei campi. Ho mangiato dei corbezzoli, delle palline rosso fuoco succose e gustosissime. Raccolto i melograni. Le ultime noci. Spazzato e rastrellato le foglie. Poi sono tornato in casa, dove le altre stavano facendo colazione.

    Mi unisco a loro.

  • Il gusto di stare insieme.

    Il gusto di stare insieme.

    Ne avevamo parlato da tempo, con la zia, la mamma, le cugine: fare un meraviglioso pranzo di pesce, come eravamo abituati da bambini, con nuove generazioni e con qualche mancanza (il babbo, lo zio) da celebrare proprio come sarebbe piaciuto a loro. Il tempo passa e la nostalgia può essere esorcizzata nel piacere dello stare insieme. Nella convivialità. Nella bellezza.

    E Bisarno si presta, come sempre, molto bene.

    I preparativi stessi hanno rappresentato un bel momento. La definizione del menù: tutto pesce. Dei vini. Del chi fa cosa. Degli ospiti, inclusi i genitori dei compagni delle mie cugine. Una nuova famiglia. Da parte mia, mi sono industriato già nei giorni precedenti, a predisporre gli spazi esterni: l’aia ben spazzata dalle prime foglie caduche, i due tavoli di legno uniti in una suggestiva “imperiale”, con le seggiole colorate in tono coi piatti in ceramica, sotto la pergola quasi arrossata e la turgida uva pensile. Le noci raccolte. Gli ultimi pomodori verdi. L’erba tagliata. Le bambine a far fiori nei campi attorno per abbellire le damigiane vuote.

    E, sotto un tiepido sole d’ottobre, abbiamo iniziato le danze.

    Schiacciata fatta in casa. Insalata di seppie e calamari. Impepata di cozze. Stoccafisso con patate. Penne alle vongole. Spiedini di pesce composti da gamberi, rana pescatrice, palombo e seppie. Melanzane sott’olio. Torta ai tre cioccolati. Castagnaccio. Gelato. Noci sgranocchiate placidamente.

  • Ottobrata, la testiera e qualche cavolo.

    Ottobrata, la testiera e qualche cavolo.

    L’ottobrata è il termine con cui in Toscana si definisce un periodo più o meno lungo, di solito di circa 10 giorni, di buona stagione, di temperature miti, di colori dolci e morbidi, di un una bellezza stordente e malinconica.

    Le foglie virano al giallo e qualcuna già al rosso. Qualcuna cade. Si raccolgono frutti turgidi e ubertosi. Una volta questi giorni coincidevano anche con la vendemmia del Sangiovese, l’ultima fra le uve a essere raccolta, e i profumi dei mosti si confondevano con quelli dei giuggioli, dei corbezzoli, dei melograni, dei malli di noce, dei primi cachi e degli ultimi fichi.

    Sono questi i giorni che permettono un esercizio psicologico sempre più importante per me: la connessione. Getto l’ancora nel porto sicuro della bellezza delle cose, dell’interazione virtuosa fra natura e uomo, del senso del finito e del precario che proprio in questa consapevolezza offre le prestazioni più elevate, dei canti del cigno sublimi e struggenti.

    Questa domenica ne abbiamo approfittato per piantare un po’ di cavoli, dei radicchi e un paio di carciofi nell’orto dell’altalena arrugginita. La terra era morbida e piena di lombrichi. Più che un orto, è una attenzione alla ricerca del bello che appaga, a del tempo trascorso insieme senza distrazioni con le bambine e la Laura. Mi sono tolto anche lo sfizio di un piccolo gioco di riuso, con l’aiuto del mio suocero: avevo la vecchia testiera di un letto in ferro battuto che giaceva nel fienile. Mi è parsa come una bella fioriera. L’ho ancorata al muro della porcilaia. Ci ho messo un portavasi in ferro e sono andato al vivaio a cercare una piantina che si intonasse col colore oro della testiera e con la porta in legno rosa della porcilaia: l’edera. Al colmo della testiera in ferro, avevo due vecchi annaffiatoi di latta, che hanno completato il quadro. Il sole di ottobre, l’ottobrata, ha conferito la giusta luce. E un po’ di bellezza addizionale.