“Ben più della metà della vita l’abbiamo già trascorsa e il resto sarà sicuramente peggio della prima parte”. Alle porte del Natale, è questo il pensiero che ultimamente più mi attanaglia, soprattutto quando si fa buio, mi giro nel letto più a lungo del solito, le giornate sono corte e ci si avvicina alla fine dell’anno e al momento dei consuntivi.
Eppure, è un periodo questo che quasi non dovrebbe lasciar affiorare i pensieri tristi, viste le tante cose in ponte. Tutto sommato belle. Prendersi cura delle bambine è qualcosa che impegna e dà significati, e lascia un certo senso di leggerezza. Stanno crescendo, ci sono piccoli inciampi – oddio, anche grandi spaventi come quello di Costanza – ma prendersi cura di loro aiuta. Poi il lavoro. Vero: faticosissimo, ma proprio in quest’ultimo anno di difficoltà sono emerse le soddisfazioni più grandi e sono nati progetti che sento quasi come dei figli. Quest’anno è nato il BAR(N), spazio fisico bellissimo ma anche mio personal branding dove canalizzare la mia creatività. “La Molecola della Civiltà” è diventata grande e ho viaggiato con lei in tutto il mondo – e chissà che nel 2024 non si approdi anche nel mondo podcast. Poi le mie attività di cantastorie e la mia crescita con EACD e le lezioni ai master de Il Sole 24 Ore e dell’Università Sant’Anna. Abbiamo anche in progetto il restauro del fienile e la sua trasformazione in una nuova casetta che andrà ad arricchire il complesso di Bisarno: finalmente sono ripartiti i lavori e pian pianino ci muoviamo. Lentamente, ma ci muoviamo.
Quindi, forse è proprio questo il segreto per esorcizzare queste striscianti malinconie. Che ho sempre avuto, dai 15 anni poi, solo che con l’incidere degli anni prendono consistenze, anzi, rimuginii diversi. E quando sono accadute le cose brutte, e sono accadute, queste stesse malinconie si sono vaporizzate, sono scomparse. Allora il segreto è non pensare troppo al futuro, a quanto ne resta, non rimpiangere con nostalgia quello che è stato, il passato, le occasioni perse, e stare nel presente e fuori dai propri personalismi. Pensare in positivo. Lasciare una impronta sotto forma di gesti di bellezza, di cure dedicate, di attenzioni affettuose, di principi e valori. E provare a fregarsene dell’altra metà.
Sono atterrato a Malpensa dopo circa 16 ore di volo, a cui si aggiungono le circa 7 ore trascorse all’aeroporto di Taipei. Malgrado le incontestabili comodità del viaggio a bordo della splendida compagnia di bandiera taiwanese Eva, il volo non finiva davvero mai. A un certo punto, nel chiuso pressurizzato del veicolo, in piena notte, nel silenzioso baluginio delle soffusi luci al led, anche la testa ha viaggiato e si è sentita altrettanto imprigionata: “E se stesse succedendo qualcosa in Italia? A casa? Io come posso aiutare?”. Pensieri ruminanti, oziosi, stupidi. Ho tamponato con due, tre film consecutivi. Un po’ di sonno accidioso e accaldato. Fintanto che, finalmente, sono iniziate le operazioni di atterraggio.
Scendendo dall’aereo, ho organizzato il mio trolley, agganciandoci in precario equilibrio anche le mie giacche e lo zaino del PC e, gravato da questo fardello di viaggio, ho messo finalmente i piedi a terra in una Malpensa ancora deserta e gelida. Che cambio climatico. Pieno inverno lombardo. Ancora buio fuori. All’immigrazione sono stato smistato da due carabinieri, in italiano (ahhh bene), alla fila più veloce. In realtà, erano tutte libere. Da lì mi sono recato all’area dei treni per prendere il Malpensa Express. Ho anticipato di mezz’ora sulla tabella di rientro e questo mi ha dato un ulteriore slancio. In attesa, freddo, freddissimo, e altri viaggiatori stanchi e assonnati, di rientro da altre destinazioni del mondo, che parlavano in Italiano del film della Cortellesi, “bello ma troppo severo per l’uomo, non sono tutti così”.
Sul treno, nel mentre che sfilavano tutte le stazioni lombarde e man mano che la giornata si faceva più chiara – giornata grigia di pioggia battente e pochi gradi sopra lo zero – ho cercato invano di anticipare anche l’Eurostar per Firenze Santa Maria Novella. Tutto pieno: del resto è l’8 dicembre, ho pensato. Crucciato da come tentare di prendere comunque quel treno, che mi avrebbe garantito l’anticipo di un’ora di rientro – che col senno di poi, dopo 12 giorni fuori, cosa avrebbero cambiato? – ho compiuto gli ultimi venti minuti di Express immalinconito e con la sensazione che fosse ancora più freddo.
Arrivato a Milano Centrale ho cercato di fare colazione, per poi confrontarmi, come da suggerimento della professionista di Trenitalia che ho trovato in stazione Centrale appena sbarcato dall’Express, dal capotreno del treno su cui avrei voluto salire: “Sarà lui a darti o meno l’ok”.
Colazione! Tutti i bar erano pienissimi, con code interminabili. Allora, col mio trolley stipato di portagiacche e zaino, ho sceso le scale e mi sono rifugiato in un baretto appena fuori stazione, dove la fila mi è parsa più breve.
Un po’ di attesa e poi ho ordinato cornetto alla crema e cappuccio. L’odore del caffè nel chiuso vaporoso e indaffarato del bar mi ha dato la scossa. In positivo. Quel profumo e il sapore della pasta dolce lievitata, voluttuoso poi della crema, e l’onda calda del cappuccino che mi ha carezzato il palato, è stato il mio bentornato in Italia. Ho letteralmente rallentato la masticazione e ho sorseggiato a piccoli sorsi il cappuccino.
Poi mi sono rimesso in moto verso il capotreno, verso il binario adesso palesato, leggero e scaldato. Sentivo la piega giusta, il corso degli eventi di nuovo verso di me. E infatti il capotreno mi ha assegnato un posto disponibile e ho fatto un viaggio pulitissimo verso Firenze Santa Maria Novella. in treno ho guardato dall’IPAD i cortometraggi di Wes Anderson tratti dalle favole di Dahl e mi sono alienato in una dimensione sognante, mentre il treno superava, come comunicato dai monitor, i 300 chilometri orari.
Firenze Santa Maria Novella. Un taxi verso Firenze Sud e l’incontro con la famiglia che è venuta a prendermi al Viola Park. Un forte abbraccio a tutte, la macchina col riscaldamento a 24 gradi, e “Babbo – si va a comprare l’albero di Natale?”. Sono davvero a casa.
Aeroporto di Taipei. In attesa dell’interminabile volo che mi porterà al natio borgo selvaggio, dopo gli ultimi tre giorni di questo tour asiatico trascorso a Taipei.
Sono arrivato a Taipei scosso da quello che era successo a Costanza. La sera prima avevo concluso la mia sessione di lavoro con la cena di gala al St Regis di Singapore – andata davvero bene – con una bevuta al PallMall67 di Singapore con un collega e una coppia di coniugi giapponesi. Fatto tardo, svegliato all’alba, seconda nottata de facto con meno di 4 ore di sonno, e arrivo in una grigissima Taipei all’ora di pranzo. Tutto rifletteva il mio stato d’animo. Una classica città cinese (sapendo bene di utilizzare un improprio rispetto alla fiera indipendenza taiwanese) grigia, inquinata, anonima.
Fortunatamente già a pranzo mi sono tuffato nei sapori avvolgenti del cibo locale, di cui avevo letto meraviglie – e sono d’accordissimo: dumpling, wonton soup, dei funghetti neri, tanto oolong tea. E già dalla sera ci aspettava la prima cena di lavoro in un hotel di Taipei: subito ho apprezzato una certa dolcezza di modi delle persone, degli ospiti e un orgoglioso senso di identità. L’indomani ancora tempo piovoso, forse anche peggio, ma tanto avrei dovuto dedicarmi completamente al lavoro, con grandi esperienze gastronomiche locali, a pranzo taiwanesi, a cena cantonesi, con una mia masterclass tenuta nel magnificente Grand Hyatt della città, a pochi metro dal simbolo, che dalle prime nebbie che lo avvolgevano quando l’ho intravisto la prima volta si è progressivamente svelato nella sua bellezza: il grattacielo 101, simbolo di Taipei, e fra i 5 grattacieli più alti al mondo. Un’infinità di persone che si sono avvicinate a me, che mi raccontavano le loro attività, piatti sontuosi, di squisità bontà, un certo benessere percepito e visto (quante Ferrari, Lamborghini, Maserati), anche nel cocktail di saluto alla città dopo cena gustato in un bar, uno dei 50 top dell’Asia, il Cé la vi (scritto proprio cosi).
L’indomani, cioè oggi, avendo tutta la giornata prima di prendere i voli serali per l’Europa, ho avuto l’onore di vivere un tour privilegiato della città con un nuovo amico, che non solo mi ha spiegato la storia degli ultimi 400 anni dell’isola ma anche fatto vedere tutti i luoghi più significativi della Taipei storica, e ne è emersa una città davvero piacevole.
Taiwan è stata abitata circa 600 anni fa dagli olandesi, a cui fecero seguito dei mercanti cinesi del Fujian che cercavano posti per espandersi e lo trovarono in quest’isola a cavallo fra Cina e Giappone naturalisticamente impressionante: montagne di 4000 metri, spiagge e natura incontaminata, sorgenti d’acqua spontanee. Gli olandesi furono sconfitti dai Ming e a Taiwan si alternarono le dinastie Ming e Qing, fino a che nel 1895 l’isola fu ceduta al Giappone.
Il periodo giapponese è ancora molto amato e ci sono evidenti lasciti nell’isola, sia architettonici che culturali (il wc che si riscalda e incorpora un bidet automatico, che per adesso nel mondo avevo trovato solo a Tokyo). E’ dopo la seconda guerra mondiale che si scrive la storia più significativa di Taiwan. L’isola torna ai cinesi dopo la sconfitta giapponese della seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo la rivoluzione comunista di Mao Zedong, a Taiwan si rifugia il generalissimo Chiang Kai-shek, proseguendo di fatto l’idea della Cina nazionalista prima del comunismo (instituì la Repubblica di Cina a Taiwan) e “preservando” molti aspetti della Cina pre-Mao, che ora è esperibile solo a Taiwan. Mao e il partito comunista si presero la Cina durante la guerra civile. Chiang Kai-shek e il Kuomintang, il partito nazionalista, si rifugiarono a Taiwan.
Nel 2023 c’è uno stacco piuttosto evidente fra quello che è Taiwan e quello che è la Cina dopo Mao. Ho avuto modo di vedere le città cinesi, e per certi versi, molti versi, anche apprezzarle, ma Taipei, la capitale di Taiwan, mi ha restituito delle sensazioni più accoglienti, e una certa bellezza.
La mattina ho passeggiato nelle strade in mattoni rossi della città “vecchia”: metto le virgolette perchè sono edifici risalenti al…1898! Da lì ho apprezzato in varie fogge, nel tempio buddhista e taoista (convivono insieme i due culti) di Longshan, il simbolo della città: il dragone. Qui si apprezza la grande capacità di convivenza religiosa della città fra profumi di incenso, gente che legge, altra che prega rivolta alle varie entità.
Attorno al tempio e al primo insediamento del 1898 tantissimi negozietti lavoravano e vendevano gli herbal tea. Un’esperienza aromatica molto forte.
La parte più spettacolare, oltre a numerosi edifici di stampo giapponese poi convertiti in ufficio pubblici (come le poste nazionali), è l’area del memoriale a Chiang Kai-shek. Mi sono gustato anche il cambio della guardia: mi mancava in Asia un rituale vissuto a Londra e Praga.
A pranzo ho avuto modo di assaggiare i tipicissimi noodle di vitello piccanti, che bontà!, con una dissetante birretta taiwanese.
Sono andato poi all’aeroporto accompagnato da un meraviglioso tramonto, il contrario della pioggia continua che mi aveva accolto all’arrivo.
Sono all’aeroporto di Bangkok, dopo i miei primi 5 giorni di questo viaggio in Asia, in partenza per la seconda tappa, la ogni volta stupefacente Singapore.
Sono stati giorni intensi. Mi sembra di essere partito da una vita. E ho vissuto, provato, tutte le sensazioni dicotomiche che cerco nel viaggio. Mi sono sentito solo, spaesato, malinconico, ma anche fiero di aver sfidato me stesso, le mie insicurezze e di essermi aperto a tante novità, a posti nuovi, a esperienze molto diverse dal solito, di aver respirato, sentito e guardato con tutto l’entusiasmo possibile. Bangkok non é una cittá facile, ma ti seduce con la dolcezza dei suoi abitanti, i contrasti fra lo storico e il moderno, e soprattutto coi suoi cibi capaci di creare sintesi fra sapori apparentemente inconciliabili: l’aspro, il piccante, il dolciastro, l’umami. Senza parlare dei colori, dato dall’utilizzo di frutta e fiori. Suggere una noce di cocco, e da lì farsi accogliere dal pad thai, dagli stir fry, dalle zuppe di noodles, dal morning glory, una specie di cavolo nero saltato in padella con anacardi, lime e chili, dal tom yum, il loro delizioso gambero di fiume, dal barbecue satay, sempre tutto con questo agro-dolce, con questo speziato-citrico, con la guarnitura o del petalo di orchidea o del favoloso ed edibile butterfly pea flower, dal mango in tutte le sue declinazioni e tutta la frutta tropicale, alcune stranissima, esperibile sia in ristoranti che nello street food, presente in ogni via, é stata una chiave di volta squisita e quasi materna per entrare in sintonia con la Thailandia e le attivitá di lavoro che si sono succedute. Non ho avuto un grande impatto con la città: non ho assorbito per niente bene il fuso orario, ho avuto beghe di pancia, insicurezze e un senso di smarrimento diffuso ma pian pianino, complice appunto il cibo, le carezzevoli blandizie della cittá e i colleghi che ho incontrato qui, sono riuscito a sentirmi parte del tutto di Bangkok. La parte di lavoro è stata molto proficua e ritmata: masterclass, degustazioni, l’Icon Dinner in una favolosa cena al fresco in una atmosfera fiabesca da mille e una notte, il tutto sempre appunto in strutture di gran lusso e fascino, dal Continental al Siam Kempinski al Grand Hyatt Erawan, mi hanno permesso di presentare bene i vini e il nuovo riposizionamento di Ruffino. Poi ho avuto anche delle occasioni per vedere, per rivedere (era la mia quinta volta dal 2015) la cittá, i suoi quartieri, dai mall del lusso alla zona storica lungo il fiume, il Wat Arun, il Palazzo Reale, il budda reclinato, le atmosfere e i profumi sprigionati dai venditori di cibo a ogni angolo, dalle creme, dalle essenze, dagli oli, dai saponi – ho preso le bath bombs per le Upi anche questa volta -, dai monaci in arancio che non di frequente si incrociano. E di sabato ci siamo concessi, io e la mia collega Polly che mi segue da Hong Kong, la possibilità di visitare uno dei più strutturati e affascinanti floating markets. Dopo un viaggio di circa due ore verso sud, attraversando piantagioni e fattorie di cocco, saline, fabbriche, siamo arrivati in questa cittá in cui si svolge ancora, integro, il tradizionale mercato direttamente sulle navi, delle piroghe che ti si avvicinano proponendoti tessuti, cibo, artigianato vario. Un’esperienza straniante, un viaggio nel passato, che ho concluso con un caffe nero thailandese voluttuoso come quello che avevo visto. Si fa sempre più pressante la voglia di portarci qui anche la famiglia.
Sono in una camera di un lussuoso hotel di Singapore. In attesa di cominciare una lunga giornata di lavoro su questa meravigliosa città costruita sulla linea dell’equatore.
Sono stordito, ho dormito poco e mangiato niente, se non un caffè di dubbio gusto ma certa intensità dalla caffettiera a cialde: ieri durante la sua partita di calcio, Costanza ha avuto un piccolo blocco del respiro e conseguente male al petto. Molto, tanto spavento ma non dovrebbe essere niente di grave: si è risolto dopo poco. Peraltro era già accaduto un anno fa, sempre in una partita di calcio al primo freddo. E tutti i controlli avevano dati esiti fortunatamente negativi. Questo episodio però più intenso: faremo altri controlli e cercheremo di capire meglio. Però, che situazione. Che frustrazione essere lontano dalla famiglia quando questa avrebbe bisogno di te. Una prigionia.
La sensazione di impotenza che provo a migliaia di chilometri da lei, dalla mia famiglia, è molto forte. Non è una situazione che richiede il rientro immediato e io ho ancora diversi giorni di lavoro da svolgere.
Non è la prima volta che durante i miei viaggi succedono cose non piacevoli. Nel 2016 si ebbe una prima avvisaglia, una spia, di quella che sarebbe poi diventata la malattia della Laura: un episodio eclatante e io ero in Quebec e non potevo fare niente. In Norvegia nel 2015, qui eravamo in vacanza con tutta la famiglia e ho ricevuto la diagnosi del babbo, che da lì a pochi anni avrebbe confermato il suo esito infausto. Nel 2018, a gennaio, abbiamo dovuto ricoverare Costanza per un vomito che non smetteva. Ed ero a Copenhagen. Altre volte ho viaggiato linfonodi gonfi, come in Asia nel 2013. Nel 2010 in Marocco sanguinamenti vari della Laura e a Fez ci precipita in camera mentre si dormiva un lampadario a pendagli, andando in frantumi. Ci avesse colpito…O con raffreddore violentissimo nel 2014, a Hong Kong. O all’indomani di un dolorosissimo lutto, come quello dell’amico Edo nel novembre 2016. Ci sono state gastroenteriti, presentazioni fatte con febbre alta. In Croazia nel 1997 a 20 anni sono stato ricoverato in un ospedale fatiscente di Pula con una gastroenterite acuta. Quando da bambino mi portavano in gita, vomitavo per la tensione. Una volta, alle elementari, la visita al Museo Archeologico di Firenze fu una tregenda, con io che vomitavo accanto ai reperti.
Viaggiare è essere lontani dalle zone di confort, dal nido in cui si cercano rassicurazioni. Oltre a questi, sennò mi verrebbe da dirmi in maniera molto netta di stare a casa, ci sono state decine di altri viaggi tutti straordinariamente positivi, in cui a un momento di paura, di smarrimento, di essere lontano dalle proprie rassicurazioni, subentra poi una crescita, una evoluzione, una serenità dalle difficoltà. In viaggio dico sempre di avere una lente privilegiata, ma è una lente che acuisce anche le paure, lo smarrimento, le difficoltà, perché ci si deve completamente affidare ad altro o ad altri, e, nel mio caso, devo per forza cedere la mia attitudine, la mia mania di controllare tutto. E dall’esaltazione quando le cose vanno bene, è un attimo a precipitare nell’ansia e nel panico quando qualcosa va storto. Ci si autoesplora, si vivono sensazioni così forte da tornare cambiati. E quello che ho sempre avuto, cioè una tendenza a spaventarmi, un carattere fragile, una certa ipocondria, emergono con prepotenza, soprattutto lontano dagli ancoraggi classici.
Ma non ho mai rimpianto nessuno di questi viaggi. Un po’ come la vita. Tende a immalinconirmi, mi intristisce, mi ha debilitato di assenze e mancanze ma mi fa anche provare luminosi momenti di intensa felicità.
Berlino è condannata per sempre a diventare, e mai a essere. Questa splendida citazione su una delle mie città preferite al mondo, letta oggi sulla raccolta di saggi “Passenger” dedicata appunta a Berlino (ci stiamo preparando per tornarci a breve!) e proferita dal critico d’arte primo novecentesco Karl Scheffler, mentre un caldo fuoco crepitava nella stanza del camino di Bisarno, in una domenica di sereno relax familiare, mi ha molto colpito.
Per Berlino è perfetta, ne coglie davvero l’anima irrequieta e in continuo movimento. Ma la trovo molto calzante anche per me.
In questi giorni abbiamo dato inizio ai lavori di ripristino degli ambienti interni del fienile di Bisarno, quello davanti casa, quasi più familiare di Bisarno in quanto l’iconico portale di ingresso in legno antico è stato assurto a logo di Bisarno, nonché copertina de La Toscana di Ruffino, ormai 7 anni fa, quando i lavori di Bisarno dovevano ancora partire.
E se il piano meno 1 del fienile è già concluso ed è diventato il mio BAR(N), la mia cantina studio dove pensare, rifugiarmi, prendermi del tempo per me, il piano terra e il primo piano diverranno una nuova casetta, per chissà quale futuro. Ci prenderemo tutto il tempo necessario e molto ce ne siamo già preso: a giugno 2022 avevamo completato le facciate e il tetto. Ora, con tutta la calma del caso, anche per calibrare le spese, ci apprestiamo a riportare alla luce il fienile, con una fruizione questa volta abitativa, quindi diversa dallo stoccaggio del fieno al piano terra, dell’appassimento delle uve per il vin santo al primo piano dove si trovano gli spettacolari mandolati, e della stalla con le mucche prima e di una cantina di vinificazione poi al piano -1 dove abbiamo realizzato il BAR(N).
Tutta quest’anima un po’ selvaggia, un po’ essenziale, di bellezza scabra, verrà però mantenuta, con lo stesso approccio che abbiamo avuto con Bisarno. Rispettare l’anima del luogo ma non farsi cristallizzare nel passato nostalgico e museale.
E questa novità, tornando alla citazione dell’inizio che sento molto appropriata anche per me, riesce a lenirmi un po’ di malinconie che in questa parte dell’anno, in questo lasso di vita, mi attanagliano. Forse anche io sono destinato a diventare, abbracciando l’aspetto con filosofia, più che a essere, e a dover cercare costantemente il cambiamento pur su alcuni punti fissi. Chissà.
Giovedi scorso sono stato invitato da European Association of Communication Directors – EACD nella Milano lisergica e abbagliante dei grattacieli di Isola, insieme a grandi professionisti come Francesca Burichetti, Eugenio Lanzetta, Alejandro Formanchuk e Lorenzo Brufani, per parlare dell’anima doppia della comunicazione, di dark PR, di green e pink washing, della deriva seduttiva e mistificatoria di certi messaggi, dell’AI asservita alla creazione di notizie false ma estremamente plausibili.
Anche il vino esprime questo doppio, questa sorta di coscienza bipolare. Ne “La molecola della civiltà” emerge spesso l’aspetto angelicato e demoniaco del vino, uno necessario all’altro, come una sorta di erma bifronte, di amore e morte, di riso e pianto.
Da un lato il consumo responsabile, insieme agli altri e per celebrare il piacere dello stare assieme, ben sappiamo che ha dato vita a raffinatissime forme di convivialità quali il simposio e il convivio. Dall’altro, l’eccesso, lo stordimento spesso in solitaria, l’ubriacatura ricercata, aprono sì a suggestioni affascinanti ma pericolose e potenzialmente distruttive, in cui l’uomo si scontra coi propri demoni. Un altro aspetto di questo doppio è legato alla coltivazione della vite, in cui al locus amoenus e all’idillio bucolico di tanta pubblicità, si contrappone spesso una realtà di agricoltura intensiva e poco rispettosa dell’ambiente, della biodiversità, soprattutto in epoca di global warming e fragilità naturali e climatiche. Anche la capillare distribuzione internazionale del vino, linfa vitale per il comparto, ha un’impronta marcata di acqua e carbonio, ed è oggi vessata da crisi energetica, costi aumentati e mancanza di materie prime. Insomma, come comunicatore, e come comunicatore del vino, una partitura complessa, di cui avere lucida consapevolezza (oh, anche il fuoco a toccarlo brucia ma scalda e cuoce), da cui io credo però si possano modulare melodie armoniosissime.
Questo week end si è trascinato nebbioso e con tanta pioggia, ma carico di umanità.
In un periodo in cui tutto viene procrastinato, tutto viene rallentato, tutto viene rimandato, mi fa davvero piacere mettere dei tasselli psicologici che mi fanno stare bene, soprattutto per affrontare il periodo più malinconico dell’anno: novembre.
La prima e più grande soddisfazione è stato l’aver ricevuto il tanto atteso risultato del D1, il primo e fra i più complessi esami del DIploma WSET: sono passato, e con merito! Di fatto, per questo esame mi ero sacrificato l’estate e per me è stata una botta di grande entusiasmo!
La raccolta dei pistilli di zafferano è l’altro segno di bellezza tangibile di questi giorni. Una passione che è giunta al secondo anno, mi ha visto prendermi cura dei bulbi con le bambine e raccoglierne nei grigi giorni novembrini i luminosi pistilli rossi.
Poi, stiamo riavviando i lavori per il fienile. Lentamente, ma vorremmo completare con la Laura la nostra piccola, piccolissima struttura ricettiva per la primavera del 2025. Un obiettivo a medio termine che vedrà in questi mesi la realizzazione di tante piccole progressive fasi di lavoro, che a me piace particolarmente mettere a terra, alla Laura un po’ meno…
Infine, nel mio adorato buon ritiro, il BAR(N), al piano seminterrato del fienile, abbiamo dipinto di rosso la cantina.
22 ottobre. Alla fine, l’autunno è arrivato. Oggi è una domenica mattina nebbiosa, coi colori caldi e malinconici del periodo e le rose mangiucchiate e sfiorite, belle di una bellezza caduca e fragile. La Laura è stata in piscina e ora armeggia in cucina, le bambine si rilassano in camera leggendo e giocando a Minecraft. Io sono nel BAR(N), oggi davvero umido – fra qualche giorno ci sarà da accendere la stufa – nelle ultime ore di studio che precedono il D2, il secondo esame del Diploma WSET che avrò dopo domani. A breve inforneremo l’arrosto con le patate e il pranzo sarò sublimato da un dolcino preso stamani al bar, prima di andare al cimitero a trovare mio babbo con la mia mamma. I gatti gironzolano attorno sornioni, rilassati, pacificanti. Nel pomeriggio vorrei riunire tutti e quattro per un po’ di raccolte tutti insieme: le noci, anche se quest’anno sono poche e spesso bacate. Le olive, ancora meno ma anche se poche la mamma le metterà a essiccare sotto sale, arancia e peperoncino e diverranno una delizia. Qualche agrume a terra sbattuto dal vento dei giorni scorsi. Gli ultimi friggitelli. Qualche melograno. Ci sono delle consuetudini, dei rituali, delle piccole promesse reiterate che mi aiutano molto. Il sapore del ritorno affettuoso e rassicurante del gesto che si perpetra, non solo nei mesi, ma negli anni e anche fra generazioni, un solco invisibile percorso da chi non c’è più, o da un me di venti, trent’anni fa, quando magari ero io il bambino da portare fuori. Ci si aggrappa a tutto per sentirsi parte integrata di un tutto che sempre cambia, soprattutto la domenica mattina con la prospettiva dell’autunno davanti a noi.
Siamo quasi a metà ottobre e le temperature si mantengono estive. Sono giornate turgide, soleggiate, piene di colori, ma inquietanti se si pensa che in questa stagione poteva capitare già di accendere il fuoco, di gustare l’avvolgente vellutata di zucca gialla, un must autunnale di casa Sorelli, e di arrostire le prime castagne. E invece il 2023 dà l’ennesima conferma del fenomeno del riscaldamento globale.
A Bisarno si mangiano i fichi del Turca, quest’anno ci appaiano ancora più buoni perchè la pianta si è ammalata (il punteruolo nero), le giuggiole, le ultime zucchine dell’orto, i friggitelli che come i peperoncini hanno compiuto un altro giro di maturazione, e le melanzane. I melograni e le noci fanno bella mostra di sè sugli alberi. Ieri, per esempio, abbiamo messo tutto quello che ora offre l’orto nella pizza, fichi inclusi, pizza preparata in un divertente e atipico pranzo pizza del sabato con alcuni amici: ormai la zona cucina esterna, realizzata un anno e mezzo fa, e di fatto inaugurata per la mitologica festa di nozze, si è cristallizzata come una delle zone più belle e più divertenti per vivere Bisarno. E la pizza di ieri, con l’impasto super idratato di Stefano, mi è apparsa come una delle pizze più buone mai mangiate.
Sono anche contento che per il primo anno i peri nani hanno prodotto pere giganti! Come per la vite funestata dalla peronospora, anche l’altra coltura regina della Toscana, l’olivo, mostra i segni di una annata debole, che vedrà una produzione di olive scarsissima e, di conseguenza, olio sempre più caro.
Si, come sempre e in ogni ambito ci sono tensioni dialettiche, visioni complementari, aspetti contraddittori, che determinano una certo dinamismo esistenziale.
Io, come ogni ottobre, è come se subissi la sindrome dell’imminente inverno, della fine di un ciclo. E lo vivo sempre con questo doppio da cicala (la vita è una, troppo spesso lo sottostimo) e da formica. E cerco di fare provviste “mentali” per i giorni bui. Sono queste le ore del progetto del fienile: dopo il BAR(N), il mio studio / laboratorio creativo, che mi ha dato il là ai progetti di autore e narratore che stanno fiorendo e sono fioriti negli ultimi mesi, ci piacerebbe completare, di qui a un anno, anche la ristrutturazione degli altri due piani, e arrivare a un appartamento completo di qui alla fine del 2024, magari, perchè no, l’estate del 2024. E dal 2025, comunque, avere la possibilità di affittare turisticamente il fienile. Stiamo anche pensando al futuro più remoto di Bisarno, e a quello che sarà il principale impatto economico nella gestione dello stesso, ovvero l’energia, che a Bisarno è necessaria, e tanta, per la luce, ovviamente, ma anche per il riscaldamento e l’acqua calda. Chissà che in futuro non si riesca a trovare una quadratura per un impianto fotovoltaico. Inoltre, sono in pieno cammino – beh, pieno, forse andrebbe scritto meglio “appena iniziato” – del Diploma WSET, di cui ho già scritto precedentemente. Fra due settimane avrò il D2, e fra poche settimane mi aspetto, con crescente ansia, il risultato del primo. Per questo, l’ambizione è di conseguirlo entro il 2025.