Anno: 2024

  • Questione di feeling.

    Questione di feeling.

    Oggi il cielo è grigio e sembra quasi promettere neve. Sono nel mio BAR(N), riscaldato dal nuovo climatizzatore – oh, per la stufa sono troppo imbranato. Un Cocciante-Mina d’antan con “Questione di Feeling”. Mille schede aperte nel mio computer: testi di scrittura, progetti, annotazioni, mail da svolgere, idee tante e liste alla Nick Hornby attraverso il mio nuovo amico digitale Notion. il Diploma coi suoi libri e le sue mappe in un lato della scrivania a vetro: a fine maggio c’è da tentare il D3. Un nuovo inizio è davanti a me e tessere la tela delle tante cose che mi e ci aspettano a partire da marzo 2025 mi dà davvero delle emozioni intense.

    La più importante – o meglio: la più visibile – sarà l’apertura del mio B&B nel primo e secondo piano del fienile, esattamente sopra da dove ora scrivo, studio, lavoro. Dopo aver messo la suggestiva scala interna stiamo erigendo le pareti per i bagni e la dispensa: gli interni stanno prendendo forma. E soprattutto, sono riuscito a chiudere una decisione su come trattare gli splendidi mandolati del fienile, i grandi finestroni con mattoni che creano delle geometrie particolari, che assolvevano la funzione di lasciar passare un po’ d’aria e di filtrare la luce per favorire un completo e sano essiccamento della paglia o di appassimento delle uve: qui per esempio ci facevano un favoloso vin santo e le uve di malvasia e trebbiano venivano appese su dei tralicci e fatte essiccare. Per me è fondamentale rispettare questo richiamo storico: dall’esterno devono apparire integri, mantenuti, a differenza di tantissimi fienili in cui i mandolati sono stati aperti, quasi violentati e sono state ricavate delle finestre al loro interno. Mah! Io ho optato per delle tamponature, per delle murature cioè, lasciandone solo a vista delle torri che richiamino la loro identità. L’effetto è comunque molto bello anche così. Certo, non c’è tantissima luce (non ce ne sarebbe stata neanche a non tamponarli) e così siamo intervenuti con una finestra a tetto. E poi installeremo degli infissi minimali in alluminio color ruggine.

    Quando il fienile sarà pronto, al piano terra ci sarà una accogliente zona giorno con lo spettacolare antichissimo lastricato in pietra, con cucina in muratura, tavolo in legno vallombrosino per 4/6 persone che avevo a casa dei miei genitori, divano-letto e area studio-relax, oltre a un bagnetto e una stanza dispensa. La scala in ferro condurrà alla zona notte, col pavimento col suo antico cotto toscano mangiato dal tempo e sofitto con travi in legno e pianelle in cotto con originale capriata a vista, che includerà un comodo letto matrimoniale, un ulteriore divano letto e un raffinato bagno en suite con ampia cabina doccia separata. La concimaia a fianco della struttura sarà il giardino dell’appartamento, dove mangiare, rilassarsi, leggere un libro. Insomma, questo è quello che sogno! Ora c’è da rimboccarsi le maniche, anche qui, e andare avanti, coordinare i lavori, e darmi da fare nel poco-tanto che la mia inabilità mi permette: tenere pulito il cantiere, spazzare, portare via i calcinacci, e anche motivare!

  • “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”.

    “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”.

    Nell’estate 1916, moderni Orfeo ed Euridice, il “poeta folle” e scrittore Dino Campana e la sua musa, scrittrice e “libera amante” Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, vissero una delle storie di odi et amo più suggestive e travagliate.

    Ci troviamo, come se le avessimo camminate noi quelle strade bianche, ai piedi del Monte Falterona, fra la Toscana e la Romagna, laddove nasce l’Arno, in selve cupe, puntute di castagni e rigagnoli imbriferi, di rocce nude ammantate di licheni e verdi muschi, nel Parco delle Foreste Casentinesi.

    Ma chi era Dino Campana? Nato in quei boschi, nel paese di Marradi nel 1885, da una famiglia non ricca ma neanche povera, da una mamma assente e anaffettiva e da un babbo maestro di scuola che, malgrado qualche accertata turba psichica, al contrario della mamma, premuroso e attento col figlio. Un figlio introspettivo, poco scherzoso ma comunque “normale”, il nostro Dino: molto curioso, iperattivo, teatrale ed esplosivo. A occhi disattenti e feroci: diverso. Quel diverso che ancora la fine Ottocento non riusciva a capire ed etichettava come un matto: il “mat Campena”. Succede ancora oggi nei paeselli con mentalità un po’ chiusa. Dino del resto si presentava con capelli biondo-rossicci, fisico normanno, tarchiato, iper-crinuto, occhi azzurri di ghiaccio. Non a caso lo chiamano il “russo”, come se fosse una spia russa: l’incubo di quegli anni esplosivi.  Incostante, passionale, dolcissimo, montanaro ma non asociale, in ricerca di una normalità negatagli costantemente. Campana si vergognava anche della propria follia, forse fisiologica, come quella del babbo e anche dello zio. E le cause delle sue leggendarie risse o dei suoi innumerevoli ricoveri sono dovute a un carattere fumantino e a tante, troppe, prese in giro per il suo carattere schivo: Campana non è mai un cattivo, un violento. Durante uno dei ricoveri gli viene diagnosticato “la vita errabonda”. In un altro di eccesso di dosaggio di caffè. Motivi per cui 150 anni fa si finiva in manicomio…

    Dino in effetti è “strano”: passa le sue giornate camminando. Letteralmente. Una analisi postuma sulle ossa rivela un fisico consunto dal cammino, ha persino le anche emaciate dal movimento. Un ulissismo irrequieto che lo fa andare ovunque, anche per periodi lunghi: Svizzera, Argentina e, pare, anche Uruguay. E camminando legge, soprattutto Nietzsche e Rimbaud. E annota in dei diari le sue sensazioni.

    Da questa matrice dinamica, che Aristotele chiamava “peripatetica” (camminando si acquisisce la saggia conoscenza), trova linfa l’opera, unica e magna e irripetibile del Campagna: “I Canti Orfici”, usciti in prima edizione nel 1914. Il pellegrinaggio alla Verna, uno dei luoghi più belli delle foreste casentinesi, abitato da Francesco d’Assisi e gonfio di spiritualità, è uno dei pezzi più suggestivi de “I Canti Orfici”. La sua scrittura è urgenza, figlia di un amore per il camminare e la poesia sentito, viscerale, a prescindere, non formalizzato da studi accademici. “Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire”.

    Campana va davvero geolocalizzato, dobbiamo inquadrarlo e decifrarlo a partire dei suoi luoghi e dai sui sapori. Immaginiamo un arco geografico fra la Toscana e la Romagna, dal Mugello al Parco delle Foreste Casentinesi nel lato romagnolo: in ordine sparso Palazzuolo sul Senio, Marradi, Campigna, Faenza, Castagno d’Andrea, Campigno. Di quest’ultimo scrive “Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una goffa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos”. Immaginiamo un tortello alla piastra con le patate del luogo. Le frittelle di castagne. Le bruciate di marroni. Un prosciutto ben tirato del Casentino. I caffè torbi e lunghi.  

    Poi c’è Firenze. La grande Firenze. La Firenze della Biblioteca Nazionale. Della cultura. Vissuta con rapide,  nervose e inesauste camminate andata e ritorno nell’arco di pochi giorni, con un semplice bagaglio, la stesura in una pessima edizione de “I Canti Orfici”, del suo diario di viaggio. Per ottenere il consenso, una normalità, dai grandi del tempo: Papini e Soffici, i padri della letteratura italiana in quegli anni, che al contrario lo deridono, lo schermiscono, lo tengono lontano dai circoli. Lo vedono un montanaro folle e dalla prosa strana, piena di suoni e di ripetizioni, talvolta quasi puerile, che ammicca al futurismo, che gronda sofferenza e luce al contempo. Addirittura gli smarriscono  “I Canti Orfici”. Sì, il lavoro del cammino di una vita presentato a Firenze viene perso, senz’altro per ingenuità di Campana, forse per celia da parte di Papini e Soffici, tanto è che quando Campana li richiede indietro “I Canti Orfici” nella prima stesura non riemergono più, gettandolo di nuovo nella rabbia. Dino si troverà a riscrivere l’opera di nuovo in quei boschi che li avevano generati. E quando tanti anni dopo Mario Luzi li riconsegnerà agli eredi di Campana, si vedrà che l’operazione di riscrittura che aveva compiuto Campana è stata quasi mnemonica.

    Ritorniamo adesso all’estate del 1916. Campana si trova in una località di riposo, a Barco-Rifredo, vicino Firenzuola, per una paresi facciale. La famosa Sibilla Aleramo si trova in villeggiatura poco distante, a Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo. Sibilla ha fisicamente conosciuto tutti i grandi del tempo ed è curiosa di esperire anche Campana. Il suo intento è averlo. A fine luglio lei gli manda una prima lettera, infuocata, dove si complimenta del suo libro – “incantata e abbagliata insieme”, scrive – e che si chiude con un meraviglioso verso: “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”. Campana, quando riceve questa carnale dichiarazione, a cui credo ogni uomo cederebbe, ha trentuno anni. Non aveva ancora avuto storie di amore. Si sa che frequentava bordelli e prostitute, con un approccio tenero e affettuoso, spesso senza neanche consumare.

    Si incontrano dal 3 al 6 agosto. I boschi del Mugello fanno da teatro a una dicotomica, impossibile, fallimentare, gelosa, feroce e sublime epopea di amore contrastato. Si rincontrano altri 20 giorni fra fine agosto e inizio settembre.

    Ogni volta è scontro, violenza, eccesso di passioni, camminate, litigi, schermaglie. La potenza di questa storia è nel suo consumarsi senza idillio e fra fiamme da subito divampanti.

    A ottobre la storia è già in necrosi. Sibilla riprende la sua vita fiorentina fra amori e amorazzi. Dino subirà un ultimo e definitivo ricovero in manicomio nel 1918, dove morirà anni dopo, nel 1932 a 46 anni, di setticemia.

    Una nota a margine: avevo scoperto Campana durante i miei studi universitari, dove avevo poco apprezzato “I Canti Orfici”, etichettando l’opera come tentativo parzialmente riuscito di un maledettismo di scuola francese. Ho riscoperto e amato Dino Campana sopra Marradi, nei suoi boschi, grazie all’amico e guida ambientale Emiliano Cribari (emilianocribari.it) che, con la sua passione, coi suoi studi, il suo camminare leggendo Campana nei suoi luoghi, mi ha trascinato in una storia senza tempo, che parla di bellezza, di amore, di arte e cultura, di sapori, senza farne un simulacro sterile, ma incarnandoli laddove sono affiorati, emersi, nella loro altissima e sublime poesia.

  • L’orto di ottobre

    L’orto di ottobre

    Quest’anno ho deciso di ripristinare l’orto invernale.

    Lo scorso anno non lo avevo fatto, perchè scottato dalle cavolaie – quei bruchi che danno vita poi a meravigliose farfalle dalle bianche ali maculate – che mi avevano mangiato tutti i cavoli, insieme alle lumache, con guscio e senza, ealle cimici.

    Quest’anno tornerenno lo stesso, lo so, ma mi sto apprestando con dei metodi biologici per provare a combatterle.

    Con l’aiuto di Matilde e di mio suocero – Costanza era raffreddata e febbricitante – abbiamo fresato l’orto con la motozappa (l’ho mandata anche io, incredibilmente gestendo aria, accensione, spengimento, spostamenti), dato un po’ di stallatico e piantato le piantine: cavoli di varie specie, radicchi e i carciofi. Le abbiamo subito protette con un po’ di terra diatomacea (dell’argilla), un trattamento biologico per vedere se quest’anno, a differenza degli altri inverni, riesco appunto a evitare la distruzione dell’orto. Sono poi in attesa dei primi zafferani mentre le fragole continuano a produrre. Una parte del terreno l’ho lavorata e lasciata pronta ad accogliere i baccelli, le fave, che andrò a seminare a novembre.

    Nel mentre, quest’anno ho tanti melograni pronti a essere colti, le giuggiole sono esplose nella loro bontà, e sto aspettando il momento giusto anche per raccogliere i cachi.

  • Il merendance!

    Il merendance!

    Nell’esatto momento in cui l’estate salutava l’autunno – ieri, domenica 22 settembre è avvenuto l’equinozio d’autunno, ovvero la giornata in cui le ore di luce sono le stesse di quelle di buio e da ora in poi la notte rosicchierà buio al giorno, accorciando le giornate – si è svolta la Merendance, una merenda danzante a Bisarno per salutare l’estate.

    E’ stato un bel saluto, di malinconica aggraziata bellezza. E la pioggia alle 19.30 dopo una tiepida giornata di sole, fortunatamente scesa a festa quasi finita, che ha fatto proseguire la festa ai pochi rimasti al caldo rifugio della casa, quasi un passaggio di consegne, ne è stata la profumata testimone.

    La festa era semplice: delle croccantissime schiacciate preparate dal nostro cuoco preferito, Stefano Frassineti, 3 chili di mortadella a fette larghe, la pomarola dei pomodori del vino, i fagioli in coccio, frittata di cipolle e patate, ciambelloni salate e crostate di more, fichi e pesche, oltre ai frutti di settembre di Bisarno: gli ultimi fichi, le prime giuggiole e le primissime noci.

    Poi, i vini, nel fienile a libera mescita come durante la festa di matrimonio. I tavolini sparsi nel prato e nell’aia. Un po’ di musica danzante e la giornata è corsa via.

  • L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    In questa lenta transizione, anche mentale, fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, sto cercando di mettere a fuoco l’anno che verrà: eh si, ho ancora il retaggio scolastico e per me i veri inizi, i veri propositi, gli auto convincimenti, partono a settembre piuttosto che a gennaio. E quindi, da quando siamo rientrati da Amsterdam il 12 agosto, ho cominciato a pensarmi a settembre, e ora che settembre è più che arrivato, sento un filo di irrequietudine tipico dei momenti di partenza un po’ troppo cerimoniosi, come i cavalli del palio di Siena che scalpitano ore prima dello sparo di inizio. 

    Intanto, questo mese a casa mi ha permesso di dedicare cura e amore al giardino, all’orto, a piccoli abbellimenti anche interni e come sempre Bisarno ha restituito con gli interessi le attenzione ricevute: stiamo finalizzando l’impianto elettrico esterno, potenziando l’irrigazione automatica dal pozzo, riverniciando alcuni oggetti esterni, curando alcune piante malate – su tutte il fico Turca -, iniziando alcune potature, e nel frattempo abbiamo raccolto il basilico e fatto e congelato il nostro pesto, raccolto i pomodori (anche quelli dei nostri vicini) e conservati anche quelli. Le pere, tantissime. Le more: che marmellate! E ieri le mandorle, scosse dall’albero, poi demallate, e infine messe a seccare. I peperoncini a breve, così come le giuggiole, tantissime come sempre, con temperature progressivamente meno torride, meno umide. 

    Insomma, ci ho messo tanto sudore ma che soddisfazione. 

    Il grande obiettivo per l’estate 2025 è concludere il fienile. A breve mio cugino finirà gli esterni – la scala di salita al fienile è bellissima, così come la nuova pergola di color ottanio! – e a quel punto potrà iniziare i lavori interni. 

    Poi, la gestione del Diploma e la preparazione per il D3, che vorrei fare nel BAR(N). La soddisfazione dei 3 esami passati mi deve dare le energie per affrontare l’esame più complesso, a fine maggio 2024.

    Non ultimo, nel 2024 sono vent’anni che lavoro nel vino, e vorrei che con gli ultimi mesi di quest’anno riuscissi a mettere a terra le mille idee dietro La Molecola della Civiltà.  

    Tutto questo avvassalato al mio lavoro in Ruffino: il 2025 sarà un anno delicato, ma anche di sfide davvero elettrizzanti che sono felice di giocare. 

    Nietzsche lo chiamava amor fati. Essere innamorati del proprio destino, anche delle sue complessità. 

  • TRIPLETTA!

    TRIPLETTA!

    Tripletta. Sembra incredibile ma ce l’ho fatta! Evvai: sono passato a tutti e tre gli esami del Diploma WSET! In quella che era stata una giornata campale, l’indimenticabile 12 giugno 2024, sono riuscito a concludere in positivo, malgrado i crampi alle mani, malgrado non aver visto una domanda, malgrado non aver avuto una eccellente exam technique, e malgrado aver comunque fallito la parte di teoria di uno degli esami, riscattata da un tasting da distinction (ho perfettamente centrato tutti e 3 i vini presentati alla cieca), sono riuscito a conseguire un pass per il D2, un pass per il D4 e un pass with merit per il D5! E sono anche con due pass with merit su 4 esami!

    Sono riuscito a lavare parzialmente via la sensazione di essermi pentito di aver dato 3 esami in un giorno, che mi aveva costretto a una necessaria disperatissima preparazione nei mesi precedenti il 12 giugno, scelta che era stata mia e che rifletteva una voglia di autopunirmi per il mio primo fail al D2 dell’ottobre 2023. Aver voluto giocare questa sfida, essermi testato in uno scenario complessissimo, e aver avuto ragione alla fine mi ha regalato una soddisfazione grandissima nelle 24 ore in cui sono state inviate, l’una a distanza di ore dall’altra, e io che continuamente aggiornavo outlook, le email con le congratulazioni per il successo: prima il D2 (che era quello di cui dubitavo di più), poi il D4, quello in cui mi ero dimenticato di rispondere a una domanda, e infine quello di cui ero più tranquillo, il D5, che infatti mi ha portato anche al pass with merit. Tuttavia, sono stati mesi molto duri, complicati, anche di tensioni che poi ho sfogato in famiglia, che mi hanno fatto fare delle rinunce, che si sono sovrapposti a trasferte di lavoro, a impegni di lavoro, a mille altre cose.

    E, quindi, dopo l’essermi dato questa virtuale pacca sulla spalla e di aver vezzeggiato il mio ego, devo capire come affrontare quello che è l’esame più probante di tutto il Diploma: il famigerato D3, incentrato sui vini di tutto il mondo, che si compone di due esami separati e il cui corso inizia a ottobre e il primo appello è a giugno 2025. Ad maiora.

  • Olandesi volanti!

    Olandesi volanti!

    Quest’anno abbiamo trascorso le vacanze di agosto nella splendida Amsterdam, in una meravigliosa casa torre che si affacciava sul Vondel Park. Attraverso questo nido fresco ed elegante, abbiamo vissuto come fossimo degli amsterdammer, incluse le biciclette all’ingresso, e il car sharing.

    Una vacanza viaggio, come sempre, nello spirito di calarsi nel luogo, imbibersi delle bellezze che ci offrono: nel caso di Amsterdam e dell’Olanda musei di arte fiamminga e contemporanea, parchi verdissimi, canali, cucina orientale, birra, tanto movimento – a piedi, pedalando e anche in kayak nei canali.

    Eravamo un gruppo di 14 amici, noi nella nostra casa ad Amsterdam e altre tre famiglie, le stesse con cui giovincelli e senza figli peregrinavamo entusiasti l’Europa e il Medio Oriente, in una casa poco fuori la città: è stata una emozione ricondivere un viaggio, seppur più semplice nelle dinamiche, con le stesse persone diventate però adulte e genitori.

    La nostra casa era già parte della vacanza: una casa su quaatro piani, squisitamente arredata, con inserti di design che si innestavano su strutture classiche e scale ripide. Attorno a noi, una atmosfera da village, che avevamo per esempio a Parigi nella nostra casa in Canal Sant Martin, con enoteca, formaggeria, specialty coffe, pub letteramente sotto casa, e il parco per fare due passi o una pedalata. 10 minuti a piedi e raggiungevamo l’area dei musei, con la sacra trinità del Rijks – Rembrandt e Veermer davvero pittori sublimi, di ritrattistiche vere, sofferte, cupe -, del Van Gogh e dello Stedelijk.

    A nord dell’area dei musei, il quartiere Joordan, coi gretchen più belli e il museo Anna Frank (visto, esperienza davvero molto forte), e a sud De Pijp, altro quartiere di grande vivibilità. Una delle novità che mi sono piaciute di più da un punto di vista urbanistico è il quartiere De Noord, con la conversione di capannoni industriali a luoghi di arte moderna e ambienti enogastronomici con tendenze green e di riuso.

    Ci siamo divertiti a provare le tante cucine che gli olandesi hanno introdotto in città nella loro golden age del XVII secolo, fra cui la mia preferita, la cucina indonesiana, ma ottime sono state anche le esperienze col tailandese, con le birre olandesi, col libanese – abbiamo trovato una hummus house paradisiaca.

    La città si gira benissimo in bicicletta, meglio che a piedi perchè da pedoni si fa molta fatica a capire quali siano i limiti e i confini coi ciclisti e le auto. Ma nel parco, ancora meglio, visto che non ci sono le auto. Diverse volte, tutti e quattro, abbiamo impugnato le biciclette sotto casa e pedalato nel Vondel Park, arietta fresca nel viso, fra persone che facevano palestra, o yoga, o sorseggiavano una birra, o amoreggiavano, o giocavano coi loro bellissimi cani.

    Carico di presenza anche il pic nic che abbiamo imbandito sempre nel nostro Vondel Park, con formaggi, selezione di vini, salumi, hummus, cioccolata Tony, i caramellosi stroopwaffel e l’iPad sincronizzato con la finale di pallavolo alle Olimpiadi.

    La giornata più divertente e piena è stata quella del Pride Amsterdam, una marea coloratissima di persone che hanno ballato fra le vie e nelle chiatte nei canali. Abbiamo avuto la fortuna di essere la mattina al museo della scienza, Nemo, dove, in un canale limitrofo, partiva la boat parade, che di fatto abbiamo con entusiasmo e partecipazione seguito in ogni suo afflato danzereccio.

    E ovviamente, abbiamo comprato anche i tulipani, nel mercato dei fiori di Amsterdam: ho una bellissima idea per dove mettere i bulbi qui a Bisarno!

    Ma l’Olanda non è solo Amsterdam e abbiamo scoperto delle vere e proprie perle, da Utrecht – dove ci siamo divertiti a esplorare la cittadina via kayak! – ad Harlem (dove abbiamo assaggiato fra le birre più buone della mia vita, nella chiesa-birreria JOPEN), passando per Gouda, il paese del più famoso prodotto olandese, il formaggio Gouda, dove abbiamo mangiato formaggio con formaggio con formaggio, in una piazza del mercato dove ancora c’è la battitura d’asta dei formaggi. O sul mare del nord, in uno sperduto paese di cui non ricordo il nome, ma che finisce ovviamente in DAM, dove abbiamo partecipato alla sagra del paese in cui si servivano cozze e aringhe direttamente affumicate pescate dai pescatori del paese: quel vinello spagnolo era una delizia, e le cozze…ahhhh! O Delft, il paese delle celebri ceramiche biancoazzurre, dove ho comprato un meraviglioso gufo in lamiera fatto con logiche di fair trade, perchè un bellissimo portatulipani di Delft me lo avevano già regalato. Ovviamente, abbiamo visto anche i molini a vento, ma forse quello è stato il posto più turisticizzato e meno affascinante. Dappertutto, ad Amsterdam come nelle città più piccole, nei paesi, nella natura, la mano dell’uomo che manda via l’acqua, che crea canali, dighe, ponti, che del mare ha fatto un punto di forza, di commercio, di navigazione, di pensiero scientifico, di inclusione e apertura. Un concetto fortissimo quello di essere una terra fisicamente da sottrarre al mare, che altrimenti ingoierebbe tutto.

    Insomma, una vacanza splendida, con amici, al fresco, fra arte, cultura, approccio green, apertura, sapori da tutto il mondo.

  • Io e lo scoglio di Manto. Il Giardino degli Dei.

    Io e lo scoglio di Manto. Il Giardino degli Dei.

    Sono nel treno PIzzo – Firenze SMN, di rientro da una quattro giorni in Calabria di grandi emozioni. Ho partecipato a un momento molto intenso, l’inaugurazione di un giardino recuperato dall’incuria e restituito alla sua ancestrale bellezza a Capo Vaticano, vicino Tropea: Il Giardino degli Dei. Mentre il treno corre veloce (e meno male, senza particolari ritardi o disagi) davanti a me ho uno spettacolare tratto di costa, di mare azzurro, che mi fa ripensare ai giorni vissuti.

    Il Giardino degli Dei è un progetto davvero sognante, lirico. Di bellezza e tenacia. Voglia di fare e capacità di fare. E determinazione a farlo. Si compone di oltre 25 botaniche, alcune già presenti ma non curate, altre reintrodotte e reimpiantate, fra arbusti, alberi, cespugli, piante a fiore, piante a frutto: dal lentisco al mirto, dal corbezzolo al bergamotto, dall’olivo al fico d’india, dal pepe rosa al pero selvatico, dalla lavanda al rosmarino, dall’ibisco alla tamerice, solo per citarne alcune. Sono piante proprie di tutta l’area centro meridionale costiera del Mediterraneo, in particolare della Calabria e della Costa degli Dei. Piante rustiche, odorose, tenaci, con storie antiche, usate in erboristeria, officinali, in costante dialogo e sinergia coi suoli poveri di queste zone e col mare, con il quale si fondono e creano un ambiente magico, misterioso, un tutt’uno di travolgente bellezza.

    L’altro elemento caratterizzante Il Giardino degli Dei è il mare. Un mare incredibile, dai colori indaco, azzurro, ottanio, turchese, blu, che qui compenetra, ora con schiaffi violenti ora con carezze dolcissime, portando con sé un vocabolario di storie e miti senza tempo, faraglioni, rupi, insenature, su cui si aggrappa tenace la macchia mediterranea. Leggenda vuole che proprio nello scoglio antistante Il Giardino degli Dei, la profetessa Manto avesse vaticinato a uno smarrito Ulisse un ritorno, seppur travagliato, all’amata Itaca. Certe notti, sembra quasi di sentire il canto ammaliatore delle sirene. Sullo sfondo, lo Stromboli vigila maestoso. Ancora più lontano, Vulcano. Nella linea dell’orizzonte, alla sinistra di chi osserva, si intravede l’Etna. Sulla stessa linea, fra la Calabria e la Sicilia, a occhi chiusi e cuore aperto, si percepiscono Scilla e Cariddi.

    Visitare il giardino, aprire gli occhi alla sua bellezza, ascoltare il melodioso silenzio delle onde e del vento che leviga le piante e le pietre, inspirare a pieni polmoni i profumi inebrianti delle piante aromatiche e del salmastro del mare, è come portarsi addosso una essenza ancestrale che da sempre ci appartiene. Alle prime luci dell’alba, quando il crepuscolo è spezzato dalla forza della prima luce o quando il sole tramonta sullo Stromboli e il cielo da azzurro si fa prima arancio poi viola, lo spettacolo che si offre è unico: una esperienza sinestetica, con tutti i sensi vezzeggiati, che permette di percepire un passato senza tempo di arabeschi magici, un presente assoluto di pienezza e compiutezza e la sensazione appagante di essere parte di un continuum che si proietta in un futuro infinito.

    RIpenso a ieri, quando, insieme ai fondatori di Acqua degli Dei, abbiamo raggiunto via pedalò quel meraviglioso specchio di acqua su cui si affaccia il Giardino. Non ci sono altre vie, se non un sentiero pericolosissimo. I millenni hanno levigato le rocce, creando una palude di acqua cristallina con una mini insenatura di spiaggia bianchissima. Acque poco profonde, non calcabili da navi, punteggiate dal mitologico scoglio della profetessa Manto. Siamo arrivati lì a nuoto, nell’esatto punto in cui gli archeologi e i filologi concordano sia ambientato la storia di Ulisse e di Manto. Ulisse è un personaggio che mi appartiene, che sento nelle mie corde. Le parole di Dante mi scavano dentro fin dal liceo. Altro che vivere come bruti, la conoscenza e la virtù vanno navigate, vissute, perseguite con decisione e coraggio, anche a costo di prendersi dei rischi come affrontare le correnti e le insidie della vita. Con fermezza e risoluzione. Abbiamo condotto una sorta di riunione lavorativa in quel luogo. “Ragazzi, vi rendete conto che power point stiamo mostrando? Guardiamoci attorno”. Un bagno magico, un momento davvero intenso, di creatività, pensiero, progettualità non spaventata, che mi ha fatto finalmente per una volta sentire parte di un tutto, in armonia. Un’esperienza panistica e rigenerante davvero forte: anche a me, come a Ulisse, Manto dal suo scoglio ha parlato, attraverso la bellezza, attraverso quello che sto provando sulla pelle, con gli odori, con quello che avevo davanti.   

  • La scala del fienile

    La scala del fienile

    L’estate ha cominciato a farsi sentire nelle ultime due settimane, con tanta umidità e tantissime zanzare. È un buon periodo, a ogni modo. E le imminenti vacanze ad Amsterdam mi stanno portando ulteriore entusiasmo che investo fra il lavoro, fra piccole attività collaterali e, soprattutto, la cura di Bisarno e la ristrutturazione, lentissima, ma goduta in ogni suo aspetto, del fienile che, dopo la meravigliosa storia del BAR(N), il mio studio – cantina, adesso sta attuandosi al piano terra, al primo piano e all’esterno.

    La più bella novità è l’installazione della scala di connessione fra il piano terra e il primo piano del fienile. Da quando posseggo Bisarno l’accesso all’ultimo piano del fienile era soltanto attraverso una ripidissima scala di ferro che sbucava in un passaggio stretto: a salire con un po’ di fatica ancora ancora riuscivo, ma poi a scendere ogni volta era un patire. Di conseguenza, avrò visitato uno dei luoghi più suggestivi di tutto il complesso, l’ultimo piano, solo 4, 5 volte in quasi 10 anni. Ma, ogni volta che riuscivo in questa meravigliosa ascesa, rimanevo sempre affascinato dalla bellezza architettonica e dal sapore vissuto, dal carico di storia semplice, di bellezza necessaria e involontaria, di quell’ambiente. A tetto, appena alzati gli occhi, una meravigliosa capriata teneva in magico equilibrio travi mangiate e mattoni consunti. A terra, un cotto macero, liso, consunto nel centro da qualche peso (lo stoccaggio di grano? Di uva?), calpestato per secoli. Uno specchio gigante consunto, con una screpolata cornice dorata addossato a casaccio a una parete, e una formaggiera penzolante da una trave, rendevano la mia vista nostalgica, sospesa in un tempo passato, come in una natura morta. Nelle pareti, gli straordinari mandolati in mattoni intrecciati, volti a mantenere ombroso e ventilato l’ambiente, restituivano dei giochi di luce – ombra sognanti. E poi l’odore, fra la polvere, il grano ammuffato, un po’ di stallatico, di cassetto della nonna. L’ultimo piano mi aveva sempre donato emozioni profonde e non vedevo l’ora di poterlo visitare con più frequenza.

     Adesso, salendo con la comoda scala, l’ultimo piano è comunque un po’ cambiato a causa dei lavori sul tetto e nel solaio. Lo specchio dorato l’ho restaurato e fa mostra di sé in casa. la formaggiera è andata distrutta, ahime, ma era davvero lisa. Il pavimento è stato rifatto e alcune travi della capriata rimessa. Stiamo intervenendo per rendere abitabile quello che per 200 anni è stato un luogo di lavoro, ma la bellezza è ancora assoluta e la nuova scala è perfettamente integrata con questo sapore antico e moderno al contempo.

    Arrivare al disegno definitivo della scala non è stato facile. Ovviamente, hanno gravato sulla decisioni mille obblighi burocratici, di sicurezza, di conformità, sulle quali, purtroppo, non posso che alzare le mani e prendere diplomatico atto. Avrei voluto farci una scala a chiocciola, ma non potevamo. Abbiamo quindi optato per l’unica soluzione che ci rimaneva: una scala centrale che raccordasse i due ambienti storici con leggerezza contemporanea, dialogando col passato tramite l’utilizzo del ferre e col presente attraverso un disegno molto moderno, e mantenendo il traguardo, la possibilità di vedere attraverso fra due elementi molto suggestivi del piano terra su cui insiste la scala: l’antica porta in legno del fienile e la vecchia e macera finestrella sulla parete apposta. La scala ha un armonioso e leggero movimento alzata seduta. Ha un doppio accesso, uno per lato. E finisce al piano alto con una balaustra protettiva altrettanto minimale e integrata.

    È un passo, forse neanche così grande, ma psicologicamente per noi si, per arrivare alla fine dei lavori e per poter finalmente dare vita al nostro piccolo, suggestivo, bed and breakfast che speriamo davvero possa essere pronto per l’estate 2025.

  • Cisterna, addolcitore, frigorifero.

    Cisterna, addolcitore, frigorifero.

    Questo luglio lo ricorderò come l’estate dei guasti e delle riparazioni, come il mese in cui avrei voluto dare spinte forti al restauro del fienile e invece mi sono trovato a spendere per delle situazioni impreviste e imprevedibili. Succede. E va presa con filosofia. Può sempre accadere di peggio. Comunque, in ordine: rottura della cisterna dell’acqua. Rottura dell’addolcitore dell’acqua. Rottura del frigorifero. Tutti e tre da buttare via. Soprattutto la prima è stata una questione grande, perché siamo stati con acqua senza pressione per un mese, perché abbiamo dovuto distruggere un solaio, rimuovere la cisterna squartata da un movimento rotatorio innaturale che l’ha fatta poi squartare dallo scoglio sotterraneo, ripristinare il solaio e cambiare lastricato perché non c’erano più le altezze di prima e le lastre non ci stavano più. L’addolcitore è stato invece rotto da un geco che ha ben pensato di infilarsi fra il carter, l’involucro esterno dell’addolcitore, e la scheda madre dello stesso, bruciandosi ovviamente vivo e lasciando il suo corpo tumefatto e cauterizzato sulla scheda madre, rovinandola. Del geco resta solo un lacerto di testa. Della scheda madre i fusibili sciolti. Per quanto riguarda il frigorifero sembrava una sciocchezza: il gelo non fa – il frigo si. E invece, dopo una escalation di tecnici e controlli, la sentenza: elettroforesi, che porta a perdite di gas. Impossibile rimetterlo. Da buttare. Col frigo ripeto perfettamente funzionante. “Tanto prima o poi smetterà di fare anche quello”. Meno male che ho un amico misericordioso che intanto mi ha prestato un congelatore, cosi attendo che si spenga per sempre anche il frigo e poi vedremo il da farsi, che sarà…spendere per riparazioni straordinarie e impreviste.