Oggi la sorpresa, molto bella, di essere sulla costola fiorentina del Corriere Fiorentino, con una sentita e partecipata recensione del libro da parte della bravissima Monica Ficicchia.
Corriere Fiorentino – Martedì 30 Dicembre 2025 VIVI FIRENZE E LA TOSCANA
Recensione Libri
Alle origini del vino (una storia di sapori e abitudini sociali)
di Loredana Ficicchia
Ottomila anni fa l’umanità non sapeva scrivere ma aveva già intuito che quella bevanda magica ricavata dall’uva pigiata a piedi nudi magari danzando, era il seme della felicità. Il viaggio dell’autore, Francesco Sorelli (direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina), prende a prestito storie diverse: dal demone Akratos – quello del vino non condiviso –, all’ubriacatura di Noè, dai popoli barbari che, tra i fiumi dell’alcol, balbettano parole sconnesse, all’efferrato episodio biblico dell’incesto di Lot.
La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza, per i tipi di Davide Falletta, con la prefazione di Attilio Scienza, è un’opera fuori dagli schemi: con divagazioni filosofiche, incursioni nella storia dell’arte, in enografia, mitologia, scienze sociali e storia delle religioni. Sorelli affonda le mani anche nella poesia ma nel sedurre il lettore, lo avverte: il vino, come l’umanità, ha un’anima chiaroscurale. È una bevanda alcolica potenzialmente distruttiva, soprattutto se consumata nell’eccesso e in solitaria.
CONFRONTO CON FRANCESCO SORELLI SUL SUO ULTIMO LIBRO “LA MOLECOLA DELLA CIVILTÀ – IL VIAGGIO DEL VINO FRA STORIA, MITO E BELLEZZA” a cura di GIULIO SOMMA
Riproduzione integrale e autorizzata de “Il Corriere Vinicolo” n39, 8 dicembre 2025.
Dopo una lunga esperienza in Ruffino, dove negli ultimi tempi ha rivestito il ruolo di direttore della comunicazione internazionale, Francesco Sorelli è approdato di recente al ruolo di direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina. Autore e divulgatore, docente e wine educator, oggi Sorelli si divide tra il lavoro al Consorzio e l’attività libero professionale, dedicandosi alla scrittura perché, dichiara, “mi piace parlare, scrivere e raccontare. Ho sempre creduto nel potere delle storie, nella capacità umana, fiabesca, di sfidare i bassi e gli alti del destino”. E partiamo proprio da questa sua dichiarazione d’amore per le parole e le storie che lo ha portato a pubblicare un “volumone” di ben 450 pagine dedicato ovviamente… al vino. Ma con un taglio particolare: riscoprire il suo fascino antico per credere nel suo futuro.
Un’opera voluminosa, quasi 450 pagine, con un titolo molto sognante: cosa significa “La Molecola della Civiltà”?
Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Il primo romanzo dell’umanità, “L’Epopea di Gilgamesh”, inciso in Mesopotamia 4000 anni fa, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma proprio grazie alla nostra finitezza abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Credo che questo sia davvero un messaggio potentissimo costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo chiaroscurale periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite sull’Ararat, più tempesta di quella…
Il tuo libro si conclude con l’analisi dei tempi attuali, fra crisi dei consumi, energetica, dazi, global warming, politiche governative sempre più stringenti contro il vino. Come credi si possa venirne fuori?
In questi mesi difficili per tutto il comparto credo che il vino debba riappropriarsi della propria civiltà, della bellezza che ha saputo generare nei suoi millenni di storia, delle sue raffinatissime forme di convivialità, delle carezzevoli occasioni di felicità che un calice condiviso nel piacere di stare insieme può creare. Ci sarà da rimboccarsi le maniche, da lavorare duramente, le minacce ora sono concrete e da diversi fronti, ma sono convinto che questa sia la strada per arrivare a una nuova primavera e che il mondo del vino italiano abbia in sé l’orgoglio, le capacità e la creatività per risorgere. Antonio Gramsci diceva che al pessimismo del pensiero preferiva l’ottimismo dell’azione e sono molto fiducioso che il 2026 possa davvero essere l’anno della ripartenza. Io non ho ricette precostituite o metodi, ma qualche punto, nei venti anni e più di esperienza col mondo del vino, e di un innamoramento che non cessa di una virgola, vorrei provare a metterlo giù. Come si è visto, si chiama vino un prodotto di fermentazione dell’uva che si produce da circa 8000 anni e che, volente o nolente, accompagna l’uomo nel suo accidentato percorso evolutivo, sia negli inciampi, tanti e violenti subiti, sia nelle meravigliose forme aggregative e di civiltà createsi attorno al calice. Il vino, come l’umanità, si è sempre saputo rialzare, ridefinirsi, cambiarsi, evolvere. Il vino è liquido anche in questa sua capacità di trasformarsi, senza mai tradirsi, senza mai rinunciare alla sua identità. Lo farà anche stavolta.
Molto spesso siamo noi giornalisti, noi comunicatori additati fra i colpevoli, o per lo meno, fra le concause di questo periodo. Tu come la pensi?
Tante volte si sente dire che è la comunicazione che ha allontanato il vino, che dobbiamo cambiare linguaggio, saper parlare ai giovani. Da comunicatore sono particolarmente coinvolto e sto cercando di prendere in seria considerazione l’ipotesi di un cambio di paradigma nel linguaggio del vino. Il vino, nella sua profonda identità, dovrebbe, secondo me, riappropriarsi di quella leggerezza che proponeva Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane”, e quella semplicità che si auspicava Bruno Munari (perché “complicare è facile”), che il mondo del vino e non solo – hanno purtroppo un po’ smarrito negli ultimi anni. Vedere il vino trasfigurato in posizionamenti astrusi e codici inintelligibili, il luxury, il design, l’esasperazione dell’analisi tecnica e organolettica, non credo faccia bene al vino, e neanche alle sue vendite: il vino non dovrebbe essere aspirazione, ma un segno autentico – e incarnabile da chiunque – del piacere dello stare insieme, di bellezza gustosa, lontano dai formalismi, dalle apparenze e da rituali tronfi e francamente ridicoli in cui è spesso “ingagglioffato”. Il vino ha sempre tante cose da dire, storie universali, identità territoriali, percorsi personali, e non ha bisogno di essere appesantito, di avvalersi di sovrastrutture che non gli appartengono, proprie di altri prodotti che non hanno storia né anima e devono inventarsela.
In questa tua riflessione, che condivido, che ruolo pensi possa rivestire l’enoturismo?
Beh, uno dei momenti in cui è più forte e autentica la connessione, è l’accoglienza in fattoria o in cantina da parte del produttore. Una leva forte per le fattorie, sia di costruzione del percepito dell’ecosistema vino, del proprio brand, della denominazione che producono, sia di vendite dirette ad alta marginalità, ma anche per l’appassionato, per l’enoturista, capace davvero di vivere, provare tutte le emozioni che il vino, la bellezza del luogo, i profumi e gli odori, sanno evocare. Il cenno sull’enoturismo mi permette anche una ulteriore riflessione sulla responsabilità del vino, di chi lo produce, in vigna e in cantina, di chi lo commercializza e promuove, nei confronti dell’ambiente, della natura. D’altra parte, i nuovi consumatori ci insegnano che ormai non scelgono più un prodotto, un bene o un servizio, figuriamoci una esperienza sensoriale e di autoindulgenza come il vino, solo sulla base della qualità dello stesso. Conta ormai sapere e percepire come si muove la mamma del prodotto, l’azienda. Il suo scopo, la sua missione.
Un’ultima domanda, Francesco. Come vedi la presenza di nuove tendenze stilistiche e di nuovi gusti?
Spesso si dimentica che il vino cambia alla velocità della luce, e che una volta era davvero un’altra cosa – speziato, resinoso, miscelato col miele -, ma anche il vino che si beveva fino a 30/40 anni fa era totalmente diverso da questo. Oggi piacciono vini più leggeri, ci sono i vini naturali, ci sono i macerati, i rimessi in anfora, i low e no alcol, gli orange, gli ancestrali, i biodinamici. Questi vini non tolgono, ma aggiungono alla ricchezza del mondo del vino, possono aiutare a riconquistare i giovani, e si affiancheranno sempre ai grandi pilastri enologici, senza cannibalizzarne quote di vendita. Quindi, benvenuti nuovi stili di vino! Ultima riflessione. La storia è ciclica, ci sono corsi e ricorsi, come dice Giambattista Vico. Il mio libro si apre col grande equivoco di Noè: l’illusione che le vite e il vino siano rinascita, illusione spezzata dal giogo dell’ubriacatura e della sua umiliazione nuda ai figli. Anche ora il vino è inerme a terra davanti al suo futuro. Eppure, con la forza evocativa di queste illusioni, ci siamo rialzati, abbiamo sognato, vezzeggiato la filosofia, fatto arte, abbiamo vissuto, abbiamo avuto il coraggio di uscire dallo statico pensiero nichilista, ci siamo fatti società, poi civiltà, abbiamo amato, riso, folleggiato, creato. E quando torneremo a gustare il vino senza eccessi e sguaiature, mai oltre il terzo calice, solo per il piacere dello stare insieme, di piccole poesie del momento condiviso, per vezzeggiare il nostro benessere psicologico e sociale, il vino uscirà dall’ombra di questi mesi per essere di nuovo la luminosa molecola della civiltà di cui scrivo nel libro, quel vettore di bellezza gustosa di cui, sono certo, l’umanità non possa fare a meno.
La Nazione, attraverso la penna amica e sagace di Leonardo Bartoletti, mi ha dedicato uno splendido trafiletto, che riporto qui integralmente:
Pubblicata l’enciclopedia del vino
Tra storia, civiltà e cultura, si tratta di una delle pubblicazioni più complete e formative mai realizzate in materia di vino. Si intitola “La Molecola della Civiltà, il viaggio del vino fra storia, mito e realtà”, è il libro di Francesco Sorelli, direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina. Una figura che da sempre si occupa di comunicazione, management e cultura del vino e che, dopo qualche anno di lavoro, ha dato alla luce una piccola enciclopedia, in grado di compiere un viaggio di ottomila anni intorno al vino tra storia, cultura, economia. L’opera è arricchita anche da una prefazione del professore Attilio Scienza, figura tra le più autorevoli nella divulgazione scientifica sul vino.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Cesare Pavese.
Si è svolta a Pontassieve venerdi scorso la prima del mio libro, presso le sale, piene, del Museo Geo. Non ho tante parole, se non di gratitudine perchè più che una presentazione è stata davvero un tuffo nel mio, nostro passato e un abbraccio collettivo. Non so dove andrò con “La Molecola della Civiltà”, ma è certo che mi abbia già regalato dei momenti davvero forti. E’ proprio vero: le parole e le storie uniscono e leniscono. Grazie di cuore ai colleghi presenti, passati e futuri, ai compagni di liceo, agli amici di una vita, alla famiglia che dal Casentino a Pontassieve a Rosano mi segue con fiducia. Una serata di emozioni, amore e nostalgia. E adesso, mercoledi prossimo, Firenze!
Lo scorso primo dicembre ho avuto l’onore di presentare il libro, appena “uscito”, negli studi televisivi di RTV38, televisione regionale. Una bellissima occasione per parlare “en primeur” della mia opera. Qui il video del mio intervento.
Sono oltremodo emozionato. “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza” è qui fra le mie mani, lo sfoglio e ne sento l’odore fra la cipria e la polvere delle tante pagine che lo compongono. Ci ho messo veramente tanto a scriverlo e non di rado mi sono sentito un po’ perso. E’ la conclusione di un percorso durato 10 anni e un atto di restituzione alla civiltà del vino, alla sua cultura popolare, alla sua mirabolante storia a cui devo, dobbiamo tanto, e che sento purtroppo sotto attacco. Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Pensate: il primo romanzo dell’umanità, L’Epopea di Gilgamesh, inciso in caratteri cuneiformi in Mesopotamia, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma grazie a questo limite, grazie alla nostra finitezza – abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Un messaggio potentissimo, costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite e si ubriaca dal vino ricavato sulle pendici dell’Ararat…
Un grazie al professore Attilio Scienza per la splendida prefazione che mi ha donato e a tutte le persone, produttori, amici, giornalisti, colleghi ed ex colleghi con cui ogni giorno vivo questa tracimante passione.
Quanto prima darò comunicazione delle prime presentazioni, in cui mostreremo qualche immagine, leggeremo qualche estratto e, soprattutto, brinderemo con un buon calice.
Sabato 22 novembre ho avuto l’onore di partecipare come relatore sulla storia del vino a un evento nel sud del Molise, a Nuova Cliternia, non lontano da Termoli, chiamato EnoCliternia. L’evento è stato magnificamente organizzato dalle 6 aziende vinicole della zona e voluto e coordinato dall’appassionato mediatore sociale, culturale e spirituale, il parroco don Antonio.
Eravamo partiti all’alba e, dopo un buio viaggio fra la neve e le montagne abruzzesi, siamo arrivati in un assolato lembo magico di terra, affacciato sul mare, le Tremiti davanti a noi: Madonna Grande di Campomarino. Un paesaggio delizioso, di vini, sapori e di grande bellezza, scolpito dagli Osci, dai Sanniti, la Magna Grecia, i Romani, i Normanni, in un presente di viva identità comunitaria. Per me è stata una occasione meravigliosa per parlare di civiltà del vino, della sua storia millenaria che qui, fra vite, olivo, saper fare, si è sublimata in forme davvero aggraziate e ancora troppo poco note.
La giornata, oltre al convegno, ha visto almeno altri 3 momenti significativi: il riempimento di un caratello col vino delle sei realtà, che il prossimo anno verrà vednuto all’asta in beneficenza; il banco di assaggio nel cuore del paese, accanto al Santuario della Madonna Grande, coi vini e i sapori del territorio, affolatissimo; e, l’indomani mattina, la piantumazione di barbatelle, piccoli viti di Montepulciano, Tintilia, Falanghina, Aglianico, per i vini del futuro, piantate dai più giovani e dai più anziani: un gesto semplice ma di grande fascino.
Grazie a Fabio Zavattaro, vaticanista raffinatissimo e grande giornalista, e al bravissimo collega Emanuele Rossini, mio correlatore, per avermi coinvolto, e bravi una volta di più ai prodottori, ai giovani e valenti organizzatori come Loris Antenucci, e alle istituzioni perché il vino lo si promuove e lo si comunica proprio così: con la propria comunità al centro, senza snobismi o linguaggi astrusi, con leggerezza, nel gusto dello stare insieme, nella condivisione e nell’apertura. Ad maiora, con un ottimo calice di Tintilia in mano!
Alle porte del decimo anno di vita del mio blog, ho deciso di dargli una rinfrescata. Grazie al supporto degli amici di Sinaptic, eccomi qua con una nuova piattaforma, che continua ad accogliere le storie della mia vita attorno a Bisarno, ma adesso abbraccia, con un tocco grafico più elegante e una chiara suddivisione degli elementi, anche il Francesco professionista.
Infatti, nell’ultimo anno sono successe un sacco di belle cose: il mio nuovo incarico da direttore e ambasciatore del Chianti Rufina, due filiazioni professionali, il profumo Respiro e il libro La Molecola della Civiltà (per quest’ultima manca ancora qualche settimana, ma siamo alla fine di un percorso lungo più di 10 anni!), l’apertura del mio studio professionale Studio BAR(N), la nostra casa vacanze Il Fienile di Bisarno, delle collaborazioni pazzesche che mi hanno aperto a nuove amicizie e crescite professionali e umane. Ho pensato quindi fosse giusto che tutto questo abbecedario professionale e personale fosse adeguatamente raccontato e trovasse qui una nuova voce. Ed eccomi qua!
Sono solo pochi mesi da quando ho assunto la direzione del Consorzio Chianti Rufina, ma sembrano molti di più. Ci sono difficoltà, non mancano le complessità, ma sono davvero felice di quello che stiamo facendo e soprattutto dell’umanità delle persone che ho trovato, fra le fattorie, nel team, in consiglio, attorno a me. In queste ultime settimane si sono sublimati gli sforzi di tante ore di lavoro e sono arrivate le prime soddisfazioni.
Ho avuto l’onore, ma soprattutto provato l’emozione – ed è sempre bello -, di dover parlare in pubblico e rappresentare, al mio meglio, tutto questo mio nuovo mondo, con una maglia diversa da quella con cui ho giocato negli ultimi 18 anni, ma che mi sembra di avere addosso da sempre.
Mi è capitato più volte in queste due settimane: l’altra sera nello spettacolare scenario dello Spedale degli Innocenti per la cena dei Terraelectae, i nostri grandi cru di Sangiovese. O con Rai3 che ha parlato della vendemmia in Toscana dedicando un intero servizio alla più piccola delle DOCG in Toscana, il Chianti Rufina. O durante la presenza al Firenze Jazz Festival in cui calici di Chianti Rufina sono stati bevuti in un milieu meraviglioso, internazionale, giovane, durante concerti, da persone di tutto il mondo, con 6 meravigliosi talk.
Contesti bellissimi, scenari suggestivi, persone appassionate, buon vino a suggellare. Siamo inoltre diventati partner di un network globale di piccole e prestigiose denominazioni da tutto il mondo (Global AVA), con l’idea di scambiare e condividere pratiche agricole, conoscenze, studi di marketing (“Quando si è tristi non c’è cosa migliore che mettersi a studiare”, diceva il mago Merlino al Re Artù nel cartone animato della Disney).
Siamo, sono, soltanto all’inizio e ancora tanto è da fare. Il periodo è tutt’altro che semplice, inutile nascondercelo. Ma sono sempre sempre più convinto che il vino, considerato, raccontato, promosso e venduto attraverso il piacere dello stare insieme, nel suo saper donare carezzevoli occasioni di felicità, nel suo essere cultura popolare e saper fare, senza linguaggi astrusi o metafore inintelligibili, possa davvero provare a ripartire e tornare più forte di prima.
Sulla vetta della torre borbonica di Montesarchio, nel Sannio, si trova quello che gli archeologi considerano il più bel vaso dell’antichità, il Cratere di Assteas. Il vaso ha una storia incredibile di tombaroli, incidenti mortali, spionaggio, ricchi musei statunitensi e un presente che lo vede dal 2013, dopo leggendari intrighi internazionali, placidamente custodito nel museo archeologico nazionale del Sannio, non lontano da dove, nel 1972, era stato ritrovato da un operaio intento a riparare una fogna.
Assteas, il cui nome ricorda una ala destra ellenica dinoccolata e dribblomane dai capelli lunghi, era il Michelangelo dell’antichità, che aveva una bottega nella non distante Paestum. Siamo circa nel V sec quando una nobile famiglia sannita commissiona all’artista un cratere – un recipiente dove il vino veniva miscelato con acqua e spezie – per officiare i loro simposi, i loro ricevimenti. Un po’ come quando noi si va a comprare le tovaglie di lino e si usa il servito buono, più o meno.
Assteas è in grande spolvero: la sua mano tratteggia figure rosse di una grazia, di una sensualità, di una delicatezza disarmante: ai suoi raffinati committenti crea un vaso che da un lato presenta un corteggio dionisiaco, con Dioniso, una menade, un satiro, Pan, e dall’altro l’innamoramento di Zeus (incarnato in un toro dal muso dolcissimo) per Europa, principessa fenicia, con l’erote Pothos, allegoria del desiderio sessuale, a spargere loro addosso profumi per favorire la scintilla, sebbene Zeus, dai proverbiali appetiti, non ne abbia particolare bisogno.
Insomma, vino, amore, bellezza, sensualità, questo consegna Assteas ai suoi clienti: le basi, le molecole della nostra civiltà, anche se spesso lo dimentichiamo. Esco dalla visita abbagliato di luce in una giornata caldissima provato da quella che credo sia stata la mia prima sindrome di Stendhal. Mi chiedo dove sia la folla chilometrica che meriterebbe l’opera. E direi le solite banalità scrivendo che se solo fosse stata oltralpe, ma forse anche oltre Roma, questa mirabilia varrebbe un pil di un piccolo paese. Ma così non è, e forse va anche bene cosi. Io per primo, del resto, non avevo mai sentito parlare né del cratere né tantomeno di Assteas, fino a qualche mese fa.
Così come non conoscevo il Sannio, l’elegante Benevento, il culto di Iside, i barbari Longobardi che qui sono stati tutt’altro che invasori, le streghe o janare, le cantine scavate nel tufo, borghi splendidi come Sant’Agata dei Goti e Cerreto Sannita, le acque termali sulfuree di Telese, sapori abbondanti e generosi, i lasciti borbonici, le pizze, i torroni, i prosciutti. Devo tutto questo a due persone.
Un grazie enorme quindi a Pasquale Carlo, scrittore, giornalista enogastronomico e finissimo intellettuale che mi ha fatto innamorare di una terra davvero rara, e a Davide Di Leone, che mi ha aperto alla sua splendida famiglia, ai suoi progetti, ai suoi sogni, che da La Vinicola del Titerno portano alle Terre Massesi e porteranno ancora più in là. E un grazie alle nuove amicizie fatte in questi giorni. Ci ritroveremo molto presto, calice in mano.