Si chiude oggi un viaggio nel tempo e nell’anima pazzesco, a zonzo, un po’ alla maniera di Pausania, tra le meraviglie del Peloponneso e Atene.
Non so nemmeno da dove iniziare. Dalle minuscole spiagge del Mani, forse, dove il mito colloca la porta dell’Ade e a noi è parso un paradiso: relitti abbandonati, piccole chiese sulla sabbia, nidi di tartaruga, un mare dolcissimo che passa dal turchese all’ottanio. Dai boschi di olivi, cipressi e lentisco del Taigeto, la montagna di Sparta, dove gli Spartani abbandonavano i bambini più fragili, e dalla idilliaca arcadia di Pan e del suo tiaso. Dal porticciolo dellla prima capitale Nauplia, dall’elegante Gytheio, dalle poche case di calce bianca di Mezapos riflesse nelle acque, del minuscolo Arkonthico. Le grotte ipogee di Diros. E poi le infinite stratificazioni della storia. Micene, con il Tesoro di Atreo e la Porta dei Leoni. L’incredibile perfezione acustica del teatro di Epidauro. Atene, con l’Acropoli di Pericle e il Teatro di Dioniso. Il Museo Archeologico Nazionale, con la Maschera di Agamennone. E ancora i lasciti bizantini, su tutti la pazzesca città fortificata di Mystras, perla dell’Impero romano d’Oriente, il culto ortodosso e le iconostasi, poi i crociati, i veneziani, l’arrivo degli Ottomani. E, lungo la stessa linea della storia, l’isola di Monemvasia – Malvasia. Un luogo diventato vino, perché da quel porto partiva un vino dolce e prezioso il cui nome avrebbe attraversato il Mediterraneo.
E che dire dei sapori, delle taverne, dei piatti condivisi: souvlaki, fritture, calamari, tzatziki, saganaki, olive, feta, souvlaki, moussaka, il vino col ghiaccio. Sapori semplici, mangiati senza fretta, spesso davanti al mare. E i tantissimi gatti incontrati e accarezzati lungo la strada. Tra i pensieri dei filosofi, i miti, le immagini che questo viaggio ci ha lasciato, torno a casa soprattutto con una parola-manifesto: philoxenia.
Letteralmente, l’amore per lo straniero. L’ospitalità, l’apertura verso chi arriva da fuori, verso ciò che non conosciamo ancora
Oggi ho ricevuto una notizia davvero emozionante: La Molecola della Civiltà. Il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla 51ª edizione del Premio Letterario Casentino, storica manifestazione fondata da Carlo Emilio Gadda, Nicola Lisi e Carlo Coccioli, che negli anni ha premiato personalità come Sandro Pertini, Indro Montanelli, Franco Zeffirelli e Mario Luzi.
Wow…ringrazio sentitamente la Giuria e il Centro Culturale Fonte Aretusa, promotore del concorso. È veramente gratificante portare ai vertici di un concorso letterario nazionale il vino e le sue persone, che rappresentano tutto il mio mondo, lavorativo e non solo, e alle quali va davvero il mio grazie più sentito, soprattutto in un periodo difficile per la categoria. Spero davvero che ci si renda conto di quanto il vino sia parte fondante e connaturata della nostra civiltà.
Riceverò il riconoscimento il 12 settembre 2026 nel cuore del Casentino, a Romena, fra il Castello e la Pieve: luoghi che riflettono le dolcissime ombre lunghe di un piccolo me intento a pescare nel laghetto di Romena, a bighellonare per giornate intere fra le piazze di Borgo alla Collina, in discese ardite con i carretti costruiti usando ruote a cuscinetto recuperate dalle officine, fra interminabili partite a Risiko, il servizio a messa da già scettico chierichetto, il gioco della bottiglia e le merende a pane, vino e zucchero.
Non avrei potuto immaginare, quasi quarant’anni dopo, uno scenario più sognante per un’occasione così sentita: alla fine tutti i puntini si uniscono!
Venerdi 21 agosto sono stato invitato a presentare il libro a Gustarte, un evento che si tiene da ormai 10 anni nel bel borgo di Durazzano, fra Caserta e Benevento. Il tramite, il nocchiero, l’ideologo è stato ancora una volta l’ormai amico Pasquale Carlo, un maestro e un pozzo di cultura e saper fare: il libro non era solo, ma accompagnato a una degustazione narrata sulle condivise radici etrusche fra i vini del Sannio e del Chianti Rufina, fra Sangiovese, Aglianico, Falanghina e Trebbiano. Un modo davvero bello di parlare di vino e civiltà, senza troppi tecnicismi. Accanto a noi, durante la presentazione, vi era la bravissima e dotta assessore alla cultura del comune di Montesarchio, Morena Cecere, con la quale si è ricreato un raffinato e gustoso simposio sotto il segno di sua altezza Assteas e del suo magnifico cratere, espressione sublime di convivialità e incontri attorno a un calice. Chissà che in futuro il libro non abbia la fortuna di essere presentato proprio accanto al Cratere, al Museo del Sannio di Montesarchio, dove è custodito.Dopo la degustazione, due passi in un paese vestito a festa, pieno di sapori e vitalità.
La giornata a onor di cronaca era iniziata fin dal mattino, dopo un risveglio all’alba in quel di Pontassieve accompagnato dalla moglie. Prima tappa, Aversa, in compagnia di due spettacolari cantine del luogo, la Cantina Carlo Menale e Terramatta. Aversa è città di chiese, pesche, cantine scavate nel tufo, e dell’Asprinio, coltivato nelle cosiddette “alberate aversane”, viti maritate con pioppi alti fino a 10 metri: eredità pulsante di un altro lascito etrusco. Ho provato a salire i primi gradini di una alberata dentro la proprietà di Menale ma mi girava la testa!
A pranzo, siamo stati nello storico ristorante enoteca di Menale nel centro di Aversa: le cantina ipogee, scavate per 14 metri sotto terra, nel morbido tufo che compone il suolo di quelle zone, sono una cosa spettacolare. Una visita divertente, storica, con tanti aneddoti, con la grande teatralità di Carlo Menale e suo figlio, sublimata in un momento gastronomico squisito, fra bufale, paste al pomodoro semplicemente perfette, una torta di crema chiamata Polacca e gli Asprini delle due cantine, vinificati secchi, in metodo charmat, ancestrale e classico.
Una giornata bellissima e dalla quale torno a casa davvero grato, e con la conoscenza anche di un altro professionista straordinario, Aldo Lorenzoni di Graspo. Ma questa è un’altra storia che sono sicuro avrò modo di raccontare in un futuro prossimo.
Sono passato al primo tentativo sia alla theory che al tasting del D3! Evvaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
Entusiasmo un po’ esagitato e puerile, vero. Ma che immensa soddisfazione aver ricevuto la mail dal WSET: aprirla è stato un attimo interminabile, un secondo congelato fra la paura e l’aspettativa.
Sono riuscito a intravedere nella mail letta dal telefono un congratulations e ho capito di essere stato promosso. A entrambi gli esami! E la theory anche con due domande su cinque col merit, mentre al tasting due merit hanno compensato due fail. Ma chi se ne frega: il risultato finale è aver superato the beast.
Al netto della tesi, il D6, consegnata a fine mese, che mi ha altrettanto impegnato di tempo e stress, il Diploma è pressochè compiuto (al 90%, mancando il 10% del D6), e in caso di malaugurato respingimento della tesi, eventualmente mi armerò di buona pazienza per ridarla, nei tempi che mi permetteranno di andare a Londra per la cerimonia dei Diplomi di aprile 2027. A un mese dal mio cinquantesimo compleanno.
Non posso non ripensare a quanto abbia sacrificato per conseguire questo diploma. La voglia di intraprendere il percorso del Level4 WSET, aka Diploma, dieci anni dopo aver conseguito il Level3, è nata quasi per caso a maggio 2023, con la mia solita attitudine a mettermi un po’ in difficoltà, a cercare di sublimare nello studio matto e disperatissimo un periodo lavorativo in Ruffino non idilliaco, con l quale, infatti, avrei interrotto la collaborazione di lì a un anno, dopo 18 anni tondi.
Eppure, è grazie a Ruffino che per i primi esami ho avuto sostegno economico per la retta e le trasferte londinesi, nonchè la possibilità di ritagliare del tempo al lavoro (e alla famiglia) per studiare. Uno studio che fin da subito avevo sottostimato. Il percorso del Diploma è gigantesco, e non so se lo raccomanderei a qualcuno. Senz’altro se ne ricavano emozioni e soddisfazioni altrettanto enormi, ma la dedizione richiesta è maniacale e costante. Aggiungi che l’inglese va saputo e scritto (visto che gli esami sono tutti scritti, non digitati a computer) meglio dell’italiano.
Comunque il primo esame, il D1, l’ho sostenuto ad agosto 2023: un imponente prova scritta di agronomia ed enologia. Mi ci sono approcciato inizialmente un po’ naive, e nella simulazione di esame ho ricevuto, lo ricordo ancora come una pugnalata, una sonora bocciatura che mi ha imposto, a circa 50 giorni dal vero esame, ritmi di studio forsennati – tanti risvegli all’alba, la pratica del club delle 5 del mattino, in mezzo a una estate che avrei potuto godermi diversamente. A ogni modo ho ricordi comunque dolcissimi: mi sono armato di pazienza, ho chiesto tanto all’enologo e all’agronoma di Ruffino, mi sono iscritto a un corso con un formatore esterno, Wine with Jimmy, ho “stressato” mia moglie ripetendole concetti letteramente in ogni angolo della nostra relazione e il 14 agosto sono volato a Londra col mio compagno di studi, e ai tempi collega, Vittorio. Ricordo ancora l’aeroporto di Bologna affollato per l’esodo di ferragosto. Io, Vitto e un piatto di tortellini in attesa del volo. La notte prima dell’esame in un delizioso ristorante thai a Brick Lane e l’indomani, l’esame. La sensazione di averlo fatto bene, soprattutto l’ultima domanda. E di rientro dopo l’esame, passeggiata leggero, di quando uno sente di averlo fatto bene e si gode le bellezze di Londra: ricordo una giornata di mezz’agosto azzurra e fresca. Fintanto che Vitto, serafico, esclama: ma lo hai messo il codice di matricola in ogni pagina e nella cover? E io: dovevamo metterlo? Lui, col suo aplomb atarassico: temo di si, c’era scritto nelle istruzioni che ci hanno consegnato, e comunque lo hanno annunciato anche con l’altoparlante. Ecco, tutta la leggerezza del post esame è naufragata in un pesante senso di inquietudine, che mi ha portato a sudare freddo e a scrivere, immediatamente nel Gatwick express verso l’aeroporto, una mail al WSET. Gentilmente, mi hanno confermato che avrei dovuto farlo e si sono comunque industriati di recuperare gli esami, ancora non spediti per la correzione, e di aggiungere il mio codice. E alla fine, dopo 14 settimane: D1 PASS WITH MERIT!
Eh si, devo molto a Vittorio, i suoi metodi da giurista, rilassati, volti al punteggio, molto efficaci, che gli ho visto applicare alle dinamiche di studio, metodi che brillavano rispetto alle mie rapsodie creative anche quando c’era semplicemente da acquisire dati e concetti: con lui ho preparato il D1, il D2, il D4 e il D5 ed è stato una figura totemica della mia prima parte di studi. Veniva qua nel BAR(N), spesso in motorino, e passavamo serate e pomeriggi ad assaggiare e a risentirci concetti.
Il D2, wine business, l’ho cominciato a studiare subito dopo. Vacanza con la family in Portogallo, in una bellissima villa a Mistra, vicino a Lisbona. Il business, per me che lavoravo da quasi 20 anni nel vino, mi sembrava l’esame più semplice, e in effetti è quello con la pass rate più alta. Da metà agosto ai primi di ottobre ritmi di studio piuttosto rilassati, non bassi ma comunque più gestibili. Nel mezzo (per ogni esame ci sono 14 settimane di correzione) la notizia del risultato del D1: Pass with merit, che mi ha credo dato una certa tracotanza, quella che i greci chiamano hubris. Anche durante l’esame la tensione era infinitamente più bassa rispetto al D1: e come spesso ci insegna la vita, e ancora di più il WSET, mai abbassare la guardia. Infatti, malgrado domande di cui sentito molto forte, una sulla sociologia dei consumi, l’altra sul Systembolaget, e una autovalutazione veramente ottimista (e questa volta mi ero anche ricordato del codice di matricola), dopo le fatidiche 14 settimane, ecco il risultato: FAIL.
Crolla il mio proverbiale “non sono mai stato bocciato in vita mia”, vero sempre, tranne per quel maledetto D2. Siamo ormai a gennaio 2024. Il corso accademico prevede la preparazione anche per il D4, dedicato ai vini spumanti, e il D5, dedicato ai vini fortificati. Due esami apparentemente piccoli, ma che introducono un’altra variabile, quella della prova di tasting secondo gli schemi analitici e molto rigidi del SAT, il systematic approach to tasting sviluppato da WSET. Bollicine e fortificati non sono mai stati al centro del mio lavoro, ho sempre lavorato in aziende e aree rossiste, con qualche bianco in carta, o dolci naturali come il Vin Santo. Le tecniche produttive delle bollicine e dei forticati sono piuttosto complesse, mentre l’assaggio prevede anche l’analisi di vini che in Europa non mettono piede, come lo Sparkling Shiraz e il Muscat di Rutherglen. Mi doto di alcuni strumenti fondamentali, come il Coravin e il Nez du Vin, il primo per poter siringare un campione di vino dalle bottiglie senza aprirle, dandomi modo di riassaggiarle, il secondo un campionario di aromi essenziali che mi aiutano a farmi il naso, a distinguere quanti più profumi possibili e ad associarli a vini, uve e stili. E cominciano le mie ossessive sessioni di studio e assaggio, quest’ultimo fortunatamente potenziato “live” nelle varie nazioni in cui mi trovavo a viaggiare per lavoro, soprattutto Canada, US, Germania (quanti favolosi Sekt da Riesling), Francia (Champagne, Cremant, ma anche Banyuls e VDN), la nostra Italia, Prosecco e non solo, la Spagna dello Sherry, il Portogallo del Madeira e del Porto, e soprattutto Londra, la Londra di luoghi fantasmagorici del bere come il 67 Pall Mall e Berry Bros & Rudd, il più antico wine merchant del mondo.
Soprattutto, il mio orgoglio ferito mi impone – riecco un classico del mio carattere che riaffiora: l’autopunirmi se sbaglio qualcosa, una sorta di autoflagellazione post-litteram -: il volere dare 3 esami tutti e tre nello stesso giorno, facendo concomitare, il 12 giugno 2024, la scrittura e gli assaggi del D2, D4 e D5.
Immaginate lo stato d’animo in quei mesi, diviso fra il lavoro, che si stava ulteriormente complicando e che mi recava nervosismi e insoddisfazioni crescenti, e la voglia di rimediare alla mia bocciatura autoimponendomi una giornata patibolare. Oltre agli strumenti succitati sopra, ho la fortuna di conoscere una educatrice, Joanna dal Portogallo, con la quale inizio l’abitudine di ripassar ei contenuti dei vari esami in sessioni di 3 ore tutte le domeniche sere. E quando dico tutte, dico tutti, dalle 19 alle 22, quindi mutilando anche un momento condiviso in famiglia, la cena. Joanna sarà una delle figure più importanti di questo percorso, e a cui sono più grato. Mi ha dato anche modo di conoscere molte altre persone e di strutturare i miei studi con maggior metodo, attraverso anche software di organizzazione come Notion.
Il 12 giugno 2024 è una agonia. Mi registro a tutti e tre gli esami e la signora alla reception mi diceva che non avevo senso quel che stavo facendo. Ma libero di farlo…La mattina il D2, poi dopo pranzo, trascorso in piedi a un benzinaio con zuccherini e barrette energetiche, il D4, prima le domande, poi l’assaggio dei 6 vini bendati, infine il D5, prima le domande, poi l’assaggio di altri 6 vini bendati. 12 lapis appuntiti per non perdere tempo ad affilarli e una giornata completamente volata via, con crampi alle mani, piccoli giramenti di testa, ma finita. E anche qui, il momento brivido, vissuto nel bagno di nuovo col sagace Vitto come protagonista, mentre parlavamo del tasting del D4: “Che merde, hanno messo alcune domande anche nell’altro foglio – lo hai visto vero?” Eh no, non l’ho visto, e avevo consegnato le risposte del tasting senza un paio di domande che avrebbero portato punti. Un giramento di palle sesquipedale che mi ha fatto affrontare l’ultimo esame fra lo scoraggiato e il nichilismo. Alla fine, mi sono trovato a uscire dalla prova di esame da delle scalinate tutto appoggiato su una balaustra: sembravo Ronaldo dopo il mondiale del 1998. Vitto pronto a immortalare quel momento in una foto che intendo ingigantire come ricordo di uno dei giorni più folli della mia vita. Lo ricordo con enorme piacere, adesso: lì ho conosciuto un altro pazzo che ha tentato tutti e tre gli esami come me. Dopo cena, abbiamo fatto serata a Londra, riconnettendoci con gli amici del Consorzio Chianti Classico che avevano un evento nella city, e finendo dal vino alla birra. 12 giugno 2024. Una giornata davvero memorabile? E come è andata a finire? passato a tutti e 3! Una gioia monumentale! Tre email arrivate nell’arco di 8 ore a fine settembre. Un rosicato pass al D2, un pass con merit al D5, l’ultimo che avevo dato, quasi da scoglionato, in cui emerge un distinction al tasting (nel D4 e D5, a differenza che il D3 i voti fra theory e tasting sono mediati), e – miracolo – un pass anche al D4, malgrado la mezza pagina di domande non viste.
In quei giorni, fine settembre 2024, intravedo la discesa: manca soltanto il terribile D3 e la tesi! Entusiasmo alle stelle e motivazioni a mille. Mi sentivo davvero in procinto di spaccare il mondo. E ancora una volta, il saliscendi, l’ascensore. Le difficoltà del lavoro diventano insormontabili e a ottobre 2024 mi accordo per la conclusione della mia relazione professionale con Ruffino entro marzo 2025, dopo 18 anni di lavoro, e in un momento in cui Ruffino, quella che ritenevo l’azienda della mia vita, che mi aveva fatto crescere, poi dirigente, accolto e abbracciato tutti i miei progetti e idee, si era involuta in un percorso lontanissimo da me.
Purtroppo, ho dovuto riorganizzare le priorità e accantonare il progetto di studiare e sostenere il D3, un esame di portata biblica, a maggio 2025. Un periodo, quello che va da novembre 2024 a giugno 2025 molto particolare, che adesso definisco uno dei più belli della mia vita, ma che ho vissuto in una totale trance agonistica, ma che mi ha portato davvero a delle novità cardinali della mia vita e della mia famiglia: non è questo il post dove raccontarle, lo ho già fatto dettagliamente più volte, ma in pochi mesi mi configuro come temporary manager, assumendo il ruolo di direttore del Consorzio Chianti Rufina, faccio emergere la mia consulenza nell’area dei profumi con Acqua degli Dei, concludo, concludiamo meglio dire con mia moglie la ristrutturazione e l’affitto turistico de Il Fienile di Bisarno, decido di creare una essenza, un profumo che racconti la campagna toscana e sia legato a Bisarno, e nasce Respiro eau de parfum e home parfum, creo il mio studio di consulenza, nel seminterrato del fienile, chiamandolo BAR(N), un progetto di recupero architettonico delizioso, e soprattutto mi metto a scrivere quello che negli ultimi 10 anni era la cosa più entusiasmante che stavo facendo come direttore comunicazione di Ruffino: raccontare la storia e la civiltà del vino. Porto a termine il progetto di una vita, il saggio “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza”. In parallelo, docenze per scuole, collaborazioni con vari enti, una trasferta ad Hainan, nel sud della Cina, per capire eventuali opportunità. Beh, un periodo in cui non mi sono annoiato e che ancora adesso caratterizza il mio abbecedario professionale.
Appena ritrovata una minima vita routinaria – lo devo al mio orgoglio, alle fatiche passate, al fatto che io per definizione debba finire tutte le cose che inizio – riprendo in mano il Diploma.
Da un punto di vista temporale non è passato tanto, diciamo una interruzione di 6 mesi, ma da punto di vista logistico, informatico, organizzativo, più di una vita: non ho più il supporto di Ruffino, non ho solo un lavoro a cui affiancare lo studio, ma una serie di consulenze che si affiancano a una principale, più due prodotti da gestire, il profumo e il B&B, infine e soprattutto è entrata prepotentemente nelle nostre vite l’AI, l’intelligenza artificiale. Andiamo con ordine e ricostruiamo l’anno che mi ha portato al fatico 13-14 maggio 2026, quando ho sostenuto il D3.
Quando a giugno del 2025, finito il riassestamento della mia vita, ho ripreso in mano i testi per riportare al centro delle mie giornate anche il Diploma, ho subito un forte shock: di lingua, di concentrazione, di voglia. Per mia natura, non mollo mai, soprattutto dopo aver già sostenuto 4 esami, ma davvero ho dovuto cercare degli appigli. Da un lato ho trovato appigli nei tutor, ancora una volta Joanna, ma anche e soprattutto Anna McHale di Diplomatherapy e la sua community. Dall’altro ho ricominciato a viaggiare per territori del vino, rinnamorandomi profondamente del vino con le stesse leve di venti anni fa. E qui non posso non ricordare con grande affetto le giornate a Bordeaux, in Cote du Rhone, nel Beaujolais con mia moglie, ma anche tutta la Toscana, il Piemonte, la Campania, ampissime zone della Spagna e quasi tutto il Portogallo con amici volenterosi ed entusiasti, Londra, Berlino, Parigi con le loro infinite possibilità di assaggio.
Ultimo ma non ultimo, la mia dannata dedizione, aiutata da degli strumenti di lavoro davvero rivoluzionari – software con integrata l’intelligenza artificiale – coi quali mi sono testato, confrontato con enorme pazienza, ho generato podcast più veri di quelli veri.
E così, prova di domanda di esame scritta dopo prova di domanda di esame scritta, centinaia di pagine riempite a lapis, assaggio dopo assaggio dopo assaggio, test cards per tenere allenata la memoria, letture della buonanotte sul vino nei principali siti del mondo, nottate trascorrere a studiare, albe a ripassare e scrivere, insomma dopo una tentacolare e maniacale preparazione (ho anche un file excel da serial killer che lega al famoso SQP stile qualità prezzo tutti i fattori di tutti i territori vinicoli del mondo), sono arrivato, stremato, ai due giorni di esame, scortato dalla Laura, e dei quali ho già scritto.
Tutto questo è valso la pena? Non lo so, ma intanto la soddisfazione di aver visto quei due pass è stata immensa.
Appena rientrato da Londra, dove il 13 e il 14 maggio avevo sostenuto i due giorni di esami del D3 WSET – acme di mesi di studio matto e disperatissimo (e bene speremus per i risultati!), ho potuto finalmente riprendere in mano il mio libricino e gustarmelo attraverso una tournee di presentazioni davvero gratificanti.
Ad aprile, avevo avuto due momenti molto intensi. Il primo si era svolto il 2 aprile al Bistrot dell’Agricola Toscana, nello splendido locale di Simone Angerami che vede adesso il “mio” Stefano Frassineti alla conduzione gastronomica (con piatti “ancestrali”, di civiltà antiche offerti agli ospiti: top!). Insieme a Stefano e a Federico Giuntini di Selvapiana, e a un Chianti Rufina 1997 strepitoso, abbiamo raccontato il libro nella deliziosa cantina interrata del locale fiorentino. Il secondo, a fine mese, al Claris, raffinato locale sul lungarno dove, grazie a Riccardo Chiarini, ho avuto modo di raccontare il viaggio del vino, accompagnato da ottimi vini e un gustoso aperitivo.
Maggio è iniziato con una presentazione on-line (devo dire davvero ben riuscita e fluida nelle tecnologie) per la Scuola Italiana Sommelier, la SIS, grazie all’entusiasmo del presidente Nicola Ferrazzano, con studenti e sommelier collegati da Aosta alla Calabria! A fine mese una ganzissima doppietta in una enoteca veramente bella di Castelnuovo dell’Abate, a Montalcino, in compagnia di Lorenzo Ciolfi e degli straordinari vini di San Lorenzo, e del padrone di casa, il valentissimo sommelier Alberto Ponziati. Davvero una serata divertente, in uno scenario pittoresco, che mi ha portato anche a conoscere altri produttori e persone. Quello che più amo del vino e che spero di aver trasmesso con La Molecola della Civiltà. Infine, il mese si è chiuso con un ritorno al “natio borgo selvaggio”, Pontassieve, dove avevo avuto la primissima presentazione. Questa volta, però, ho avuto l’onore di stare sul palco dello splendido teatro pontassieve Cinema Teatro Italia, con le immagini del libro proiettate sul grande schermo!
A giugno, una sola presentazione ma top: grazie all’amico giornalista Giovanni Pellicci, sono stato invitato a presentare il libro alla Bottiglieria Salefino di Siena, uno dei templi del mangiare e bere bene di Siena, in un ambiente curatissimo e di grande eleganza, gestito da Claudio di Sante. Una serata in cui il confronto fra me e Giovanni è stato bagnato da una serie di vini “orange” al calice da far paura!
Ed eccoci a luglio! Inizio col botto, con Scene di Paglia, uno dei principali festival teatrali in Italia, coinvolto da Fernando Marchiori e Martina Scanferla. Insieme al giornalista Giambattista Marchetto, e ospiti dalla vulcanica e bravissima Asja Rigato, in quel di Bovolenta, ho avuto la mia prima volta in Veneto, in zona prelagunare che non conoscevo e dal fascino infinito. Luglio è poi proseguito nella parte opposta di Italia, a Sibari, ospite, per volontà dell’amico Giovanni Gagliardi, a Vinitaly and The City, direttamente nel parco archeologico della città e in concomitanza con la finale dei mondiali fra Spagna e Argentina. Poco male, grazie alla moderazione della giornalista Carmela Formoso, ci siamo fatti sentire e abbiamo attratto un bel numero di presenti.
Last, but not the least, la partecipazione a Le Notti dell’Archeologia, che sono organizzate dalla tenuta maremmana di Rocca di Frassinello. Un grazie enorme a Francesco Ugurgieri e all’etruscologa Giuditta Pesenti per avermi coinvolto: Dopo aver portato il libro nelle terre campane degli Osci, in quelle calabre dei Sibariti, finalmente gli Etruschi! Dopo la presentazione del libro, moderato dall’etruscologa Giuditta, la stessa ci ha fatto visitare il museo etrusco e, dopo una gustosa degustazione, in notturna e al chiarore della luna e delle torce, i tumuli di tombe etrusche di quasi 3000 anni fa. Una serata magica davvero.
A metà luglio abbiamo trascorso un decina di giorni a San Vito Lo Capo, nella mia amatissima costa occidentale siciliana. L’occasione l’ha fornita La Molecola della Civiltà, per una presentazione da tenere in Calabria, a Sibari, durante Vinitaly and The City. “Perchè non allunghiamo un po’ e torniamo in luoghi che già ci hanno stregato più volte?” – Io ci andavo coi miei genitori, ci ero tornato con la mia famiglia l’indomani del Covid e, adesso, con figlie ragazzine, abbiamo deciso di regalarci qualche giorno per noi. Oddio, a onor di cronaca, il sottoscritto ormai con ritmi forsennati sta studiando per il Diploma WSET e nei giorni siciliani mi sono portato il computer dietro per scrivere un po’ la tesi, che devo consegnare entro il 31 luglio.
Prima tappa del nostro viaggio in auto Rende, nel Cosentino (con una pantagruelica mangiata la sera in un ottimo ristorante locale) e poi l’indomani, varcati Scilla e Cariddi in una rapida traversata dello Stretto col battello, ci siamo panisticamente fusi con la Trinacria, con la Sicilia occidentale.
Che meraviglia le spiagge di Santa Margherita e del Bue Marino, la tonnara di Scopello, il parco dello Zingaro, passeggiare la sera lungo il paese, mangiare il cous cous, aspettare il tramonto fino alle 21 di sera in spiaggia, i cannoli, i bagni con la maschera, il pane cunzato, le rovine maestose di Segesta, Erice, le saline di Trapani e Marsala.
Quest’anno l’orto, e il frutteto, stanno vivendo la loro migliore stagione. Ci sono state tante ciliegie, a inizio primavera. Una esplosione di carciofi fino a maggio. E, da qualche settimana, in attesa che gli ortaggi e i frutti – stracarichi – vadano a maturazione, siamo inondati da una quantità pantagruelica di albicocche.
Abbiamo 5 alberi di albicocche. Due ne hanno fatte pochine, buone ma poche, il terzo abbastanza, di grande pezzatura, dolci e croccanti al contempo. Il quarto e il quinto ne hanno sviluppate un numero pressochè infinito. Forse, come nel vino, avrei dovuto fare un po’ di vendemmia verde, cioè togliere i frutti prima ancora che maturino, ma non l’ho fatto e le piante sono riuscite a portare a maturazione tutte le albicocche. Anche con una buona scalarità, che ci ha permesso fino a un certo punto di raccoglierle volta volta, ma ora che ci sono stati questi picchi di temperatura stanno andando un po’ oltre e abbiamo dovuto un po’ accelerare: ora lo spettacolo dei panieri di vini gonfi di albicocche è davvero impagabile.
Quindi, un po’ per noi, un po’ per gli amici. Per i parenti e per i vicini. Al gelataio di fiducia che ne ha fatto sorbetti e granite spettacolari. Marmellate per crostate e colazioni sane. Un po’ agli ospiti de Il Fienile. Evviva le albicocche!
Sono ancora colmo di gratitudine per il secondo posto assoluto al concorso nazionale di letteratura storica “Nicola Vigliotti”, una delle personalità umane e culturali più eminenti. La premiazione si è svolta sabato 20 giugno, nel delizioso borgo di San Lorenzello, nel favoloso Sannio beneventano.
E’ la prima volta che ricevo un premio così, con quasi 300 opere in concorso provenienti da tutta italia, e valentissimi scrittori.
E’ stata anche una emozione godermi la premiazione, con lo spoglio dei vincitori – per un attimo ho pensato anche di poter essere il primo assoluto. E per andare al palco ero così in panne da non riuscire nemmeno a mettermi la giacca, non trovando il buco delle maniche.
Ma va benissimo così. Per me la felicita è ancora più grande perché ho ricevuto questo premio nelle terre campane del Cratere di Assteas, fra persone speciali e luoghi magici dove, attorno al vino, si sono scritte e si scrivono fra le pagine più belle (e buone!) dell’umanesimo italiano e alle quali La Molecola della Civiltà deve tanto.
I due giorni, se posso dirlo, sono stati ancora più emozionanti e vissuti perchè ho avuto una accompagnatrice speciale, la mia bambina Costanza, che mi ha accompagnato in questo viaggio, partecipato a una divertentissima festa del vino a Massa di Faicchio, con vini selvaggi e sapori squisitissimi, e ha fatto un tifo da vera groupie!
E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!
Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.
Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.
La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.
Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.
La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.
Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.
La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.
Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.
Ed eccomi al mio secondo Vinitaly da direttore del Consorzio Chianti Rufina. L’anno scorso avevo iniziato da poche ore, letteralmente: mi sentivo ancora un po’ spaesato. Questa volta l’ho affrontato con molta più confidenza e mi sono anche molto divertito. Confesso, chi mi conosce lo sa: non ho mai amato il Vinitaly, se non nelle mie primissime volte, col Consorzio Chianti Classico, ma lì emergevano soprattutto gli entusiasmi delle novità. Troppo traffico, appuntamenti saltati, una lettura del vino troppo caotica, distante dai territori, erano le principali motivazioni che progressivamente mi ci avevano allontanato. Eppure ci sono state annate memorabili, scandali dichiarati o avvenuti (Velenitaly, Brunellopoli) la morte del papa Giovanni Paolo II, e tanti altri momenti che lo hanno elettrizzato, e su cui ho costruito ricordi su ricordi, aneddoti su aneddoti, anche nei dopo cena talvolta divertenti, più spesso infiniti, protratti fino a tardissima la notte, con vinoni e cibi opulenti. Al Vinitaly è anche l’occasione per risalutare tante persone, amici che lavorano distanti, reincontrare chi si vede solo per il Vinitaly. Insomma, gli ultimi miei anni con Ruffino avevo dimezzato i giorni di presenza e trovato una formula che funzionava.
Vinitaly quest’anno lo abbiamo affrontato tutti con le preoccupazioni di un periodo complesso, e non posso dare valutazioni dirette sulla fiera perchè quelle devono restare in mano a chi svolge Vinitaly per business, e non da responsabile di un consorzio che ha finalità promozionali, e deve solo cercare di supportare, agevolare le vendite. Le sensazioni che ho intercettate sono discordanti. A ogni modo, al netto di aspettative che erano comunque non alte (impera un certo pessimismo), di pochi americani visti, di sempre meno ristoratori, i miei colleghi mi hanno comunque detto di aver lavorato benino, coi ritmi giusti, con potenziali contatti commerciali creati.
Come dicevo, Vinitaly mi permette di risalutare tante persone. Il saluto più affettuoso e sentito lo ho avuto con gli amici del Sannio, per i motivi che ho più volte raccontato per il libro. E sono davvero orgoglioso che a rappresentarli sia l’immagine del cratere di Assteas! Questa allegata è l’unica foto che incredibilmente ho scattato al Vinitaly, e me ne rammarico, perchè di mani e volti ne ho intrecciati tantissimi, ma evidentemente quest’anno Vinitaly sentivo di rappresentarlo così.