Quest’anno l’orto, e il frutteto, stanno vivendo la loro migliore stagione. Ci sono state tante ciliegie, a inizio primavera. Una esplosione di carciofi fino a maggio. E, da qualche settimana, in attesa che gli ortaggi e i frutti – stracarichi – vadano a maturazione, siamo inondati da una quantità pantagruelica di albicocche.
Abbiamo 5 alberi di albicocche. Due ne hanno fatte pochine, buone ma poche, il terzo abbastanza, di grande pezzatura, dolci e croccanti al contempo. Il quarto e il quinto ne hanno sviluppate un numero pressochè infinito. Forse, come nel vino, avrei dovuto fare un po’ di vendemmia verde, cioè togliere i frutti prima ancora che maturino, ma non l’ho fatto e le piante sono riuscite a portare a maturazione tutte le albicocche. Anche con una buona scalarità, che ci ha permesso fino a un certo punto di raccoglierle volta volta, ma ora che ci sono stati questi picchi di temperatura stanno andando un po’ oltre e abbiamo dovuto un po’ accelerare: ora lo spettacolo dei panieri di vini gonfi di albicocche è davvero impagabile.
Quindi, un po’ per noi, un po’ per gli amici. Per i parenti e per i vicini. Al gelataio di fiducia che ne ha fatto sorbetti e granite spettacolari. Marmellate per crostate e colazioni sane. Un po’ agli ospiti de Il Fienile. Evviva le albicocche!
Quest’anno ho deciso di ripristinare l’orto invernale.
Lo scorso anno non lo avevo fatto, perchè scottato dalle cavolaie – quei bruchi che danno vita poi a meravigliose farfalle dalle bianche ali maculate – che mi avevano mangiato tutti i cavoli, insieme alle lumache, con guscio e senza, ealle cimici.
Quest’anno tornerenno lo stesso, lo so, ma mi sto apprestando con dei metodi biologici per provare a combatterle.
Con l’aiuto di Matilde e di mio suocero – Costanza era raffreddata e febbricitante – abbiamo fresato l’orto con la motozappa (l’ho mandata anche io, incredibilmente gestendo aria, accensione, spengimento, spostamenti), dato un po’ di stallatico e piantato le piantine: cavoli di varie specie, radicchi e i carciofi. Le abbiamo subito protette con un po’ di terra diatomacea (dell’argilla), un trattamento biologico per vedere se quest’anno, a differenza degli altri inverni, riesco appunto a evitare la distruzione dell’orto. Sono poi in attesa dei primi zafferani mentre le fragole continuano a produrre. Una parte del terreno l’ho lavorata e lasciata pronta ad accogliere i baccelli, le fave, che andrò a seminare a novembre.
Nel mentre, quest’anno ho tanti melograni pronti a essere colti, le giuggiole sono esplose nella loro bontà, e sto aspettando il momento giusto anche per raccogliere i cachi.
Oggi, sabato, mi sono potuto finalmente dedicare al giardinaggio e al relax in famiglia.
Supportato da mio suocero, ho prima rasato l’erba del prato, poi curato le rose, ripristinato L’orto dei nati storti – il mio piccolo orto quest’anno dominato da pomodori e melanzane – incluso il fondamentale impianto di irrigazione – rimesso nei suoi sostegni i tralci ubertosi delle more, potato, legato e alleggerito, le viti della pergola e quelle attorno alla cisterna, eradicato il convolvolo dalla fragole e, infine, col decespugliatore a frullino, tolto anche un po’ di erbacce fintanto che non é finita la miscela. A lavoro finito, mi sono davvero riempito gli occhi del risultato. La bellezza va come sempre cercata, curata, inseguita nella sua ineffabilità e colta nell’attimo stesso in cui si palesa.
Il tutto mentre le canzoni di Franco Battiato arrotondavano di magico l’atmosfera e mi facevano sentire davvero parte di un tutto fuori dal tempo. Le parole ammalianti delle canzoni del maestro, insieme alle musiche avvolgenti, i fiori e i profumi, lo stare a contatto con la terra, le mie mani sporche e il sudore, mi ha fatto provare delle sensazioni profonde, evocando ricordi lontani e al contempo ancorandomi a un presente senza, finalmente, troppi rimuginii mentali.
Siamo arrivati a questa Pasqua un po’ stanchi dopo mesi di lavoro in cui i carichi psicologici e da trasferta (da marzo Londra, Milano, Dusseldorf, Verona quasi tutto consecutivo) erano tutt’altro che irrilevanti.
Malgrado una stagione ancora prettamente invernale (ventosa e a giorni anche gonfia di pioggia) siamo riusciti a vivere tre giorni, incluso il sabato, decisamente catartici, nella bellezza dello stare insieme.
Intanto, sono riuscito (parzialmente) a domare un decespugliatore – o frullino, come viene chiamato in Toscana -. Composizione della miscela, istruzioni di lavoro da parte del paziente suocero, autonomia nell’accensione (mai banale), casco antisassolini e, con una mobilità che mi faceva assomigliare a un ghostbuster, ho iniziato a tagliare la giungla primaverile attorno a Bisarno.
Poi, fortunatamente, sono stato anche aiutato da dei professionisti, ma aver comunque rotto il muro psicologico è per me stato molto importante. A partire dal pozzo e della lanterna rossa, accanto al ciliegio fiorito, fino ad arrivare a nord alla linea di confine marcata dai biancospini e dai cipressi, passando dalle more, dalla concimaia, dal frutteto e dalla bordura di rosa canina, un lavoro di ordine e pulizia che mi ha altamente soddisfatto. Vero, ho inalato polline e allergeni da erba recisa per crisi allergiche imperiture, ma la soddisfazione del lavoro compiuto è ineguagliabile.
Adesso mi sono dato un altro obiettivo: rendermi anche autonomo, o semi, con la motozappa, per la lavorazione del piccolo appezzamento che ormai dedico all’orto, la zona dell’Orto dei nati storti.
Pian pianino, sto apprendendo tutte le tre grandi arti del lavoratore di campagna: potature e legamenti, trattamenti per malattie, lavorazioni del terreno- Ed è estremamente appagante vedere quanto la campagna, la natura, se curata, se quasi coccolata, sappia restituire. Non l’indomani, non nell’immediato, ma grazie al tempo. Quest’aprile sto godendo di fioriture, di piante sane e ubertose grazie agli sforzi negli anni prima, che mi erano quasi parsi vani e li per li mi avevano molto frustrato.
Poi le giornate di Pasqua e Pasquetta, l’atmosfera era intima e rilassata. Pranzo di Pasqua coi parenti, con agnello, coratella, crespelle e un uovo gigantesco. Format simile per Pasquetta, con gli Zanoni e i Brambilla. E i micini sempre più belli!
La potatura, la scienza, o l’arte, di tagliare rami per indirizzare e tutelare la crescita di una pianta, mi ha sempre affascinato, da umanista con scarsissima manualità. Eppure, quasi per ritrosia o paura di far danni, è uno degli aspetti che nel mio progressivo innamoramento della vita di campagna, dei mie progressi da ortista, ho erroneamente sempre posticipato nell’affrontare e ho più volte trascurato e, nel migliore dei casi, affidato ad aiuti altrui.
Un paradosso, perché poi racconto spesso a pappagallo, quando per lavoro mi trovo a esporre il ciclo della vite, l’importanza della potatura, che peraltro si svolge in queste ore, per la futura salute della pianta e la qualità del vino.
E invece l’altro giorno ho preso la situazione di petto e ho affiancato un signore ben più anziano, che pota da decenni nelle fattorie della zona, nella potatura degli alberi da frutto di Bisarno, oltre alle more e alle rose canine.
Il potatore è generalmente un tipo molto silenzioso. Inizialmente pensavo per una certa ritrosia ma in realtà è perché si deve entrare in magica sintonia con la pianta, ci si deve concentrare per intravedere quello di cui la pianta ha bisogno e quello che tu vuoi portare, introdurre, da un punto di vista della crescita e dello sviluppo. Senza però mai tradire troppo l’istinto della stessa, la specie, se non per piccoli passi, anno dopo anno. Ecco, il prendersi cura è un altro aspetto molto affascinante della potatura. Non lo si può fare una volta e poi dimenticarsene per mesi e anni. E prima di potare, bisogna pensare, riflettere, immaginare. Far lavorare sia il cuore che la testa. E ancora, la potatura è una ferita inferta alla pianta: infatti la si fa d’inverno, quando la pianta dorme e non scorre linfa o ne scorre pochissima nelle sue vene. E con l’olivo bisogna stare anche più attenti, da sempreverde “spinge sempre”, c’è sempre un po’ di linfa, quindi le potature solo a fine inverno, meglio ancora a inizio primavera, quando siamo sicuri che non ci saranno gelate violente. Quindi: ci si mette davanti a un albero e lo si osserva: i rami che si intrecciano sono da tagliare. Se ha troppo slancio che “pare un cipresso”, c’è da cimare, cioè tagliare la parte apicale, altrimenti sarà impossibile poi raccogliere i frutti. Che abbia una forma armonica, che sia “bellino” insomma! Che magari non sbilanci troppo verso la luce, “c’hanno sempre fame di luce gli alberi”. Una volta sentite e analizzate le esigenze della pianta, si può cominciare l’arte del taglio, con una maestria che mi ricorda Edward Mani di Forbice! Eh si, il rapporto mano – forbice è morboso, geloso, indissolubile. Alla fine della potatura, la pianta può apparire un po’ mutilata, fin troppo spogliata, ma anche qui serve pazienza, i risultati di una buona potatura si vedranno solo quando il sistema linfatico si riattiverà e la pianta comincerà a “ributtare”, a “mettere”. E allora vedremo se i nuovi rami cresceranno dove si è voluto, se i fiori e poi i frutti alligneranno laddove si è ipotizzato nel freddo inverno e se quella bellissima, intensa e rilassante sensazione che ho provato, concentrato sul momento, sarà ricompensata dalla bellezza della pianta in fiore con l’arrivo della primavera. Perchè il più grande insegnamento che mi dà la potatura, la pianta, è che le cose belle bisogna prepararle, instradarle, non attenderle e sperare.
Stamani, come ogni giorno, sono sceso nell’orto. Molto presto, la luce era ancora fioca, le altre dormicchiavano (è pur sempre domenica, con l’orologio anche spostato indietro), la nebbia umida bella presente. Mi piacciono gli odori del bagnaticcio, il calpestio delle foglie e della terra, quei silenzi intervallati da qualche uccello spaventato che si alza in volo e dai gatti che mi spiano lontani ma vicino. E arrivato alla vasca degli zafferani, sono stato immediatamente rapito dal primo, primissimo fiore di zafferano spuntato! Che emozione! Un fiore bellissimo, eretto, con le foglie viola venate di sfumature più tenui sempre violacee, e tre pistilli rossi all’interno di questo bel fiore.
Ho iniziato la coltivazione dei crochi quasi per gioco, spronato da una amica. Avevo dedicato loro una delle vasche dell’orto, per vasche intendo una porzione di terra delimitate da dei marciapiedi di cemento (ne ho due, una per le fragole e una, da ora in poi, per gli zafferani). A questa coltura mi ci ero prestato grazie alla dritta di una amica e con tutte le migliori attenzioni e tutte le cure: vangato il terreno, concimato, rimosso il terreno che subito qui tende a fare croste, atteso con pazienza, espiantato le erbacce che fanno sempre dannare. E, quando già da un pezzo ricevevo foto di fiori meravigliosi, pistilli rosso fuoco, già essiccati, addirittura dosi per fare il risotto, ecco, finalmente, il primo di una lunga serie – speriamo! – di fiori di zafferano.
La natura mi insegna, anzi, mi conferma, quanto sia gratificante, riempiente, essenziale, il prendersi cura. E’ un esercizio fisico che appaga mentalmente. E che ripaga sempre bene. Attorno al prendersi cura danzano parole altrettanto magiche: la consuetudine, il reiterare gesti, le premure, che aiutano a generare, a creare. A portare bellezza.
Ho raccolto il fiore, “appena spuntano vanno presi” dicono gli esperti, tolto i 3 pistilli. Messi a seccare. E poi sono tornato nei campi. Ho mangiato dei corbezzoli, delle palline rosso fuoco succose e gustosissime. Raccolto i melograni. Le ultime noci. Spazzato e rastrellato le foglie. Poi sono tornato in casa, dove le altre stavano facendo colazione.
Ne avevamo parlato da tempo, con la zia, la mamma, le cugine: fare un meraviglioso pranzo di pesce, come eravamo abituati da bambini, con nuove generazioni e con qualche mancanza (il babbo, lo zio) da celebrare proprio come sarebbe piaciuto a loro. Il tempo passa e la nostalgia può essere esorcizzata nel piacere dello stare insieme. Nella convivialità. Nella bellezza.
E Bisarno si presta, come sempre, molto bene.
I preparativi stessi hanno rappresentato un bel momento. La definizione del menù: tutto pesce. Dei vini. Del chi fa cosa. Degli ospiti, inclusi i genitori dei compagni delle mie cugine. Una nuova famiglia. Da parte mia, mi sono industriato già nei giorni precedenti, a predisporre gli spazi esterni: l’aia ben spazzata dalle prime foglie caduche, i due tavoli di legno uniti in una suggestiva “imperiale”, con le seggiole colorate in tono coi piatti in ceramica, sotto la pergola quasi arrossata e la turgida uva pensile. Le noci raccolte. Gli ultimi pomodori verdi. L’erba tagliata. Le bambine a far fiori nei campi attorno per abbellire le damigiane vuote.
E, sotto un tiepido sole d’ottobre, abbiamo iniziato le danze.
Schiacciata fatta in casa. Insalata di seppie e calamari. Impepata di cozze. Stoccafisso con patate. Penne alle vongole. Spiedini di pesce composti da gamberi, rana pescatrice, palombo e seppie. Melanzane sott’olio. Torta ai tre cioccolati. Castagnaccio. Gelato. Noci sgranocchiate placidamente.
Ieri sera abbiamo ripristinato in famiglia una delle attività che soprattutto io e Costanza amiamo di più: guardare un bel film tutti insieme dall’impianto cinematografico di casa. E così, uno accanto all’altro, avvolti nelle copertine – eh, si, comincia a fare umido in casa in questi giorni di pioggia – abbiamo visto un’opera deliziosa, capace di incontrare le note sentimentali cercate da Matilde con quelle avventurose di Costanza, oltre a una certa qualità che per me è fondamentale: JoJoRabbit.
Il film è davvero un capolavoro ma quello che mi ha più colpito è un aspetto marginale, la citazione di una poesia di Rainer Maria Rilke che non conoscevo e che costituisce la chiave di lettura dell’opera. Due ragazzini, distrutti negli affetti a causa della guerra e del nazismo, che provano a ripartire, ricominciare, ballando sulle macerie della Berlino devastata dopo il suicidio di Hitler, un attimo prima dei titoli di coda e di Heroes di Bowie: Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. / Si deve sempre andare: / Nessun sentire è mai troppo lontano.
Oggi avevo qualche ora libera. A casa. E mi sono messo a prendermi cura di Bisarno. In fondo, prendersi cura di Bisarno è un modo per riconnettermi, e per riflettere un po’ su questo inizio autunno che per me è sempre traumatizzante, e quest’anno ancora un po’ di più. E’ stata una giornata intervallata da violenti temporali e anche un po’ di grandine. E sono uscito quasi sempre fra una pioggia e un’altra. Siamo passati da una estate calda, anzi torrida, e siccitosa a un autunno umido, bagnato e già frizzantino. Un cambiamento rapido, non graduale. Mi sono messo zelante a spazzare l’aia, dove giacevano chicchi di uva della pergola – un pergolato che sta già arrossando e ancora con tanti grappoli pendenti -, alcune foglie già accartocciate e le prime noci cadute, ancora col mallo. Le noci lo scorso anno avevano subito una ghiacciata ad aprile 2021 e non avevano allegato. Quest’anno sono tante, e sane. Ne ho già mangiate qualcuna. Mi è rimasto nelle mani quel sapore canforato del mallo che proteggeva la noce. Così come non ho potuto resistere dal suggere gli ultimi fichi neri che ho, il cultivar si chiama Turca: dolcissimi, imperlati di acqua piovana. Col latte del fico che mi appiccicava le mani. Mentre me li gustavo, due tre, non di più, la gatta Ida mi osservava. Lo stesso ho fatto con le giuggiole, che adoro – solo io ahimè – e che ho raccolto sia ancora un po’ verdi dall’albero, e in questi la dominanza del sapore è verso una melina croccante e dolce, che già avvizziti a terra (e qui siamo nel mondo mediorientale del dattero, a cui la giuggiola matura assomiglia tanto). Un un albero di agrume tailandese, il kaffir, che è pieno di limette profumatissime e che ho raccolto. Passeggiando nell’orto ho apprezzato i corbezzoli quasi maturi e uno dei miei melograni grondante pomi di rosso acceso. Erano belli in fiore, in frutto sono spettacolari. Di cachi, invece, pochi o punti: ho due alberelli, ma questo non è stato il loro anno. A differenza delle pere, tantissime, che la Corsi ha poi elaborato in una dolcissima marmellata, mischiandole a qualche melina. Ci sono ancora delle zucchine, stanno nascendo le zucche rotella, quelle che sembrano dischi volanti, salvia e rosmarino sono decollate dopo queste piogge, che ne hanno anche attivato i tanti profumi. E mentre spazzavo, osservavo, facevo qualche fotografia, raccoglievo e assaggiavo, pensavo. E pensavo con una lucidità che ultimamente mi è un po’ mancata. Pensavo che tutto cambia. Tutto passa. Cambia colore. Forma. Stato. Ed è inutile opporsi all’inevitabilità del cambiamento, o pensare se sia in peggio o in meglio.
E le mie mani, sporche, con mille profumi, terrose, umide, anche con un graffio sanguinolente (colpa del limone), erano uno specchio di tutto questo. Me le sono lavate lentamente dal fontanello dell’aia. Percependo l’acqua gelida di pozzo che lavava via tutto, grazie anche alle due mani che si frizionavano reciprocamente. Un brevissimo e pacificante senso di gratitudine e bellezza mi ha pervaso.
Siamo arrivati a maggio. Le prime rose stanno già sbocciando. Ci siamo pure beccati il Covid, io di rientro da Vinitaly e la famiglia, bambine e NonnaZa incluse, a ruota. La Pasqua, così tanto attesa nello schieramento ridotto, con cugine e partner, nipotina, nonna e zia, bruciata a letto.
Però, la vita va avanti. La natura pure. E sono lieto in questi giorni di essermi riappropriato della vita di campagna, insieme alle mie bambine che, inizialmente con grandi lamentele, poi con un sotteso divertimento ovviamente non palesato, ma presente, mi hanno dato tanto aiuto, giorno dopo giorno.
Abbiamo tolto le erbacce attorno ai biancospini e alle rose canine. Attorno ai carciofi (qui Matilde è stata precisissima). Anche attorno alle more: quest’anno sono sicuro che verranno uno spettacolo. Abbiamo le fave quasi mature, questione di ore, e la vasca delle fragole è in piena ubertosità! Costanza ha mostrato particolare predilezione per la selezione dei frutti: alcuni alberi hanno finalmente, molti per la prima volta, tanti frutti allegati dopo le meravigliose fioriture di queste settimane, ma troppi frutti insieme non andrebbero a maturazione, quindi Costanza ha scelto i più grandi e tolto gli altri, una sorta di vendemmia verde. Ciliegi, peri, susini, pesche, mandorli…
Anche l’ingresso ha un nuovo aspetto, più dolce: il retro della casa ha adesso delle conche in terracotta, lascito dello zio, riempite con dei meravigliosi olivi. Oltre a due conche di agrumi vicino alla serra.
La natura vive di compromessi, vie di mezzo, sinergie. Inutile imporsi, voler togliere, debellare, far crescere quello invece di quell’altro. Sempre più vincente osservare, scendere a patti, sia con le erbacce, con le malattie, coi patogeni. Capire, acquisire esperienza, gestire le fatiche. Prevale l’incontro, la fratellanza, il patto mutuale. E le soddisfazioni, altro grande insegnamento, non sono mai immediate. Ci vuole tempo, a volte un ciclo stagionale, a volte addirittura più di uno, per vedere i propri sforzi ripagate. Sono interazioni, incontri di fino, di centimetri, di attese, di silenzi, quelli fra l’uomo e la natura. E conducono a quella bellezza educativa e nutriente di cui io non posso proprio fare a meno.
A cavallo fra ottobre e novembre, fra giorni ancora caldi e già freddi, di cieli ancora tersi e già plumbei e gonfi di pioggia, di cibi ancora leggeri e profumati ma già turgidi, succosi e avvolgenti, insomma in quel chiaroscurale periodo di mezzo fra l’estate e l’autunno, il pomodoro, quelle poche piante coraggiose lasciate dal distratto contadino nell’orto, fatica a maturare ma non rinuncia alla sua fruttifera bellezza.
E se, indossati gli stivali perchè ora la terra è umida e grassa, bagnata e tenace, ci si portasse negli orti ora fresati, dove fanno bella presenza i superbi cavoli, i variopinti radicchi, i tenaci carciofi, la salvia signorile, qualche fiore d’aglio dal collo allungato, degli sparuti fiori di zucca, l’occhio non potrebbe non fermarsi alle piante di pomodoro, aggrappate ai tralicci e alle canne, insecchite e spente, e tuttavia gonfie di pomodori verdi.
I pomodori verdi. Un atto di resistenza della natura, quando il sole dura meno, scalda poco e si allontana sempre più da noi. E raccogliere i pomodori verdi è un vero gesto di osservazione presente a quanto la natura sia affascinante. La raccolta è intima, salutata da cinguetti di cornacchie, gazze e fagiani, dai colori rossi e gialli di questi giorni, da un clima assente di sudore e zanzare, con le mani nude di fanghiglia che ti entra anche nelle unghie, le piante e il terreno ricche di lumache, bruchi, coccinelle.
In pochi minuti il paniere si riempie di questi globi verde tenue brillante. Sanissimi perchè a inizio della loro vita. Poi un secondo paniere. Poi un terzo. E ci si ritrova repente con tanti chili di pomodori raccolti.
Che farne, adesso? Gli entusiasti cinefili proporranno di friggerli, in memoria del fil del 1991 “Pomodori Verdi Fritti alla fermata del treno”. Sono ghiottissimi infatti fritti, perchè no insieme agli ultimi fiori di zucca e alla salvia, che in questa stagione sta di nuovo mostrando foglie vive e ampie. Una delizia, soprattutto se la frittura è agevolata da una pastella leggera, con farina di riso e birra, o acqua gassata.
Anche in umido, magari ad accompagnare carni un po’ più grasse e succulenti: un matrimonio di perfetti contrasti. E che dire di uno spaghettino saltato coi pomodori verdi e un po’ di peperoncino?
Ma ne restano ancora chili e chili. Non ci resta che attingere al favoloso mondo della conservazione. E allora ci sono due grandi scuole che ci porteranno a dare vita invernale ai nostri pomodori verdi. Le marmellate e i sottaceti.
Parto dall’ultimo: i pomodori verdi prima fatti essiccare e poi messi in un barattolo con una bagna di aceto (e con un po’ d’olio) e conditi, per chi gradisce, con un po’ di peperoncino, od origano. Confesso: sono il mio modo prediletto di valorizzare i pomodori verdi. .
Poi la marmellata: non servono aggreganti o altri, un tot di pomodori, la metà del peso dei pomodori di zucchero bianco et voilà…Una raffinata marmellata buona sia per i formaggi che per colazioni gustose. E regalatevi una volta una crostata con la marmellata di pomodori verdi! Che bontà!
Ah, e sia che vi stiate cimentando con la marmellata o con i sottaceti, attenzione, ovviamente, a sterilizzare sempre i barattolini. Che poi, per Natale (ci siamo quasi, attenzione), saranno delle idee regalo originali e apprezzatissime!