Categoria: Film&libri. Da grande farò il critico!

  • “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”.

    “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”.

    Nell’estate 1916, moderni Orfeo ed Euridice, il “poeta folle” e scrittore Dino Campana e la sua musa, scrittrice e “libera amante” Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, vissero una delle storie di odi et amo più suggestive e travagliate.

    Ci troviamo, come se le avessimo camminate noi quelle strade bianche, ai piedi del Monte Falterona, fra la Toscana e la Romagna, laddove nasce l’Arno, in selve cupe, puntute di castagni e rigagnoli imbriferi, di rocce nude ammantate di licheni e verdi muschi, nel Parco delle Foreste Casentinesi.

    Ma chi era Dino Campana? Nato in quei boschi, nel paese di Marradi nel 1885, da una famiglia non ricca ma neanche povera, da una mamma assente e anaffettiva e da un babbo maestro di scuola che, malgrado qualche accertata turba psichica, al contrario della mamma, premuroso e attento col figlio. Un figlio introspettivo, poco scherzoso ma comunque “normale”, il nostro Dino: molto curioso, iperattivo, teatrale ed esplosivo. A occhi disattenti e feroci: diverso. Quel diverso che ancora la fine Ottocento non riusciva a capire ed etichettava come un matto: il “mat Campena”. Succede ancora oggi nei paeselli con mentalità un po’ chiusa. Dino del resto si presentava con capelli biondo-rossicci, fisico normanno, tarchiato, iper-crinuto, occhi azzurri di ghiaccio. Non a caso lo chiamano il “russo”, come se fosse una spia russa: l’incubo di quegli anni esplosivi.  Incostante, passionale, dolcissimo, montanaro ma non asociale, in ricerca di una normalità negatagli costantemente. Campana si vergognava anche della propria follia, forse fisiologica, come quella del babbo e anche dello zio. E le cause delle sue leggendarie risse o dei suoi innumerevoli ricoveri sono dovute a un carattere fumantino e a tante, troppe, prese in giro per il suo carattere schivo: Campana non è mai un cattivo, un violento. Durante uno dei ricoveri gli viene diagnosticato “la vita errabonda”. In un altro di eccesso di dosaggio di caffè. Motivi per cui 150 anni fa si finiva in manicomio…

    Dino in effetti è “strano”: passa le sue giornate camminando. Letteralmente. Una analisi postuma sulle ossa rivela un fisico consunto dal cammino, ha persino le anche emaciate dal movimento. Un ulissismo irrequieto che lo fa andare ovunque, anche per periodi lunghi: Svizzera, Argentina e, pare, anche Uruguay. E camminando legge, soprattutto Nietzsche e Rimbaud. E annota in dei diari le sue sensazioni.

    Da questa matrice dinamica, che Aristotele chiamava “peripatetica” (camminando si acquisisce la saggia conoscenza), trova linfa l’opera, unica e magna e irripetibile del Campagna: “I Canti Orfici”, usciti in prima edizione nel 1914. Il pellegrinaggio alla Verna, uno dei luoghi più belli delle foreste casentinesi, abitato da Francesco d’Assisi e gonfio di spiritualità, è uno dei pezzi più suggestivi de “I Canti Orfici”. La sua scrittura è urgenza, figlia di un amore per il camminare e la poesia sentito, viscerale, a prescindere, non formalizzato da studi accademici. “Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire”.

    Campana va davvero geolocalizzato, dobbiamo inquadrarlo e decifrarlo a partire dei suoi luoghi e dai sui sapori. Immaginiamo un arco geografico fra la Toscana e la Romagna, dal Mugello al Parco delle Foreste Casentinesi nel lato romagnolo: in ordine sparso Palazzuolo sul Senio, Marradi, Campigna, Faenza, Castagno d’Andrea, Campigno. Di quest’ultimo scrive “Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una goffa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos”. Immaginiamo un tortello alla piastra con le patate del luogo. Le frittelle di castagne. Le bruciate di marroni. Un prosciutto ben tirato del Casentino. I caffè torbi e lunghi.  

    Poi c’è Firenze. La grande Firenze. La Firenze della Biblioteca Nazionale. Della cultura. Vissuta con rapide,  nervose e inesauste camminate andata e ritorno nell’arco di pochi giorni, con un semplice bagaglio, la stesura in una pessima edizione de “I Canti Orfici”, del suo diario di viaggio. Per ottenere il consenso, una normalità, dai grandi del tempo: Papini e Soffici, i padri della letteratura italiana in quegli anni, che al contrario lo deridono, lo schermiscono, lo tengono lontano dai circoli. Lo vedono un montanaro folle e dalla prosa strana, piena di suoni e di ripetizioni, talvolta quasi puerile, che ammicca al futurismo, che gronda sofferenza e luce al contempo. Addirittura gli smarriscono  “I Canti Orfici”. Sì, il lavoro del cammino di una vita presentato a Firenze viene perso, senz’altro per ingenuità di Campana, forse per celia da parte di Papini e Soffici, tanto è che quando Campana li richiede indietro “I Canti Orfici” nella prima stesura non riemergono più, gettandolo di nuovo nella rabbia. Dino si troverà a riscrivere l’opera di nuovo in quei boschi che li avevano generati. E quando tanti anni dopo Mario Luzi li riconsegnerà agli eredi di Campana, si vedrà che l’operazione di riscrittura che aveva compiuto Campana è stata quasi mnemonica.

    Ritorniamo adesso all’estate del 1916. Campana si trova in una località di riposo, a Barco-Rifredo, vicino Firenzuola, per una paresi facciale. La famosa Sibilla Aleramo si trova in villeggiatura poco distante, a Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo. Sibilla ha fisicamente conosciuto tutti i grandi del tempo ed è curiosa di esperire anche Campana. Il suo intento è averlo. A fine luglio lei gli manda una prima lettera, infuocata, dove si complimenta del suo libro – “incantata e abbagliata insieme”, scrive – e che si chiude con un meraviglioso verso: “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”. Campana, quando riceve questa carnale dichiarazione, a cui credo ogni uomo cederebbe, ha trentuno anni. Non aveva ancora avuto storie di amore. Si sa che frequentava bordelli e prostitute, con un approccio tenero e affettuoso, spesso senza neanche consumare.

    Si incontrano dal 3 al 6 agosto. I boschi del Mugello fanno da teatro a una dicotomica, impossibile, fallimentare, gelosa, feroce e sublime epopea di amore contrastato. Si rincontrano altri 20 giorni fra fine agosto e inizio settembre.

    Ogni volta è scontro, violenza, eccesso di passioni, camminate, litigi, schermaglie. La potenza di questa storia è nel suo consumarsi senza idillio e fra fiamme da subito divampanti.

    A ottobre la storia è già in necrosi. Sibilla riprende la sua vita fiorentina fra amori e amorazzi. Dino subirà un ultimo e definitivo ricovero in manicomio nel 1918, dove morirà anni dopo, nel 1932 a 46 anni, di setticemia.

    Una nota a margine: avevo scoperto Campana durante i miei studi universitari, dove avevo poco apprezzato “I Canti Orfici”, etichettando l’opera come tentativo parzialmente riuscito di un maledettismo di scuola francese. Ho riscoperto e amato Dino Campana sopra Marradi, nei suoi boschi, grazie all’amico e guida ambientale Emiliano Cribari (emilianocribari.it) che, con la sua passione, coi suoi studi, il suo camminare leggendo Campana nei suoi luoghi, mi ha trascinato in una storia senza tempo, che parla di bellezza, di amore, di arte e cultura, di sapori, senza farne un simulacro sterile, ma incarnandoli laddove sono affiorati, emersi, nella loro altissima e sublime poesia.

  • Il Ranavuottolo.

    Il Ranavuottolo.

    Giacomo Leopardi (Elio Germano) insieme a Antonio Ranieri (Michele Riondino) a rimirare il Vesuvio nel bel film “Il giovane favoloso” di Mario Martone

    Gli anni di Giacomo Leopardi a Napoli sono una pagina bellissima ma poco nota. A Napoli, Leopardi riesce a vivere davvero la sua vita, a vincere per un po’ il nichilismo e il suo disincanto disperato, freak fra i freak, e a creare la sua opera più grande, il suo manifesto filosofico e artistico , grazie proprio all’ombra chiaroscurale del Vesuvio, l’arida spietatezza dell’esistenza e alla meravigliosa e seducente gente di Napoli (la solidarietà umana offre davvero una possibilità di riscatto): “La Ginestra”, il fiore che spunta dal deserto.

    Quando Giacomo e Antonio (l’amico Ranieri, incontrato a Firenze) nell’ottobre 1833 arrivano a Napoli, Leopardi è un giovane di 35 anni incanutito e gobbo, semicieco e afflitto da continui problemi fisici. Una delle ipotesi più accreditate dalla medicina moderna è che il poeta recanatese soffrisse di spondilite anchilopoietica giovanile, una gravissima malattia degenerativa che iniziò a manifestarsi all’età di 16 anni circa, ragazzetto nel suo palazzo, negli anni di “studio matto e disperatissimo” a Recanati, Marche Pontificie, dove era nato il 29 giugno 1798 da Monaldo e Adelaide, primo di tre fratelli: Giacomo, Carlo e Paolina.

    Leopardi, al di là di certe letture facili sulla causa della sua malinconia e delle sue riflessioni sull’amarezza dell’esistenza, era una persona velata certamente di ombre e paure ma avida di amore, curiosa della vita, affettuosa e epicurea: l’arrivo a Napoli (1833) rappresentò per la biografia leopardiana un meraviglioso gioco di specchi e contrasti fra l’animo del poeta e quello della città del Vesuvio.

    Napoli era la Napoli di oggi, ancora più gorgogliante di vita e umori, pittoresca, teatrale e scenografica. Ai tempi era la quarta città più grande d’Europa, dopo Londra, Parigi e San Pietroburgo, con profondi iati fra la Napoli borbonica ed ecclesiastica dei salotti intellettuali e la Napoli degli scugnizzi e del popolino, delle notti irriguardose nei quartieri meno nobili.  

    Leopardi era già “Il favoloso Leopardi”. Gli anni fiorentini, così come i periodi trascorsi a Roma, erano stati una grande, grandissima delusione, umana e artistica. La città dell’arte, degli incontri e del Rinascimento si era chiusa fra le sue mura accigliate e superbe in un disprezzo livoroso verso quel poeta sghembo, pessimista e nichilista. E’ di Niccolò Tommaseo la sprezzante definizione sul Leopardi: “di lui nel Novecento non ricorderanno neanche la sua gobba”. Oggi quasi nessuno sa chi è Tommaseo, mentre chiunque, anche inconsciamente, cita nel suo parlare espressioni di Leopardi. Leopardi aveva già scritto molti dei suoi futuri celebri “Canti”. Ricordo L’Infinito (la sua voglia di andare oltre i confini fisici e bigotti del suo “natio borgo selvaggio”, Recanati), Il Canto Notturno (una sublime canzone in cui l’uomo e la natura sono in drammatica discordanza, forse la mia preferita in assoluto), A Silvia (amichetta di infanzia morta di tisi), A Se stesso, composta dopo la tormentata storia d’amore con Fanny Targioni Tozzetti. Era già il Leopardi delle “Operette Morali” e dello “Zibaldone di pensieri”, anche se le pubblicazioni avvennero postume. Era già un gigante imperituro, insomma, malgrado la costituzione debole e minuta.  E da Firenze bisognava fuggire.

    Napoli accoglie “da Napoli” questo personaggio quasi mitico, che si presentava sempre con coloratissime vesti, soprattutto turchine, e amava camminare, fra le difficoltà motorie, confondersi, parlare e giocare con la parte più chiassosa e colorata della popolazione. Amava sostare nei Caffè – soprattutto il Caffè Due Sicilie e il Bar Trinacria -, amava i gelati e la pasticceria tutta, amava i frutti di mare, le cozze, le arselle, soprattutto i “cannolicchi”, mangiati sul lungomare. Un vero e proprio golosone: in un foglietto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli un giorno arriverà ad annotare 49 piatti che ama di Napoli!

    Napoli insomma nutre, con un incastro quasi magico, la vitalità castrata di Leopardi: una storia pressochè perfetta nella sua assoluta imperfezione. Napoli lo ribattezza affettuosamente il ranavuottolo, il ranocchietto (inutile spiegare perché), ma lo fa con bonaria complicità non disdegnata dal poeta. Il gobbo nella tradizione napoletana porta fortuna, e Giacomo rideva di questa goffa convinzione, ma non rinunciava a stare con gli scugnizzi, a farsi toccare la gobba, e giocava al lotto, dava i numeri, passava le serate nelle taverne. Preferiva quel grande teatro di strada alla compagnia dei “saccentuzzi” dei salotti, che non lo amava perché lo invidiava per il suo genio, per la sua mente da filosofo, la sua penna da artista, per i suoi modi gentili. Ha anche modo di sbeffeggiarli magistralmente nella poesia “I nuovi credenti”, definendoli cattolici per convenienza, ottimisti per stoltezza. A ogni modo, si deve all’odiato-amato editore napolitano Starita, la prima edizione de “I Canti” del 1835.

    A Napoli ritrova anche un’altra Paolina, non la sua amatissima sorella, ma la sorella di Antonio Ranieri, che si affezionerà all’amico del fratello e ne trascriverà a bella tutte le poesie e le riflessioni del Leopardi napoletano.

    Nei quattro anni di Napoli, Giacomo, Antonio e Paolina ogni tanto si trasferiscono da degli amici a Torre del Greco, sulle falde del Vesuvio. Giacomo passa molto tempo a riflettere e scrivere del senso della vita in un balcone che guarda il vulcano. E proprio nei giorni del suo soggiorno a Torre, il Vesuvio erutta. Giacomo osserva, come ha sempre fatto, l’arido vero, il nulla, l’abisso in cui ci troviamo, ma, per la prima volta – e qui sta il grande regalo di Napoli a Leopardi e all’umanità – Leopardi osserva il fenomeno distruttivo dell’eruzione, dalla prospettiva di chi reagisce, di chi prova a prosperare negli stenti, di chi riesce a odorare, a cercare la bellezza, accontentandosi dei suoli aridi e desertici. Lo fa dedicando la sua poesia sul vulcano che distrugge alla ginestra, al fiore del deserto, il fiore che sopravvive, e che profuma e fiorisce al di là di ogni tragedia.

    Malgrado tutto, bisogna avere coraggio di vivere. C’è sempre una occasione di riscatto. Ecco qualche verso de “La Ginestra”, una delle più belle poesie di tutti i tempi, non soltanto italiana:

    “Or tutto intorno
    una ruina involve,
    dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
    i danni altrui commiserando, al cielo

    di dolcissimo odor mandi un profumo,
    che il deserto consola. 

    Leopardi morirà qualche mese dopo, il 14 giugno 1837, a 38 anni, durante una epidemia di colera (ma il colera non è stata la causa) che rendono inevitabilmente complesse anche le operazioni di sepoltura. L’amico Antonio dice di averlo sepolto nella Chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma studi successivi sulle ossa riesumate pongono più di un dubbio. Quelle ossa sono state poi trasferite al Parco Vergiliano, accanto alla tomba di Virgilio, altro grande poeta dell’età antica. Altri sostengono che le spoglie di Leopardi furono portate nel Cimitero delle Fontanelle, nel quartiere Sanità.

    Poco ci cala, in fondo. Il Ranavuottolo è per sempre commisto con la città di Napoli e il suo spirito circense, colorato, affettuoso e accogliente.

  • Perchè Sanremo è Sanremo

    Perchè Sanremo è Sanremo

    Impossibile restarne indifferenti con pacati atteggiamenti laici: da ormai 74 anni il festival di Sanremo esacerba lo spirito divisivo e l’indole chiacchericcia dell’Italia. Chi lo ama, chi lo odia. Tutti ne parlano e ne scrivono, anche chi non lo guarda.

    Indossiamo dunque le vesti (poche) di Apollo il Musageta, dio della musica, e della sua musa prediletta, Euterpe, e cerchiamo di anche noi di penetrare lo spirito del Festival della Canzone Italiana, che quest’anno raggiunge la settantaquattresima edizione!

    Intanto: si scrive Sanremo e non San Remo e il santo protettore di Sanremo è San Romolo. Poi, domanda che personalmente mi sono sempre posto: come mai a Sanremo, sonnacchiosa cittadina di riviera ligure nel nord ovest d’Italia, non lontano dalla Provenza? Beh, intanto i prodromi di Sanremo sono da far risalire alla fine degli anni Quaranta, quando a Viareggio, in Toscana, si cercava di revitalizzare la stagione invernale organizzando un festival canoro, trasmesso via radio da Radio Firenze. La cosa non funzionò troppo ma nel 1951 la stessa formula fu riproposta a Sanremo, al Casinò di Sanremo per l’esattezza, col medesimo tentativo di ravvivare il turismo. E qui le cose andarono diversamente. Il resto è storia!

    La prima edizione ufficiale è quindi nel 1951, con 3 artisti in gara che cantavano ognuno molteplici canzoni.  Conduzione affidata al mitologico Nunzio Filogamo. Diretta radiofonica sulla Rai e trionfo di Nilla Pizzi con “Grazie dei Fiori”. Curiosità: l’anno dopo, 1952, la stessa Nilla Pizzi consegue il primo, secondo (con “Papaveri e Paperi”) e terzo posto. I concorrenti erano un po’ di più di tre e fu quello l’anno di una baruffa d’amore in diretta fra due artisti, baruffa ovviamente per blandire e ottenere le grazie della trionfatrice Nilla Pizzi! 1952, il festival di Nilla Pizzi, sotto ogni punto di vista!

    Nel 1955 Sanremo va in diretta televisiva per la prima volta. Nel 1958 anche in eurovisione: del resto, qualche settimana prima col “Trattato di Roma” si era dato ufficialmente il via alla Comunità Europa e quella fu la prima trasmissione di interesse europeo. Chi vinse? Forse una delle canzoni più amate di tutti i tempi, “Volare” dell’imperituro Domenico Modugno. Modugno, insieme a Claudio Villa, è tutt’ora l’artista che ha vinto più festival: 4. Al secondo posto, Iva Zanicchi con 3 successi. Non tutti i grandi artisti italiani hanno avuto un buon rapporto con Sanremo: Mina, nessun successo. Vasco Rossi, ultimi e penultimi posti a non finire. Celentano, mai arrivato fra i primi. Zucchero: 4 partecipazioni, 4 penultimi posti.

    Fra i conduttori, il primato spetta a Pippo Baudo, con 13 conduzioni. Mike Bongiorno, a cui è dedicata anche una statua nel corso principale di Sanremo, 11. Amadeus giunto alla quinta conduzione consecutiva, fra cui la surreale conduzione del 2021 in pieno Covid a teatro vuoto, sembra un novellino al cospetto di questi!

    Nel 1977 finalmente Sanremo approda al Teatro Ariston, con la prima edizione a colori (per i più nerd: tecnologia PAL)! Quell’anno vincono gli Homo Sapiens, ma è soprattutto Sanremo a prendere una marcia in più e a consacrarsi come l’evento artistico e di costume più atteso e visto in Italia, la riproduzione in piccolo (o grande, dipende) dei vizi, delle virtù, dei pregi degli Italiani!

    Sono anni d’oro: nel 1987 Sanremo raggiunge il 68% di share, con punte fino all’80%. Letteralmente, tutti guardano Sanremo. Cifre irraggiungibili ora, sebbene gli ultimi anni Sanremo abbia fatto registrare punte molto alte. E’ anche una edizione piena di sorprese: Baudo che ha l’influenza, la morte di Claudio Villa annunciata in diretta dallo stesso commosso Baudo, un membro dell’orchestra colto da un malore, ospiti internazionali top come Whitney Houston, i Duran Duran e Bob Geldof, il “Trio” Solenghi Marchesini Lopez ad allietare. Chi vinse? “Si può dare di più” di Morandi, Ruggeri, Tozzi. Altre canzoni? “Io amo” di Fausto Leali. Albano e Romina con Nostalgia Canaglia”. La Mannoia con la splendida “ Quello che le donne non dicono”.

    Che Sanremo quello del 1987. Probabilmente l’edizione più bella di sempre e senza dubbio la più vista.

    Nel 1978 è un Sanremo di rotture e di femminismo. Echi e riflessi del ’68 universitario e operaio e delle stagioni delle Brigate Rosse. Il mai abbastanza compianto Rino Gaetano aiuta a spezzare uno dei tabù di una Italia perbenista e borghese con la canzone “Gianna”, dove compare per la prima volta in TV pubblica la parola sesso. Una giovanissima Anna Oxa si presenta con un look punk e aggressivo e si qualifica seconda con “Un’emozione da poco”. Conduce una donna, Maria Giovanna Elmi. Vincono i Matia Bazar di Antonella Ruggiero, con “…e dirsi ciao”.

    De resto, nel 1971, pochi anni prima, uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi, “GesuBambino” di Lucio Dalla, era stato seviziato dalla censura sanremese, che aveva imposto un nuovo titolo, l’attuale “4 marzo 1943”, e modificato diverse parole. Purtroppo, sono state tante fino al 1978 queste situazioni di controllo, non solo al Festival di Sanremo. Al contrario, forse grazie anche alla glasnost (disgelo dal controllo, dalla censura) del 1978, che nel 1986 l’esibizione della Bertè col suo “Re” è uno spettacolo nello spettacolo, col finto pancione, abiti attillatissimi, danze ipnotiche: un carisma unico e una esibizione meravigliosa, molto sensuale e impensabile fino a qualche anno prima.

    Non male in termini di irriverenza iconoclasta neanche Sanremo 1980. Un giovane Benigni in un divertentissimo e geniale monologo di oltre 5 minuti parla di “amore libero” e ottiene un bacio lungo e appassionato da Olimpia Carlisi e definisce Giovanni Paolo II “Wojitilaccio”.

    Come il 1987 è stato il punto più alto, il punto più basso di ascolti è stato il 2014.

    Non sono mancate tragedie, come il suicidio di Tenco nel 1967, e presunte tragedie più simili a farse, come i vari tentativi di ottenere attenzioni salendo sulla balaustra dell’Ariston e minacciando suicidi.

    Abbiamo parlato anche di ospiti internazionali, ricordando la grande annata del 1987 con Whitney Houston, i Duran Duran e Bob Geldof. Ma purtroppo quasi sempre gli ospiti a Sanremo hanno disatteso le aspettative: come non ricordare il grande Freddie Mercury coi Queen nell’edizione 1984 sdegnato e indispettito perché costretto al playback? Stesso approccio che ebbe Sting nel 1986. O i Led Zeppelin nel 1998 sbadiglianti e annoiati e portati via dal palco da un ben più arzillo Raimondo Vianello? Nel 2001 i Placebo vennero addirittura fischiati. Quest’anno il ballo del Qua Qua con John Travolta non è stato proprio ben accettato dall’attore americano che ha scagliato con un gesto di stizza il cappello da papero a terra, continuando così un rapporto storicamente chiaroscurale fra il Festival di Sanremo e i super ospiti internazionali.

    Negli ultimi anni Sanremo ha portato a un duplice rinnovamento. Da un lato Sanremo si è aperto molto verso canzoni e cantanti amate dai giovani: l’impressionante quota di under 25 che segue religiosamente Sanremo sarebbe stata impensabile quando io ero un under 25 (cioè oltre vent’anni fa), e Sanremo rappresentava il vecchio, la borghesia, la regola, il canone. Dall’altro Sanremo è diventato anche luogo di momenti teatrali, di presentazioni, eco e riflesso di ciò che accade nel mondo. Nel 2023 ci sono stati molti monologhi al femminile, alcuni intensi e veicolati bene, altri meno, fra questi ultimi quello chiacchieratissimo, per i contenuti, per il nude look, di Chiara Ferragni. Nel 2024 le potenti ed emozionate parole di Giovanni Allevi sul significato di vivere nonostante il cancro sono state uno dei momenti più alti non solo del festival ma di tutta la televisione italiana.

  • Il club delle 5 del mattino.

    Il club delle 5 del mattino.

    Consigliatomi da un amico, mi sono imbattuto in un libro con questo titolo scritto da Robin Sharma qualche anno fa. In sè, l’opera è piuttosto deludente: due figure diverse, un artista e una manager, si ritrovano al cospetto di un miliardario illuminato che guida loro in un percorso di crescita e autoformazione umana e professionale, di cui il perno focale è svegliarsi ogni mattino alle 5 per trovare tempo per se stessi. Questo assunto, su cui l’esile trama ruota attorno e apparentemente banale, suscita però delle suadenti attrattive nei miei confronti. Del resto, ho sempre la sensazione di averne troppe da fare, di non riuscire a gestirmi nelle priorità, ad avere emozioni contrastanti su molti aspetti, a sentirmi non di rado un po’ triste e divorato dai pensieri negativi, e così ricavare lucido e indiviso tempo per me stesso, per centrarmi, per prendermi cura, potrebbe aiutarmi almeno un po’.

    E così, da circa 10 giorni, ho iniziato la routine dei risvegli all’alba. Non alle 5, non ci sono ancora vicino a quell’orario, ma un po’ prima delle 6, e comunque un bel pezzo prima di quando la routine familiare inizia, con la sveglia collettiva delle 6 e 45. A quell’ora, io ho riempito la mattinata di alcuni rituali che stanno cominciando a titillarmi l’animo, a massaggiarmelo. Ancora niente di rivoluzionario o miracolosamente terapeutico, ma al netto della grande fatica dello svegliarsi nel cuore del sonno più profondo e dell’aprire gli occhi al buio ancora della notte, ne sento già i piacevoli effetti sull’umore.

    Quando mi alzo, è tutto buio. Ogni gesto che compio viene amplificato dal silenzio assoluto e cerco di muovermi felpato per non svegliare nessuno. Esco dal letto nel buio della camera e, nello scendere giù, vengo scortato dai due gatti che mi attraversano anche le gambe, mi fanno le fusa e sembrano fra il perplesso e il felice per questa intrusione in un regno (quello della casa di notte) che è stato solo loro da sempre. La casa pare quasi spettrale nella notte invernale. Accendere le luci crea dei contrasti quasi rumorosi, non solo visivi. Primo incontro con la giornata, mentre i gatti mi camminano in modalità stregatto sopra le mensole e lungo il piano cottura, è il rituale del caffè filtro. Nuova passione: i caffè speciali. Non l’Espresso, non la moka, ma la tazza profumata e fumante del caffè filtrato. Ho delle macine speciali di alcuni cultivar di caffè molto aromatici, dalla cioccolata bianca alla mela al cookie, che prendo a Ditta Artigianale, e una pressa francese di ottone e acciaio spazzolato nero. Faccio bollire l’acqua nel bollitore rosso fiammante Plissè di Alessi, metto un cucchiaio di caffè macinato nella pressa francese, ci verso sopra l’acqua bollente e giro per un minuto circa col cucchiaio: in quel momento il rumore del cucchiaio che sbatte nelle pareti interne della pressa e i profumi di caffè che si confondono nell’aria buia del mattino ancora nottambulo sono una pozione magica per il mio animo. Aspetto due minuti che il caffè mescolato decanti e che lasci in sospensione cadente le parti non sciolte, poi con lo stantuffo della pressa premo verso il basso e, dall’augello della pressa, verso il caffè che non è nero, ma di un illuminante colore ambrato, nella mia tazza ricordo del Gallo Nero. Il caffè scotta, e tengo le mani avvolte nella tazza, facendomi scaldare l’anima, il cuore e le mani di profumi avvolgenti, mentre fuori è tutto tacito e oscuro, coi gatti che mi girano sempre più attorno in fiduciosa attesa di essere nutriti.

    Secondo rituale del risveglio anticipato è un po’ di yoga. Ho apprestato la stanza torre con un tappettino e ho scaricato una applicazione sviluppata davvero bene, Down Dog, grazie alla quale ho ritrovato il piacere dello yoga dopo tanti anni. Sono davvero legato e disallenato, non che sia mai stato una molla, ma nei primi giorni mi tremavano tutti gli arti quando facevo gli esercizi, anche quelli pensati per persone anziane e che non hanno mai praticato yoga, e questo mi aveva demoralizzato. Comunque: in 10 giorni ho notato dei seppur piccoli miglioramenti: faccio pratiche ripeto molto gentili, poco invasive, ma posso adesso portare un po’ più minuti nella sessione e alzare lievemente il livello. E anche l’autostima ne ha risentito in meglio. Ho sempre questa coazione a migliorarmi con un po’ di fretta eccessiva e questo rituale mi fa da esempio anche per gli altri ambiti: ok volersi migliorare ma passo dopo passo. Sono il tempo, l’abnegazione, la costanza la strada vincente. Comunque, anche questo secondo rituale di 20 minuti al mattino mi fa star bene. Dopo il caffè, un po’ di stiramenti, di posizione tenuti, nella torre della casa, fra i vecchi legni, la capriata della torre a vista, la cipresseta di Nipozzano che mi guarda ancora tenebrosa, sono un secondo momento per me molto prezioso.

    Infine, visto che il tempo del mattino con questo risveglio, anticipato ma non anticipatissimo, non è tanto, ho il terzo momento per me, il terzo rituale, che è quello dello studio e della organizzazione della giornata per task da compiere a lavoro, per me, per la famiglia, per la casa. Lo studio è quello che mi prende di più testa: il Diploma è una bestia presente, talvolta con aspetti angelicati, altri con artigli da demone, che vuole tempo, attenzioni, impegno, cura, dedizione e nel tipo di vita che conduco, che conduciamo, l’unico modo per affrontarlo al meglio è trovare nuovo tempo al mattino.

    Finito lo studio, e nel mentre in cui faccio la lista dei to-do della giornata, il cielo da nero si fa bluastro. La sveglia è già suonata al piano di sotto e la famiglia, tranne la più piccola che dorme una mezz’ora in più, si sta alzando. Provo piacere a sentire i loro rumori e far si che i miei si confondano coi loro, si sublimino nei loro, e anche questo è un risultato perchè le mattine possono essere belle tutti insieme, mentre prima ero troppo stordito e nervoso e preso dalle cose da fare e dalla fretta di prepararmi per godermi quella presenza collettiva, per immergermi nella famiglia e nella luce biancastra del mattino, dopo che per circa un’ora e mezzo sono stato da solo con me stesso al buio della casa.

  • Le mani aperte al cambiamento.

    Le mani aperte al cambiamento.

    Ieri sera abbiamo ripristinato in famiglia una delle attività che soprattutto io e Costanza amiamo di più: guardare un bel film tutti insieme dall’impianto cinematografico di casa. E così, uno accanto all’altro, avvolti nelle copertine – eh, si, comincia a fare umido in casa in questi giorni di pioggia – abbiamo visto un’opera deliziosa, capace di incontrare le note sentimentali cercate da Matilde con quelle avventurose di Costanza, oltre a una certa qualità che per me è fondamentale: JoJoRabbit.

    Il film è davvero un capolavoro ma quello che mi ha più colpito è un aspetto marginale, la citazione di una poesia di Rainer Maria Rilke che non conoscevo e che costituisce la chiave di lettura dell’opera. Due ragazzini, distrutti negli affetti a causa della guerra e del nazismo, che provano a ripartire, ricominciare, ballando sulle macerie della Berlino devastata dopo il suicidio di Hitler, un attimo prima dei titoli di coda e di Heroes di Bowie: Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. / Si deve sempre andare: / Nessun sentire è mai troppo lontano.

    Oggi avevo qualche ora libera. A casa. E mi sono messo a prendermi cura di Bisarno. In fondo, prendersi cura di Bisarno è un modo per riconnettermi, e per riflettere un po’ su questo inizio autunno che per me è sempre traumatizzante, e quest’anno ancora un po’ di più. E’ stata una giornata intervallata da violenti temporali e anche un po’ di grandine. E sono uscito quasi sempre fra una pioggia e un’altra. Siamo passati da una estate calda, anzi torrida, e siccitosa a un autunno umido, bagnato e già frizzantino. Un cambiamento rapido, non graduale. Mi sono messo zelante a spazzare l’aia, dove giacevano chicchi di uva della pergola – un pergolato che sta già arrossando e ancora con tanti grappoli pendenti -, alcune foglie già accartocciate e le prime noci cadute, ancora col mallo. Le noci lo scorso anno avevano subito una ghiacciata ad aprile 2021 e non avevano allegato. Quest’anno sono tante, e sane. Ne ho già mangiate qualcuna. Mi è rimasto nelle mani quel sapore canforato del mallo che proteggeva la noce. Così come non ho potuto resistere dal suggere gli ultimi fichi neri che ho, il cultivar si chiama Turca: dolcissimi, imperlati di acqua piovana. Col latte del fico che mi appiccicava le mani. Mentre me li gustavo, due tre, non di più, la gatta Ida mi osservava. Lo stesso ho fatto con le giuggiole, che adoro – solo io ahimè – e che ho raccolto sia ancora un po’ verdi dall’albero, e in questi la dominanza del sapore è verso una melina croccante e dolce, che già avvizziti a terra (e qui siamo nel mondo mediorientale del dattero, a cui la giuggiola matura assomiglia tanto). Un un albero di agrume tailandese, il kaffir, che è pieno di limette profumatissime e che ho raccolto. Passeggiando nell’orto ho apprezzato i corbezzoli quasi maturi e uno dei miei melograni grondante pomi di rosso acceso. Erano belli in fiore, in frutto sono spettacolari. Di cachi, invece, pochi o punti: ho due alberelli, ma questo non è stato il loro anno. A differenza delle pere, tantissime, che la Corsi ha poi elaborato in una dolcissima marmellata, mischiandole a qualche melina. Ci sono ancora delle zucchine, stanno nascendo le zucche rotella, quelle che sembrano dischi volanti, salvia e rosmarino sono decollate dopo queste piogge, che ne hanno anche attivato i tanti profumi. E mentre spazzavo, osservavo, facevo qualche fotografia, raccoglievo e assaggiavo, pensavo. E pensavo con una lucidità che ultimamente mi è un po’ mancata. Pensavo che tutto cambia. Tutto passa. Cambia colore. Forma. Stato. Ed è inutile opporsi all’inevitabilità del cambiamento, o pensare se sia in peggio o in meglio.

    E le mie mani, sporche, con mille profumi, terrose, umide, anche con un graffio sanguinolente (colpa del limone), erano uno specchio di tutto questo. Me le sono lavate lentamente dal fontanello dell’aia. Percependo l’acqua gelida di pozzo che lavava via tutto, grazie anche alle due mani che si frizionavano reciprocamente. Un brevissimo e pacificante senso di gratitudine e bellezza mi ha pervaso.

  • E’ stata la mano di dio

    E’ stata la mano di dio

    In questi piovosi giorni natalizi, di riposo lavorativo, in una Bisarno addobbata per Natale, con festoni, candele e palle giganti, passo molto del mio tempo libero a imbibirmi di storie. Leggo i miei libri – da consolidata prassi più di uno iniziato e portato avanti –, osservo e partecipo alle fantasie delle mie bambine (giochi di ogni tipo, le loro avventure, prove di recite teatrali, scritture di redazioni di fumetti), mangio sapori nostalgici e pieni (il bollito, i panettoni, i tortellini, i vini rossi avvolgenti), riassetto e metto ordine ai cassetti e alle zone di casa – oh, mi fa star bene. Soprattutto, nutro una delle mie più grandi passioni: il cinema. Guardo film: film storici, film appena usciti, film comici, biografie, serie, di tutto. E appena uscito su Netflix ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti, Sorrentino ne E’ stata la mano di Dio.

    Lo dico subito con una clamorosa iperbole. Per me è il più bel film che abbia mai visto.

    Il film tratta la biografia del regista e della sua giovinezza con la sua famiglia nella Napoli degli anni 80. Io sono fiorentino, figlio unico e un po’ più giovane. La mia famiglia è un pizzico meno teatrale. Ho avuto Batistuta che pur divino non è assoluto per la città come è stato Maradona per Napoli. Ma sono rimasto in uno stato di profonda commozione per tutto il film, commozione credo dovuta alla totale empatia con la storia, alla totale identificazione coi sentimenti idealisti e sognanti, intrisi di letteratura e di una certa voluptas dolendi di Fabio, del fratello più grande, più epicureo ma non mano amaro, della mamma allegra, giocherellona, scherzosa quanto frustrata e con un profondo dolore dentro dovuto al grande tradimento del marito, del papa appunto, il di lei marito (il solito enorme Toni Servillo) ironico ma dolcissimo, della zia bella e pazza perchè senza il dono della maternità (la meravigliosa Luisa Ranieri, l’unico personaggio inventato del film, ha rivelato Sorrentino), del camorrista che fa il suono degli off-shore, della cugina obesa, del suo amante con la voce robotica, nel grande teatro di vita che è Napoli, col Vesuvio, il cibo abbondante, le sue ombre e le sue luci, il suo chiasso, i suoi ritrovi, i monacielli, i caffè, l’arrivo sognato e poi reale del giovane Diego Armando Maradona, che al mondiale 1986 contro i nemici inglesi, segnerà un gol di mano (la mano di dio del titolo) e quello che è poi considerato il più bel gol di tutti i tempi doppietta, tutto concentrato nella stessa partita, grande metafora di Napoli. Commozione contenuta e poi liberata in un pianto catartico nella scena conclusiva del film, il momento di tutti, la crescita inevitabile, nel film un viaggio in treno verso Roma, verso nord, con la telecamera fissa su Fabietto che diventa Fabio, e la musica dolcissima di “Napuli è” di Pino Daniele. Titoli di coda e fazzoletti intrisi delle mie lacrime.

    Un film verissimo, forse imperfetto, senza la sublime maniera fra Bergmann e Fellini dei grandi film di Sorrentino come La Grande Bellezza o Youth, ma ancora di più autentico, lirico, intenso. Da guardare e riguardare.

    NB. Segnalo altri due film appena usciti. Uno è “Don’t Look Up”. Da guardare assolutamente. Perfetto per esorcizzare i deliri della pandemia. Magari un giorno gli dedicherò un post. L’altro è l’ultimo della Disney Pixar, “Encanto”, molto rivedibile, quel politicamente corretto che stucca un po’, peccato. Comunque, ideale per chi ha figli.   

  • Supercalifragilistichespiralidoso

    Supercalifragilistichespiralidoso

    Supercalifragilistichespiralidoso. Sono sicuro che tutti abbiate letto questa strana parola cantando.

    Julie Andrews, Dick Van Dyke, “Mary Poppins” (1964)

    E’ il ritornello di una canzone che compare, insieme a tante altre meraviglie canore e visive, nel film “Mary Poppins” di Robert Stevenson, con Julie Andrews e Dick Van Dyke.

    Mary Poppins è ambientato nella Londra delle suffragette di primo Novecento. L’arrivo con un ombrello dal cielo, le sue magie, le sue canzoni, Mary costituiva per i bambini un corroborante aiuto alla costruzione di un senso-altro rispetto alle difficoltà della vita. Il messaggio è: con l’esercizio della fantasia, con la pratica dell’amore e con la ricerca della bellezza si possono esorcizzare le brutture e arrivare a una forma – seppur caduca e aggraziata come un sogno, appunto – di felicità.

    Nostalgia, malinconia, empatia. Un sorriso increspato. Il film è per bambini, e come tutti l’ho visto da bambino (il film era già datato quando sono nato io: è del 1956) e da babbo l’ho rivisto insieme alle mie bambine. Recentemente, peraltro. Col Covid e le chiusure.

    “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, fa proferire il divin poeta alla sua Francesca, con nostalgia, malinconia, empatia, riferendosi al suo amante perduto: Paolo.

    A noi tutti ora mancano, e ci stringe il cuore, le serate spensierate, le nostre danze col gusto, le amicizie vissute, una cena fuori. Io penso che questa sarà la seconda Pasqua consecutiva senza poterla festeggiare. E Supercalifragilistichespiralidoso, quel ballo di Mary e dello spazzacamin prima della corsa coi cavalli da giostra e lontano dalla realtà, torna incessantemente alla mente.

    E il significato di questa lunghissima parola sembra schiudersi e da incomprensibile farsi comprensibile per il linguaggio del cuore. A dirla coi loro inventori, i fratelli Richard e Rob Sherman, le 28 lettere che compongono questa parola, significano “educarci alla possibilità di insegnare la delicata bellezza”. Non è un significato sotteso meraviglioso?

    “Educarci alla possibilità di insegnare la delicata bellezza”. Il significante: quel gioioso e allegro senso ritmico che ti fa sorridere, e ti fa voglia di essere insieme alla nostra balia prediletta, a prendere un tè con lo scapigliato e irriverente spazzacamin (can caminin…), in quel meraviglioso parco alberato, fra sedie e tavoli in ferro battuto, e poi di ballare, ormai trasfigurati in cartoni animati, insieme ai pinguini, complici del loro sogno d’amore.

    Il genere umano si distingue dagli animali e dalle intelligenze artificiali per la sua inesausta ricerca felicità. E l’ha sempre trovata nelle relazioni, nello stare insieme. E malgrado si sia tutti esausti, esautorati da questo anno pandemico, i nostri istinti non cambieranno e continueremo a cercare la felicità nelle relazioni, che proprio a causa del Covid si riconfigureranno, e non in peggio! Non più aggregazioni enormi, interferite e reificate, distratte dal digitale, ma piccoli gruppi autentici nei sentimenti, coltivati dalla presenza reciproca, elevati dalle arti e dai sensi e, soprattutto, nutriti dalla “delicata bellezza”.

    Questo è il nostro auspicio: buona delicata bellezza, buon supercalifragilistichespiralidoso a tutti!

  • Sydney Sibilia

    Sydney Sibilia

    Leggere e guardare film sono due passioni che mi hanno accompagnato da sempre. Soprattutto il cinema.

    Mi ricordo le sale vuote dei mercoledì a prezzo speciale. Le serate universitarie. Le rassegne e i cineforum. Non c’è arte che mi seduca di più della settima: la cinematografia. A casa negli ultimi anni mi sono tolto lo sfizio di crearmi una sala cinema, con un bel proiettore, un blu ray (o servizi in streaming) e un discreto impianto audio. Il tutto perfettibile ma lo spettacolo è garantito. E anche la macchina per fare i pop corn contribuisce non poco all’atmosfera. Ah, e delle vecchie sale cinematografiche abbiamo anche la scomodità delle sedute che mi (e ci: lo guardo spesso con le bambine) costringono all’attenzione più che al relax!

    E quindi nasce una nuova categoria del blog, Libri e film, con l’approccio di raccontare le mie visioni e le mie letture, senza toni giudicanti ma ancorandole al mio vissuto, e a quello che mi hanno fatto provare.

    Cominciamo dal cinema e parlando di un giovane regista, classe 82, il salernitano Sydney Sibilia, che non conoscevo ma di cui mi sono invaghito unendo i trattini su dei film che mi sono piaciuti particolarmente e che ho notato essere firmati dalla stessa regia. Mi riferisco alla spettacolare trilogia “Smetto quando voglio”, al delizioso recentissimo “L’incredibile storia dell’isola delle rose” e anche, indirettamente – avendo operato “solo” da producer, a “Il campione”.

    La trilogia “Smetto quando voglio” racconta di un gruppo di ricercatori italiani che non trovano valorizzazione professionale nel nostro bel paese, se non in un criminoso e tragico progetto criminale che ne sancisce un riscatto sociale. Contro e fuori il sistema anche il protagonista, qui una storia vera, dell’isola delle rose: un ingegnere svagato e sognatore che realizza il suo stato in una piattaforma a largo di Rimini, esasperando il clima libertino e anticonformista del 68 e creando un casus internazionale che coinvolge anche il Vaticano, le Nazioni Unite oltre alla Itali(etta) della DC.

    Non svelo altro delle trama perchè sono davvero dei film da godersi di cui è ben chiara anche a occhi meno critici la stessa mano. Sono film molto colti, con dialoghi espressione di una scrittura e aggiungo di una recitazione molto raffinata, quasi teatrale – atipici da trovare al cinema, dove di solito si preferisce un mimetismo linguistico tagliato sui personaggi. Sono film in cui troneggia l’umorismo rispetto alla comicità: si ride in tutti i film, ma per tematiche tragiche, amare. Le scelte di fotografia: colori saturi, talvolta innaturali, da far pensare di aver regolato male i toni nel televisore…ma coerenti con quello che si vuole dire. Anche questo è un approccio che rifugge l’idea della rappresentazione fedele della realtà a favore di una fotografia che cerca di raccontare gli stati d’animo e di dare un messaggio. E infine la regia, coi ritmi e le gag che mi ricordano le dinamiche dei videogiochi. Davvero delle delizie questi film che irrorano il cinema italiano di un filone nuovo, che avevo intravisto nel Mainetti di Lo chiamavano Jeeg Robot.

    Un bravo a Sibilia e il mio personale consiglio di guardarsi tutti i suoi film. Ahimè, non sono ancora molti, e personalmente non vedo l’ora che ne faccia altri.

  • Ancora “Le Ore”.

    Ancora “Le Ore”.

    Visto che il post precedente ha mosso molta curiosità sul libro che avevo segnalato, ne approfitto per postare una recensione a riguardo, che avevo scritto giovincello nel 2002.
    “The Hours” era il titolo provvisorio che Virginia Woolf assegnò ad uno dei libri più struggenti e colti che abbia mai letto, “Mrs Dalloway”, uscito nel 1925.
    Mrs Dalloway è l’ombra che danza sulle anime delle tre inquiete protagoniste del romanzo di Michael Cunningham, chiamato non a caso “The Hours” (1999). Fin dal titolo è chiaro che  Cunningham (americano, classe 1952, Pulitzer per questo romanzo) si rifaccia all’eroina woolfiana e alla biografia stessa della scrittrice londinese Virginia Woolf.
    “The Hours” è un romanzo complesso. Breve, ai limiti del sentenzioso. Lo leggi in una notte, in poche ore. Poi ti accorgi che ancora non è concluso. Che qualcosa dentro brucia. Ti accorgi di avere accanto le tre protagoniste, Laura, Clarissa e Virginia.
    Chi sono queste tre donne ritratte così magicamente nel libro? Chi sono Virginia, Laura e Clarissa?
    Virginia è Virginia Woolf, della quale tutti sappiamo molto. Virginia concluderà la sua esistenza nel 1941, suicidandosi nelle acque limacciose del Tamigi. Poche parole per il marito: “Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto”. Schizofrenica, già affermata scrittrice. Algida. Omosessuale. Micheal Cunningham la ritrae nel libro 18 anni prima della sua eutanasia, nell’autunno 1923. Ossessionata dalla gestazione della sua eroina di carta, la futura Clarissa Dalloway di “Mrs Dalloway”, Virginia conduce un’esistenza stanca ed annoiata nella residenza estiva di suo marito, il dimesso Leonard Bloom, che diverrà uno dei più importanti editori mondiali (sua l’Hoghart Press). Barlumi di luce nel grigiofumo della quotidianità di Virginia: le visite della sorella Vanessa (con la quale intrattiene fugaci e colpevoli rapporti omosessuali e che incarna quello che Virginia non ha potuto essere), le poche righe annotate sui suoi quaderni (il cliché dello scrivere per evadere, costruirsi un senso) e le fughe verso la stazione di Richmond a osservare i treni che sfilano per l’amata Londra. Senza mai salirci. Treni che vanno. Virginia che resta. E scrive.
    Clarissa, invece, è una colta editor newyorkese dei nostri giorni. Omosessuale, di gusti raffinati, ogni mattina compra fiori per la sua casa. Cunningham la ritrae nel giorno della festa che Clarissa organizza per Richard, amico e amante bisessuale, gravemente malato di AIDS, onorificato, un attimo prima della morte,  da un insulso premio letterario.
    Clarissa è una donna terribilmente fragile. Convive con un’altra donna ma le sue pulsioni (autolesioniste?) la spingono sempre al confronto con Richard, ormai morituro ma capace come nessuno altro mai di capirla, farla soffrire, umiliarla, celebrarla attraverso il potere icastico di una singola parola.
    Richard, dopo aver detto a Clarissa di amarla, osservandola negli occhi, poco prima della festa a lui dedicata, si ucciderà, gettandosi dal quinto piano.  La festa verrà annullata. Clarissa avrà modo così di incontrare Laura, Laura Brown, la madre di Richard e terza protagonista del romanzo.
    Laura Brown, prima della sua fugace apparizione nel romanzo come fredda ultraottantenne madre del suicida Richard, è descritta negli anni ‘50, quando, ancora giovane trentenne, è legata ad un insignificante matrimonio col buono, ma terribilmente noioso, Dan, reduce di guerra. Da quest’uomo Laura ha avuto un figlio, Richard. Si, quel Richard. Il Richard di Clarissa. Quel Richard che, divenuto uomo, si suiciderà gettandosi nel vuoto. Ma prima ancora che un lucido omosessuale devastato dalla malattia e da un ferreo nichilismo, Richard era stato un bambino, il figlio di Laura, follemente innamorato della vita e, tragicamente non ricambiato, di sua mamma. In fondo Richard è il quarto protagonista del romanzo.
    Laura, sua mamma, è una donna schizofrenica. Nevrastenica. Non riesce ad amare quell’uomo che l’ha resa madre, l’ha inchiodata ad una famiglia, ad alzarsi ogni giorni subendo le stesse oppressive regole. Laura, soprattutto, non riesce ad essere madre, mamma, nei confronti di quel bambino che, al contrario, la adora, e che lei, continuamente, invece,  affida a mani altrui per cercare androni, fughe di serenità dove leggere il libro della sua vita, quel “Mrs Dalloway” scritto da Virginia Woolf, guarda caso. Continui rimandi tra le tre storie. Laura è talmente crisalidea, incompiuta, da non riuscire neanche a porre a termine i suoi propositi suicidi, più volte falliti. Laura fa sempre pesare sul piccolo Richard le frustrazioni, l’infelicità, il lesbismo represso di ogni giorno: “La madre perduta, la suicida mancata, la donna che se n’è andata” scrive Cunningham. E la torta, meticolosamente preparata da Laura nel giorno del compleanno del marito, malriuscita e quindi nervosamente gettata via, è metafora di quella quotidianità negata che condurrà Laura sul filo di un suicidio continuamente rimandato a scapito di una tacita disperazione vissuta (chi è che diceva che “la morte si sconta vivendo”?) che finirà per distruggere, prima che lei, il figlioletto Richard e suo marito stesso.
    Ecco “Le Ore”, quindi. Le Ore di tre donne e tre generazioni. Gli anni Venti, il Dopoguerra e la nostra New York. Le ore di Virginia. Le ore di Laura. Le ore di Clarissa.
    Un libro bellissimo. Fin dalla prima parola tutto è narrato con pacatezza, equilibrio, nitore. Cunningham scrive con un pensiero lucido, freddo ed elegante. Le sue eroine danzano sulle ferite delle loro stesse disperazioni senza mai debordare in patetismi e strazi (posso dire che si sente che la penna è maschile?). Tutto si muove in perfetta armonia. I fili della trama tessono i momenti della storia senza mai annodarsi. Fino alla conclusione. Che sancisce la fine della storia di Virginia, Laura e Clarissa senza che la vera unica, perpetua storia delle ore termini:
    “Si, pensa Clarissa, è ora di mettere fine a questa giornata. Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo – è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione, un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti, tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora”.Amen (dico io) e, se vi ho incuriosito, buona lettura.

    Bello anche il film, bellissimo, ma il libro è altra cosa.