Si chiude oggi un viaggio nel tempo e nell’anima pazzesco, a zonzo, un po’ alla maniera di Pausania, tra le meraviglie del Peloponneso e Atene.
Non so nemmeno da dove iniziare. Dalle minuscole spiagge del Mani, forse, dove il mito colloca la porta dell’Ade e a noi è parso un paradiso: relitti abbandonati, piccole chiese sulla sabbia, nidi di tartaruga, un mare dolcissimo che passa dal turchese all’ottanio. Dai boschi di olivi, cipressi e lentisco del Taigeto, la montagna di Sparta, dove gli Spartani abbandonavano i bambini più fragili, e dalla idilliaca arcadia di Pan e del suo tiaso. Dal porticciolo dellla prima capitale Nauplia, dall’elegante Gytheio, dalle poche case di calce bianca di Mezapos riflesse nelle acque, del minuscolo Arkonthico. Le grotte ipogee di Diros. E poi le infinite stratificazioni della storia. Micene, con il Tesoro di Atreo e la Porta dei Leoni. L’incredibile perfezione acustica del teatro di Epidauro. Atene, con l’Acropoli di Pericle e il Teatro di Dioniso. Il Museo Archeologico Nazionale, con la Maschera di Agamennone. E ancora i lasciti bizantini, su tutti la pazzesca città fortificata di Mystras, perla dell’Impero romano d’Oriente, il culto ortodosso e le iconostasi, poi i crociati, i veneziani, l’arrivo degli Ottomani. E, lungo la stessa linea della storia, l’isola di Monemvasia – Malvasia. Un luogo diventato vino, perché da quel porto partiva un vino dolce e prezioso il cui nome avrebbe attraversato il Mediterraneo.
E che dire dei sapori, delle taverne, dei piatti condivisi: souvlaki, fritture, calamari, tzatziki, saganaki, olive, feta, souvlaki, moussaka, il vino col ghiaccio. Sapori semplici, mangiati senza fretta, spesso davanti al mare. E i tantissimi gatti incontrati e accarezzati lungo la strada. Tra i pensieri dei filosofi, i miti, le immagini che questo viaggio ci ha lasciato, torno a casa soprattutto con una parola-manifesto: philoxenia.
Letteralmente, l’amore per lo straniero. L’ospitalità, l’apertura verso chi arriva da fuori, verso ciò che non conosciamo ancora
Appena rientrato da Londra, dove il 13 e il 14 maggio avevo sostenuto i due giorni di esami del D3 WSET – acme di mesi di studio matto e disperatissimo (e bene speremus per i risultati!), ho potuto finalmente riprendere in mano il mio libricino e gustarmelo attraverso una tournee di presentazioni davvero gratificanti.
Ad aprile, avevo avuto due momenti molto intensi. Il primo si era svolto il 2 aprile al Bistrot dell’Agricola Toscana, nello splendido locale di Simone Angerami che vede adesso il “mio” Stefano Frassineti alla conduzione gastronomica (con piatti “ancestrali”, di civiltà antiche offerti agli ospiti: top!). Insieme a Stefano e a Federico Giuntini di Selvapiana, e a un Chianti Rufina 1997 strepitoso, abbiamo raccontato il libro nella deliziosa cantina interrata del locale fiorentino. Il secondo, a fine mese, al Claris, raffinato locale sul lungarno dove, grazie a Riccardo Chiarini, ho avuto modo di raccontare il viaggio del vino, accompagnato da ottimi vini e un gustoso aperitivo.
Maggio è iniziato con una presentazione on-line (devo dire davvero ben riuscita e fluida nelle tecnologie) per la Scuola Italiana Sommelier, la SIS, grazie all’entusiasmo del presidente Nicola Ferrazzano, con studenti e sommelier collegati da Aosta alla Calabria! A fine mese una ganzissima doppietta in una enoteca veramente bella di Castelnuovo dell’Abate, a Montalcino, in compagnia di Lorenzo Ciolfi e degli straordinari vini di San Lorenzo, e del padrone di casa, il valentissimo sommelier Alberto Ponziati. Davvero una serata divertente, in uno scenario pittoresco, che mi ha portato anche a conoscere altri produttori e persone. Quello che più amo del vino e che spero di aver trasmesso con La Molecola della Civiltà. Infine, il mese si è chiuso con un ritorno al “natio borgo selvaggio”, Pontassieve, dove avevo avuto la primissima presentazione. Questa volta, però, ho avuto l’onore di stare sul palco dello splendido teatro pontassieve Cinema Teatro Italia, con le immagini del libro proiettate sul grande schermo!
A giugno, una sola presentazione ma top: grazie all’amico giornalista Giovanni Pellicci, sono stato invitato a presentare il libro alla Bottiglieria Salefino di Siena, uno dei templi del mangiare e bere bene di Siena, in un ambiente curatissimo e di grande eleganza, gestito da Claudio di Sante. Una serata in cui il confronto fra me e Giovanni è stato bagnato da una serie di vini “orange” al calice da far paura!
Ed eccoci a luglio! Inizio col botto, con Scene di Paglia, uno dei principali festival teatrali in Italia, coinvolto da Fernando Marchiori e Martina Scanferla. Insieme al giornalista Giambattista Marchetto, e ospiti dalla vulcanica e bravissima Asja Rigato, in quel di Bovolenta, ho avuto la mia prima volta in Veneto, in zona prelagunare che non conoscevo e dal fascino infinito. Luglio è poi proseguito nella parte opposta di Italia, a Sibari, ospite, per volontà dell’amico Giovanni Gagliardi, a Vinitaly and The City, direttamente nel parco archeologico della città e in concomitanza con la finale dei mondiali fra Spagna e Argentina. Poco male, grazie alla moderazione della giornalista Carmela Formoso, ci siamo fatti sentire e abbiamo attratto un bel numero di presenti.
Last, but not the least, la partecipazione a Le Notti dell’Archeologia, che sono organizzate dalla tenuta maremmana di Rocca di Frassinello. Un grazie enorme a Francesco Ugurgieri e all’etruscologa Giuditta Pesenti per avermi coinvolto: Dopo aver portato il libro nelle terre campane degli Osci, in quelle calabre dei Sibariti, finalmente gli Etruschi! Dopo la presentazione del libro, moderato dall’etruscologa Giuditta, la stessa ci ha fatto visitare il museo etrusco e, dopo una gustosa degustazione, in notturna e al chiarore della luna e delle torce, i tumuli di tombe etrusche di quasi 3000 anni fa. Una serata magica davvero.
A metà luglio abbiamo trascorso un decina di giorni a San Vito Lo Capo, nella mia amatissima costa occidentale siciliana. L’occasione l’ha fornita La Molecola della Civiltà, per una presentazione da tenere in Calabria, a Sibari, durante Vinitaly and The City. “Perchè non allunghiamo un po’ e torniamo in luoghi che già ci hanno stregato più volte?” – Io ci andavo coi miei genitori, ci ero tornato con la mia famiglia l’indomani del Covid e, adesso, con figlie ragazzine, abbiamo deciso di regalarci qualche giorno per noi. Oddio, a onor di cronaca, il sottoscritto ormai con ritmi forsennati sta studiando per il Diploma WSET e nei giorni siciliani mi sono portato il computer dietro per scrivere un po’ la tesi, che devo consegnare entro il 31 luglio.
Prima tappa del nostro viaggio in auto Rende, nel Cosentino (con una pantagruelica mangiata la sera in un ottimo ristorante locale) e poi l’indomani, varcati Scilla e Cariddi in una rapida traversata dello Stretto col battello, ci siamo panisticamente fusi con la Trinacria, con la Sicilia occidentale.
Che meraviglia le spiagge di Santa Margherita e del Bue Marino, la tonnara di Scopello, il parco dello Zingaro, passeggiare la sera lungo il paese, mangiare il cous cous, aspettare il tramonto fino alle 21 di sera in spiaggia, i cannoli, i bagni con la maschera, il pane cunzato, le rovine maestose di Segesta, Erice, le saline di Trapani e Marsala.
E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!
Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.
Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.
La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.
Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.
La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.
Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.
La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.
Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.
Lo scorso venerdì 27 febbraio, ho vissuto una serata sognante e affettuosa nell’elegantissimo Palazzo del Genio di Cerreto Sannita, Benevento, per la presentazione del libro.
Siamo arrivati con Laura in auto da Pontassieve il venerdi, il sabato mattina, dopo una visita allo straordinario museo della ceramica di Cerreto, con ciceroni d’elezioni, ripartiti per andare a vedere la partita della Costanza. Nel mezzo, 24 ore che sono valse come un anno. Un giorno davvero memorabile, di sapori, poesia, bellezza, incontri, emozioni, un giorno di quelli che mi porterò nella tomba. Non sono tanti e neanche mai troppi nella vita di una persona. Ma quanti tuffi mi stai facendo fare, caro il mio tuffatore?
Avrei una lista interminabile di grazie da dire alle tante, tantissime persone accorse, senza neanche conoscermi e senza il supporto della mia claque familiare, che di solito mi supporta e fa numero (!), a parlare di poesia, bellezza, cultura, piacere dello stare insieme.
Il grazie più sonante e squillante lo alzo ai correlatori, anzi, ai simposiasti, Pasquale Carlo, colui che come Virgililio mi ha portato per mano fuori dalle prode buie dell’impasse degli ultimi mesi di scrittura, mostrandomi Assteas, il tuffatore, il Sannio, le streghe, la X di Pompei, e Nicola Matarazzo, persona colta, posata, di misure e modi raffinati.
Due parole le vorrei dedicare A Davide Di Leone – da quei giorni in Ruffino quanto sei cresciuto e cambiato e che bel progetto stai realizzando? – e a tutta la sua famiglia, Alfredo Di Leone, Betty Colella, Alessio Di Leone, che ogni volta mi accolgono con amore nelle loro splendide terre.
Infine, ai nuovi tanti amici conosciuti: l’AIS Benevento con Mariagrazia de Luca, l’ONAV Benevento con Simone Feoli, il vicepresidente del Consorzio Vini Sannio Giampiero Rillo, il sindaco e l’assessore Linda Corvaglia di quel gioiello che è Cerreto Sannita, e,ultima ma non ultima, l’Associazione Nazionale Città della Ceramica col suo vicepresidente, Lucio Rubano: vino e ceramica vanno da sempre a braccetto insieme, sono circa 8000 anni ormai…
Una fine gennaio scoppiettante. Per la prima volta direi da 15 anni – Matilde ha 14 anni e quest’anno ne compie 15 – io e mia moglie abbiamo fatto un viaggio (per me di studio, per lei di vacanza – supporto) in Francia del Sud.
Avevamo l’irripetibile occasione di un invito a Bordeaux, l’elegantissima città francese che ha avuto il suo sviluppo a partire dal Settecento, negli anni delle bonifiche del Medoc da parte degli Olandesi che la hanno consacrata terra di straordinari vini, rossi certo ma anche bianchi e botritizzati, grazie anche al suo efficentissimo porto affacciato sull’Atlantico.
Abbiamo deciso di prendere l’auto, malgrado un comodo volo Volotea Firenze – Bordeaux, per goderci il viaggio, e, in itinere, una consuetudine che ci portiamo da sempre nei nostri tour, abbiamo organizzato delle soste. Nello specifico finalizzate ai miei studi per il Diploma, ma posti anche deliziosamente affascinanti. Prima tappa a Vinsobres, propaggini settentrionali del Rodano del Sud. Terre di borghi pittoreschi, ritmi blandi, prigionie papali (Avignone non è lontana, così come gli Chateauneuf du Pape), signore con la baguette tenute come sporta, formaggi, e vini appunto vellutati e setosi, dominati dalla trilogia Grenache, Syrah, Mourvedre. La prima sera i ristoranti erano chiusi e, dopo la visita al Domaine Jaume, ci siamo trovati a comprarci una cena fra formaggi, tapenade, pate, terrine, all’interno di questa tres joly maison a pietra e persiane azzurre, in perfetto stile Francia del Sud. L’indomani, prima di tagliare la nazione da est a ovest, abbiamo compiuto una visita a un paese che già avevamo conosciuto, e amato non solo per i suoi vini, con solo la Matilde nata: Chateauneuf du Pape, il vino dal nuovo castello del papa, tenuto in dorata prigionia nella vicina magnifica Avignone. Dopo una rilassante passeggiata attorno al paese, e gli inevitabili acquisti d’uopo per gli studi, abbiamo ripreso la macchina e viaggiato per altre 6 ore.
Doppo una lunga giornata di guida, siamo arrivati nella spettacolare Bordeaux, meravigliosa cittadina fra l’Atlantico, il fiume Gironde che prima di diventare tale per buttarsi nell’Oceano vive dell’incontro fra la Garonne, verso ovest, e la Dordogne, verso est. Alla sinistra della Garonne, si apre la famosa “Riva sinistra”, il Medoc e le Graves, con suoli sassosi, dominata dai potenti Cabernet Sauvignon, dai potenti Sauvignon Blanc e dagli zafferanosi Sauternes e Barsac, da uve affette da muffa nobile, con paesi iconici per l’amante del vino come Pauillac e Margaux. Nel mezzo l’Entre deux Mers, fertili terre di semplici Sauvignon. A destra, luoghi di piccole proprietà e di paesi deliziosi come Saint Emilion e Pomerol, da suoli argillosi, ideali per il morbido Merlot e per il raffinato Cabernet Franc. Insomma, una goduria per l’appassionato di vino. Ma la cosa più bella è stata l’incontro coi nostri amici che vivono in una signorile, anzi, fiabesca proprietà nel cuore di Bordeaux e ci hanno aperto il loro maniero con affetto, dolcezza, presenza e coi quali abbiamo vissuto 3 giorni spettacolari, fra mangiate, visite culturali, fra cui la Citè du Vin a Bordeaux, cene in casa o in squisiti bistrot, e ovviamente le visite ai territori succitati. Tre giorni volati via, ingentiliti anche dalla vittoria della squinternata Fiorentina di quest’anno in trasferta a Bologna.
Un week end volato via, e che malinconia il lunedi mattina a ripartire con, però, una ultima tappa nel Beaujolais. Abbiamo di nuovo riattraversato la Francia, questa volta da sud ovest a est, fino alle propaggini meridionali della Borgogna. La Borgogna, celeberrima regione vinicola della Francia dell’est, come noto si divide in 5 grandi aree. Lo Chablis, a nord, vicino allo Champagne, coi quali condivide gli stessi suoli calcarei e la presenza di Chardonnay acidi e limonosi, senza legno. La Cote d’Or, la culla del Pinot Noir, che si divide in Cote de Nuits, da Marsannay (dove si fanno anche i rosati, unicum in tutta la Borgogna) appena sotto Dijon fino a Nuits-Saint Georges, da cui prende il nome la zona (dopo il trattino i paesi si sono impossessati del loro cru più celebre), e la Cote de Beaune, qui anche con burrosi e sofisticati Chardonnay, che si estende da Aloxe Corton fino a Santenay. Lo Chalonnaise, terra di Pinot Noir più strutturati, per il clima un po’ più caldo e le terre più grasse, con il villaggio Bougeron che produce bianchi da Aligotè. Infine, il Maconnais, con Macon altro nostro villaggio del cuore, da una memorabile trasferta nel 2003 da neofidanzati, che si trova proprio vicino all’ultima zona della Borgogna, meta della nostra ultima tappa: il Beaujolais, il particolar modo il paese Fleurie. Il Beaujolais è illustre per il Gamay Noir, l’uva coltivata qui, e per il loro novello, vino fatto a novembre con la macerazione carbonica. In realtà, i villaggi cru, in terreni granitici, offrono un playground eccezionali per Beaujolais croccanti, profumati, speziati. Il mio preferito è Fleurie, ma ben conosciuti, e tutti squisitamente deliziosi, anche i vini di Molin a Vent, Brouilly, Morgon, Chirobles. Noi eravamo nel piccolo ma confortevole appartamento del Domaine de Robert, piccolo e premiato produttore, di cui abbiamo ovviamente assaggiato i vini e approfittato di un azzeccatissimo consiglio gastronomico che ci ha condotto a un gran finale, vicino a un camino, a deliziarci di un fiero e lauto pasto di fine vacanza studio!
Sabato 22 novembre ho avuto l’onore di partecipare come relatore sulla storia del vino a un evento nel sud del Molise, a Nuova Cliternia, non lontano da Termoli, chiamato EnoCliternia. L’evento è stato magnificamente organizzato dalle 6 aziende vinicole della zona e voluto e coordinato dall’appassionato mediatore sociale, culturale e spirituale, il parroco don Antonio.
Eravamo partiti all’alba e, dopo un buio viaggio fra la neve e le montagne abruzzesi, siamo arrivati in un assolato lembo magico di terra, affacciato sul mare, le Tremiti davanti a noi: Madonna Grande di Campomarino. Un paesaggio delizioso, di vini, sapori e di grande bellezza, scolpito dagli Osci, dai Sanniti, la Magna Grecia, i Romani, i Normanni, in un presente di viva identità comunitaria. Per me è stata una occasione meravigliosa per parlare di civiltà del vino, della sua storia millenaria che qui, fra vite, olivo, saper fare, si è sublimata in forme davvero aggraziate e ancora troppo poco note.
La giornata, oltre al convegno, ha visto almeno altri 3 momenti significativi: il riempimento di un caratello col vino delle sei realtà, che il prossimo anno verrà vednuto all’asta in beneficenza; il banco di assaggio nel cuore del paese, accanto al Santuario della Madonna Grande, coi vini e i sapori del territorio, affolatissimo; e, l’indomani mattina, la piantumazione di barbatelle, piccoli viti di Montepulciano, Tintilia, Falanghina, Aglianico, per i vini del futuro, piantate dai più giovani e dai più anziani: un gesto semplice ma di grande fascino.
Grazie a Fabio Zavattaro, vaticanista raffinatissimo e grande giornalista, e al bravissimo collega Emanuele Rossini, mio correlatore, per avermi coinvolto, e bravi una volta di più ai prodottori, ai giovani e valenti organizzatori come Loris Antenucci, e alle istituzioni perché il vino lo si promuove e lo si comunica proprio così: con la propria comunità al centro, senza snobismi o linguaggi astrusi, con leggerezza, nel gusto dello stare insieme, nella condivisione e nell’apertura. Ad maiora, con un ottimo calice di Tintilia in mano!
Sulla vetta della torre borbonica di Montesarchio, nel Sannio, si trova quello che gli archeologi considerano il più bel vaso dell’antichità, il Cratere di Assteas. Il vaso ha una storia incredibile di tombaroli, incidenti mortali, spionaggio, ricchi musei statunitensi e un presente che lo vede dal 2013, dopo leggendari intrighi internazionali, placidamente custodito nel museo archeologico nazionale del Sannio, non lontano da dove, nel 1972, era stato ritrovato da un operaio intento a riparare una fogna.
Assteas, il cui nome ricorda una ala destra ellenica dinoccolata e dribblomane dai capelli lunghi, era il Michelangelo dell’antichità, che aveva una bottega nella non distante Paestum. Siamo circa nel V sec quando una nobile famiglia sannita commissiona all’artista un cratere – un recipiente dove il vino veniva miscelato con acqua e spezie – per officiare i loro simposi, i loro ricevimenti. Un po’ come quando noi si va a comprare le tovaglie di lino e si usa il servito buono, più o meno.
Assteas è in grande spolvero: la sua mano tratteggia figure rosse di una grazia, di una sensualità, di una delicatezza disarmante: ai suoi raffinati committenti crea un vaso che da un lato presenta un corteggio dionisiaco, con Dioniso, una menade, un satiro, Pan, e dall’altro l’innamoramento di Zeus (incarnato in un toro dal muso dolcissimo) per Europa, principessa fenicia, con l’erote Pothos, allegoria del desiderio sessuale, a spargere loro addosso profumi per favorire la scintilla, sebbene Zeus, dai proverbiali appetiti, non ne abbia particolare bisogno.
Insomma, vino, amore, bellezza, sensualità, questo consegna Assteas ai suoi clienti: le basi, le molecole della nostra civiltà, anche se spesso lo dimentichiamo. Esco dalla visita abbagliato di luce in una giornata caldissima provato da quella che credo sia stata la mia prima sindrome di Stendhal. Mi chiedo dove sia la folla chilometrica che meriterebbe l’opera. E direi le solite banalità scrivendo che se solo fosse stata oltralpe, ma forse anche oltre Roma, questa mirabilia varrebbe un pil di un piccolo paese. Ma così non è, e forse va anche bene cosi. Io per primo, del resto, non avevo mai sentito parlare né del cratere né tantomeno di Assteas, fino a qualche mese fa.
Così come non conoscevo il Sannio, l’elegante Benevento, il culto di Iside, i barbari Longobardi che qui sono stati tutt’altro che invasori, le streghe o janare, le cantine scavate nel tufo, borghi splendidi come Sant’Agata dei Goti e Cerreto Sannita, le acque termali sulfuree di Telese, sapori abbondanti e generosi, i lasciti borbonici, le pizze, i torroni, i prosciutti. Devo tutto questo a due persone.
Un grazie enorme quindi a Pasquale Carlo, scrittore, giornalista enogastronomico e finissimo intellettuale che mi ha fatto innamorare di una terra davvero rara, e a Davide Di Leone, che mi ha aperto alla sua splendida famiglia, ai suoi progetti, ai suoi sogni, che da La Vinicola del Titerno portano alle Terre Massesi e porteranno ancora più in là. E un grazie alle nuove amicizie fatte in questi giorni. Ci ritroveremo molto presto, calice in mano.
La seconda parte del viaggio ad Hainan si è svolta nella capitale dell’isola, ad Haikou, nel nord. Circa 4 ore di van sotto una pioggia tropicale e l’arrivo in città. La prima impressione non è stata ideale: cielo grigio, città questa volta grande (4 milioni di abitanti, piccola per la Cina ma grande per i miei canoni) e una sensazione di deja vu deludente che ho avuto in molte megalopoli della Cina. In realtà, questo giudizio severo mi si è confutato e quasi del tutto ribaltato già dopo pochi attimi.
Eravamo coinvolti a un altro evento di incontro fra le parti, questa volta rivolto più all’area politica che commerciale e il benvenuto che ci è stato fornito, l’organizzazione coi suoi rituali (fra cui quello del te), la magnifica cena di gala – mi sembrava di essere dentro un film, hanno reso la giornata davvero memorabile. Abbiamo poi concluso la serata, noi italiani, al roofbar dell’hotel dove, fra birra cinese, un piano bar che ci cantava canzoni italiane anni 50, fra la stanchezza, la soddisfazione, lo straniamento di essere così lontani da casa, di conoscerci da poche ore fra di noi eppure in maniera così “vissuta”, ci siamo lasciati andare a riflessioni molto personali.
L’indomani abbiamo visitato il duty free più grande del mondo (!), che si trova fuori Haikou – impressionante, ma abissalmente lontano dai miei interessi. Per pranzo, abbiamo mangiato col proprietario di un hotel sulla costa, che poi ci ha mostrato i plastici di altre sue proprietà: tutto molto surreale, mi rendo conto anche solo a scriverlo. Immaginate a viverlo. Anche la serata conclusiva è stata particolarissima: una cena in classico stile hainanese, accompagnati da un funzionario pubblico di alto livello, con spettacolo di acrobati e canto, dentro un edificio a forma semisferica a vetri, affacciato sul mare. Decisamente memorabile.
Finale di serata col cocco (credo di averne bevuto più di 15 litri, e mangiato in ogni sua declinazione) e visita di quella che forse è la cosa che mi è più piaciuta di questa settimana: la città vecchia di Haikou. Vecchia per modo di dire perché la furia iconoclasta con cui gran parte delle aree storiche in Cina sono state abbattute non è stata risparmiata neanche qui, e per vecchio intendo quindi inizio Novecento, ma è stato molto affascinante immergersi nel mercato locale, fra case basse e un po’ dirute, venditori chiassosi, botteghe di artigianato e prodotti locali.
Proprio a pochi dal più grande duty free del mondo e nella capitale dell’isola destinata a diventare il più grande polo commerciale del mondo. Ah, fra i banchi del mercato, in luoghi al limite dell’igiene, vi era la possibilità di pagare con WeChat, vero grande fratello della Cina, mentre le connessioni con Google, con Whatsapp e tutto il gruppo Meta precluse anche nei grandi hotel di catene internazionali.
Hainan è un luogo che mi sta stregando. Ho passato i primi tre giorni nel sud dell’isola, nella città turistica di Sanya, dove ho intrecciato, senza soluzioni di continuità, luoghi esotici fra palme di cocco, frutta tropicale, tempi buddisti, mangrovie e spiagge di sabbia bianca finissima, edifici in via di sviluppo, quartieri avveniristici, centri commerciali hi tech in un contesto comunque dominato dalla natura e con pochissima occidentalizzazione, persone accoglienti che ci hanno mostrato le loro bellezze, i loro sapori, i loro progetti. E io che c’entro in questo marcopolesco viaggio? Tutto è nato qualche mese fa, dove, in senso al gruppo di lavoro di EACD, ho conosciuto un professionista della comunicazione che, insieme a una sua partner cinese, sta curando un ambizioso e strutturatissimo progetto chiamato Salotto Italia-Cina, un centro commerciale nel centro di Sanya dedicato al Made in Italy, un Made in Italy però non di pura vetrina di marchi italiani, ma di concezione culturale, di incontro tra culture, in cui l’Italianità è promossa e venduta attraverso il piccolo, l’artigianato, l’enogastronomico di nicchia, con un approccio da bottega rinascimentale, attraverso cioè anche la presenza di scuole, di luoghi di formazione e racconto di quello che è l’Italia e la creatività italiana.
Tutto questo si inserisce perfettamente nei piani di crescita dell’isola: il governo centrale sta attuando una politica a medio termine di zona a porto franco per favorire investimenti, investimenti che siano – e qui sta la grande differenza rispetto a tante altre zone dell’Asia e direi della Cina in particolare – sostenibili dal punto di vista edilizio, di integrazione con l’ambiente, di impatto minimo, anche perché Hainan è una delle località turistiche più conosciute dell’Asia. Il mio momento clou è stato lo speech che ho tenuto dove ho raccontato la storia della Toscana, e quanto la realizzazione di una Bottegq qui a Sanya, nell’accezione di una enoteca da vivere, in cui attorno a un calice si possa esperire sognando la terra degli Etruschi e del simposio, del libero arbitrio e dell’autodeterminismo, della bellezza povera della civiltà contadina. Vediamo quel che verrà fuori, intanto mi sto godendo con occhi spalancati e confesso stupiti questi giorni esotici, pieni di incontri, di piatti deliziosissimi – fra cui il mio amato cocco in tutte le sue declinazioni, di una compagnia entusiasta composta da milanesi, torinesi, cinesi, italo cinesi, di persone accoglienti e dolci, di spiagge ancora inesplorate.