Categoria: I miei viaggi

  • Milano 2002- Milano 2016

    Milano 2002- Milano 2016

    Pioggia e primo freddo stagionale in Toscana. Un sabato da cambio dell’armadio e qualche starnuto. Vengo da due giorni di lavoro a Milano. Milano é una città strana. Ci ho vissuto con poche gioie e molte apprensioni in una delle stagioni più buie della storia della metropoli meneghina, fra il 2002 e il 2003. E anche io vivevo una stagione della mia vita non propriamente aurea. Eppure grazie a Milano sono diventato il professionista che credo di essere e, in fondo, anche l’uomo, il Francesco Sorelli di oggi: Milano é stata maieutica per me. Ha preso il mio io intriso di letteratura e lirismo, spaventato e goffo, e mi ha lentamente plasmato in un comunicatore, bravo nelle relazioni e più immediato ed efficace nel mie mezzi espressivi: la parola e la scrittura certo, ma anche l’immagine, la fotografia, il linguaggio del corpo. Sono stati quattordici mesi densi, umorali, quasi dolorosi quelli al Master in Accademia di Comunicazione: eravamo agli albori del digitale e ho avuto la fortuna di studiare professionalmente cosa significa comunicare su mezzi effimeri, peculiari e veloci come internet. In quei mesi ho semplicemente assorbito, questo é il verbo migliore: ho scritto molto, ho frequentato con matta bulimia cinema e teatri, leggevo avido tre-quarto libri in contemporanea sul mio comodino prima di dormire. Ogni sera mi piaceva intrufolarmi in qualche storia: mai vissute, sempre fruite attraverso mezzi caldi e accoglienti come la pagina, o la pellicola, o la penna. E ogni mattino salivo sul bus 90 di viale Tibaldi con un senso di curiosa e al contempo schiva responsabilità. L’inverno piovoso del 2002 lasciò il posto alla primavera e all’estate più calda che io possa ricordare, il torrido e zanzaroso 2003. Fotografie di quei giorni di afa: il mio sudore che dalla pelle mi appiccicava le magliette colorate addosso, gli odori  sporchi  della metropolitana, le zanzare dei Navigli, la vittoria carosellata della Champions League del Milan mentre io cercavo vanamente di prender sonno e appassionarmi a una Fiorentina moscia (mai quanto l’attuale, va detto). 
    E, a fine percorso di master, le ansie per il placement, per l’ingresso nel mondo del lavoro: i quattordici mesi erano stati duri, anche divertenti, ma sempre sopraffatti dall’impegno economico che avevamo dovuto tutti affrontare e dalla necessità, dall’obbligo quindi, di un loro ritorno. Per molti dei miei talentuosi compagni (che classe eravamo!), un impiego nel dorato mondo (indeed, non lo era già più neanche allora) dei creativi, come copy.
    Io scelsi di tornare in Toscana, forte anche delle parole di Enzo Baldoni. Che storia col senno di poi. Che amarezza. Avevo conosciuto Baldoni fra Accademia e Le Balene, la sua agenzia. Fu il primo che con grande determinazione, nelle stanze della sua agenzia “Le balene”, mi disse di accettare senza indugio alcuno lo stage al Consorzio Chianti Classico che mi era stato prospettato.  “Per il resto fregatene, viaggia, non ti fermare, sei sveglio: verranno da sè le cose”. Lacrima. Soprattutto Milano mi regalò, ficcandole dentro il mio mondo schivo e ben poco inclusivo e solo apparentemente aperto, delle amicizie che sento profonde, vere. Una l’ho rivista ieri, nel mio giro meneghino; l’altra si é trasferita a Firenze e, seppur troppo poco, riesco ogni tanto a vedere, e a ritrovare quella splendida consonanza che così tanto mi piaceva sentire nei giorni malinconici di Milano. Ci si confrontava (“mi manca la mi’mamma”, “sono sempre con la valigia in mano”, “vorrei un figlio” – quest’ultimo preciso non era un mio pensiero) perché allora, oggi ancora di più ahimè, i sogni da ventenni erano spesso guastati dalle paure di un paese in lenta crisi.  
    Tutto ha preso oggi – grazie ai vendittiani giri larghi della vita – una meravigliosa piega: anche la mia prolifica storia di amore che, a Milano, a distanza, appena nata, ebbe modo di provarsi, testarsi e funzionare sul terreno sottovalutato della distanza. E Laura esisteva davvero, checchè i miei compagni dubitassero della cosa…
    Torno spesso a Milano. Adesso, da professionista, con una capacità di spesa e di vivere la città diversa da quello sgangheratissimo biennio. Esattamente come il vino ha avuto due vendemmie stranissime, problematiche, così la mia vita, prima di indirizzarsi nel mondo vinicolo, mi ha regalato quei due anni altrettanto stranissimi. Una sottile linea rossa (che film…).
    Milano oggi é davvero un’altra città. Ho avuto la fortuna di viaggiare e vivere buona parte del mondo e di innamorarmi di tutto. Milano allora non aveva niente di quel che vantava di avere mentre adesso ha molto di più di certe città che invidia con un evidente ingiustificato senso di inferiorità. Secondo me l’Expo ha fatto molto bene alla città. Ci sono nuovi quartieri, zone meno degradate, c’é finalmente un senso estetico ed é meno manicheo lo iato fra borghesia e popolo. Si é ripreso in mano il grande lascito del design milanese e la moda é tornata nelle strade, fra la gente. Milano sembra aver riconquistato il suo monopolio economico e la sua fierezza, dopo quasi vent’anni di sofferta ridefinizione dagli anni neri, della Milano da bere, della tangentopoli, dello yuppismo berlusconiano che avevano a loro volta scosso e sconvolto la città delle ricche famiglie industriali borghesi secondonovencentesche. E questa nuova identità di Milano, fatta di razze diverse, di diverse egemonie, di una nuova corsa, seppur zoppa e non dimentica del suo chiaroscurale passato, a me piace molto. E a Milano ieri ho mangiato uno dei miei migliori dim sum. 

  • San Michele

    San Michele

    Giorno di San Michele, patrono di Pontassieve – il comune dove si trova Bisarno – festeggiato dai commercianti del borgo con una splendida, suggestiva e divertente coreografia di ombrelli rossi sospesi a cura di un talentuoso architetto locale: la giornata preautunnale è meravigliosa e gli ombrelli creano una situazione incantata che mi ha ricordato le suggestioni pittoriche e scultoree di un Magrit e di un Folon. Bravi a tutti. Davvero un piacere passeggiare lungo il borgo e trovarmi a fotografare il mio paese.
    Questa installazione durerà fino a Natale ed è una bella occasione per visitare Pontassieve, così vicino a Firenze da esserne quasi fagocitato ma con una grazia industriosa, una dignità architettonica, una sensazione di provincia da renderlo proprio un bel post per viverci e da visitarlo da turisti. Attorno, poi, le colline del Chianti Rufina, meravigliose in queste ore di vendemmia, i loro sapori, completeranno il vostro detour fuori porta.

    Foto dal fondo borgo.

    La torre dell’Orologio.

    Altro dettaglio con sullo sfondo la torre.
  • Cosmonauti in Linguadoca.

    Cosmonauti in Linguadoca.

    In voyage fra la Languedoc e la Provence. Ogni tanto penso a quanto mi abbia dato questo indomito ulissismo, Intanto, paradossalmente, ma neanche troppo, mi ha ancorato al mio paese, “se non altro per il gusto di andarmene”, e ogni volta tornare. Mi ha istintivamente attratto verso strutture da restaurare e far emergere nella loro personalità e che sapessero raccontare la loro storia. Ha inoltre restaurato anche me, un lifting della mia personalità, costruendomi – nella condivisione e nella conoscenza – come persona curiosa, aperta, progressista.
    E sto anche cercando di trasmettere questa malattia, l’ulissimo, la voglia di viaggiare e conoscere ciò che è diverso e distante da noi, non necessariamente innamorandomene, anche alle mie bambine. La più grande ha da un mese compiuto 5 anni, ha già preso venti aerei, calcato treni, pedalato su biciclette a rotelle, ascoltato storie antiche su battelli, remato in canoe, percorso decine di migliaia di chilometri. Distingue il guacamole, il gatzpacho e il rocquefort pur amando su tutto il pesto. Ha sguardi curiosi e aperti verso il mondo e gli altri bambini. Sa stare a tavola coi sapori dei vari paesi trionfanti nel suo piatto (nel calice ancora a presto!), curiosare a zonzo per le città, passare ore in auto senza bizzare e camminare fra paeselli, musei, colline, paludi e montagne per il piacere di stare insieme a noi, apprendere, rispettare e divertirsi: perché qualche gioco più bello dell’avere un mondo intero da scoprire? E la sera disegna le sue scoperte in un album di viaggio, il suo personalissimo diario di bordo di questi strani giorni trascorsi sempre assieme, google map, i crackers contro il mal di macchina e la musica da canticchiare.
    E ho infettato anche la mia dolciastra metà, l’azzeccagarbugli di casa, la mia compagna che oggi per altro vede – dalle rive del Gard ai piedi del celeberrimo Pont, dove ci troviamo adesso – scorrere il suo trentanovesimo anno! A dirla tutta lei aveva una vita anche prima di conoscermi, e già viaggiava: noi lo facciamo insieme da “poco”. Il primo è stato nel 2002. Lo scorso anno abbiamo festeggiato il suo trentottesimo da Gracia, a mangiare sarde in un locale eclettico e cupo a Barcelona. E se vado a ritroso con la memoria ne abbiamo imbastiti di brindisi esotici! Anche dove il vino era proibito e abbiamo levato succo di uva e tamarindo.
    E io sono contento e pieno di orgoglio di avere questa famiglia e questo entusiasmo nel muoverci, viaggiare e crescere tutti insieme. Stasera brindiamo al suo genetliaco con una italianissima bolla di Franciacorta: a noi e alla Francia, emblema di nazione che ha cercato di integrare, farsi una e sincretica, averci regalato l’illuminismo, la libertà di pensiero e l’esempio per fare rivoluzioni e che oggi vede caraccolare, ma non frangersi, le proprie fondamenta ideologiche e culturali.

    Le mie donne e il Pont du Gard alle spalle.

    Le mie donne per i vicoli di Montpellier.
  • Il Bisarno oltre l’Amstel.

    Il Bisarno oltre l’Amstel.

    Il Bisarno oltre l’Amstel, il fiume che ha dato origine al primo insediamento chiamato Dam, la diga appunto che lo ha reso possibile strappando un primo fazzoletto di terra dal mare. Diga sull’Amstel: Amsterdam, dove ci troviamo in questi giorni. Ricevo whatsapp con foto dei lavori al Bisarno, con l’ansia e la colpa di chi sente quasi di aver tradito qualcosa, allontanandomi dall’ecke ecken nevrotico e sentimentale, appagante e travolgente, di questa fase della mia esistenza: il restauro di questa vecchia casa di campagna. Eppure sembra quasi che senza di me i lavori procedano più veloci, come se in loco la mia stasi di pensiero incagliasse il dinamismo di azione. La facciata posteriore del modulo torre è quasi completa ed è venuta una meraviglia: la contemplo dal piccolo schermo dell’iPhone con questa strana nuova vista dopo il Lasik che mi fa vedere bene da lontano ma mi infastidisce da vicino, quando cala un po’ la luce, nelle penombre e nelle stanze con le luci artificiali.
    La facciata posteriore: la parte apicale sinistra è quasi completa. A noi piace!
    Poco prima della partenza abbiamo anche presentato il cosiddetto “abaco degli infissi”, relativo alle aperture afferenti alle due stanze che porteremo in ristrutturazione immediata: la stanza del camino e la stanza ingresso, dove verranno anche individuati un bagno e una lavanderia-spogliatoio. 
    Gli schizzi per le prime finestre: opteremo per il ferro, scelta complessa ma che alla fine mi convince più delle altre.
    Adesso impugno la bicicletta, simbolo di questo viaggio ad Amsterdam, e torno a immergermi in questa affascinante città fra i canali, che ha un po’ della mia Berlino, soprattutto nella zona del porto dove dominano moderne architetture di vetro e acciaio, qualcosa di Barcellona, per un certo tocco mediterraneo negli eccessi ludici e sguaiati, una spolverata giovane, pansessuale e panteista, veggie e hi-tech di San Francisco, una facile analogia con Venezia, con le acque che la irrorano come un sistema sanguigno e i canali che la dominano, a tratti evidenze di Amburgo per quei mattoni scuri, il porto, i dock, l’anima marinaia e commerciale, e, infine, un pizzico anche di Londra, per il tempo bizzoso, spesso ventoso e piovigginoso e il sincretismo delle sue culture che la rendono una città molto divertente anche dal punto di vista gastronomico. Non poco per quella che una volta era solo terra strappata con fatica al mare e buona solo per coltivare patate.
    Io e le mie “olandesine”.
    Un ingresso un po’ macabro, ma il font del civico fa molto Amsterdam.

  • Io e Sherazade.

    Io e Sherazade.

    Tutto é cominciato una volta, fra le pagine mangiucchiate di una vecchia edizione de “Le mille e una notte”. Poi é proseguito con uno strano piatto che deliziava le mie vacanze siciliane da ragazzino: il cous cous di pesce a San Vito Lo Capo. C’é stato un periodo, ancora non del tutto concluso, in cui viaggiavo. Non erano vacanze, malgrado ne avessero i connotati di limitatezza, ma esperienze vissute con occhi sgranati ed estasiati verso mondi lontani e diversi che in parte avevo studiato a scuola, all’università e in parte riecheggiavano nelle parole musicate di uno dei miei maestri, Franco Battiato. La prima volta con la civiltà araba fu in Europa. Un viaggio in Andalusia mi sedusse per i colori delle architetture moresche. L’Alambra, la Mezqita, l’Alcazar: mi piaceva l’idea di danze di luce costruite fra i colori e i riflessi per venerare il proprio dio. Anno dopo anno ho visitato la Turchia, la Siria, il Libano e la Giordania. Brevi privilegiate tappe da cosmonauta occasionale, con soldi e Imodium in tasca e succo di tamarindo a dissetarmi. A Maulula, piccola enclave cristiana abbarbicata sopra la Damasco di Assad e del meraviglioso porticato della Grande Moschea, ho avuto il privilegio di sentire parlare in aramaico. Con l’arrivo rosa del tramonto, ad Aleppo, la città più antica del mondo, la fine del Ramadan era festeggiata da sciami di persone fra il festoso e il nevrotico che si inebriavano di succo d’uva e i ristoranti all’aperto – fra candele a terra, luci soffuse, arredi in cedro intarsiato e profumi di tabacco e albicocche – davano vita a spettacolari banchetti di frutta, pesce, carne e verdura. Aleppo: la sua cittadella e il suo suk di spezie. Un anziano signore ci inseguì per darci il resto di quanto avanzavamo dopo esserci riempiti di curcuma, zafferano, datteri, pistacchi e pepe nero. Una miseria avanzavamo e avevamo inteso lasciarla a quel signore che non voleva invece niente in più del dovuto. La sera mi deliziavo di kebap d’agnello con le amarene, il piatto tipico: una squisitezza. Le acque del vicino Eufrate sono balneabili e i pesci appena pescati (non da noi ma da abili pescatori con le reti) gustosi da attrarre – l’odore della grigliata – vespe ipertrofiche che per cacciarle via ci siamo ingegnati tecniche primitive quanto efficaci: a cartonate, scagliate via come pirulini. E poi Palmira, la regina del deserto, fra il nulla e le palme, antica città romana che si fa arancio al tramonto. Nella Bekaa Valley i vigneti alternavano piantine di cannabis e i carrarmati, per noi che discendevamo dalla Siria verso quel fazzoletto di bosco e contraddizioni strozzato sul mare e grondante vitalità che é il Libano, ci seguivano col loro naso da pinocchio sempre mirato contro. A Balbeek, dove millenni fa si cercava l’estasi con orge lussuriose, una carezza alla dea della fertilità di lì a pochi mesi avrebbe reso tutte le ragazze della compagnia in lieta attesa. Ci eravamo sentiti chic e un po’ seventies fra la corniche di Beirut e il lungomare di Byblos prima di discendere verso la Giordania attraverso la spettacolare strada dei re, fra i capolavori musivi di Madiba fino al deserto rosso fuoco del Wadi Rum e Petra. Petra: semplicemente la cosa più bella mai vista. Ci siamo persino risvegliati il giorno dopo alle 4 e mezzo del mattino, per rivederla da soli, all’alba. Non si può spiegare Petra. Stanchi di tante emozioni il giorno successivo ci eravamo coccolati nel Mar Morto, galleggiando nelle acque salatissime e leggere, anneriti dai fanghi termali delle sue sponde. Fra la Siria e la Turchia abbiamo visitato le città morte della Mesopotamia, insediamenti evoluti afferenti alla polis di Antiochia. Dovevamo stare attenti ai cani randagi e al caldo impetuoso. Poi la Turchia. La regione dei laghi dove abbiamo conosciuto un popolo nomade sceso a valle per barattare i suoi formaggi per un po’ di frutta e verdura. La Cappadocia coi suoi “camini” color cipria e l’uva passa. L’ascesa alla montagna di cotone, Pamukkale, sormontata da una città romana perfettamente preservata. Ogni giorno ci nutrivamo di una pita, quella che noi chiamiamo pizza: a forma di ogiva, la mia preferita era col ragù di agnello e i peperoni verdi tagliati a cubetti. Poi Istanbul, Costantinopoli, Bisanzio, una e trina, tre imperi, tre religioni, lo yogurt di Galatasaray, Europa e Asia e un caffè al Pierre Loti a godersi l’infinitezza della città. Nei bagni turchi ho imparato a rilassarmi e a godermi il caldo umido, il muscolo che si scioglie, la conversazione lenta. Una sera ci siamo protratti troppo e usciti avevamo la febbre. I canti dei muezzim al mattino ci svegliavano sempre, ipnotizzati da quel canto litanico proveniente dai minareti della città. Attraversavo venendo da Sultanhammet a piedi il ponte di Galata con il panino di pesce in mano verso Taksim dove tentavo, con mosse sgangherate e scimmiottando gli ipnotismi dei dervisci turner di Konia, con mosse tersicoree, fortune precarie con ragazze dal colore olivastro e occhi di gatto in discoteche immense che si riflettevano sul Bosforo. Viaggio, e forse in fondo ora ancora più di prima: con la testa, coi ricordi e guardando queste fotografie. Quel mondo esotico e ammaliante che avevo vagheggiato da bambino, intuito in un cous cous a quattordici anni e, seppur in confinata misera parte, esperito fino alle soglie della paternità, oggi é lontano. Ci appare nemico – l’Isis, i talebani, gli stati canaglia, gli attentatori – e forse lo é davvero anche se faccio fatica a crederlo: del resto a un amore antico e perduto il ricordo perdona anche i dolori inflitti. Penso a Sherazade e alle sue storie. Sfoglio con nostalgia la mia “Le mille e una notte” salvata dalla casa dei nonni e ingiallita come carta da fritto mentre la televisione scorre le immagini di Nizza e la presa turca da parte dei militari. Apro una bottiglia di vino, penso che la mia passione per il vino mi abbia permesso di godere anche degli odori di quelle terre: bevo Syrah, Siria, le spezie, é vellutato, una via della seta che lentamente mi accompagna sinuosa alla fine di questa sera.
    Non lontano dall’Iraq, un bel bar..

    Bambine ad Aleppo.

    Le bellissime e pescose acque dell’Eufrate.
  • Telefonami fra vent’anni: il blog e i suoi capitoli.

    Ieri era il compleanno di Matilde, la bambina più grande, deliziata ed entusiasta di ogni ricorrenza, capace di esaltarsi per epifaniche intuizioni quali “Lo sai sono nata nello stesso giorno del mio compleanno?”. 
    Matilde è stata capace di far vivere, anche a me burbero e scontroso, uno splendido compleanno, a metà maggio. Quindi ultimamente grazie a lei ho questa nuova attitudine a far caso alle ricorrenze: e come il restauro di Bisarno ha da poco compiuto mezzo anno, così anche questo piccolo esercizio di stile, questo abbecedario della vita di campagna, il blog insomma, ha compiuto 6 mesi e, lo confesso, stanno arrivando le prime inattese soddisfazioni. 
    Alcuni post hanno superato le  mille visualizzazioni e, seppur siano ancora numeri piccolissimi, spiccioli, inezie nel mare magno e sperduto del web dei guru e degli influencer che lo padroneggiano con fiero cipiglio, fa effetto vedere la crescita rispetto alle prime settimane quando verificavo non più di 20 visualizzazioni per post (parenti e poco più, peraltro) quando andava bene.
    In fondo, lo scopo de “Il Bisarno oltre la Sieve” non è stato mai attrarre con argomenti facili, ma annotare, sulla spina dorsale del diario di bordo delle vicissitudini del restauro della nostra futura casa di campagna, le storie personali e universali che le stanno attorno.
    Le etichette, che sono le aggregazioni tematiche, con cui ho indicizzato il blog si dividono in due macrocosmi, l’io e la casa di campagna. “Bisarno e il suo restauro” è invece l’etichetta madre che narra tutto il percorso tortuoso del restauro.
    Per quanto riguarda l’io, Francesco, ci sono due etichette a vezzeggiarlo: “Le riflessioni extra-vaganti di un comunicatore” racchiude il mio es che si occupa di comunicazione e si è formato da letterato e si apre a commenti di libri, film, canzoni, storie e pensieri sparsi. “Ulissimo” coccola le mie inquietudini e la mia passione per i viaggi. 
    Tutte le altre etichette definiscono il secondo macrocosmo, il sistema casa di campagna con le sue forme, i sapori e i colori.
    “Le architetture di campagna” si concentra sulle strutture abitative della campagna (le murature in pietra e mattoni, le case torre, i fienili etc.). 
    “Il genio toscano” racchiude storie contadine di guizzo, talento, arguzia e intuito, il genio toscano appunto, elevato da un colorato e saporitissimo dialetto (l’etichetta “Il vocabolario fiorentino” parla proprie delle espressioni più icastiche, maledette e colorate del toscano). Infine, una delle etichette più apprezzate, “Il vino e i mangiari”, mi permette di parlare di cibo, gusto e, above all, di vino, che è la materia del mio io comunicatore e al contempo una delle mie grandi passioni. Questa etichetta diverrà sempre più preponderante fra le storie de “Il Bisarno oltre la Sieve”. 
    Il tono per tutte le etichette è sempre quello del gioco, degli affetti, dell’ironia, del non prendersi troppo sul serio e sul dissacrare tutto e tutti, a partire dalle mie turbe. 
    Colonna sonora di questo post? Il capolavoro di Lucio Dalla, uno dei capolavori di Lucio Dalla, “Telefonami fra vent’anni”, a quasi 5 anni dal decesso, visto che i post mi piace che siano aperti e circolari al contempo: non certo un compleanno questo, ma un appuntamento da non dimenticare.
    Ma tanto non si muore mai se si riesce a lasciare in vita parole come queste. Buon ascolto e grazie!
  • “Un paese ci vuole”.

    “Un paese ci vuole”.

    “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”.
    La prima volta che mi sono imbattuto in questa frase di Cesare Pavese non avevo ancora vent’anni e divoravo libri, film, poesie con passione bulimica, “matta e disperatissima”. C’era “Il mestiere di vivere”, per me quasi una bibbia,  ma c’erano anche i suoi racconti e questa frase de “La luna e i falò” – io che non piego mai un libro per non piagare la pagina nè tantomeno lo scarabocchio o evidenzio – l’avevo accuratamente sottolineata e rimarcata: lapis B2 (lo usavo perché mi ricordava la fenomenica B2 Batistuta-Baiano, eredità della mitologica Baggio-Borgonovo) con righello per non andare storto. 
    Peraltro era proprio di Pavese la poesia che ci presentò in terza liceo la persona che più disorientò il mio già piccolo universo conoscitivo, il professore di Italiano e Latino: non un grande incipit (almeno per gli altri…) presentarsi a noi studenti spauriti con “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: io ricordo ancora quanto male – e bene – mi fece quella lettura: il giorno dopo ero alla Feltrinelli di via Cerretani a comprarmi “Lavorare Stanca” e l’altro suggerimento, il “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke. Poco prima a San Lorenzo avevo appena comprato l’ennesima sciarpa della Fiorentina: la stagione prometteva bene (e al solito avrebbe mantenuto poco).
    Di quei vent’anni ho molti capelli in meno e poche passioni immutate: tutto cambia. Continuo però a divorare libri, seppur molto del tempo intimo (quello in camera prima di addormentarsi, che io ho sempre dedicato alle storie) sia stato violato da internet, dai social, che si sono intrufolati attraverso apparecchi sempre più piccoli e portatili fin sotto le mie lenzuola, accanto alla luce fioca della mia abat-jour con cui ho sempre cercato di costruirmi un prezioso mondo solo mio di bovarismi, velleità, pacificazioni ed eroismi. E quella massima pavesiana sul significato di paese, in vent’anni, non ha perso per me una stilla del suo significato. Al mio paese, correlativo oggettivo del mio modo di essere, ci ho sempre creduto con un sentimento ambivalente: ricordo il piacere che mi dava scorrazzare in bicicletta lungo la Sieve: d’estate il fiume in secca per molti puzza, a me quell’odore di fermo, immobile, é sempre sembrato adeguato, necessario, forse perché mi ci sono abituato, estate dopo estate, corsa in bicicletta dopo corsa in bicicletta. Il fine settimana trascorso al Bisarno è servito proprio per riappropriarmi di questo mondo, visto quanto Bisarno adesso significhi purtroppo astrazione burocratica, tempistiche lente, spese continue.
    Oggi quelli del tetto, che dovevano re-iniziare dopo una settimana di stop, mi hanno detto (detto, parolone…ho dovuto informarmi del perché non ci fossero) che torneranno al cantiere mercoledì. E così ci saranno altri due giorni di non-procedere, che sono i peggiori perché fanno solo innervosire e acuire quel senso di frustrazione latente che deriva da un restauro che è e sarà lunghissimo, seppur siano trascorsi solo sei mesi. Sabato dicevo, forti dell’aiuto di due trattori, la compagnia di un cane e l’abbraccio nutriente del sole, abbiamo sbancato della terra, sciocchezzuole, pulito un po’ l’ambiente di lavoro, fatto qualche risata, raccolto salvia e susine, conosciuto dei nuovi gattini, immaginato momenti di condivisione (“qui ci si faranno le grigliate”), è venuta anche Matilde a scorrazzare in sandali nel terriccio smosso, lamentandosi continuamente della sabbia nei piedini e curiosando fra gli strani abitanti di Bisarno, fra cui – e qui devo capire come risolverla – un nuovo alveare sciamato chissà da dove.

    Il Bisarno dal basso e il simpatico cane del vicino.





    Sotto il sole caldo di una estate finalmente iniziata, a torso nudo a sentire il sudore bagnarmi, mi sono ancorato al mio “paese”, perché, come prosegue Pavese, “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Si, aspetta. Senza fretta, senza urlare, senza tradire.

  • Lo “stupido picchio” e la democrazia vanitosa.

    Lo “stupido picchio” e la democrazia vanitosa.

    Non mi piace la politica, semplicemente non mi appassiona, ma non ignoro quanto questa impatti nella mia vita quotidiana: chi é che diceva che l’uomo é necessariamente politico? Il mio disinteresse quindi talvolta mi appare profondamente stupido – lo riconosco – tuttavia ha una sua ragione d’essere che, nelle contingenza di queste ore calde di “brexit”, ho avuto modo di rianalizzare.
    Leggevo ieri sera un po’ di commenti: sia analisi serie che considerazioni su Facebook sia qualche insight delle demografiche che hanno eviscerato ceto, geografia e livello di istruzioni dei perfidi votanti di Albione. Uno di questi mi ha colpito: un analista de Il Sole 24 Ore che amareggiato faceva il conto di quanto i mercati europei avessero bruciato l’indomani la vittoria del brexit, nello stesso momento in cui (fonte Google UK ripresa dal Washington Post) nei trend topic di ricerca in Inghilterra vi sono domande che suonano più o meno così: “What is UE?”. Insomma: le mie rate del mutuo saliranno, i miei già piccoli investimenti si afflosceranno a causa di “scelte” compiute a migliaia di chilometri da persone che manco hanno intuito, non dico capito, compreso, analizzato, ma soltanto appunto intuito che cosa implicasse, che cosa significasse, il bivio leave o remain. Ecco che allora mi sento uomo politico e penso, cogito.
    Io non ho molte adorazioni: sono un tipo scettico, disincantato che cerca di essere auto-ironico e dissacratorio. Una risata vi salverà! Ecco, una di queste venerazioni, accanto a Batistuta, Pirandello e l’ecke ecken (in posta privata chi é curioso di sapere cosa sia), é Matt Groening. Una puntata miliare dei Simpsons é quella dello “stupido picchio”. Al buon Homer viene affidata la sicurezza della centrale nucleare di Springfield. Nel farlo, con le migliori intenzioni, Homer “automatizza” il processo fruendo di un bastoncino a molla che termina col muso di un picchio. Su-click, su-click, su-click: il picchio svolge egregiamente la sua missione e Homer può dedicarsi al riposo contemplativo. Qualcosa però va storto – si insinuano delle complessità, delle complicazioni – e il nocciolo va in fissione, creando un incidente nucleare. “Stupido picchio” é l’epiteto con cui Homer si scaglia infuriato contro il picchio meccanico, mentre il mondo si avvia a un olocausto nucleare.

    Lo stupido picchio in azione: una geniale metafora dei paradossi della democrazia!
    Ecco, ieri sera a leggere che gli inglesi del brexit stiano googlando ossessivamente cosa sia l’Unione Europea dopo il voto, a conseguenze nefaste in atto, mi ha fatto ripensare a Homer e allo “stupido picchio”. Quale é, se c’é, la morale di questa storia? Secondo me, e qui arrivo a una conclusione che ingenererà strali e accuse, é che strumenti delicati, con complesse implicazioni sociali, politiche ed economiche come lasciare o rimanere in Europa non possano essere affidati al popolo e a un referendum. Io non mi sarei sentito in grado di una decisione così rilevante. 
    E se la politica non é in grado di rappresentarci prendendo, in autonomia votata, decisioni così alte, affidandole a ventri caldi e rabbiosi (spesso a ragione rabbiosi, peraltro), allora davvero la politica non é più e la democrazia implode nella sua stessa eccessiva vanità.
  • Silère

    Silère

    Il Bisarno è davvero oltre la Sieve oggi. Scrivo dalla pineta di Roccamare, a pochi metri dal mare limpido e azzurro della Maremma. Un luogo dove riposare e silére, trovare pace, dopo gli ultimi mesi in corsa folle. 
    Di sera, la risacca sulla spiaggia.
    Abbiamo finalizzato l’iter di acquisto di Bisarno il 30 dicembre, entro l’anno 2015, per assecondare una delle tante esigenze del venditore. Da quel giorno non ho mai avuto modo di fermarmi e di riflettere, anche solo per il piacere di gustarmi il ricordo, il sapore di certe soddisfazioni che obiettivamente non sono mancate. Infatti i lavori di restauro sono partiti quasi subito. Idem le maglie burocratiche, i garbugli amministrativi, le magagne economiche. Immediatamente Bisarno ha regalato gioie e al contempo creato complicazioni. Erano peraltro gli stessi frenetici giorni in cui dovevo concludere il libro – i più “matti e disperatissimi” – e fra le altre stavo incontrando gli editori per discutere la pubblicazione. Il libro è finalmente uscito a marchio Cucchiaio d’Argento in anteprima ad aprile al Vinitaly, per poi approdare nelle librerie il 25 maggio. La sua promozione ha mangiato da subito energie, bruciato adrenaline, provocato entusiasmi: nè più nè meno che la sua lunga gestazione, 18 mesi, forse qualcosa di più. Il lavoro di ufficio nel frattempo chiedeva testa, entusiasmo e presenza: non potevo dedicarmi solo al progetto. Ogni tanto qualche trasferta all’estero o fuori regione ad arricchire, a complicare, lo scenario: il Vinitaly, Düsseldorf, Roma, Milano. Poi l’ultima settimana, quest’ultima settimana, a cavallo fra maggio e giugno, che mi ero calendarizzato con attento studio: un incastro di momenti, occasioni e impegni che pensavo perfetto e invece a posteriori é risultato fallace, implodendo,  proprio a causa della sua stessa apparente eccellente definizione. I fatti: decido di operarmi agli occhi col laser (sono, ero!, molto miope) al seguito di una visita con un chirurgo appena conosciuto dopo che per anni avevo nicchiato, tentennato e diffidato di tutto e tutti. Scelta d’impulso e io d’impulso di solito non deieziono neanche. Il giorno è scientemente fissato per il 26 maggio, proprio l’indomani la grande soiree del 25 al Mercato Centrale, la prima de “La Toscana di Ruffino”, di cui ho già raccontato. “Così” – mi ero esaltato della mia stessa capacità di razionalizzare – “l’onda emotiva sarà focalizzata sul 25 e arriverò all’operazione senza carichi di stress, senza pensarci troppo”. Illuso. Comunque, presentazione che va a meraviglia, non faccio neanche tardissimo la sera, ma a letto un non so cosa – l’adrenalina di rilascio e la tensione preoperatoria – mi impedisce di dormire. Mi opero l’indomani di buon mattino a pezzi: assonnato, cisposo, con una punta di mal di gola, convinto erroneamente di affrontare poco più di un intervento ambulatoriale, sottostimando non tanto l’hic (durante male non si sente, se non l’odore stile pollo sul gas dei miei occhi bruciacchiati dal laser) ma il post, i giorni che stanno seguendo, le imperfezioni della vista. E non é che dal giorno dopo si veda meravigliosamente bene, ecco. “Mica siamo macchine” – ha chiosato l’oculista alle mie prime ansiose domande. Ma io non posso stare fermo, ho tanti impegni incastrati: l’agenda era ancora carica di impegni. Il venerdì, the day after, torno già in ufficio; il sabato accolgo con grande piacere degli amici genovesi in tenuta e a giro per la Toscana. Poi la domenica volo a Parigi per tre giorni di lavoro sotto la pioggia battente (e subito si innestano tipiche paure sorelliane, in questo caso da vista non ancora perfetta, acuite dalla lontananza e dallo sradicamento dal nido). Il martedì 31 maggio rientro su Peretola e da Firenze a casa guido io. Avevo del resto guidato già dopo 24 ore dall’operazione. Le gallerie al buio sono fastidiosissime e amplificano le mie paranoie. L’indomani, il primo giugno, a una settimana, controllo in clinica (“tutto bene ma ci vorrà del tempo per la vista ottimale”), pomeriggio in azienda e la sera un’altra botta di emozioni, con la presentazione de “La Toscana di Ruffino” a Pontassieve, fra gli amici di sempre, la sala gremita, le luci accese a non farmi vedere niente ma un momento davvero intenso, “proustiano”, con nostalgie di un passato andato, il professore del liceo, una presentazione che si è fatta chiacchierata e da lì una merenda, una bevuta. A notte tarda il rientro e, il giorno dopo, la partenza per il mare dove mi trovo ora, a cercare di dare un significato alla parola convalescenza, a godermi le creazioni più belle  di questi anni intensi, Costanza e Matilde, e a riposizionarmi su ritmi più umani e, last but not least, su una vista ripristinata e soddisfacente. Per qualche giorno, senza rumori. Silére. L’anno è solo a metà e c’è ancora tanto da fare. 

    La pancia e l’ombelico.
  • Occhi nuovi

    Occhi nuovi

    “Il vero viaggio di scoperta non consiste nell’avere terre nuove da scoprire, ma occhi nuovi”. Ho sempre adorato questo aforisma. E così, la mattina successiva alla lunga serata della presentazione del libro al Mercato Centrale di Firenze (ci saranno state quasi 100 persone: una emozione davvero grande e una non piccola soddisfazione personale), dopo una travagliata notte in bianco per l’adrenalina post-evento e un po’ di tensione pre-operazione, mi sono sottoposto a un intervento di chirurgia laser per ridurre la mia tanta miopia e anche il non lieve astigmatismo. Eh sì, “occhi nuovi”, caro Proust. Ora sono in convalescenza attiva: in qualche settimana saranno chiari gli esiti. Intanto, sono senza occhiali. Il giorno stesso dell’intervento l’ho trascorso a letto, e ho pensato, avendo poco da agire, al D’Annunzio ferito e accecato per una scheggia all’occhio che si mise a comporre il suo “Notturno” scrivendo i versi su della carta igienica, colto da un raro momento di autentica ispirazione. Io supino e al buio mi sono sentito all’infinito la canzone di Peppino Gagliardi, “Che vuole questa musica stasera”, che avevo scoperto in una scena capolavoro di un film capolavoro, “The Man from Uncle” di Guy Ritchie ma, come era prevedibile, non ho lasciato tracce scritte imperiture del momento, se non scribacchiate riflessioni acidule. Oggi è sabato e ho ripristinato una certa normalità, se non visiva senz’altro comportamentale: nel primo meriggio arrivano degli amici da Genova con cui trascorrere una piacevole giornata di gran caldo (oggi sono previsti oltre 30 gradi) fra le nostre meravigliose colline, a far assaporare vini e cibi nostrani. E domenica, tanto per scongiurare qualsiasi effetto noia, mi aspetta subito una partenza aerea, direzione Parigi, la mia quinta volta nella Ville Lumiere, la prima “a nuova vista restituito”, per una degustazione Ruffino al Marais. Rientrerò di mercoledì, preciso per la presentazione del libro a Pontassieve durante il Toscanello d’Oro, a cui tengo particolarmente.

    il Vate orbo