Categoria: I miei viaggi

  • In volo verso Hainan

    In volo verso Hainan

    Ed eccomi di nuovo in un volo intercontinentale, destinazione la Cina e nello specifico l’isola tropicale di Hainan. Si torna alla Economy. Finiti i privilegi precedenti: negli ultimi viaggi quasi non davo loro nemmeno più troppa importanza. Succede sempre cosi: ci si accorge di quanto una cosa sia importante quando viene meno. Ma ora ho un’altra vita lavorativa, ancora più bella, che mi sto costruendo da solo, e che in pochi mesi è davvero fiorita. Il Consorzio Chianti Rufina, su tutti. E tanti piccoli grandi progetti attorno. Come questa splendida opportunità col Salotto Italia – Cina, all’interno del quale sono coinvolto come intermediario culturale per la definizione concettuale di una Bottega, all’interno di un macro progetto italo cinese chiamato Salotto Italia – Cina, a Sanya, nella zona sud. Sono emozionato si, ma anche un po’ stranito. Le classiche sensazioni che mentre si vola si provano, quasi come in un flusso di coscienza. Rispetto al mio recente passato, sto prendendo scelte e decisioni con un mindset diverso, che impattano sull’organizzazione della mia vita personale e professionale, decisioni di cui sí sento la bontà, di cui sono il padrone assoluto, che finalmente mi ridanno entusiasmo e divertimento, ma per le quali non ho certezze oggettive che siano quelle corrette e che frutteranno. Questo viaggio in Cina, su cui ho personalmente investito, è una di queste scelte su cui mi pongo delle domande. Mal che vada, mi dico, mi faccio una settimana in una isola tropicale, conosco una parte del mondo diversissima, di sapori, profumi e culture profonde, e stringo contatti che potranno servire a lungo. Sono sempre esperienze. Ma ogni decisione si interseca con altre e genera conseguenze. Il viaggio a Hainan ha significato non partecipare allo spettacolo teatrale della Laura. A lasciarla sola nel gestire la famiglia e la partenza per la Francia della Matilde, primo viaggio da sola. Inoltre mi ha costretto a non andare a Londra a sostenere gli esami del D3, concomitanti con questa trasferta – che dovrò ridare a ottobre. Boh. Non sono proprio sereno su questo aspetto. Non mi ero nemmeno preparato bene, e forse avrei passato solo la parte di degustazione. Ma resta comunque il rimpianto. Lo spreco economico. E la necessità di estendere ancora per mesi lo studio, estenuante, e di investire in una nuova trasferta londinese per andare a tenere gli esami. 

    Inoltre, l’aver spostato a ottobre il D3 mi impone di finire il libro. Ormai mi devo concentrare e concluderlo. Sta anche venendo davvero bene e ogni volta che lo presento in uno storytelling, dovrò farlo anche qui a Sanya, come l’ultima volta al Vinitaly, mi regala grandi soddisfazioni.
    Poi c’è l’apertura del fienile di Bisarno. Gli ultimi due mesi non sono stati divertenti, per essere eufemistici. Ma ci siamo. È venuto meraviglioso. E cosa manca per aprirlo? Una burocrazia. Che rabbia.

    Intanto siamo quasi arrivati a Chongqing: nona ora di volo su dieci e sei ore avanti. Quindi: local time le 5 del mattino cinese. Non ho dormito neanche un po’.  E mi aspettano 3 ore di attesa a Chongqing e altre due di volo, fino ad arrivare a Sanya quando saranno le 11 del mattino. Mi sa che caracallerò stanco tutto il giorno. 

  • Olandesi volanti!

    Olandesi volanti!

    Quest’anno abbiamo trascorso le vacanze di agosto nella splendida Amsterdam, in una meravigliosa casa torre che si affacciava sul Vondel Park. Attraverso questo nido fresco ed elegante, abbiamo vissuto come fossimo degli amsterdammer, incluse le biciclette all’ingresso, e il car sharing.

    Una vacanza viaggio, come sempre, nello spirito di calarsi nel luogo, imbibersi delle bellezze che ci offrono: nel caso di Amsterdam e dell’Olanda musei di arte fiamminga e contemporanea, parchi verdissimi, canali, cucina orientale, birra, tanto movimento – a piedi, pedalando e anche in kayak nei canali.

    Eravamo un gruppo di 14 amici, noi nella nostra casa ad Amsterdam e altre tre famiglie, le stesse con cui giovincelli e senza figli peregrinavamo entusiasti l’Europa e il Medio Oriente, in una casa poco fuori la città: è stata una emozione ricondivere un viaggio, seppur più semplice nelle dinamiche, con le stesse persone diventate però adulte e genitori.

    La nostra casa era già parte della vacanza: una casa su quaatro piani, squisitamente arredata, con inserti di design che si innestavano su strutture classiche e scale ripide. Attorno a noi, una atmosfera da village, che avevamo per esempio a Parigi nella nostra casa in Canal Sant Martin, con enoteca, formaggeria, specialty coffe, pub letteramente sotto casa, e il parco per fare due passi o una pedalata. 10 minuti a piedi e raggiungevamo l’area dei musei, con la sacra trinità del Rijks – Rembrandt e Veermer davvero pittori sublimi, di ritrattistiche vere, sofferte, cupe -, del Van Gogh e dello Stedelijk.

    A nord dell’area dei musei, il quartiere Joordan, coi gretchen più belli e il museo Anna Frank (visto, esperienza davvero molto forte), e a sud De Pijp, altro quartiere di grande vivibilità. Una delle novità che mi sono piaciute di più da un punto di vista urbanistico è il quartiere De Noord, con la conversione di capannoni industriali a luoghi di arte moderna e ambienti enogastronomici con tendenze green e di riuso.

    Ci siamo divertiti a provare le tante cucine che gli olandesi hanno introdotto in città nella loro golden age del XVII secolo, fra cui la mia preferita, la cucina indonesiana, ma ottime sono state anche le esperienze col tailandese, con le birre olandesi, col libanese – abbiamo trovato una hummus house paradisiaca.

    La città si gira benissimo in bicicletta, meglio che a piedi perchè da pedoni si fa molta fatica a capire quali siano i limiti e i confini coi ciclisti e le auto. Ma nel parco, ancora meglio, visto che non ci sono le auto. Diverse volte, tutti e quattro, abbiamo impugnato le biciclette sotto casa e pedalato nel Vondel Park, arietta fresca nel viso, fra persone che facevano palestra, o yoga, o sorseggiavano una birra, o amoreggiavano, o giocavano coi loro bellissimi cani.

    Carico di presenza anche il pic nic che abbiamo imbandito sempre nel nostro Vondel Park, con formaggi, selezione di vini, salumi, hummus, cioccolata Tony, i caramellosi stroopwaffel e l’iPad sincronizzato con la finale di pallavolo alle Olimpiadi.

    La giornata più divertente e piena è stata quella del Pride Amsterdam, una marea coloratissima di persone che hanno ballato fra le vie e nelle chiatte nei canali. Abbiamo avuto la fortuna di essere la mattina al museo della scienza, Nemo, dove, in un canale limitrofo, partiva la boat parade, che di fatto abbiamo con entusiasmo e partecipazione seguito in ogni suo afflato danzereccio.

    E ovviamente, abbiamo comprato anche i tulipani, nel mercato dei fiori di Amsterdam: ho una bellissima idea per dove mettere i bulbi qui a Bisarno!

    Ma l’Olanda non è solo Amsterdam e abbiamo scoperto delle vere e proprie perle, da Utrecht – dove ci siamo divertiti a esplorare la cittadina via kayak! – ad Harlem (dove abbiamo assaggiato fra le birre più buone della mia vita, nella chiesa-birreria JOPEN), passando per Gouda, il paese del più famoso prodotto olandese, il formaggio Gouda, dove abbiamo mangiato formaggio con formaggio con formaggio, in una piazza del mercato dove ancora c’è la battitura d’asta dei formaggi. O sul mare del nord, in uno sperduto paese di cui non ricordo il nome, ma che finisce ovviamente in DAM, dove abbiamo partecipato alla sagra del paese in cui si servivano cozze e aringhe direttamente affumicate pescate dai pescatori del paese: quel vinello spagnolo era una delizia, e le cozze…ahhhh! O Delft, il paese delle celebri ceramiche biancoazzurre, dove ho comprato un meraviglioso gufo in lamiera fatto con logiche di fair trade, perchè un bellissimo portatulipani di Delft me lo avevano già regalato. Ovviamente, abbiamo visto anche i molini a vento, ma forse quello è stato il posto più turisticizzato e meno affascinante. Dappertutto, ad Amsterdam come nelle città più piccole, nei paesi, nella natura, la mano dell’uomo che manda via l’acqua, che crea canali, dighe, ponti, che del mare ha fatto un punto di forza, di commercio, di navigazione, di pensiero scientifico, di inclusione e apertura. Un concetto fortissimo quello di essere una terra fisicamente da sottrarre al mare, che altrimenti ingoierebbe tutto.

    Insomma, una vacanza splendida, con amici, al fresco, fra arte, cultura, approccio green, apertura, sapori da tutto il mondo.

  • 12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.

    Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.

    Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.

    Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.

  • La promessa delle mattine.

    La promessa delle mattine.

    Le colazioni all’alba quando mi trovo, come adesso, in Nord America, sono un rituale quasi mistico che ricorre e si ripete viaggio dopo viaggio. Malgrado tuti i miei tentativi di assorbire il jet lag attraverso giornate calme, senza caffeina, con l’aiuto di camomille e melatonine assunte in gran quantità, meditazioni pre sonno e quant’altro, la mattina successiva, meglio dire poche ore dopo i tentativi di addormentarmi, soprattutto i primissimi giorni dall’arrivo, mi ritrovo puntualmente sveglio alle 4.30, alle 5 massimo.

    E, regolarmente, mi trovo a cercare bar (bar che devono essere ottimi, ben recensiti, coi migliori caffè ed eccellenti paste) per potermi un po’ scuotere e mettermi in piedi, ritrovarmi, sia fisicamente che mentalmente: Il caffè, la colazione sono importanti, l’unico dogma italiano che rispetto, prima di aprirmi a tutti i sapori dei luoghi dove mi trovo.

    San Francisco, Vancouver, NYC, Montreal, Toronto, Los Angeles, Miami. In ognuna di queste città ho ricordi nitidissimi di colazioni fatte prestissimo, da solo, stordito dalla stanchezza, da un po’ di straniamento e dalle emozioni di trovarsi in viaggio, in un meditabondo ma in fondo costruttivo confronto con se stessi.

    Quante pagine si sono consumate in queste albe lontano da casa, lontano dalla vita frenetica del giorno, lontano da tutto. L’esatto contrario dei viaggi in Oriente, dove, causa orologio spostato in avanti, le mattine sanno di sonno peso, piena notte fisiologica e tirarsi giù dal letto è pura violenza.

    Stamani mattina mi trovo al Cafe Olimpico di Montreal. Negli anni 70 un immigrato romano decise di cercare fortuna in Quebec aprendo un bar e portando un buon caffè e buoni cornetti, un pezzo di Italia lontano da casa, qua a Montreal. Mi sembra ancora di sentirla la ferita della lontananza dall’Italia, in parte lenita cercando di riprodurre quei rituali. Dopo 50 anni ci sono 3 Cafe Olimpico in Montreal, e altri pronti ad aprire a Toronto e Ottawa, ma l’atmosfera del bar di borgata, bancone in legno, tavolini in marmo, macchina del caffè Cimbali, è quella dell’Italia un po’ passata e del tentativo di consolarsi dell’italiano lontano dagli affetti di casa. Anche la televisione che manda in loop le immagini della Roma dello scudetto sono un tocco vintage. Il cappuccino è discreto, il cornetto un po’ meno ma per me sono come le madeleine per Proust, i biscottini del ricordo: masticare e assaporare lentamente sotto le luci al neon e al sibilo litanico della macchina del caffè mi perme di viaggiare verso altri ricordi, verso altre albe. Ricordo albe a Wall Street di domenica mattina, rivelatosi – fuori dai ritmi folli dei giorni di lavoro – un village delizioso. Una Vancouver poetica in cui in uno dei primi specialty coffe bar, ricevetti i primi disegni del bagno della futura Bisarno, Bisarno tutta ancora da venire e ai tempi macerie in lunga ristrutturazione. O il meraviglioso bar dell’High Line Hotel a Midtown, con caffè da chicchi macinati nel momento e i giornali impaginati in una stecca di legno. O del mitico viaggio di nozze negli Stati Uniti, per una volta in famiglia, in cui alle 6 ci aggiravamo per Brooklyn senza anima via. Key West in Florida con un pancake alle 6 in un MacDonald (proprio io!). O lo Starbucks a Times Square in una delle prime trasferte newyorchesi (dico prime perché poi una volta vista ho sempre girato alla larga da Times Square) con apertura alle 5.30: la piazza deserta e i led dei grattacieli che sembravano essere solo per me, e per gli operatori ecologici che stavano pulendo le strade. 

    Di tutte queste mattine ho un ricordo prezioso. C’è una sorta di confortevole abbraccio, di presenza nutriente che al momento non si coglie ma che poi resta addosso nelle mattine da solo all’alba in Nord America. Anche le città appaiono più umane, fragili, aggraziate – la pioggia di stamani in una deserta Montreal del sabato mattino è un esempio perfetto. Mentre molti momenti dei viaggi si perdono fra le onde del tempo, queste mattine sono ancora tutte lì, nel loro essere semplici momenti di vita che negli anni mi hanno fedelmente accompagnato nel loro sapore di caffè, di lampioni ancora accesi alle prime luci del mattino, di poche persone indaffarate nei loro lavori umili, di poco traffico e di promesse tutte da schiudere. 

  • La malinconia necessaria.

    La malinconia necessaria.

    Sono in volo – l’ennesimo in questi primi mesi del 2024 – che da Firenze, via Zurigo, mi porterà a Montreal. Poi nei prossimi giorni a Toronto, poi altro volo a Ottawa, ancora altro volo a Montreal e poi, la prossima settimana il ritorno a casa, sempre via Zurigo. Dovrei già aver compiuto circa 20 voli nei primi 5 mesi dell’anno. Non male: anche il secondo passaporto è quasi pieno.

    Sono partito in non perfette condizioni fisiche. È da quasi un mese che mi trascino i postumi di una bronchite – erano anni che non la prendevo –  e non riesco a liberarmi di una fastidiosa tosse, malgrado farmaci di ogni tipo. Speravo di arrivarci meglio, più in forma, a questa delicata trasferta oceanica ma mi sono giocato tutte le mie carte sulla Milano Design Week, trascurando un po’ la convalescenza, ma non potevo fare diversamente e sono molto felice di come le cose siano andate a Milano: Oro by Ruffino è stato un evento di portata biblica per Ruffino (e per me) e mi ha portato un bel po’ di stress che ha minato le difese immunitarie e ora, anche nei viaggi successivi, ne pago le conseguenze.  

    E anche mentalmente non sono al massimo. L’ho notato in questa notte agitata prima del volo a casa, insonne, col gatto che mi ha molestato tutta notte. Lo sento adesso nel serpeggiante nervosismo che mi accompagna. Nella latente ipocondria che si affaccia fra i i miei malanni. Nella paura che si insinua al pensiero che fra 40 giorni dovrò dare 3 esami del Diploma tutto insieme – e anche adesso sto cercando di studiare durante tutte le 9 ore di volo. Nelle inquietudini che mi dà il lavoro che non rallenta mai, e io che pensavo che, dopo l’onda d’urto della Milano Design Week, il tutto si placasse un po’: e invece si guarda già oltre, nuove attività, senza respiro.

    Lo noto anche in una certa incapacità di godermi le cose belle, che non sono al massimo di testa: nel non considerare in questa fase i lavori per il fienile di Bisarno un fantastico e nutriente diversivo – la costruzione di gustosa bellezza – quanto una fonte di preoccupazione per i costi, sempre difficilmente contenibili, e i mille imprevisti che si susseguono. Nel bearmi meno anche la crescita delle bambine, concentrandomi più sul tempo che passa, e loro non sono più bambine ma giovani donne, e rimpiango già quel periodo. Nella sensazione agrodolce (più agra che dolce) che anche noi stiamo invecchiando. 

    Però, c’è un però a tutto questo. Che ho imparato ormai da situazioni come queste che si sono rincorse da sempre nel mio carattere. I momenti neri, gli stati d’animo giù, sono sempre serviti. Mi hanno nutrito come uomo, come babbo, come professionista. Mi hanno fatto male, malissimo, e mi hanno reso sgradevole per le persone che tengono a me, ma in un certo senso mi hanno fatto anche bene. Mi hanno permesso di lavorare sulla mia crescita, di avere sguardi più acuti, di imparare a gestire le priorità. Di farmi male per poi apprezzare i nuovi alti. Del resto la vita è una altalena per tutti e ci sono i momenti buoni e meno buoni. E quelli meno buoni siano almeno preparati, seminati, fertilizzati per vivere al meglio quelli buoni e durante quelli buoni dobbiamo tutti imparare a mettere argini mentali verso l’imprevedibilità della sorte. La felicità è fragile. E su questo dobbiamo conviverci. La malinconia che accompagna anche questo viaggio, sono certo, mi permetterà non tanto di viverlo meglio ma di farmi nutrire grazie al movimento, all’aprirsi alle difficoltà, all’incontro con tante persone ad ora sconosciute e che diverranno poi note, allo sfidarmi, al parlare e pensare in una lingua diversa, al mettersi in gioco, ai ritmi alti, che ogni trasferta di lavoro mette puntualmente in gioco.  In bocca al lupo a me.

  • Milano-London-Paris-Berlin.

    Milano-London-Paris-Berlin.

    In questi ultimi mesi ho partecipato a una serie di eventi organizzati da Ruffino, insieme alla nostra PR agency Allumeuse fra Milano, Londra, Paris e Berlino. Cene in esclusive case private selezionate da AD, la raffinata rivista di architettura e interiors del gruppo editoriale Condè Nast, con un pubblico legato al mondo del design, dell’architettura e dell’arte e, l’indomani, a complemento della trasferta, un pranzo in un wine club o ristorante al cospetto di giornalisti del vino, MW, esperti del settore.

    Ho avuto l’onore di presentare la meravigliosa storia di Ruffino e la capacità del vino di sublimarsi in momenti di bellezza come questi, di saper donare connessioni istantanee con persone appena conosciute, di altri paesi, di diversi interessi.

    Sono stati momenti molto forti anche per me. Non è stato facile passare da esperti di design e arte a cultori del vino, dalle caratteristiche dell’annata 95 al ruolo dei Fenici nella storia del vino, al rischio di gelate primaverili a Dioniso e Akratos, alla bellezza architettonica di certi paesaggi scolpiti dall’uomo nell’intento, quasi artistico, di fare vino per goderne in compagnia.

    Ogni città, ogni popolo, ha mostrato le sue peculiarità. A Milano, eravamo ancora nel 2023, il pubblico era molto attento, l’ambiente elegantissimo e l’organizzazione da parte di AD Milano sublime, impeccabile: il mio, nostro, rammarico è stato quello di essere riusciti a portare non perfettamente le storie del vino Ruffino, pur avendo i vini Ruffino egregiamente esaltato il piacere dello stare insieme, e della conversazione. A Londra eravamo in una detached house su più livelli, a Marylebone, uno dei quartieri più chic, nell’area di Westminster. Londra ci ha permesso di incontrare socialitè del design, dell’architettura, dell’arte da tutto il mondo, in perfetto approccio capitale di un impero. Veramente un momento cosmopolita in una casa da sogno, ospiti dei giovani proprietari che a Londra hanno sublimato la loro storia d’amore, uno parigino l’altro newyorchese. Sempre a Londra abbiamo avuto anche il “momento vino” al 67PallMall, uno dei wine club con la più grande offerta al calice. Sono riuscito anche ad assaggiare il rarissimo Muscat de Rutherglen, una sorta di Pedro Ximenez australiano fortificato: assaggio che tornerà utile per il D5 del WSET. Sempre a Londra, abbiamo avuto anche l’onore di una cena intima a Maison Estelle, a Mayfair (per chi ha giocato al Monopoly inglese, l’equivalente di Piazza della Vittoria), un esclusivo club ricavato da una rara architettura giorgiana, lo stile del XVIII secolo antecedente il vittoriano, dominante a Londra. Nei giorni di Londra ho avuto modo di apprezzare anche templi del vino come l’enoteca Hedonism e il suo incredibile caveau, e la prima sede di uno dei più grandi merchant del Regno, Berry Bros and Rudd.

    Parigi come sempre è stata complicata. Eravamo in una casa in Place des Vosges, luogo magico, con queste finestre antiche affacciate sulla piazza, per me la più bella non solo del Marais ma di tutta Parigi. Però c’erano dei lavori in corso e la casa è ormai un luogo di ricevimento, quindi si è un po’ perso quel senso di vissuto, di privato che avevamo a Milano e Londra e che avremmo ritrovato anche a Berlino. Poi gli ospiti, coi quali, vuoi il loro essere intimamente parigino, vuoi un po’ di conflitti linguistici, l’interazione non è stata facile. Ma la serata è andata comunque molto bene. L’indomani abbiamo condotto degustazione e pranzo al ristorante A Casa Tua all’interno dello squisitissimo e a la page JK Place di Parigi, nella Rive Gauche parigina, a pochi metri dalla stazione, ora museo perla dell’Impressionismo, Museo d’Orsay. Qui l’interazione è stata facilitata dal comun denominatore del vino, ed è stato un piacere confrontarmi poi con alcuni di loro nel dopo pranzo ad aiutarmi anche coi metodi classici francesi, Champagne e Cremant, oggetto del prossimo venturo esame D4 del DWSET. La serata poi si è conclusa in un locale un po’ unconventional, il Dirty Lemon, al Marais, dove abbiamo incontrato i nostri nuovi partner delle enoteche parigine NYSA, un piccolo gruppo di enoteche gioiello che già avevo apprezzato nei miei trascorsi parigini, prima che queste diventassero clienti Ruffino.

    Last, but not the least, Berlino. Ci eravamo stati con la famiglia per l’ultimo dell’anno, e innumerevoli volte per lavoro e per piacere. Berlino è la mia capitale europea, il perno del Novecento, città di storia, design (il Bauhaus), gli anni 20 con la favolosa serie tv Babylon Berlin, integrazioni culturali, musei che raccontano le civiltà sepolte, continue innovazioni e sperimentazioni. Berlino è stata forse la tappa più riuscita di una tournee comunque vincente. Vuoi che eravamo piuttosto allenati e avevamo lavorato su alcune limature da fare in itinere, vuoi il perfetto inglese dei tedeschi, vuoi una meticolosa organizzazione da parte di AD Germania, vuoi il cibo squisito che ha accompagnato i pasti, tutti fattori che hanno concorso al successo delle giornate. La casa era un meraviglioso appartamento nella zona di Charlottemburg, zona residenziale a ovest. Al tavolo persone creative, curiose, con un grande senso estetico – io avevo accanto due persiane per esempio, una disegna gioielli, l’altra cappelli. Il mio speech è stato ascoltato con passione, percepivo le vibrazioni in positivo, e quindi mi sono anche un po’ dilungato, ho fatto perifrasi, excursus storici, qualche aneddoto attorno ai vini. Bene anche il pranzo il giorno successivo, al Pots di Potzsdammer Platz, una area, più che una piazza, che avevo sempre un po’ trascurato nei miei trascorsi a Berlino ma che a guardarla meglio ha ben più anima di quanto appaia dalle slanciate architetture moderniste e dai brand globali che qui si trovano. Potzsdammer Platz è stata la prima grande ricostruzione della Germania Unita e il centro della piazza era totalmente diviso in due dal muro, di cui una vestigia, compresa la didascalia, ricorda ancora dell’esistenza di quel passato fra DDR e BRD, Est ed Ovest, dal 1961 al 1989.

  • Paris-Dusseldorf

    Oggi ho preso un treno che da Parigi mi ha portato, in poco più di quattro ore, a Dusseldorf. L’Eurostar ha tagliato in diagonale, in direzione nord est, la Francia dello Champagne, poi ha fatto soste a Liegi (a me famosa solo per la gara ciclistica), in Belgio e, poi la bella medievale Aquisgrana – qui ho dovuto verificare su google cosa fosse Aachen – città studiata nei libri perché ci ha vissuto, e ne sono ancora conservate le spoglie, il Carlo Magno che ne face la sublime capitale del Sacro Romano Impero. Infine Colonia, bellissima, con la cattedrale con le due guglie. E’ strano vagheggiare di queste città, essere dentro le loro stazioni centrali, ma non scendere per conoscerle, immergersi. E’ speculativo e molto straniante. In viaggio ho studiato, lavorato, scritto. Ho anche mangiucchiato e sofferto un po’ di mal di treno. Nel mentre si rincorrevano i paesaggi assolati e ventosi, come testimoniavano le tante pale eoliche in rapida rotazione. Ogni tanto fra i paesaggi al finestrino, le incombenze al computer e il pranzo consumato al volo, si intersecavano i pensieri: pensieri neri, pensieri belli, paure, voglie. Lo hanno carezzato questo strano viaggio, rendendolo quasi etereo pur nella sua discreta lunghezza. Infine, quasi improvvisa – ho dovuto tirare giù la valigia e i completi da un porta-bagli alto e scomodo e con la fretta perché il treno poi ripartiva verso Dortmund – ecco la città renana di Dusseldorf, il mio presente, dove si svolge la Prowein e che ormai ho visitato, sempre professionalmente, ma con piccoli sprazzi di tempo libero per gustarmela, decine di volte.

  • Ost Berlin

    Ost Berlin

    28 dicembre.

    Un bel viaggio, connessioni regolari, solo un po’ di malanni di stagione e Costanza che si tiene la pipi per tutto il giorno, arrivando quasi a scoppiare una volta arrivati nell’appartamento di Julia. La casa é una deliziosa struttura di architettura socialista nel cuore di Prenzlauer Berg, arredata con gusto chic, riuso e minimal dalla padrona di casa. Davvero un tuffo in un passato non remoto anagraficamente, ma culturalmente. Nella casa ci sono due gatti molto timidi che non si fanno trovare. Il che rende il tutto ancora più fiabesco e misterioso. Come in ogni arrivo nelle case delle città, la prima necessità é fare la spesa: siamo andati nel piú vicino Rewe, e ci siamo riforniti di tante pietanze, non proprio locali ma quasi, ovvero turche e mediorientali, e, dopo aver osservato e mappato ottimi ristorantini qui sotto, ci siamo preparati la prima cena di ben arrivati nella nostra adorata Berlino, fresca ma non fredda come una volta, con calice di Riesling e le note imperiture di Battiato.

    29 dicembre.

    “Alexander Platz, c’era la neve!” Il primo impatto con Berlin non può non essere il solito omaggio alla piazza e al monumento più iconico, la torre della TV, della città: Alexander Platz, con le note imperiture del maestro Franco Battiato.

    La piazza si trovava a Berlino Est e una enorme protesta pubblica il 4 novembre 1989 portò ai noti fatti della caduta del muro 5 giorni dopo. Il clima è freddo e ventoso ma non piove. Ne approntiamo, dopo una catartica cioccolata calda con vista torre, per passeggiare nelle zone classiche, una sorta di ricognizione delle aree che poi andremo ad approfondire nei prossimi giorni.

    È sempre un piacere rivedere Berlino, soprattutto con l’atmosfera natalizia: Alex, l’Unter der Linten, l’isola dei Musei col Pergamon chiuso, Bebel Platz con un delizioso mercato di Natale, la piazza Gendarmemarkt, peccato impacchettata, il memoriale dell’olocausto – ancora più inquietante e sinistro nel cielo plumbeo – poi la Porta di Brandeburgo pronta ad accogliere la festa dell’ultimo dell’anno, Parisien Platz con l’hotel Adler, il Reichstag e la cupola di vetro di Forster, il Bundestag e gli edifici moderni sulla Sprea, e, infine, al calar della sera e poi al buio, un rientro verso casa lungo una romanticissima atmosfera fra la Sprea e col punto guida di Alex, della ruota panoramica, del Rathaus e di una suggestiva pista di pattinaggio.

    A pranzo? Una mirabolante esperienza di cucina georgiana, terra madre del vino ma anche di una forte e gustosa identità gastronomica che unisce sapori russi, cinesi e mediterranei da KinZa. Il katchapuri, la loro pizza / focaccia con formaggio acido e uovo delizioso, così come il Kebap e i dumpling e il robusto rosso dal più famoso varietale georgiano Saperavi. A casa un bel bagno caldo, la vittoria della Fiorentina (di corto muso coi fratelli granata, che ci proietta in una posizione di classifica immeritata ma che mi godo tutta) e una parca cena a base di hummus, avocado, pomodori e datteri per bonificarsi un po’.

    30 dicembre.

    Purtroppo oggi la giornata è stata mutilata dalla violenta influenza della Laura. Tanto tuonò – erano giorni che fra starnuti e pizzicore alla gola si trascinava qualcosa – che piovve: oggi dopo una nottata preparatoria fra brividi e tosse, le è esplosa una febbre altissima tamponata a stento con tachi 1000 e fazzoletto bagnato sulla fronte, oltre le fettine di limone.

    Visto che anche Costi non era in perfetta forma la mattina l’abbiamo trascorsa insieme fuori io e la Mati, per un po’ di shopping – aveva da comprarsi il regalo del nonno – e coccole reciproche: siamo andati nella zona liberty di Berlino, una delle mie favorite: Hackesche Markt.

    Il pomeriggio siamo stati in casa a cercare di mitigare il febbrone della Laura. La cena ci siamo concessi un mogio sushi a tre nel ristorante sotto casa, ottimo secondo le recensioni, Ki Kanzaya: neanche troppo buono, a dirla tutta.

    31 dicembre.

    Laura ancora malata, così io e le bambine ci siamo diretti verso Friedrichschein a camminare lungo le vestigia artisticamente dipinte del muro: l’East Side Gallery. Mi ha emozionato rivedere i luoghi della mia prima volta a Berlino, in quel 2005 quando avevamo trovato affitto in una scuola per batteristi appena convertita ad abitazione, vicino a Warschauer Strabe, non lontano dal Molecola Man issato sulla Sprea. Dopo il muro abbiamo visto un avamposto hippie sulla sprea, l’HolfzMarkt, divertente nel suo essere un esercizio architettonico di riuso un po’ kitch a dirla tutta. Poi, passeggiando in una Berlina deserta e già coi primi botti, inclusa la magniloquente Karl Marx Allee, abbiamo fatto una sosta ludica al Museo dei Videogiochi. Davvero una esperienza per me ritrovare tanti giochi e momenti dell’infanzia, da Prince of Persia a Doom all’Amiga 500. Pranzo con Laura ancora ko ma in lieve ripresa e nel pomeriggio ancora uscita a tre con le bambine, a zonzo nel quartiere dove alloggiamo, Prenzlauer Berg. Siamo arrivati fino ad una Alex Platz che si stava chiudendo per i botti imminenti, giusto il tempo di farsi un godurioso curry wurst alla stazione.

    Il cenone? Tutto sommato divertente: hamburger ottimi da una panineria poco distante, Bear Burger, buon vino – mi sono assaggiato diversi Riesling da varie BA della Germania, il tutto in un appartamento prettamente estberlinese, i gatti timidi che ogni tanto si palesavano mossi dalla fame o dalla curiosità, poi un disaster movie e l’attesa della mezzanotte con Amadeus che interrompe bruscamente Annalisa in mezzo a una canzone perchè stava per arrivare la mezzanotte. E alla mezzanotte la città è letteralmente esplosa fra mille fuochi d’artificio e petardi che si sono protratti fino alle 3 e oltre del mattino.

    1 gennaio.

    Il primo giorno dell’anno! Una mattina un po’ sonnolenta, non che si fosse fatto tardi, ma da primo giorno dell’anno. E Laura di nuovo in piedi.

    Al mattino abbiamo passeggiato lungo il Kulturforum, con tutti i meravigliosi musei moderni, chiusi ma apprezzabili per le architetture in cui sono siti. Da lì siamo risaliti in una deserta Potzsdammer Platz dove, dopo una corroborante cioccolata, abbiamo proseguito fino alla Porta di Brandeburgo e giù nell’Unter der Linden per fare uno stop gastronomico gustoso a Jolly, celebre ristorante cinese nell’Isola dei Musei. Che piatti: ho mostrato alla family il rituale dell’anatra alla pechinese – dei roll allestiti da noi dopo che l’anatra è stata sapientemente tagliata, il mondo del dim sum e infine noodles e riso alla cantonese. Nel pomeriggio ci siamo immersi nel clima della DDR nell’omonimo museo – assolutamente da vedere per capire le condizioni, non così disdegnevoli come possono apparire da un certo modo di raccontare la storia, degli abitanti della Germania Est – e poi abbiamo preso l’ennesimo currywurst, io anche un gluewein, nel mercato di Natale di Alex Platz, per poi finire in bellezza con un giro nella ruota panoramica.

    2 gennaio.

    Una delle giornate più piene ed appaganti, forse perchè l’ultima della vacanza e anche perchè avevamo di nuovo la Laura con noi: siamo una famiglia che litiga e furibondeggia sistematicamente tutti contro tutti, ma alla fine ci piace farlo insieme, non a ranghi ridotti. Ed eccoci a respirare l’ultimo giorno a Berlino. Al mattino, abbiamo rivisto l’alienante e inquietante Judisches Museum, progettato dal grande architetto americano Daniel Libeskind, con l’intento di raccontare, attraverso linee zigzagate e interrotte da dei vuoti, la storia del popolo ebraico e delle sue persecuzioni, di cui l’olocausto è un apice assoluto e irripetibile nel suo orrore, ma solo una delle tante. Una esperienza molto forte. Nel pomeriggio, dopo un burrito gustoso, siamo andati nella zona dello Zoo, dove si trovano la chiesa con la guglia scheggiata, la scultura che simboleggia la pace e i grandi magazzini Ka De We. Un po’ di shopping sotto una pioggia battente per poi rientrare in casa e celebrare la nostra ultima cena nella nostra deliziosa dimora berlinese.

  • Made in Taiwan

    Made in Taiwan

    Aeroporto di Taipei. In attesa dell’interminabile volo che mi porterà al natio borgo selvaggio, dopo gli ultimi tre giorni di questo tour asiatico trascorso a Taipei.

    Sono arrivato a Taipei scosso da quello che era successo a Costanza. La sera prima avevo concluso la mia sessione di lavoro con la cena di gala al St Regis di Singapore – andata davvero bene – con una bevuta al PallMall67 di Singapore con un collega e una coppia di coniugi giapponesi. Fatto tardo, svegliato all’alba, seconda nottata de facto con meno di 4 ore di sonno, e arrivo in una grigissima Taipei all’ora di pranzo. Tutto rifletteva il mio stato d’animo. Una classica città cinese (sapendo bene di utilizzare un improprio rispetto alla fiera indipendenza taiwanese) grigia, inquinata, anonima.

    Fortunatamente già a pranzo mi sono tuffato nei sapori avvolgenti del cibo locale, di cui avevo letto meraviglie – e sono d’accordissimo: dumpling, wonton soup, dei funghetti neri, tanto oolong tea. E già dalla sera ci aspettava la prima cena di lavoro in un hotel di Taipei: subito ho apprezzato una certa dolcezza di modi delle persone, degli ospiti e un orgoglioso senso di identità. L’indomani ancora tempo piovoso, forse anche peggio, ma tanto avrei dovuto dedicarmi completamente al lavoro, con grandi esperienze gastronomiche locali, a pranzo taiwanesi, a cena cantonesi, con una mia masterclass tenuta nel magnificente Grand Hyatt della città, a pochi metro dal simbolo, che dalle prime nebbie che lo avvolgevano quando l’ho intravisto la prima volta si è progressivamente svelato nella sua bellezza: il grattacielo 101, simbolo di Taipei, e fra i 5 grattacieli più alti al mondo. Un’infinità di persone che si sono avvicinate a me, che mi raccontavano le loro attività, piatti sontuosi, di squisità bontà, un certo benessere percepito e visto (quante Ferrari, Lamborghini, Maserati), anche nel cocktail di saluto alla città dopo cena gustato in un bar, uno dei 50 top dell’Asia, il Cé la vi (scritto proprio cosi).

    L’indomani, cioè oggi, avendo tutta la giornata prima di prendere i voli serali per l’Europa, ho avuto l’onore di vivere un tour privilegiato della città con un nuovo amico, che non solo mi ha spiegato la storia degli ultimi 400 anni dell’isola ma anche fatto vedere tutti i luoghi più significativi della Taipei storica, e ne è emersa una città davvero piacevole.

    Taiwan è stata abitata circa 600 anni fa dagli olandesi, a cui fecero seguito dei mercanti cinesi del Fujian che cercavano posti per espandersi e lo trovarono in quest’isola a cavallo fra Cina e Giappone naturalisticamente impressionante: montagne di 4000 metri, spiagge e natura incontaminata, sorgenti d’acqua spontanee. Gli olandesi furono sconfitti dai Ming e a Taiwan si alternarono le dinastie Ming e Qing, fino a che nel 1895 l’isola fu ceduta al Giappone.

    Il periodo giapponese è ancora molto amato e ci sono evidenti lasciti nell’isola, sia architettonici che culturali (il wc che si riscalda e incorpora un bidet automatico, che per adesso nel mondo avevo trovato solo a Tokyo). E’ dopo la seconda guerra mondiale che si scrive la storia più significativa di Taiwan. L’isola torna ai cinesi dopo la sconfitta giapponese della seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo la rivoluzione comunista di Mao Zedong, a Taiwan si rifugia il generalissimo Chiang Kai-shek, proseguendo di fatto l’idea della Cina nazionalista prima del comunismo (instituì la Repubblica di Cina a Taiwan) e “preservando” molti aspetti della Cina pre-Mao, che ora è esperibile solo a Taiwan. Mao e il partito comunista si presero la Cina durante la guerra civile. Chiang Kai-shek e il Kuomintang, il partito nazionalista, si rifugiarono a Taiwan.

    Nel 2023 c’è uno stacco piuttosto evidente fra quello che è Taiwan e quello che è la Cina dopo Mao. Ho avuto modo di vedere le città cinesi, e per certi versi, molti versi, anche apprezzarle, ma Taipei, la capitale di Taiwan, mi ha restituito delle sensazioni più accoglienti, e una certa bellezza.

    La mattina ho passeggiato nelle strade in mattoni rossi della città “vecchia”: metto le virgolette perchè sono edifici risalenti al…1898! Da lì ho apprezzato in varie fogge, nel tempio buddhista e taoista (convivono insieme i due culti) di Longshan, il simbolo della città: il dragone. Qui si apprezza la grande capacità di convivenza religiosa della città fra profumi di incenso, gente che legge, altra che prega rivolta alle varie entità.

    Attorno al tempio e al primo insediamento del 1898 tantissimi negozietti lavoravano e vendevano gli herbal tea. Un’esperienza aromatica molto forte.

    La parte più spettacolare, oltre a numerosi edifici di stampo giapponese poi convertiti in ufficio pubblici (come le poste nazionali), è l’area del memoriale a Chiang Kai-shek. Mi sono gustato anche il cambio della guardia: mi mancava in Asia un rituale vissuto a Londra e Praga.

    A pranzo ho avuto modo di assaggiare i tipicissimi noodle di vitello piccanti, che bontà!, con una dissetante birretta taiwanese.

    Sono andato poi all’aeroporto accompagnato da un meraviglioso tramonto, il contrario della pioggia continua che mi aveva accolto all’arrivo.

    Davvero una bella città.

  • Bangkok 2023.

    Bangkok 2023.

    Sono all’aeroporto di Bangkok, dopo i miei primi 5 giorni di questo viaggio in Asia, in partenza per la seconda tappa, la ogni volta stupefacente Singapore. 

    Sono stati giorni intensi. Mi sembra di essere partito da una vita. E ho vissuto, provato, tutte le sensazioni dicotomiche che cerco nel viaggio. Mi sono sentito solo, spaesato, malinconico, ma anche fiero di aver sfidato me stesso, le mie insicurezze e di essermi aperto a tante novità, a posti nuovi, a esperienze molto diverse dal solito, di aver respirato, sentito e guardato con tutto l’entusiasmo possibile. Bangkok non é una cittá facile, ma ti seduce con la dolcezza dei suoi abitanti, i contrasti fra lo storico e il moderno, e soprattutto coi suoi cibi capaci di creare sintesi fra sapori apparentemente inconciliabili: l’aspro, il piccante, il dolciastro, l’umami. Senza parlare dei colori, dato dall’utilizzo di frutta e fiori. Suggere una noce di cocco, e da lì farsi accogliere dal pad thai, dagli stir fry, dalle zuppe di noodles, dal morning glory, una specie di cavolo nero saltato in padella con anacardi, lime e chili, dal tom yum, il loro delizioso gambero di fiume, dal barbecue satay, sempre tutto con questo agro-dolce, con questo speziato-citrico, con la guarnitura o del petalo di orchidea o del favoloso ed edibile butterfly pea flower, dal mango in tutte le sue declinazioni e tutta la frutta tropicale, alcune stranissima, esperibile sia in ristoranti che nello street food, presente in ogni via, é stata una chiave di volta squisita e quasi materna per entrare in sintonia con la Thailandia e le attivitá di lavoro che si sono succedute. Non ho avuto un grande impatto con la città: non ho assorbito per niente bene il fuso orario, ho avuto beghe di pancia, insicurezze e un senso di smarrimento diffuso ma pian pianino, complice appunto il cibo, le carezzevoli blandizie della cittá e i colleghi che ho incontrato qui, sono riuscito a sentirmi parte del tutto di Bangkok. La parte di lavoro è stata molto proficua e ritmata: masterclass, degustazioni, l’Icon Dinner in una favolosa cena al fresco in una atmosfera fiabesca da mille e una notte, il tutto sempre appunto in strutture di gran lusso e fascino, dal Continental al Siam Kempinski al Grand Hyatt Erawan, mi hanno permesso di presentare bene i vini e il nuovo riposizionamento di Ruffino. Poi ho avuto anche delle occasioni per vedere, per rivedere (era la mia quinta volta dal 2015) la cittá, i suoi quartieri, dai mall del lusso alla zona storica lungo il fiume, il Wat Arun, il Palazzo Reale, il budda reclinato, le atmosfere e i profumi sprigionati dai venditori di cibo a ogni angolo, dalle creme, dalle essenze, dagli oli, dai saponi – ho preso le bath bombs per le Upi anche questa volta -, dai monaci in arancio che non di frequente si incrociano. E di sabato ci siamo concessi, io e la mia collega Polly che mi segue da Hong Kong, la possibilità di visitare uno dei più strutturati e affascinanti floating markets. Dopo un viaggio di circa due ore verso sud, attraversando piantagioni e fattorie di cocco, saline, fabbriche, siamo arrivati in questa cittá in cui si svolge ancora, integro, il tradizionale mercato direttamente sulle navi, delle piroghe che ti si avvicinano proponendoti tessuti, cibo, artigianato vario. Un’esperienza straniante, un viaggio nel passato, che ho concluso con un caffe nero thailandese voluttuoso come quello che avevo visto. Si fa sempre più pressante la voglia di portarci qui anche la famiglia.