Categoria: I miei viaggi

  • Gli imprevisti del viaggio.

    Gli imprevisti del viaggio.

    Sono in una camera di un lussuoso hotel di Singapore. In attesa di cominciare una lunga giornata di lavoro su questa meravigliosa città costruita sulla linea dell’equatore.

    Sono stordito, ho dormito poco e mangiato niente, se non un caffè di dubbio gusto ma certa intensità dalla caffettiera a cialde: ieri durante la sua partita di calcio, Costanza ha avuto un piccolo blocco del respiro e conseguente male al petto. Molto, tanto spavento ma non dovrebbe essere niente di grave: si è risolto dopo poco. Peraltro era già accaduto un anno fa, sempre in una partita di calcio al primo freddo. E tutti i controlli avevano dati esiti fortunatamente negativi. Questo episodio però più intenso: faremo altri controlli e cercheremo di capire meglio. Però, che situazione. Che frustrazione essere lontano dalla famiglia quando questa avrebbe bisogno di te. Una prigionia.

    La sensazione di impotenza che provo a migliaia di chilometri da lei, dalla mia famiglia, è molto forte. Non è una situazione che richiede il rientro immediato e io ho ancora diversi giorni di lavoro da svolgere.

    Non è la prima volta che durante i miei viaggi succedono cose non piacevoli. Nel 2016 si ebbe una prima avvisaglia, una spia, di quella che sarebbe poi diventata la malattia della Laura: un episodio eclatante e io ero in Quebec e non potevo fare niente. In Norvegia nel 2015, qui eravamo in vacanza con tutta la famiglia e ho ricevuto la diagnosi del babbo, che da lì a pochi anni avrebbe confermato il suo esito infausto. Nel 2018, a gennaio, abbiamo dovuto ricoverare Costanza per un vomito che non smetteva. Ed ero a Copenhagen. Altre volte ho viaggiato linfonodi gonfi, come in Asia nel 2013. Nel 2010 in Marocco sanguinamenti vari della Laura e a Fez ci precipita in camera mentre si dormiva un lampadario a pendagli, andando in frantumi. Ci avesse colpito…O con raffreddore violentissimo nel 2014, a Hong Kong. O all’indomani di un dolorosissimo lutto, come quello dell’amico Edo nel novembre 2016. Ci sono state gastroenteriti, presentazioni fatte con febbre alta. In Croazia nel 1997 a 20 anni sono stato ricoverato in un ospedale fatiscente di Pula con una gastroenterite acuta. Quando da bambino mi portavano in gita, vomitavo per la tensione. Una volta, alle elementari, la visita al Museo Archeologico di Firenze fu una tregenda, con io che vomitavo accanto ai reperti.

    Viaggiare è essere lontani dalle zone di confort, dal nido in cui si cercano rassicurazioni. Oltre a questi, sennò mi verrebbe da dirmi in maniera molto netta di stare a casa, ci sono state decine di altri viaggi tutti straordinariamente positivi, in cui a un momento di paura, di smarrimento, di essere lontano dalle proprie rassicurazioni, subentra poi una crescita, una evoluzione, una serenità dalle difficoltà. In viaggio dico sempre di avere una lente privilegiata, ma è una lente che acuisce anche le paure, lo smarrimento, le difficoltà, perché ci si deve completamente affidare ad altro o ad altri, e, nel mio caso, devo per forza cedere la mia attitudine, la mia mania di controllare tutto. E dall’esaltazione quando le cose vanno bene, è un attimo a precipitare nell’ansia e nel panico quando qualcosa va storto. Ci si autoesplora, si vivono sensazioni così forte da tornare cambiati. E quello che ho sempre avuto, cioè una tendenza a spaventarmi, un carattere fragile, una certa ipocondria, emergono con prepotenza, soprattutto lontano dagli ancoraggi classici.

    Ma non ho mai rimpianto nessuno di questi viaggi. Un po’ come la vita. Tende a immalinconirmi, mi intristisce, mi ha debilitato di assenze e mancanze ma mi fa anche provare luminosi momenti di intensa felicità.

  • Destinato a diventare.

    Destinato a diventare.

    Berlino è condannata per sempre a diventare, e mai a essere. Questa splendida citazione su una delle mie città preferite al mondo, letta oggi sulla raccolta di saggi “Passenger” dedicata appunta a Berlino (ci stiamo preparando per tornarci a breve!) e proferita dal critico d’arte primo novecentesco Karl Scheffler, mentre un caldo fuoco crepitava nella stanza del camino di Bisarno, in una domenica di sereno relax familiare, mi ha molto colpito.

    Per Berlino è perfetta, ne coglie davvero l’anima irrequieta e in continuo movimento. Ma la trovo molto calzante anche per me.

    In questi giorni abbiamo dato inizio ai lavori di ripristino degli ambienti interni del fienile di Bisarno, quello davanti casa, quasi più familiare di Bisarno in quanto l’iconico portale di ingresso in legno antico è stato assurto a logo di Bisarno, nonché copertina de La Toscana di Ruffino, ormai 7 anni fa, quando i lavori di Bisarno dovevano ancora partire.

    E se il piano meno 1 del fienile è già concluso ed è diventato il mio BAR(N), la mia cantina studio dove pensare, rifugiarmi, prendermi del tempo per me, il piano terra e il primo piano diverranno una nuova casetta, per chissà quale futuro. Ci prenderemo tutto il tempo necessario e molto ce ne siamo già preso: a giugno 2022 avevamo completato le facciate e il tetto. Ora, con tutta la calma del caso, anche per calibrare le spese, ci apprestiamo a riportare alla luce il fienile, con una fruizione questa volta abitativa, quindi diversa dallo stoccaggio del fieno al piano terra, dell’appassimento delle uve per il vin santo al primo piano dove si trovano gli spettacolari mandolati, e della stalla con le mucche prima e di una cantina di vinificazione poi al piano -1 dove abbiamo realizzato il BAR(N).

    Tutta quest’anima un po’ selvaggia, un po’ essenziale, di bellezza scabra, verrà però mantenuta, con lo stesso approccio che abbiamo avuto con Bisarno. Rispettare l’anima del luogo ma non farsi cristallizzare nel passato nostalgico e museale.

    E questa novità, tornando alla citazione dell’inizio che sento molto appropriata anche per me, riesce a lenirmi un po’ di malinconie che in questa parte dell’anno, in questo lasso di vita, mi attanagliano. Forse anche io sono destinato a diventare, abbracciando l’aspetto con filosofia, più che a essere, e a dover cercare costantemente il cambiamento pur su alcuni punti fissi. Chissà.

  • Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Siamo arrivati a Vila Rachel, una splendida quinta nella zona centrale della regione vinicola settentrionale del Portogallo, il Douro, dopo una giornata piuttosto lunga, con i meravigliosi detour a Obidos e Coimbra.

    Avevo voglia di visitare il Douro, fiume che dà il nome alla celebre regione vinicola dove vengono prodotte le uve e i vini che poi vanno a maturare a Villa Nova de Gaia, in Porto, per il rinomato vino fortificato Porto. E quasi tutti conoscono questo fatto ma tutti si limitano a visitare la peraltro splendida Porto.

    Il Douro prosegue la sua vocazione alla produzione da uve e vini per il “Porto” da oltre trecento anni, ma recentemente produce anche vini fermi, non fortificati, che stanno guadagnando sempre più risalto per la loro qualità. Peraltro mi ero documentato della bellezza della regione, indipendentemente dalla vocazione vinicola. E così ci siamo trovati a pernottare in una quinta, in una azienda vinicola, Quinta Vila Rachel, fondata da uno dei più illustri artisti portoghesi a metà XIX secolo e oggi una cantina a conduzione agronomica sintropica e vinificazione naturale davvero suggestiva. Natura che domina, non si parla di viticoltura ma di biodiversità in cui coesiste la vite con altri alberi, piante, arbusti, le piante traggono reciproco nutrimento, il suolo guadagna nutrienti, anche gli animali sono parte attiva di un ecosistema che permette di portare uve in cantine molto sane e profumati per vini poi appunto vinificati senza solfiti e lieviti selvaggi. Il tutto in uno scenario mozzafiato, con terrazzamenti che digradano a strapiombo verso il fiume Tua, uno dei tributari del Douro.

    L’indomani siamo ripartiti per Oporto, che nel mio primo viaggio in Portogallo mi aveva stregato più di Lisbona e che anche questa volta mi ha confermato quanto avevo percepito la prima volta. Città costruita attorno al fiume Douro, solcato dalle barche piene di botti del vino di Porto che poi vengono messe a maturare nelle cantine di Villa Nova de Gaia, di luce infinita riflessa fra il fiume, il cielo e l’oceano, di profumi e sapori (non solo il baccalà, ma anche la trippa e il panino alla francesina, un panino ripieno di roastbeef, maiale, prosciutto, uovo, i piatti tipici), di laboriosa decadenza fra gli azuleios, l’artigianato del sughero e i saliscendi cittadini. I giorni sono volati via, fra camminate, deliziose mangiate, le mie ossessioni per il vino soddisfatte nell’enoteca Garrafeira do Carmo e nella cantina Nieeport, una temperatura fresca, ventilata, piacevole. Insomma, dieci giorni volati via, letteralmente.

  • Segunda feira de Lisboa – Portogallo parte 1

    Segunda feira de Lisboa – Portogallo parte 1

    Siamo rientrati da qualche giorno dalla nostra bella vacanza estiva. Quest’anno siamo stati in Portogallo, e abbiamo vissuto davvero bei momenti!

    Abbiamo diviso la vacanza in due blocchi: attorno a Lisbona e attorno a Porto.

    Non era la prima volta, ma era la prima volta in quattro, in famiglia. Il Portogallo è davvero un paese ospitale, con una attitudine alla vita molto flemmatica, gentile, indolente, un po’ screpolata e malinconica come certi palazzi di Oporto, di Coimbra, di Gracia e dell’Alfama.

    Non ci sono monumenti imperdibili o metropoli accentranti, ma una bellezza diffusa, non accecante, rilassante, esaltata dall’oceano e dalle scoperte di terre nuove e commerci che ha dilatato le possibilità e la grandezza del Portogallo, ma la cui contrazione in epoca contemporanea ne ha innestato un tarlo di nostalgia, un velo di tristezza, di luce non più brillante ma opaca che secondo me sono la cifra stilistica che caratterizza questo meraviglioso paese.

    Fuori dal classico (e imperdibile) giro di Lisbona e Porto – la seconda città ancora più bella della già sublime Lisboa – e confermo un giudizio che avevo già avuto la prima volta – ci sono delle perle che rendono il viaggio davvero unico. Noi avevamo fatto uno scambio con una famiglia di Mafra, una cittadina con un palazzo reale in stile manuelino, e una pasticceria goduriosa accanto, davvero deliziosa. Mafra è a pochi chilometri da Ericeira, un paesino sull’oceano dove le bambine hanno provato (e riprovato) il surf, in spiagge di mare azzurro, di onde violente, di salsedine che ti stride la pelle appena si asciuga, di venti sferzanti fino alle lacrime, di sardine grigliate i cui fumi danzano in profumatissimi turbini furibondi. Più a nord, un altro giorno, abbiamo anche visto, e fatto un brevissimo bagno nelle acque gelide, Nazarè, il paesello con le onde più alte del mondo (record di 29 metri), oltre a una mangiata sontuosa in un ristorante, un avamposto, di un peschereccio, i cui non venduti sono lasciati a essiccare alla vecchia maniera con graticci nelle spiagge.

    Di Lisboa ho riapprezzato molto l’Alfama – abbiamo trovato anche un ristorantino che faceva sardine in scatola in produzione proprio – quel suo essere un po’ abbandonata, ancora antica, ma forse ho percepito un po’ la volontà quasi forzata di andare verso quel mondo: le biografie esposte ai muri degli anziani che abitano da sempre lì mi sono parse un po’ para-turistiche, così come l’aver trasformato qualsiasi locale, qualsiasi ambiente, in locali dove si suona il fado (che per il sottoscritto suona come una lagna inenarrabile, l’ho detto). Bella, più composta, raffinata ed elegante, ancorata alla grandeur delle scoperte, Belem. E che buoni i Pasteis de Nata, mangiati a Belem ma un po’ dappertutto.

    Abbiamo visto anche la deliziosa Cascais e soprattutto Cabo de Rota, il punto più occidentale d’Europa, dove un vento rabido, temperature precipitate attorno ai 10 gradi, ci ha travolti in un tramonto spettacolare, e molto divertente – aggiungo.

    A Mafra abbiamo trovato un ristorante ricavato da un convento accanto al Palazzo Reale dove si mangiava divinamente il baccalà e la pluma di porco. Ho anche avuto modo, vista l’onda lunga del WSET, di assaggiare l’ampia produzione del centro del Portogallo: i vini del Dao, dell’Alentejo, di Lisboa e della Peninsula de Setubal, vini in cui la freschezze oceaniche non hanno ancora lenito una certa dominanza estrattiva, ma buoni, gustosi, con un patrimonio ampelografico così ampio e diversificato da ricordare l’Italia.

    Dopo circa una settimana a Mafra siamo saliti verso nord. Di strada, abbiamo fatto due detour molto piacevoli: il primo, e non ci eravamo mai stati, nel paese medievale di Obidos, il secondo a Coimbra, in realtà col fine poco nobile di andare a mangiare in uno dei templi nazionali, il baccalà, poi, con la necessità di digerire abbiamo avuto modo di riapprezzare i saliscendi dell’elegante città universitaria.

    La nostra prima tappa al nord era una quinta nella incredibile valle del Douro. Ci aspettava Quinta Vila Rachel.

  • La molecola della civiltá.

    La molecola della civiltá.

    Sono all’aeroporto di Frankfurt, di rientro dalla suggestiva cittadina renana di Wiesbaden, dove mi trovato per il X Symposium dell’Istituto dei Master of Wine. Obiettivo era raccontare, distillata in soli 3 minuti, la storia di Ruffino alla platea dei Master of Wine – circa 500 autorità assolute del vino provenienti da tutto il mondo – che mi guardavano peraltro giustamente diffidenti: oh, è un po’ come parlare di neve agli esquimesi, ne sanno molto più di me.
    A ogni modo: mi ero preparato non poco ma ero mangiato inevitabilmente dalla tensione. Sebbene abbia sforato, e nemmeno di poco – e dopo doveva parlare John Malkovic, il grande attore (Ritratto di Signora, Essere John Malkovic e tanti altri capolavori), da qualche anno anche vigneron in Provenza, mica un Sorelli qualsiasi, quei 3 minuti, anzi più di 5 (quindi ben oltre qualsiasi mia tempistica di piacere), sono stati per me un momento di grande emozione.
    Ho “sentito” davvero la bellezza del momento, perché ho raccontato aspetti in cui credo particolarmente: il vino come segno tangibile, come pilastro di civiltà, la più sublime interazione fra uomo e natura, come bevanda culturale che può aiutare a migliorarci, se consumato in compagnia e in piccole dosi, nel bello di chi ci sta accanto e di quello che ci circonda. Del resto i simposi, i convivi, sono nati nelle nostre terre e noi abbiamo quei geni.
    Ruffino lo ha fatto fin dal 1877, la prima a portare, grazie alla ferrovia di Pontassieve e alle colline vitate che la abbracciano, non tanto il nostro delizioso Chianti a giro per il mondo, ma quanto l’idea che il vino possa essere un rugoso tavolo di legno col pane sciocco al centro, tanto buon cibo e i propri cari seduti in ridente compagnia, la polenta tagliata con lo spago, il Ti Amo verso il mondo, due parole accanto al fuoco del camino, casa lontano da casa, l’anima di ogni momento felice, la carezza che eleva lo stare insieme, il fiasco che compare dietro Lilli e il Vagabondo, che arrivano a baciarsi condividendo lo stesso spaghetto.
    Ruffino poi ha costruito la sua storia nel Chianti Classico, con prodotti ormai leggendari. Prima Riserva Ducale, nel 1927, poi la Oro dal 1947 – ci si rialza dalla guerra e si comincia a scolpire la dolce vita – dal Castello di Montemasso, che domina maestoso tutto il territorio del Chianti Classico: Chianti da clangor, lo sferraglio delle armi, guerre cupe e sanguinose nelle terre del Gallo Nero, per sempre poi una terra di infinito rinascimento e luminosa bellezza fra Firenze e Siena.
    Bellezze da preservare, da custodire – il pianeta ci sta mostrando ogni giorno la sua fragilitá – e ancora una volta grati di tanta bellezza sentiamo il dovere di dare uno scopo più profondo alla mera e essenziale attivita di business, col progetto Ruffino Cares: programmi per educare al consumo responsabile, ancora una volta ancorandosi alla nostra civiltá, di sostenibilitá ambientale, di biodiversitá, di inclusivitá. Un bellissimo viaggio di quasi 150 anni, anzi, di qulche millennio, durato qualche minuto ma che credo sia piaciuto e abbia raggiunto il suo scopo.

  • Bruxelles e il West Ham.

    Bruxelles e il West Ham.

    Sono rientrato venerdi da Bruxelles. Un’altra trasferta, dopo quella svedese. In questo periodo perdo un po’ il conto di dove sia e devo fare come certi turisti giapponesi (guardare il giorno sul programma di viaggio) per ricordarmelo. Bruxelles non lo scordo, però. Ahimè. Vi era la finale – persa – della Fiorentina contro il West Ham, vista, subita, sofferta con gli amici di una sera del Viola Club Parlamento Europeo al pub James Joyce, fra birre, aspettative poi frustrate, un senso del tragico di noi viola che poche volte si sublima e il solito gol subito al novantesimo a infrangere i sogni di una intera città. E delle mie bambine.
    L’ultima volta che avevo visto una finale europea si trattava della finale andata e ritorno del 1990, si, l’estate “delle notti magiche inseguendo un gol”, contro la Juve ad Avellino, 33 anni fa, con mio babbo che, osservandomi in condizioni precarie anche per una violenta crisi allergica, mi consigliò di andare a letto alla fine del primo tempo. “Tanto si sa come la va a finire”. E anche questa volta si sapeva come sarebbe andata a finire, ma noi ci speravamo, i tanti, tantissimi, chi da Praga, chi dallo stadio di Firenze apposta tenuto aperto, chi dal divano di casa da solo o con gli amici, chi nei locali. Tifare Fiorentina è un patire, c’è poco da fare. Aggiungo anche che a fine partita, immaginate quanto fossimo scorati, – peraltro all’interno del pub faceva caldissimo e avevamo il volto in fiamme, sia per la tensione che per la temperature, hanno fatto irruzione dei tifosi inglesi ubriachi a cantare la loro gioia, con toni invero piuttosto aggressivi e per niente civili. Morale: siamo anche dovuti venire via di buona lena per evitare situazioni spiacevoli.

    Sottolineo a Bruxelles per una attività di lavoro molto gratificante, la partecipazione al Summit dell’EACD, l’associazione europea dei direttori della comunicazione, della quale sono parte da qualche anno: senza retorica, una vera soddisfazione per me confrontarmi con colleghi da tutta Europa che rivestono posizioni come la mia, talvolta anche come CCO, Chief Communication Officer, in grandi realtà. E sono certo che la nutrita schiera italiana, ci stiamo riaggruppando, farà salire sempre più il suo tono di voce nell’EACD! Bruxelles è una città piuttosto elegante, non bellissima, dominata dall’Art Noveaux e da un centro di vicolini medievaleggiante. In relativa periferia, la presenza del Parlamento Europeo che le danno questo allure cosmopolita e divertente, grazie anche alla tanta birra (buona, buonissima) che si beve in città. Io non mi sono fatto mancare, cercando uno dei posti più qualificati per mangiarle, neanche le famigerate moules frites, le cozze con le patatine fritte due volte nello strutto. Con una birra trappista, ne ho assaggiate davvero tante, una vera goduria. Era la mia terza volta nella capitale belga, ma sempre per soggiorni brevissimi e di lavoro. Non credo vi ci imposterei mai una vacanza, ma senz’altro una città che andrebbe vista e che porta molto al confronto con tante persone di nazionalità diverse: di locali ne ho conosciuti pochi, quasi tutti sono expat a Bruxelles quasi sempre legati a lavori in seno al Parlamento Europeo.

  • Ti Amo

    Ti Amo

    Sono stato tre giorni in Svezia molto particolari.

    Non era la mia prima volta a Stoccolma. Anzi, posso dire di conoscerla molto bene. Ma per la prima volta ci sono arrivato con una finale della Fiorentina da giocare (la partita di Coppa Italia contro l’Inter) e la realizzazione di un evento, il party per festeggiare i 100 anni di Ruffino in Svezia, su cui avevo sviluppato un esercizio creativo di storytelling molto particolare e del quale ero particolarmente soddisfatto, il Ti Amo.

    Questo è un periodo lavorativo particolare. Da un lato ho subito diversi scossoni e perso alcune certezze, dall’altro mi sono trovato al centro di progetti di storytelling – sui quali ho anche fatto delle attività di formazione – che hanno vezzeggiato come poche volte il mio lato creativo.

    In Svezia, appunto, dopo la redazione della storia aziendale de Il Principe del Chianti Classico e l’evoluzione de La Molecola della Civiltà, la storia del vino fra mito e realtà, il vino come una meravigliosa creatura bifronte, angelicata e demoniaca al contempo, presentata in diversi contesti negli ultimi mesi, ho impostato uno storytelling sui tanti punti di contatto fra Ruffino, l’Italia e la Svezia. L’anno in cui nasce la Volvo è lo stesso di Riserva Ducale, 1927. E nel 1947, l’anno della Oro, Ingrid Bergmann scrive una struggente lettera d’amore a Roberto Rossellini, culminata con il proverbiale Ti Amo! E a Stoccolma ho avuto l’onore, e la soddisfazione, di presentarla per tre volte, in due momenti di degustazione e alla festa dei 100 anni, il TI AMO Party, in un contesto di grandi contrasti, in una delle isole di Stoccolma, in un ambiente industriale, un ex dock, convertito a luoghi eventi e ingentilito con arredi floreali.

    La serata si è conclusa giusto il tempo di far iniziare la partita. Il contrasto fra il meraviglioso tramonto viola sul mare del nord mentre l’Inter alzava la Coppa Italia è stato struggente e drammatico.

  • BCN22/23

    BCN22/23

    Siamo di rientro dopo una settimana a Barcellona. Abbiamo ricominciato con homeexchange, 35 mesi dopo l’ultimo scambio a Briancon, sulle montagne francesi.

    Ci voleva. Mi stavo trascinando stancamente con qualche uggia, pensiero e malinconia di troppo e Barcellona, con Laura e le bambine, hanno offerto una buona terapia di detox mentale. Soprattutto il carattere sempre solare ed entusiasta di Matilde mi ha portato a coniare un termine appropriato: Matildeterapia, a base di coccole, risate, e tanto cibo…

    E si, perchè Barcellona da questo punto di vista è una città speciale. Non è una città che ti costringe a tour de force per vedere monumenti e musei imperdibili. Ne ha, certo, ma non è Roma, nè Londra, nè Parigi, e questa sua essenza di città senza troppe icone, le permette di offrirsi nella sua anima contemporenea, senza snobismi, colorata, gustosa e molto viva. Quasi un senso di colpa per essere e avere meno, espiato con tanto presente, con tanta qualità della vita, con una sentita ospitalità. Ed ecco i quartieri come Gracia, El Born, le spiagge di Barceloneta, l’Eixample coi suoi vialoni, e, soprattutto, il cibo spagnolo offerto in ogni angolo. Cibo spagnolo e cibo anche internazionale. In questo Barcellona è davvero unica: si mangia bene locale e si mangia bene straniero, in tutte le fasce di prezzo, in pieno spirito catalano.

    Eppure, rispetto al passato l’ho trovata un po’ più ferita, sofferente e, a discapito del bel tempo, anche un po’ meno solare, come – a onor del vero – tutte le città dopo la pandemia, problema quindi direi universale. Anche peró piuttosto sporca, con grandi problemi di deiezioni canine un po’ dappertutto.

    Fra le opere che ancora non avevo visto, segnalo un innamoramento folle per l’Ospedale di Sant Pau, capolavoro, questo si, e anche assoluto, del modernismo catalano, il liberty spagnolo, che a Barcellona conta opere senza precedenti (dalla Sagrada Familia al Parc Guel, da Casa Batlò alla Pedrera), realizzati da artisti noti come Antonì Gaudi e meno noti, ma non meno grandi, quali Lluís Domènech i Montaner e Josep Puig i Cadafalch, e che si caratterizza per brio, colori, forme sinuose, richiami quasi moreschi nelle architetture esterne e, in contrasto, vorticosi razionalismi negli interni. L’Ospedale Sant Pau, peraltro accanto alla casa dove eravamo, li mette tutti in fila per bellezza: fino al 2009 ospedale cittadino, poi diventato monumento nazionale e patrimonio Unesco in tempi più recenti: oggi è possibile visitare tutto il complesso, ancora preservato nella sua funzione originale di sanatorio e casa di cura.

    Divertente anche la visita al CampNou, a trasferire memoria a Costanza di quando il Bati lo violò con un euro gol tacitando tutto lo stadio. Bei tempi, soprattutto se rapportati agli orribili – calcisticamente parlando – attuali.

    Infine, plauso alla bontà della cioccolata calda coi churros: prima volta che venivo d’inverno qui, e in ogni bar e caffè si viene tentati da questa assoluta delizia!

  • Asia 2022. Bangkok e Singapore.

    Asia 2022. Bangkok e Singapore.

    Dopo circa 10 giorni molto intensi oggi iniziano le lente procedure di rientro a casa. Bangkok e poi Singapore. Sembra una vita fa quando sono partito. Anche questo viaggio di lavoro ha saputo curarmi, allontanarmi dai tanti spettri mentali che mi agitano sempre e farmi conoscere nuove realtà, umane, culturali, professionali. E ricaricare per la mia bella normalità con famiglia, alle porte della stagione natalizia.

    I primi giorni di viaggio li ho trascorsi in Thailand. Era la mia quarta volta in questa saporita, spirituale, chiassosa e accogliente complessità umana che è Bangkok. Rispetto alle prime volte, quindi, avevo qualche strumento in più per decodificare il tutto e riuscire a carpirne gli aspetti essenziali, pur sempre attraverso un filtro molto privilegiato quale è il mio benessere da viaggiatore di lavoro occidentale. Bangkok in sé non ha niente di particolarmente rilevante. Intendo non ha l’attrazione turistica da vedere, l’icona icastica, ma è l’anima stessa di Bangkok l’aspetto più interessante della città, e per me l’elemento che mi ha stregato. Un’anima visibile, ammaliante, colorata, affettuosa, che si dipana ed emerge da una megalopoli gigante, molto inquinata, anche un po’ sporca e fin troppo rumorosa. Quest’anima emerge non tanto e non solo dai colorati templi buddisti, dagli altari pieni di fiori e dai monaci buddisti, non tanto e non solo dal cibo – e dalla frutta tropicale e dalle bevande a base di frutta – che si trova dappertutto, a buon mercato e con una qualità che per me non ha equali nel mondo (e dire che ne ho assaggiati di piatti), sia in strada che nei semplici ristoranti che negli account più lussuosi, non tanto e non solo dalla flora tropicaleggiante che si fa strada nel cemento, nel moderno lussuoso che si scontra con le vecchie usanze, con le palafitte dei mercati, coi grovigli di fili attorcigliati in spregio a qualsiasi norma di sicurezza, quanto e soprattutto nelle persone. Umanissime, premurose, attente al tuo benessere. Non a caso la grande tradizione del massaggio orientale trova in questi luoghi sublime completezza come puro atto di accoglienza, di consapevolezza del presente, di rallentare dalla folle corsa che è la vita. Il cibo, lo spiritualità, la laboriosità sono essenzialmente correlativi oggettivi dell’anima di questa città. Mi stupisco molto quando leggo di non pochi viaggiatori che disprezzano Bangkok. Che ne sottolineano solo il caos e la sporcizia, la mancanza di monumenti imperdibili, la poca chiarezza di intenti di una città. Per me riuscire a dedicarmi un paio di ore dalle tante attività lavorative e passeggiare a caso, visitare i Budda, i templi, prendere il battello, gustarsi un pad thai con una noce di cocco come bevanda, indossare nel taschino una orchidea raccolta da uno sdrucito marciapiede, è stato balsamico, potente e profondamente piacevole.

     Singapore è totalmente un’altra cosa. La mia prima volta era stata a maggio 2018 e ne ero rimasto sconvolto. Già l’aeroporto “jewel” Changi è pazzesco. In città si parla un inglese oxfordiano. Pulizia svizzera. Modernità sostenibile come in nessuna altra parte del mondo, né Hong Kong né Manhattan nè certe zone di Berlino o Milano o Miami. Zero traffico. Trasporti pubblici efficientissimi. Una città del futuro, come ci si immagina possa essere un futuro in cui tutti rispettano le regole, la cultura del prossimo, ci si impegna per gli spazi comuni, si convogliano scienziati e artisti per migliorare passo dopo passo la città. Singapore è stata fondata nella foresta tropicale, con a nord la Malesia e a sud l’Oceania. Una baia naturalistica suggestiva su cui sono sorti grattacieli e modelli abitativi e di terziario raffinatissimi, giardini tropicali, giochi di acqua, musei del design, di arte e di scienza, università e centri di ricerca e formazione di primissimo livello, in cui i brand hanno investito per farsi vedere come filantropi, come costruttori di bellezza. La città, a differenza di Bangkok, è costosissima. Forse è questo il neo più grande. Singapore non è per tutti perché la vita qui costa moltissimo. E anche il clima equatoriale, con tassi di umidità mai esperiti, può in parte frenare un concetto di vivibilità tout court. Ma la bellezza di questa città è letteralmente sconvolgente.

  • La valigia leggera.

    La valigia leggera.

    Nei miei primi viaggi di lavoro, circa 15 anni fa, non riuscivo quasi mai a uscire da me stesso. Mi rannicchiavo dentro valigie ingombrantissime che mi facevano urtare dappertutto, l’ansia di perdere l’aereo mi portava in aeroporto ben prima delle consigliate due ore dalla partenza, con me una infinità di farmaci e medicine, e vestiti ben più spessi del necessario, come se a tenermi caldo dovesse essere ciò che indossavo, e non ciò che avrei provato, vissuto, esperito.

    In volo verso l’Asia. Dopo tre anni esatti.

    Non avevo neanche trent’anni e combattevo contro paure, ipocondrie e malinconie, in ordine sparso. Il bello, o il brutto, è che poi si sono verificate praticamente tutte le cose di cui temevo. Sulle quali rimuginavo. Di cui mi terrorizzavo al solo pensiero: morte, cancro, sangue. La vita è strana. La pensi e la progetti. E questo un po’ tranquillizza. Ma poi, col filtro a ritroso del tempo, ci si rende conto che gran parte della programmazione è sterile e il percorso è imprevedibile.

    Sono accaduti, questi temuti accidenti, malgrado i miei tentativi di razionalizzare, di controllare, di prevedere. E in questi anni di ruminanti, talvolta estenuanti riflessioni tutte portate dentro di me con fatica, e di imprevedibili situazioni, sono accadute anche cose belle. Molto belle. Forse ancora più belle grazie a queste brutte. Sono diventato babbo e poi orfano di babbo. Marito dopo aver quasi perso la compagna. Più fatalista. Più cinico. Più umoristico. E non ho smesso un attimo, dal momento in cui questa strana guerra fra le parti ha cominciato a caratterizzarmi (“amici, a un tempo stesso amore e morte ingenerò la sorte”, scrive Leopardi), di cercare di reagire, di trasformare il tutto in una opportunità. Di vivere di sentimenti e di idee, con una ossessione sana (almeno questa) di lasciare una presenza, una traccia di me. Di sentire i bei momenti con maggiore intensità anche grazie ad altri orribili vissuti. Di stare nel presente e di cercare la bellezza, la bellezza che comunque c’è e riesce sempre a carezzarmi, a nutrirmi. Sono diventato anche un apprezzato lavoratore, che è riuscito a fare delle proprie passioni un lavoro: l’umanità, le storie, la parola, la bellezza, il gusto, il design. Il viaggio, appunto e soprattutto. Quello per cui servono “occhi ogni volta nuovi” e “un paese a cui rientrare”, mischiando Proust e Pavese. E oggi, ormai adulto maturo, riprendo a viaggiare a lunga tratta dopo tre anni nei quali ci siamo tutti fermati per il covid. Prima lentamente in Europa. Poi ora anche Asia. A 10 anni esatti – sto riguardando le foto sull’iphone, pazientemente catalogate, dal mio primo viaggio in queste terre ospitali e voluttuose. Lascio una casa sempre più gonfia di bellezza e affetti. Ho una famiglia meravigliosa di cui sono strafelice.

    E, a differenza dei primi goffi viaggi, non ho indossato abiti particolarmente pesanti. Arrivo in aeroporto a ridosso della partenza, pochissimi farmaci e, soprattutto, un bagaglio a mano leggerissimo. Una piuma. Ovvio, non mancano le stesse paure, le stesse malinconie, le stesse paranoie di venti anni fa – temo che me le porterò nella tomba -, ma sono in un certo qual senso arrotondate, smussate, meno zavorranti, nella certezza che a ogni viaggio acquisisco qualcosa: affetti, incontri, sapori, momenti di non trascurabile pura emozione, direi quasi felicità.