Categoria: Il mio lavoro da comunicatore

  • I did it! D3 smashed!

    I did it! D3 smashed!

    Sono passato al primo tentativo sia alla theory che al tasting del D3! Evvaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.

    Entusiasmo un po’ esagitato e puerile, vero. Ma che immensa soddisfazione aver ricevuto la mail dal WSET: aprirla è stato un attimo interminabile, un secondo congelato fra la paura e l’aspettativa.

    Sono riuscito a intravedere nella mail letta dal telefono un congratulations e ho capito di essere stato promosso. A entrambi gli esami! E la theory anche con due domande su cinque col merit, mentre al tasting due merit hanno compensato due fail. Ma chi se ne frega: il risultato finale è aver superato the beast.

    Al netto della tesi, il D6, consegnata a fine mese, che mi ha altrettanto impegnato di tempo e stress, il Diploma è pressochè compiuto (al 90%, mancando il 10% del D6), e in caso di malaugurato respingimento della tesi, eventualmente mi armerò di buona pazienza per ridarla, nei tempi che mi permetteranno di andare a Londra per la cerimonia dei Diplomi di aprile 2027. A un mese dal mio cinquantesimo compleanno.

    Non posso non ripensare a quanto abbia sacrificato per conseguire questo diploma. La voglia di intraprendere il percorso del Level4 WSET, aka Diploma, dieci anni dopo aver conseguito il Level3, è nata quasi per caso a maggio 2023, con la mia solita attitudine a mettermi un po’ in difficoltà, a cercare di sublimare nello studio matto e disperatissimo un periodo lavorativo in Ruffino non idilliaco, con l quale, infatti, avrei interrotto la collaborazione di lì a un anno, dopo 18 anni tondi.

    Eppure, è grazie a Ruffino che per i primi esami ho avuto sostegno economico per la retta e le trasferte londinesi, nonchè la possibilità di ritagliare del tempo al lavoro (e alla famiglia) per studiare. Uno studio che fin da subito avevo sottostimato. Il percorso del Diploma è gigantesco, e non so se lo raccomanderei a qualcuno. Senz’altro se ne ricavano emozioni e soddisfazioni altrettanto enormi, ma la dedizione richiesta è maniacale e costante. Aggiungi che l’inglese va saputo e scritto (visto che gli esami sono tutti scritti, non digitati a computer) meglio dell’italiano.

    Comunque il primo esame, il D1, l’ho sostenuto ad agosto 2023: un imponente prova scritta di agronomia ed enologia. Mi ci sono approcciato inizialmente un po’ naive, e nella simulazione di esame ho ricevuto, lo ricordo ancora come una pugnalata, una sonora bocciatura che mi ha imposto, a circa 50 giorni dal vero esame, ritmi di studio forsennati – tanti risvegli all’alba, la pratica del club delle 5 del mattino, in mezzo a una estate che avrei potuto godermi diversamente. A ogni modo ho ricordi comunque dolcissimi: mi sono armato di pazienza, ho chiesto tanto all’enologo e all’agronoma di Ruffino, mi sono iscritto a un corso con un formatore esterno, Wine with Jimmy, ho “stressato” mia moglie ripetendole concetti letteramente in ogni angolo della nostra relazione e il 14 agosto sono volato a Londra col mio compagno di studi, e ai tempi collega, Vittorio. Ricordo ancora l’aeroporto di Bologna affollato per l’esodo di ferragosto. Io, Vitto e un piatto di tortellini in attesa del volo. La notte prima dell’esame in un delizioso ristorante thai a Brick Lane e l’indomani, l’esame. La sensazione di averlo fatto bene, soprattutto l’ultima domanda. E di rientro dopo l’esame, passeggiata leggero, di quando uno sente di averlo fatto bene e si gode le bellezze di Londra: ricordo una giornata di mezz’agosto azzurra e fresca. Fintanto che Vitto, serafico, esclama: ma lo hai messo il codice di matricola in ogni pagina e nella cover? E io: dovevamo metterlo? Lui, col suo aplomb atarassico: temo di si, c’era scritto nelle istruzioni che ci hanno consegnato, e comunque lo hanno annunciato anche con l’altoparlante. Ecco, tutta la leggerezza del post esame è naufragata in un pesante senso di inquietudine, che mi ha portato a sudare freddo e a scrivere, immediatamente nel Gatwick express verso l’aeroporto, una mail al WSET. Gentilmente, mi hanno confermato che avrei dovuto farlo e si sono comunque industriati di recuperare gli esami, ancora non spediti per la correzione, e di aggiungere il mio codice. E alla fine, dopo 14 settimane: D1 PASS WITH MERIT!

    Eh si, devo molto a Vittorio, i suoi metodi da giurista, rilassati, volti al punteggio, molto efficaci, che gli ho visto applicare alle dinamiche di studio, metodi che brillavano rispetto alle mie rapsodie creative anche quando c’era semplicemente da acquisire dati e concetti: con lui ho preparato il D1, il D2, il D4 e il D5 ed è stato una figura totemica della mia prima parte di studi. Veniva qua nel BAR(N), spesso in motorino, e passavamo serate e pomeriggi ad assaggiare e a risentirci concetti.

    Il D2, wine business, l’ho cominciato a studiare subito dopo. Vacanza con la family in Portogallo, in una bellissima villa a Mistra, vicino a Lisbona. Il business, per me che lavoravo da quasi 20 anni nel vino, mi sembrava l’esame più semplice, e in effetti è quello con la pass rate più alta. Da metà agosto ai primi di ottobre ritmi di studio piuttosto rilassati, non bassi ma comunque più gestibili. Nel mezzo (per ogni esame ci sono 14 settimane di correzione) la notizia del risultato del D1: Pass with merit, che mi ha credo dato una certa tracotanza, quella che i greci chiamano hubris. Anche durante l’esame la tensione era infinitamente più bassa rispetto al D1: e come spesso ci insegna la vita, e ancora di più il WSET, mai abbassare la guardia. Infatti, malgrado domande di cui sentito molto forte, una sulla sociologia dei consumi, l’altra sul Systembolaget, e una autovalutazione veramente ottimista (e questa volta mi ero anche ricordato del codice di matricola), dopo le fatidiche 14 settimane, ecco il risultato: FAIL.

    Crolla il mio proverbiale “non sono mai stato bocciato in vita mia”, vero sempre, tranne per quel maledetto D2. Siamo ormai a gennaio 2024. Il corso accademico prevede la preparazione anche per il D4, dedicato ai vini spumanti, e il D5, dedicato ai vini fortificati. Due esami apparentemente piccoli, ma che introducono un’altra variabile, quella della prova di tasting secondo gli schemi analitici e molto rigidi del SAT, il systematic approach to tasting sviluppato da WSET. Bollicine e fortificati non sono mai stati al centro del mio lavoro, ho sempre lavorato in aziende e aree rossiste, con qualche bianco in carta, o dolci naturali come il Vin Santo. Le tecniche produttive delle bollicine e dei forticati sono piuttosto complesse, mentre l’assaggio prevede anche l’analisi di vini che in Europa non mettono piede, come lo Sparkling Shiraz e il Muscat di Rutherglen. Mi doto di alcuni strumenti fondamentali, come il Coravin e il Nez du Vin, il primo per poter siringare un campione di vino dalle bottiglie senza aprirle, dandomi modo di riassaggiarle, il secondo un campionario di aromi essenziali che mi aiutano a farmi il naso, a distinguere quanti più profumi possibili e ad associarli a vini, uve e stili. E cominciano le mie ossessive sessioni di studio e assaggio, quest’ultimo fortunatamente potenziato “live” nelle varie nazioni in cui mi trovavo a viaggiare per lavoro, soprattutto Canada, US, Germania (quanti favolosi Sekt da Riesling), Francia (Champagne, Cremant, ma anche Banyuls e VDN), la nostra Italia, Prosecco e non solo, la Spagna dello Sherry, il Portogallo del Madeira e del Porto, e soprattutto Londra, la Londra di luoghi fantasmagorici del bere come il 67 Pall Mall e Berry Bros & Rudd, il più antico wine merchant del mondo.

    Soprattutto, il mio orgoglio ferito mi impone – riecco un classico del mio carattere che riaffiora: l’autopunirmi se sbaglio qualcosa, una sorta di autoflagellazione post-litteram -: il volere dare 3 esami tutti e tre nello stesso giorno, facendo concomitare, il 12 giugno 2024, la scrittura e gli assaggi del D2, D4 e D5.

    Immaginate lo stato d’animo in quei mesi, diviso fra il lavoro, che si stava ulteriormente complicando e che mi recava nervosismi e insoddisfazioni crescenti, e la voglia di rimediare alla mia bocciatura autoimponendomi una giornata patibolare. Oltre agli strumenti succitati sopra, ho la fortuna di conoscere una educatrice, Joanna dal Portogallo, con la quale inizio l’abitudine di ripassar ei contenuti dei vari esami in sessioni di 3 ore tutte le domeniche sere. E quando dico tutte, dico tutti, dalle 19 alle 22, quindi mutilando anche un momento condiviso in famiglia, la cena. Joanna sarà una delle figure più importanti di questo percorso, e a cui sono più grato. Mi ha dato anche modo di conoscere molte altre persone e di strutturare i miei studi con maggior metodo, attraverso anche software di organizzazione come Notion.

    Il 12 giugno 2024 è una agonia. Mi registro a tutti e tre gli esami e la signora alla reception mi diceva che non avevo senso quel che stavo facendo. Ma libero di farlo…La mattina il D2, poi dopo pranzo, trascorso in piedi a un benzinaio con zuccherini e barrette energetiche, il D4, prima le domande, poi l’assaggio dei 6 vini bendati, infine il D5, prima le domande, poi l’assaggio di altri 6 vini bendati. 12 lapis appuntiti per non perdere tempo ad affilarli e una giornata completamente volata via, con crampi alle mani, piccoli giramenti di testa, ma finita. E anche qui, il momento brivido, vissuto nel bagno di nuovo col sagace Vitto come protagonista, mentre parlavamo del tasting del D4: “Che merde, hanno messo alcune domande anche nell’altro foglio – lo hai visto vero?” Eh no, non l’ho visto, e avevo consegnato le risposte del tasting senza un paio di domande che avrebbero portato punti. Un giramento di palle sesquipedale che mi ha fatto affrontare l’ultimo esame fra lo scoraggiato e il nichilismo. Alla fine, mi sono trovato a uscire dalla prova di esame da delle scalinate tutto appoggiato su una balaustra: sembravo Ronaldo dopo il mondiale del 1998. Vitto pronto a immortalare quel momento in una foto che intendo ingigantire come ricordo di uno dei giorni più folli della mia vita. Lo ricordo con enorme piacere, adesso: lì ho conosciuto un altro pazzo che ha tentato tutti e tre gli esami come me. Dopo cena, abbiamo fatto serata a Londra, riconnettendoci con gli amici del Consorzio Chianti Classico che avevano un evento nella city, e finendo dal vino alla birra. 12 giugno 2024. Una giornata davvero memorabile? E come è andata a finire? passato a tutti e 3! Una gioia monumentale! Tre email arrivate nell’arco di 8 ore a fine settembre. Un rosicato pass al D2, un pass con merit al D5, l’ultimo che avevo dato, quasi da scoglionato, in cui emerge un distinction al tasting (nel D4 e D5, a differenza che il D3 i voti fra theory e tasting sono mediati), e – miracolo – un pass anche al D4, malgrado la mezza pagina di domande non viste.

    In quei giorni, fine settembre 2024, intravedo la discesa: manca soltanto il terribile D3 e la tesi! Entusiasmo alle stelle e motivazioni a mille. Mi sentivo davvero in procinto di spaccare il mondo. E ancora una volta, il saliscendi, l’ascensore. Le difficoltà del lavoro diventano insormontabili e a ottobre 2024 mi accordo per la conclusione della mia relazione professionale con Ruffino entro marzo 2025, dopo 18 anni di lavoro, e in un momento in cui Ruffino, quella che ritenevo l’azienda della mia vita, che mi aveva fatto crescere, poi dirigente, accolto e abbracciato tutti i miei progetti e idee, si era involuta in un percorso lontanissimo da me.

    Purtroppo, ho dovuto riorganizzare le priorità e accantonare il progetto di studiare e sostenere il D3, un esame di portata biblica, a maggio 2025. Un periodo, quello che va da novembre 2024 a giugno 2025 molto particolare, che adesso definisco uno dei più belli della mia vita, ma che ho vissuto in una totale trance agonistica, ma che mi ha portato davvero a delle novità cardinali della mia vita e della mia famiglia: non è questo il post dove raccontarle, lo ho già fatto dettagliamente più volte, ma in pochi mesi mi configuro come temporary manager, assumendo il ruolo di direttore del Consorzio Chianti Rufina, faccio emergere la mia consulenza nell’area dei profumi con Acqua degli Dei, concludo, concludiamo meglio dire con mia moglie la ristrutturazione e l’affitto turistico de Il Fienile di Bisarno, decido di creare una essenza, un profumo che racconti la campagna toscana e sia legato a Bisarno, e nasce Respiro eau de parfum e home parfum, creo il mio studio di consulenza, nel seminterrato del fienile, chiamandolo BAR(N), un progetto di recupero architettonico delizioso, e soprattutto mi metto a scrivere quello che negli ultimi 10 anni era la cosa più entusiasmante che stavo facendo come direttore comunicazione di Ruffino: raccontare la storia e la civiltà del vino. Porto a termine il progetto di una vita, il saggio “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza”. In parallelo, docenze per scuole, collaborazioni con vari enti, una trasferta ad Hainan, nel sud della Cina, per capire eventuali opportunità. Beh, un periodo in cui non mi sono annoiato e che ancora adesso caratterizza il mio abbecedario professionale.

    Appena ritrovata una minima vita routinaria – lo devo al mio orgoglio, alle fatiche passate, al fatto che io per definizione debba finire tutte le cose che inizio – riprendo in mano il Diploma.

    Da un punto di vista temporale non è passato tanto, diciamo una interruzione di 6 mesi, ma da punto di vista logistico, informatico, organizzativo, più di una vita: non ho più il supporto di Ruffino, non ho solo un lavoro a cui affiancare lo studio, ma una serie di consulenze che si affiancano a una principale, più due prodotti da gestire, il profumo e il B&B, infine e soprattutto è entrata prepotentemente nelle nostre vite l’AI, l’intelligenza artificiale. Andiamo con ordine e ricostruiamo l’anno che mi ha portato al fatico 13-14 maggio 2026, quando ho sostenuto il D3.

    Quando a giugno del 2025, finito il riassestamento della mia vita, ho ripreso in mano i testi per riportare al centro delle mie giornate anche il Diploma, ho subito un forte shock: di lingua, di concentrazione, di voglia. Per mia natura, non mollo mai, soprattutto dopo aver già sostenuto 4 esami, ma davvero ho dovuto cercare degli appigli. Da un lato ho trovato appigli nei tutor, ancora una volta Joanna, ma anche e soprattutto Anna McHale di Diplomatherapy e la sua community. Dall’altro ho ricominciato a viaggiare per territori del vino, rinnamorandomi profondamente del vino con le stesse leve di venti anni fa. E qui non posso non ricordare con grande affetto le giornate a Bordeaux, in Cote du Rhone, nel Beaujolais con mia moglie, ma anche tutta la Toscana, il Piemonte, la Campania, ampissime zone della Spagna e quasi tutto il Portogallo con amici volenterosi ed entusiasti, Londra, Berlino, Parigi con le loro infinite possibilità di assaggio.

    Ultimo ma non ultimo, la mia dannata dedizione, aiutata da degli strumenti di lavoro davvero rivoluzionari – software con integrata l’intelligenza artificiale – coi quali mi sono testato, confrontato con enorme pazienza, ho generato podcast più veri di quelli veri.

    E così, prova di domanda di esame scritta dopo prova di domanda di esame scritta, centinaia di pagine riempite a lapis, assaggio dopo assaggio dopo assaggio, test cards per tenere allenata la memoria, letture della buonanotte sul vino nei principali siti del mondo, nottate trascorrere a studiare, albe a ripassare e scrivere, insomma dopo una tentacolare e maniacale preparazione (ho anche un file excel da serial killer che lega al famoso SQP stile qualità prezzo tutti i fattori di tutti i territori vinicoli del mondo), sono arrivato, stremato, ai due giorni di esame, scortato dalla Laura, e dei quali ho già scritto.

    Tutto questo è valso la pena? Non lo so, ma intanto la soddisfazione di aver visto quei due pass è stata immensa.

  • La Molecola in tournee

    La Molecola in tournee

    Appena rientrato da Londra, dove il 13 e il 14 maggio avevo sostenuto i due giorni di esami del D3 WSET – acme di mesi di studio matto e disperatissimo (e bene speremus per i risultati!), ho potuto finalmente riprendere in mano il mio libricino e gustarmelo attraverso una tournee di presentazioni davvero gratificanti.

    Ad aprile, avevo avuto due momenti molto intensi. Il primo si era svolto il 2 aprile al Bistrot dell’Agricola Toscana, nello splendido locale di Simone Angerami che vede adesso il “mio” Stefano Frassineti alla conduzione gastronomica (con piatti “ancestrali”, di civiltà antiche offerti agli ospiti: top!). Insieme a Stefano e a Federico Giuntini di Selvapiana, e a un Chianti Rufina 1997 strepitoso, abbiamo raccontato il libro nella deliziosa cantina interrata del locale fiorentino. Il secondo, a fine mese, al Claris, raffinato locale sul lungarno dove, grazie a Riccardo Chiarini, ho avuto modo di raccontare il viaggio del vino, accompagnato da ottimi vini e un gustoso aperitivo.

    Maggio è iniziato con una presentazione on-line (devo dire davvero ben riuscita e fluida nelle tecnologie) per la Scuola Italiana Sommelier, la SIS, grazie all’entusiasmo del presidente Nicola Ferrazzano, con studenti e sommelier collegati da Aosta alla Calabria! A fine mese una ganzissima doppietta in una enoteca veramente bella di Castelnuovo dell’Abate, a Montalcino, in compagnia di Lorenzo Ciolfi e degli straordinari vini di San Lorenzo, e del padrone di casa, il valentissimo sommelier Alberto Ponziati. Davvero una serata divertente, in uno scenario pittoresco, che mi ha portato anche a conoscere altri produttori e persone. Quello che più amo del vino e che spero di aver trasmesso con La Molecola della Civiltà. Infine, il mese si è chiuso con un ritorno al “natio borgo selvaggio”, Pontassieve, dove avevo avuto la primissima presentazione. Questa volta, però, ho avuto l’onore di stare sul palco dello splendido teatro pontassieve Cinema Teatro Italia, con le immagini del libro proiettate sul grande schermo!

    A giugno, una sola presentazione ma top: grazie all’amico giornalista Giovanni Pellicci, sono stato invitato a presentare il libro alla Bottiglieria Salefino di Siena, uno dei templi del mangiare e bere bene di Siena, in un ambiente curatissimo e di grande eleganza, gestito da Claudio di Sante. Una serata in cui il confronto fra me e Giovanni è stato bagnato da una serie di vini “orange” al calice da far paura!

    Ed eccoci a luglio! Inizio col botto, con Scene di Paglia, uno dei principali festival teatrali in Italia, coinvolto da Fernando Marchiori e Martina Scanferla. Insieme al giornalista Giambattista Marchetto, e ospiti dalla vulcanica e bravissima Asja Rigato, in quel di Bovolenta, ho avuto la mia prima volta in Veneto, in zona prelagunare che non conoscevo e dal fascino infinito. Luglio è poi proseguito nella parte opposta di Italia, a Sibari, ospite, per volontà dell’amico Giovanni Gagliardi, a Vinitaly and The City, direttamente nel parco archeologico della città e in concomitanza con la finale dei mondiali fra Spagna e Argentina. Poco male, grazie alla moderazione della giornalista Carmela Formoso, ci siamo fatti sentire e abbiamo attratto un bel numero di presenti.

    Last, but not the least, la partecipazione a Le Notti dell’Archeologia, che sono organizzate dalla tenuta maremmana di Rocca di Frassinello. Un grazie enorme a Francesco Ugurgieri e all’etruscologa Giuditta Pesenti per avermi coinvolto: Dopo aver portato il libro nelle terre campane degli Osci, in quelle calabre dei Sibariti, finalmente gli Etruschi! Dopo la presentazione del libro, moderato dall’etruscologa Giuditta, la stessa ci ha fatto visitare il museo etrusco e, dopo una gustosa degustazione, in notturna e al chiarore della luna e delle torce, i tumuli di tombe etrusche di quasi 3000 anni fa. Una serata magica davvero.

  • Il D3 scortato

    Il D3 scortato

    E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!

    Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.

    Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.

    La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.

    Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.

    La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.

    Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.

    La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.

    Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.

  • Vinitaly 2026

    Vinitaly 2026

    Ed eccomi al mio secondo Vinitaly da direttore del Consorzio Chianti Rufina. L’anno scorso avevo iniziato da poche ore, letteralmente: mi sentivo ancora un po’ spaesato. Questa volta l’ho affrontato con molta più confidenza e mi sono anche molto divertito. Confesso, chi mi conosce lo sa: non ho mai amato il Vinitaly, se non nelle mie primissime volte, col Consorzio Chianti Classico, ma lì emergevano soprattutto gli entusiasmi delle novità. Troppo traffico, appuntamenti saltati, una lettura del vino troppo caotica, distante dai territori, erano le principali motivazioni che progressivamente mi ci avevano allontanato. Eppure ci sono state annate memorabili, scandali dichiarati o avvenuti (Velenitaly, Brunellopoli) la morte del papa Giovanni Paolo II, e tanti altri momenti che lo hanno elettrizzato, e su cui ho costruito ricordi su ricordi, aneddoti su aneddoti, anche nei dopo cena talvolta divertenti, più spesso infiniti, protratti fino a tardissima la notte, con vinoni e cibi opulenti. Al Vinitaly è anche l’occasione per risalutare tante persone, amici che lavorano distanti, reincontrare chi si vede solo per il Vinitaly. Insomma, gli ultimi miei anni con Ruffino avevo dimezzato i giorni di presenza e trovato una formula che funzionava.

    Vinitaly quest’anno lo abbiamo affrontato tutti con le preoccupazioni di un periodo complesso, e non posso dare valutazioni dirette sulla fiera perchè quelle devono restare in mano a chi svolge Vinitaly per business, e non da responsabile di un consorzio che ha finalità promozionali, e deve solo cercare di supportare, agevolare le vendite. Le sensazioni che ho intercettate sono discordanti. A ogni modo, al netto di aspettative che erano comunque non alte (impera un certo pessimismo), di pochi americani visti, di sempre meno ristoratori, i miei colleghi mi hanno comunque detto di aver lavorato benino, coi ritmi giusti, con potenziali contatti commerciali creati.

    Come dicevo, Vinitaly mi permette di risalutare tante persone. Il saluto più affettuoso e sentito lo ho avuto con gli amici del Sannio, per i motivi che ho più volte raccontato per il libro. E sono davvero orgoglioso che a rappresentarli sia l’immagine del cratere di Assteas! Questa allegata è l’unica foto che incredibilmente ho scattato al Vinitaly, e me ne rammarico, perchè di mani e volti ne ho intrecciati tantissimi, ma evidentemente quest’anno Vinitaly sentivo di rappresentarlo così.

  • In Ungheria con The Global AVA

    In Ungheria con The Global AVA

    Sono di rientro dal primo summit di The Global AVA, la neonata associazione di prestigiose DOC vinicole da tutto il mondo, che si è svolto in Ungheria, nella regione vinicola di Badacsony. È stata una esperienza bellissima e per me un onore e un grande orgoglio rappresentare la mia terra e i miei vini, il Chianti Rufina, nonchè aver favorito e creato questo gemellaggio. E’ stato un confronto continuo con produttori, manager e istituzioni provenienti da ogni angolo del globo, dallo Chinon in Loira, Francia, a Livermore, San Francisco in California, dalla Dalmazia ai vini della Texas Country Hill, solo per citarne alcune. Il momento è complesso per tutti, inutile girarci attorno, ma credo fortemente che, attraverso lo scambio di conoscenze e idee, la condivisione di best practice, la costruzione di un marchio collettivo ma in cui si riflettono individualità regionali e nazionali, sia davvero quello che la civiltà del vino debba cercare di fare per favorire attivamente tempi migliori, in cui il vino torni a essere il centro delle tavole, e a rappresentare un esempio concreto del saper fare e dell’intelligenza della mano. Abbiamo raccontato ai tanti presenti la DOCG Chianti Rufina, piccola, prestigiosa, unica realtà italiana, con cantine che aprono le proprie porte, accoglienti, con storie millenarie che parlano un linguaggio attuale, presente, vivo. Nel raccontarci, negli occhi sgranati e sorridenti di chi ci ascoltava, sono emersi ancora una volta di più i nostri infiniti potenziali. Un sacco di lavoro, ma la strada è quella giusta. Un grazie anche alla regione vinicola di Badacsony sul Balaton in Pannonia, nata duemila anni fa per volere dell’imperatore romano Probo, e tutti ce lo hanno ricordato!, che, malgrado il freddo e il vento gelido, ci hanno accolto con una umanità e un calore commovente.

  • AIS Emilia

    AIS Emilia

    Due giorni dopo la elettrizzante presentazione alla Giunti Odeon, avevo in programma un evento ancora più grande e strutturato: una presentazione-degustazione presso la sede AIS di Emilia Romagna a Bologna dal titolo “Il libro nel calice”. L’opportunità è nata grazie a una intuizione di Stefano Malagoli, titolare di Fruitecom, con cui chissà che in futuro non si facciano delle cose ancora più approfondite – Stefano è una persona deliziosa e un professionista esemplare, con un gruppo di lavoro qualificatissimo, che ho avuto il piacere di frequentare ai tempi di Ruffino. Stefano, scrivevo, mi ha raccontato della qualità delle iniziative dell’associazione bolognese, fra cui la possibilità di presentare il libro in dinamiche legate anche alla degustazione. Mi ha così messo in contatto col presidente Luca Manfredi e col responsabile di Bologna Josè Todisco. In poche settimane, ho avuto il privilegio di far fiorire una serata davvero riuscita. L’idea di base era quella di individuare i principali momenti di sviluppo del vino, a partire dal Caucaso, e associargli una opera d’arte, o una poesia, esplicativa del periodo, e sopratttutto, e qui sta il virtuoso valore aggiunto, un vino che fosse associabile a quel determinato periodo, per appartenenza geografica (un vino calabrese per gli Enotri, campano per la Magna Grecia), stilistica (l’orange per il Caucaso, l’anfora per la Mesopotamia e il Libano) o temporale (il Sangiovese per gli Etruschi, il Pinot Nero per il Medioevo, il Nebbiolo per il Risorgimento). Ne è emersa una serata strepitosa, piena, entusiasta, a cui hanno partecipato anche i produttori, 5 su 8, e che mi ha dato modo di allargare conoscenze, contatti, idee, e che spero davvero possa diventare un format. La sersata è stata per me anche una occasione per passare del tempo di qualità con due amici distanti fra loro e vicini a me, Enrico e Alessandro, che hanno legato subito e che mi hanno accompagnato con entusiasmo e affetto in quella che è stata una delle serate più appaganti della mia vita.

  • “Un libro che fa pensare”

    “Un libro che fa pensare”

    Le appassionate parole che mi ha dedicato il bravissimo Fabio Piccoli di Wine Meridian, al termine della lettura del libro, sembrano quelle di un amico. Una critica “sentimentale”, per usare un aggettivo atipico per una recensione, che scava con leggerezza nell’anima più profonda dell’opera.

    Ecco qua l’articolo per intero:

  • A zonzo per la Francia con la moglie

    A zonzo per la Francia con la moglie

    Una fine gennaio scoppiettante. Per la prima volta direi da 15 anni – Matilde ha 14 anni e quest’anno ne compie 15 – io e mia moglie abbiamo fatto un viaggio (per me di studio, per lei di vacanza – supporto) in Francia del Sud.

    Avevamo l’irripetibile occasione di un invito a Bordeaux, l’elegantissima città francese che ha avuto il suo sviluppo a partire dal Settecento, negli anni delle bonifiche del Medoc da parte degli Olandesi che la hanno consacrata terra di straordinari vini, rossi certo ma anche bianchi e botritizzati, grazie anche al suo efficentissimo porto affacciato sull’Atlantico.

    Abbiamo deciso di prendere l’auto, malgrado un comodo volo Volotea Firenze – Bordeaux, per goderci il viaggio, e, in itinere, una consuetudine che ci portiamo da sempre nei nostri tour, abbiamo organizzato delle soste. Nello specifico finalizzate ai miei studi per il Diploma, ma posti anche deliziosamente affascinanti. Prima tappa a Vinsobres, propaggini settentrionali del Rodano del Sud. Terre di borghi pittoreschi, ritmi blandi, prigionie papali (Avignone non è lontana, così come gli Chateauneuf du Pape), signore con la baguette tenute come sporta, formaggi, e vini appunto vellutati e setosi, dominati dalla trilogia Grenache, Syrah, Mourvedre. La prima sera i ristoranti erano chiusi e, dopo la visita al Domaine Jaume, ci siamo trovati a comprarci una cena fra formaggi, tapenade, pate, terrine, all’interno di questa tres joly maison a pietra e persiane azzurre, in perfetto stile Francia del Sud. L’indomani, prima di tagliare la nazione da est a ovest, abbiamo compiuto una visita a un paese che già avevamo conosciuto, e amato non solo per i suoi vini, con solo la Matilde nata: Chateauneuf du Pape, il vino dal nuovo castello del papa, tenuto in dorata prigionia nella vicina magnifica Avignone. Dopo una rilassante passeggiata attorno al paese, e gli inevitabili acquisti d’uopo per gli studi, abbiamo ripreso la macchina e viaggiato per altre 6 ore.

    Doppo una lunga giornata di guida, siamo arrivati nella spettacolare Bordeaux, meravigliosa cittadina fra l’Atlantico, il fiume Gironde che prima di diventare tale per buttarsi nell’Oceano vive dell’incontro fra la Garonne, verso ovest, e la Dordogne, verso est. Alla sinistra della Garonne, si apre la famosa “Riva sinistra”, il Medoc e le Graves, con suoli sassosi, dominata dai potenti Cabernet Sauvignon, dai potenti Sauvignon Blanc e dagli zafferanosi Sauternes e Barsac, da uve affette da muffa nobile, con paesi iconici per l’amante del vino come Pauillac e Margaux. Nel mezzo l’Entre deux Mers, fertili terre di semplici Sauvignon. A destra, luoghi di piccole proprietà e di paesi deliziosi come Saint Emilion e Pomerol, da suoli argillosi, ideali per il morbido Merlot e per il raffinato Cabernet Franc. Insomma, una goduria per l’appassionato di vino. Ma la cosa più bella è stata l’incontro coi nostri amici che vivono in una signorile, anzi, fiabesca proprietà nel cuore di Bordeaux e ci hanno aperto il loro maniero con affetto, dolcezza, presenza e coi quali abbiamo vissuto 3 giorni spettacolari, fra mangiate, visite culturali, fra cui la Citè du Vin a Bordeaux, cene in casa o in squisiti bistrot, e ovviamente le visite ai territori succitati. Tre giorni volati via, ingentiliti anche dalla vittoria della squinternata Fiorentina di quest’anno in trasferta a Bologna.

    Un week end volato via, e che malinconia il lunedi mattina a ripartire con, però, una ultima tappa nel Beaujolais. Abbiamo di nuovo riattraversato la Francia, questa volta da sud ovest a est, fino alle propaggini meridionali della Borgogna. La Borgogna, celeberrima regione vinicola della Francia dell’est, come noto si divide in 5 grandi aree. Lo Chablis, a nord, vicino allo Champagne, coi quali condivide gli stessi suoli calcarei e la presenza di Chardonnay acidi e limonosi, senza legno. La Cote d’Or, la culla del Pinot Noir, che si divide in Cote de Nuits, da Marsannay (dove si fanno anche i rosati, unicum in tutta la Borgogna) appena sotto Dijon fino a Nuits-Saint Georges, da cui prende il nome la zona (dopo il trattino i paesi si sono impossessati del loro cru più celebre), e la Cote de Beaune, qui anche con burrosi e sofisticati Chardonnay, che si estende da Aloxe Corton fino a Santenay. Lo Chalonnaise, terra di Pinot Noir più strutturati, per il clima un po’ più caldo e le terre più grasse, con il villaggio Bougeron che produce bianchi da Aligotè. Infine, il Maconnais, con Macon altro nostro villaggio del cuore, da una memorabile trasferta nel 2003 da neofidanzati, che si trova proprio vicino all’ultima zona della Borgogna, meta della nostra ultima tappa: il Beaujolais, il particolar modo il paese Fleurie. Il Beaujolais è illustre per il Gamay Noir, l’uva coltivata qui, e per il loro novello, vino fatto a novembre con la macerazione carbonica. In realtà, i villaggi cru, in terreni granitici, offrono un playground eccezionali per Beaujolais croccanti, profumati, speziati. Il mio preferito è Fleurie, ma ben conosciuti, e tutti squisitamente deliziosi, anche i vini di Molin a Vent, Brouilly, Morgon, Chirobles. Noi eravamo nel piccolo ma confortevole appartamento del Domaine de Robert, piccolo e premiato produttore, di cui abbiamo ovviamente assaggiato i vini e approfittato di un azzeccatissimo consiglio gastronomico che ci ha condotto a un gran finale, vicino a un camino, a deliziarci di un fiero e lauto pasto di fine vacanza studio!

  • La Molecola sul CorriereFiorentino!

    La Molecola sul CorriereFiorentino!

    Oggi la sorpresa, molto bella, di essere sulla costola fiorentina del Corriere Fiorentino, con una sentita e partecipata recensione del libro da parte della bravissima Monica Ficicchia.

    Corriere Fiorentino – Martedì 30 Dicembre 2025
    VIVI FIRENZE E LA TOSCANA

    Recensione Libri

    Alle origini del vino
    (una storia di sapori e abitudini sociali)

    di Loredana Ficicchia

    Ottomila anni fa l’umanità non sapeva scrivere ma aveva già intuito che quella bevanda magica ricavata dall’uva pigiata a piedi nudi magari danzando, era il seme della felicità. Il viaggio dell’autore, Francesco Sorelli (direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina), prende a prestito storie diverse: dal demone Akratos – quello del vino non condiviso –, all’ubriacatura di Noè, dai popoli barbari che, tra i fiumi dell’alcol, balbettano parole sconnesse, all’efferrato episodio biblico dell’incesto di Lot.

    La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza, per i tipi di Davide Falletta, con la prefazione di Attilio Scienza, è un’opera fuori dagli schemi: con divagazioni filosofiche, incursioni nella storia dell’arte, in enografia, mitologia, scienze sociali e storia delle religioni. Sorelli affonda le mani anche nella poesia ma nel sedurre il lettore, lo avverte: il vino, come l’umanità, ha un’anima chiaroscurale. È una bevanda alcolica potenzialmente distruttiva, soprattutto se consumata nell’eccesso e in solitaria.

  • Riappropriarsi della propria civiltà: dialogo tra storia e crisi del vino

    Riappropriarsi della propria civiltà: dialogo tra storia e crisi del vino

    CONFRONTO CON FRANCESCO SORELLI SUL SUO ULTIMO LIBRO “LA MOLECOLA DELLA CIVILTÀ – IL VIAGGIO DEL VINO FRA STORIA, MITO E BELLEZZA”
    a cura di GIULIO SOMMA

    Riproduzione integrale e autorizzata de “Il Corriere Vinicolo” n39, 8 dicembre 2025.

    Dopo una lunga esperienza in Ruffino, dove negli ultimi tempi ha rivestito il ruolo di direttore della comunicazione internazionale, Francesco Sorelli è approdato di recente al ruolo di direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina. Autore e divulgatore, docente e wine educator, oggi Sorelli si divide tra il lavoro al Consorzio e l’attività libero professionale, dedicandosi alla scrittura perché, dichiara, “mi piace parlare, scrivere e raccontare. Ho sempre creduto nel potere delle storie, nella capacità umana, fiabesca, di sfidare i bassi e gli alti del destino”. E partiamo proprio da questa sua dichiarazione d’amore per le parole e le storie che lo ha portato a pubblicare un “volumone” di ben 450 pagine dedicato ovviamente… al vino. Ma con un taglio particolare: riscoprire il suo fascino antico per credere nel suo futuro.

    Un’opera voluminosa, quasi 450 pagine, con un titolo molto sognante: cosa significa “La Molecola della Civiltà”?


    Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Il primo romanzo dell’umanità, “L’Epopea di Gilgamesh”, inciso in Mesopotamia 4000 anni fa, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma proprio grazie alla nostra finitezza abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Credo che questo sia davvero un messaggio potentissimo costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo chiaroscurale periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite sull’Ararat, più tempesta di quella…

    Il tuo libro si conclude con l’analisi dei tempi attuali, fra crisi dei consumi, energetica, dazi, global warming, politiche governative sempre più stringenti contro il vino. Come credi si possa venirne fuori?

    In questi mesi difficili per tutto il comparto credo che il vino debba riappropriarsi della propria civiltà, della bellezza che ha saputo generare nei suoi millenni di storia, delle sue raffinatissime forme di convivialità, delle carezzevoli occasioni di felicità che un calice condiviso nel piacere di stare insieme può creare. Ci sarà da rimboccarsi le maniche, da lavorare duramente, le minacce ora sono concrete e da diversi fronti, ma sono convinto che questa sia la strada
    per arrivare a una nuova primavera e che il mondo del vino italiano abbia in sé l’orgoglio, le capacità e la creatività per risorgere. Antonio Gramsci diceva che al pessimismo del pensiero preferiva l’ottimismo dell’azione e sono molto fiducioso che il 2026 possa davvero essere l’anno della ripartenza. Io non ho ricette precostituite o metodi, ma qualche punto, nei venti anni e più di esperienza col mondo del vino, e di un innamoramento che non cessa di una virgola, vorrei provare a metterlo giù. Come si è visto, si chiama vino un prodotto di fermentazione dell’uva che si produce da circa 8000 anni e che, volente o nolente, accompagna l’uomo nel suo accidentato percorso evolutivo, sia negli inciampi, tanti e violenti subiti, sia nelle meravigliose forme aggregative e di civiltà createsi attorno al calice. Il vino, come l’umanità, si è sempre saputo rialzare, ridefinirsi, cambiarsi, evolvere. Il vino è liquido anche in questa sua capacità di trasformarsi, senza mai tradirsi, senza mai rinunciare alla sua identità. Lo farà anche stavolta.

    Molto spesso siamo noi giornalisti, noi comunicatori additati fra i colpevoli, o per lo meno, fra le concause di questo periodo. Tu come la pensi?

    Tante volte si sente dire che è la comunicazione che ha allontanato il vino, che dobbiamo cambiare linguaggio, saper parlare ai giovani. Da comunicatore sono particolarmente coinvolto e sto cercando di prendere in seria considerazione l’ipotesi di un cambio di paradigma nel linguaggio del vino. Il vino, nella sua profonda identità, dovrebbe, secondo me, riappropriarsi di quella leggerezza che proponeva Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane”, e quella semplicità che si auspicava Bruno Munari (perché “complicare è facile”), che il mondo del vino e non solo – hanno purtroppo un po’ smarrito negli ultimi anni. Vedere il vino trasfigurato in posizionamenti astrusi e codici inintelligibili, il luxury, il design, l’esasperazione dell’analisi tecnica e organolettica, non credo faccia bene al vino, e neanche alle sue vendite: il vino non dovrebbe essere aspirazione, ma un segno autentico – e incarnabile da chiunque – del piacere dello stare insieme, di bellezza gustosa, lontano dai formalismi, dalle apparenze e da rituali tronfi e francamente ridicoli in cui è spesso “ingagglioffato”. Il vino ha sempre tante cose da dire, storie universali, identità territoriali, percorsi personali, e non ha bisogno di essere appesantito, di avvalersi di sovrastrutture che non gli appartengono, proprie di altri prodotti che non hanno storia né anima e devono inventarsela.

    In questa tua riflessione, che condivido, che ruolo pensi possa rivestire l’enoturismo?

    Beh, uno dei momenti in cui è più forte e autentica la connessione, è l’accoglienza in fattoria o in cantina da parte del produttore. Una leva forte per le fattorie, sia di costruzione del percepito dell’ecosistema vino, del proprio brand, della denominazione che producono, sia di vendite dirette ad alta marginalità, ma anche per l’appassionato, per l’enoturista, capace davvero di vivere, provare tutte le emozioni che il vino, la bellezza del luogo, i profumi e gli odori, sanno evocare. Il cenno sull’enoturismo mi permette anche una ulteriore riflessione sulla responsabilità del vino, di chi lo produce, in vigna e in cantina, di chi lo commercializza e promuove, nei confronti dell’ambiente, della natura. D’altra parte, i nuovi consumatori ci insegnano che ormai non scelgono più un prodotto, un bene o un servizio, figuriamoci una esperienza sensoriale e di autoindulgenza come il vino, solo sulla base della qualità dello stesso. Conta ormai sapere e percepire come si muove la mamma del prodotto, l’azienda. Il suo scopo, la sua missione.

    Un’ultima domanda, Francesco. Come vedi la presenza di nuove tendenze stilistiche e di nuovi gusti?

    Spesso si dimentica che il vino cambia alla velocità della luce, e che una volta era davvero un’altra cosa – speziato, resinoso, miscelato col miele -, ma anche il vino che si beveva fino a 30/40 anni fa era totalmente diverso da questo. Oggi piacciono vini più leggeri, ci sono i vini naturali, ci sono i macerati, i rimessi in anfora, i low e no alcol, gli orange, gli ancestrali, i biodinamici. Questi vini non tolgono, ma aggiungono alla ricchezza del mondo del vino, possono aiutare a riconquistare i giovani, e si affiancheranno sempre ai grandi pilastri enologici, senza cannibalizzarne quote di vendita. Quindi, benvenuti nuovi stili di vino! Ultima riflessione. La storia è ciclica, ci sono corsi e ricorsi, come dice Giambattista Vico. Il mio libro si apre col grande equivoco di Noè: l’illusione che le vite e il vino siano rinascita, illusione spezzata dal giogo dell’ubriacatura e della sua umiliazione nuda ai figli. Anche ora il vino è inerme a terra davanti al suo futuro. Eppure, con la forza evocativa di queste illusioni, ci siamo rialzati, abbiamo sognato, vezzeggiato la filosofia, fatto arte, abbiamo vissuto, abbiamo avuto il coraggio di uscire dallo statico pensiero nichilista, ci siamo fatti società, poi civiltà, abbiamo amato, riso, folleggiato, creato. E quando torneremo a gustare il vino senza eccessi e sguaiature, mai oltre il terzo calice, solo per il piacere dello stare insieme, di piccole poesie del momento condiviso, per vezzeggiare il nostro benessere psicologico e sociale, il vino uscirà dall’ombra di questi mesi per essere di nuovo la luminosa molecola della civiltà di cui scrivo nel libro, quel vettore di bellezza gustosa di cui, sono certo, l’umanità non possa fare a meno.