Categoria: Il mio lavoro da comunicatore

  • Un’enciclopedia del vino

    Un’enciclopedia del vino

    La Nazione, attraverso la penna amica e sagace di Leonardo Bartoletti, mi ha dedicato uno splendido trafiletto, che riporto qui integralmente:

    Pubblicata l’enciclopedia del vino

    Tra storia, civiltà e cultura, si tratta di una delle pubblicazioni più complete e formative mai realizzate in materia di vino. Si intitola “La Molecola della Civiltà, il viaggio del vino fra storia, mito e realtà”, è il libro di Francesco Sorelli, direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina. Una figura che da sempre si occupa di comunicazione, management e cultura del vino e che, dopo qualche anno di lavoro, ha dato alla luce una piccola enciclopedia, in grado di compiere un viaggio di ottomila anni intorno al vino tra storia, cultura, economia. L’opera è arricchita anche da una prefazione del professore Attilio Scienza, figura tra le più autorevoli nella divulgazione scientifica sul vino.

  • “Un paese ci vuole”

    “Un paese ci vuole”

    «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Cesare Pavese.

    Si è svolta a Pontassieve venerdi scorso la prima del mio libro, presso le sale, piene, del Museo Geo. Non ho tante parole, se non di gratitudine perchè più che una presentazione è stata davvero un tuffo nel mio, nostro passato e un abbraccio collettivo. Non so dove andrò con “La Molecola della Civiltà”, ma è certo che mi abbia già regalato dei momenti davvero forti. E’ proprio vero: le parole e le storie uniscono e leniscono. Grazie di cuore ai colleghi presenti, passati e futuri, ai compagni di liceo, agli amici di una vita, alla famiglia che dal Casentino a Pontassieve a Rosano mi segue con fiducia. Una serata di emozioni, amore e nostalgia. E adesso, mercoledi prossimo, Firenze!

  • Finalmente, il libro!

    Finalmente, il libro!

    Sono oltremodo emozionato. “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza” è qui fra le mie mani, lo sfoglio e ne sento l’odore fra la cipria e la polvere delle tante pagine che lo compongono. Ci ho messo veramente tanto a scriverlo e non di rado mi sono sentito un po’ perso. E’ la conclusione di un percorso durato 10 anni e un atto di restituzione alla civiltà del vino, alla sua cultura popolare, alla sua mirabolante storia a cui devo, dobbiamo tanto, e che sento purtroppo sotto attacco. Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Pensate: il primo romanzo dell’umanità, L’Epopea di Gilgamesh, inciso in caratteri cuneiformi in Mesopotamia, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma grazie a questo limite, grazie alla nostra finitezza – abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Un messaggio potentissimo, costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite e si ubriaca dal vino ricavato sulle pendici dell’Ararat…

    Un grazie al professore Attilio Scienza per la splendida prefazione che mi ha donato e a tutte le persone, produttori, amici, giornalisti, colleghi ed ex colleghi con cui ogni giorno vivo questa tracimante passione.

    Per chi fosse interessato, “La Molecola della Civiltà”, è acquistabile su Amazon https://www.amazon.it/dp/B0G3M7LZV8

    Quanto prima darò comunicazione delle prime presentazioni, in cui mostreremo qualche immagine, leggeremo qualche estratto e, soprattutto, brinderemo con un buon calice.

  • Enocliternia 2025

    Enocliternia 2025

    Sabato 22 novembre ho avuto l’onore di partecipare come relatore sulla storia del vino a un evento nel sud del Molise, a Nuova Cliternia, non lontano da Termoli, chiamato EnoCliternia. L’evento è stato magnificamente organizzato dalle 6 aziende vinicole della zona e voluto e coordinato dall’appassionato mediatore sociale, culturale e spirituale, il parroco don Antonio.

    Eravamo partiti all’alba e, dopo un buio viaggio fra la neve e le montagne abruzzesi, siamo arrivati in un assolato lembo magico di terra, affacciato sul mare, le Tremiti davanti a noi: Madonna Grande di Campomarino. Un paesaggio delizioso, di vini, sapori e di grande bellezza, scolpito dagli Osci, dai Sanniti, la Magna Grecia, i Romani, i Normanni, in un presente di viva identità comunitaria. Per me è stata una occasione meravigliosa per parlare di civiltà del vino, della sua storia millenaria che qui, fra vite, olivo, saper fare, si è sublimata in forme davvero aggraziate e ancora troppo poco note.

    La giornata, oltre al convegno, ha visto almeno altri 3 momenti significativi: il riempimento di un caratello col vino delle sei realtà, che il prossimo anno verrà vednuto all’asta in beneficenza; il banco di assaggio nel cuore del paese, accanto al Santuario della Madonna Grande, coi vini e i sapori del territorio, affolatissimo; e, l’indomani mattina, la piantumazione di barbatelle, piccoli viti di Montepulciano, Tintilia, Falanghina, Aglianico, per i vini del futuro, piantate dai più giovani e dai più anziani: un gesto semplice ma di grande fascino.

    Grazie a Fabio Zavattaro, vaticanista raffinatissimo e grande giornalista, e al bravissimo collega Emanuele Rossini, mio correlatore, per avermi coinvolto, e bravi una volta di più ai prodottori, ai giovani e valenti organizzatori come Loris Antenucci, e alle istituzioni perché il vino lo si promuove e lo si comunica proprio così: con la propria comunità al centro, senza snobismi o linguaggi astrusi, con leggerezza, nel gusto dello stare insieme, nella condivisione e nell’apertura. Ad maiora, con un ottimo calice di Tintilia in mano!

  • Il mio nuovo sito

    Il mio nuovo sito

    Alle porte del decimo anno di vita del mio blog, ho deciso di dargli una rinfrescata. Grazie al supporto degli amici di Sinaptic, eccomi qua con una nuova piattaforma, che continua ad accogliere le storie della mia vita attorno a Bisarno, ma adesso abbraccia, con un tocco grafico più elegante e una chiara suddivisione degli elementi, anche il Francesco professionista.

    Infatti, nell’ultimo anno sono successe un sacco di belle cose: il mio nuovo incarico da direttore e ambasciatore del Chianti Rufina, due filiazioni professionali, il profumo Respiro e il libro La Molecola della Civiltà (per quest’ultima manca ancora qualche settimana, ma siamo alla fine di un percorso lungo più di 10 anni!), l’apertura del mio studio professionale Studio BAR(N), la nostra casa vacanze Il Fienile di Bisarno, delle collaborazioni pazzesche che mi hanno aperto a nuove amicizie e crescite professionali e umane. Ho pensato quindi fosse giusto che tutto questo abbecedario professionale e personale fosse adeguatamente raccontato e trovasse qui una nuova voce. Ed eccomi qua!

  • I primi mesi col Chianti Rufina

    I primi mesi col Chianti Rufina

    Sono solo pochi mesi da quando ho assunto la direzione del Consorzio Chianti Rufina, ma sembrano molti di più. Ci sono difficoltà, non mancano le complessità, ma sono davvero felice di quello che stiamo facendo e soprattutto dell’umanità delle persone che ho trovato, fra le fattorie, nel team, in consiglio, attorno a me. In queste ultime settimane si sono sublimati gli sforzi di tante ore di lavoro e sono arrivate le prime soddisfazioni.

    Ho avuto l’onore, ma soprattutto provato l’emozione – ed è sempre bello -, di dover parlare in pubblico e rappresentare, al mio meglio, tutto questo mio nuovo mondo, con una maglia diversa da quella con cui ho giocato negli ultimi 18 anni, ma che mi sembra di avere addosso da sempre.

    Mi è capitato più volte in queste due settimane: l’altra sera nello spettacolare scenario dello Spedale degli Innocenti per la cena dei Terraelectae, i nostri grandi cru di Sangiovese. O con Rai3 che ha parlato della vendemmia in Toscana dedicando un intero servizio alla più piccola delle DOCG in Toscana, il Chianti Rufina. O durante la presenza al Firenze Jazz Festival in cui calici di Chianti Rufina sono stati bevuti in un milieu meraviglioso, internazionale, giovane, durante concerti, da persone di tutto il mondo, con 6 meravigliosi talk.

    Contesti bellissimi, scenari suggestivi, persone appassionate, buon vino a suggellare. Siamo inoltre diventati partner di un network globale di piccole e prestigiose denominazioni da tutto il mondo (Global AVA), con l’idea di scambiare e condividere pratiche agricole, conoscenze, studi di marketing (“Quando si è tristi non c’è cosa migliore che mettersi a studiare”, diceva il mago Merlino al Re Artù nel cartone animato della Disney).

    Siamo, sono, soltanto all’inizio e ancora tanto è da fare. Il periodo è tutt’altro che semplice, inutile nascondercelo. Ma sono sempre sempre più convinto che il vino, considerato, raccontato, promosso e venduto attraverso il piacere dello stare insieme, nel suo saper donare carezzevoli occasioni di felicità, nel suo essere cultura popolare e saper fare, senza linguaggi astrusi o metafore inintelligibili, possa davvero provare a ripartire e tornare più forte di prima.

  • Il cratere di Assteas

    Il cratere di Assteas

    Sulla vetta della torre borbonica di Montesarchio, nel Sannio, si trova quello che gli archeologi considerano il più bel vaso dell’antichità, il Cratere di Assteas. Il vaso ha una storia incredibile di tombaroli, incidenti mortali, spionaggio, ricchi musei statunitensi e un presente che lo vede dal 2013, dopo leggendari intrighi internazionali, placidamente custodito nel museo archeologico nazionale del Sannio, non lontano da dove, nel 1972, era stato ritrovato da un operaio intento a riparare una fogna.

    Assteas, il cui nome ricorda una ala destra ellenica dinoccolata e dribblomane dai capelli lunghi, era il Michelangelo dell’antichità, che aveva una bottega nella non distante Paestum. Siamo circa nel V sec quando una nobile famiglia sannita commissiona all’artista un cratere – un recipiente dove il vino veniva miscelato con acqua e spezie – per officiare i loro simposi, i loro ricevimenti. Un po’ come quando noi si va a comprare le tovaglie di lino e si usa il servito buono, più o meno.

    Assteas è in grande spolvero: la sua mano tratteggia figure rosse di una grazia, di una sensualità, di una delicatezza disarmante: ai suoi raffinati committenti crea un vaso che da un lato presenta un corteggio dionisiaco, con Dioniso, una menade, un satiro, Pan, e dall’altro l’innamoramento di Zeus (incarnato in un toro dal muso dolcissimo) per Europa, principessa fenicia, con l’erote Pothos, allegoria del desiderio sessuale, a spargere loro addosso profumi per favorire la scintilla, sebbene Zeus, dai proverbiali appetiti, non ne abbia particolare bisogno.

    Insomma, vino, amore, bellezza, sensualità, questo consegna Assteas ai suoi clienti: le basi, le molecole della nostra civiltà, anche se spesso lo dimentichiamo. Esco dalla visita abbagliato di luce in una giornata caldissima provato da quella che credo sia stata la mia prima sindrome di Stendhal. Mi chiedo dove sia la folla chilometrica che meriterebbe l’opera. E direi le solite banalità scrivendo che se solo fosse stata oltralpe, ma forse anche oltre Roma, questa mirabilia varrebbe un pil di un piccolo paese. Ma così non è, e forse va anche bene cosi. Io per primo, del resto, non avevo mai sentito parlare né del cratere né tantomeno di Assteas, fino a qualche mese fa.

    Così come non conoscevo il Sannio, l’elegante Benevento, il culto di Iside, i barbari Longobardi che qui sono stati tutt’altro che invasori, le streghe o janare, le cantine scavate nel tufo, borghi splendidi come Sant’Agata dei Goti e Cerreto Sannita, le acque termali sulfuree di Telese, sapori abbondanti e generosi, i lasciti borbonici, le pizze, i torroni, i prosciutti. Devo tutto questo a due persone.

    Un grazie enorme quindi a Pasquale Carlo, scrittore, giornalista enogastronomico e finissimo intellettuale che mi ha fatto innamorare di una terra davvero rara, e a Davide Di Leone, che mi ha aperto alla sua splendida famiglia, ai suoi progetti, ai suoi sogni, che da La Vinicola del Titerno portano alle Terre Massesi e porteranno ancora più in là. E un grazie alle nuove amicizie fatte in questi giorni. Ci ritroveremo molto presto, calice in mano.

  • Haikou

    Haikou

    La seconda parte del viaggio ad Hainan si è svolta nella capitale dell’isola, ad Haikou, nel nord. Circa 4 ore di van sotto una pioggia tropicale e l’arrivo in città. La prima impressione non è stata ideale: cielo grigio, città questa volta grande (4 milioni di abitanti, piccola per la Cina ma grande per i miei canoni) e una sensazione di deja vu deludente che ho avuto in molte megalopoli della Cina. In realtà, questo giudizio severo mi si è confutato e quasi del tutto ribaltato già dopo pochi attimi.

    Eravamo coinvolti a un altro evento di incontro fra le parti, questa volta rivolto più all’area politica che commerciale e il benvenuto che ci è stato fornito, l’organizzazione coi suoi rituali (fra cui quello del te), la magnifica cena di gala – mi sembrava di essere dentro un film, hanno reso la giornata davvero memorabile. Abbiamo poi concluso la serata, noi italiani, al roofbar dell’hotel dove, fra birra cinese, un piano bar che ci cantava canzoni italiane anni 50, fra la stanchezza, la soddisfazione, lo straniamento di essere così lontani da casa, di conoscerci da poche ore fra di noi eppure in maniera così “vissuta”, ci siamo lasciati andare a riflessioni molto personali.

    L’indomani abbiamo visitato il duty free più grande del mondo (!), che si trova fuori Haikou – impressionante, ma abissalmente lontano dai miei interessi. Per pranzo, abbiamo mangiato col proprietario di un hotel sulla costa, che poi ci ha mostrato i plastici di altre sue proprietà: tutto molto surreale, mi rendo conto anche solo a scriverlo. Immaginate a viverlo. Anche la serata conclusiva è stata particolarissima: una cena in classico stile hainanese, accompagnati da un funzionario pubblico di alto livello,  con spettacolo di acrobati e canto, dentro un edificio a forma semisferica a vetri, affacciato sul mare. Decisamente memorabile.

    Finale di serata col cocco (credo di averne bevuto più di 15 litri, e mangiato in ogni sua declinazione) e visita di quella che forse è la cosa che mi è più piaciuta di questa settimana: la città vecchia di Haikou. Vecchia per modo di dire perché la furia iconoclasta con cui gran parte delle aree storiche in Cina sono state abbattute non è stata risparmiata neanche qui, e per vecchio intendo quindi inizio Novecento, ma è stato molto affascinante immergersi nel mercato locale, fra case basse e un po’ dirute, venditori chiassosi, botteghe di artigianato e prodotti locali.

    Proprio a pochi dal più grande duty free del mondo e nella capitale dell’isola destinata a diventare il più grande polo commerciale del mondo. Ah, fra i banchi del mercato, in luoghi al limite dell’igiene, vi era la possibilità di pagare con WeChat, vero grande fratello della Cina, mentre le connessioni con Google, con Whatsapp e tutto il gruppo Meta precluse anche nei grandi hotel di catene internazionali.

  • Sanya

    Sanya

    Hainan è un luogo che mi sta stregando. Ho passato i primi tre giorni nel sud dell’isola, nella città turistica di Sanya, dove ho intrecciato, senza soluzioni di continuità, luoghi esotici fra palme di cocco, frutta tropicale, tempi buddisti, mangrovie e spiagge di sabbia bianca finissima, edifici in via di sviluppo, quartieri avveniristici, centri commerciali hi tech in un contesto comunque dominato dalla natura e con pochissima occidentalizzazione, persone accoglienti che ci hanno mostrato le loro bellezze, i loro sapori, i loro progetti. E io che c’entro in questo marcopolesco viaggio? Tutto è nato qualche mese fa, dove, in senso al gruppo di lavoro di EACD, ho conosciuto un professionista della comunicazione che, insieme a una sua partner cinese, sta curando un ambizioso e strutturatissimo progetto chiamato Salotto Italia-Cina, un centro commerciale nel centro di Sanya dedicato al Made in Italy, un Made in Italy però non di pura vetrina di marchi italiani, ma di concezione culturale, di incontro tra culture, in cui l’Italianità è promossa e venduta attraverso il piccolo, l’artigianato, l’enogastronomico di nicchia, con un approccio da bottega rinascimentale, attraverso cioè anche la presenza di scuole, di luoghi di formazione e racconto di quello che è l’Italia e la creatività italiana. 

    Tutto questo si inserisce perfettamente nei piani di crescita dell’isola: il governo centrale sta attuando una politica a medio termine di zona a porto franco per favorire investimenti, investimenti che siano – e qui sta la grande differenza rispetto a tante altre zone dell’Asia e direi della Cina in particolare – sostenibili dal punto di vista edilizio, di integrazione con l’ambiente, di impatto minimo, anche perché Hainan è una delle località turistiche più conosciute dell’Asia. Il mio momento clou è stato lo speech che ho tenuto dove ho raccontato la storia della Toscana, e quanto la realizzazione di una Bottegq qui a Sanya, nell’accezione di una enoteca da vivere, in cui attorno a un calice si possa esperire sognando la terra degli Etruschi e del simposio, del libero arbitrio e dell’autodeterminismo, della bellezza povera della civiltà contadina. Vediamo quel che verrà fuori, intanto mi sto godendo con occhi spalancati e confesso stupiti questi giorni esotici, pieni di incontri, di piatti deliziosissimi – fra cui il mio amato cocco in tutte le sue declinazioni, di una compagnia entusiasta composta da milanesi, torinesi, cinesi, italo cinesi, di persone accoglienti e dolci, di spiagge ancora inesplorate.

  • In volo verso Hainan

    In volo verso Hainan

    Ed eccomi di nuovo in un volo intercontinentale, destinazione la Cina e nello specifico l’isola tropicale di Hainan. Si torna alla Economy. Finiti i privilegi precedenti: negli ultimi viaggi quasi non davo loro nemmeno più troppa importanza. Succede sempre cosi: ci si accorge di quanto una cosa sia importante quando viene meno. Ma ora ho un’altra vita lavorativa, ancora più bella, che mi sto costruendo da solo, e che in pochi mesi è davvero fiorita. Il Consorzio Chianti Rufina, su tutti. E tanti piccoli grandi progetti attorno. Come questa splendida opportunità col Salotto Italia – Cina, all’interno del quale sono coinvolto come intermediario culturale per la definizione concettuale di una Bottega, all’interno di un macro progetto italo cinese chiamato Salotto Italia – Cina, a Sanya, nella zona sud. Sono emozionato si, ma anche un po’ stranito. Le classiche sensazioni che mentre si vola si provano, quasi come in un flusso di coscienza. Rispetto al mio recente passato, sto prendendo scelte e decisioni con un mindset diverso, che impattano sull’organizzazione della mia vita personale e professionale, decisioni di cui sí sento la bontà, di cui sono il padrone assoluto, che finalmente mi ridanno entusiasmo e divertimento, ma per le quali non ho certezze oggettive che siano quelle corrette e che frutteranno. Questo viaggio in Cina, su cui ho personalmente investito, è una di queste scelte su cui mi pongo delle domande. Mal che vada, mi dico, mi faccio una settimana in una isola tropicale, conosco una parte del mondo diversissima, di sapori, profumi e culture profonde, e stringo contatti che potranno servire a lungo. Sono sempre esperienze. Ma ogni decisione si interseca con altre e genera conseguenze. Il viaggio a Hainan ha significato non partecipare allo spettacolo teatrale della Laura. A lasciarla sola nel gestire la famiglia e la partenza per la Francia della Matilde, primo viaggio da sola. Inoltre mi ha costretto a non andare a Londra a sostenere gli esami del D3, concomitanti con questa trasferta – che dovrò ridare a ottobre. Boh. Non sono proprio sereno su questo aspetto. Non mi ero nemmeno preparato bene, e forse avrei passato solo la parte di degustazione. Ma resta comunque il rimpianto. Lo spreco economico. E la necessità di estendere ancora per mesi lo studio, estenuante, e di investire in una nuova trasferta londinese per andare a tenere gli esami. 

    Inoltre, l’aver spostato a ottobre il D3 mi impone di finire il libro. Ormai mi devo concentrare e concluderlo. Sta anche venendo davvero bene e ogni volta che lo presento in uno storytelling, dovrò farlo anche qui a Sanya, come l’ultima volta al Vinitaly, mi regala grandi soddisfazioni.
    Poi c’è l’apertura del fienile di Bisarno. Gli ultimi due mesi non sono stati divertenti, per essere eufemistici. Ma ci siamo. È venuto meraviglioso. E cosa manca per aprirlo? Una burocrazia. Che rabbia.

    Intanto siamo quasi arrivati a Chongqing: nona ora di volo su dieci e sei ore avanti. Quindi: local time le 5 del mattino cinese. Non ho dormito neanche un po’.  E mi aspettano 3 ore di attesa a Chongqing e altre due di volo, fino ad arrivare a Sanya quando saranno le 11 del mattino. Mi sa che caracallerò stanco tutto il giorno.