Sembra incredibile ma, ancora qualche giorno, e il fienile sarà davvero concluso. Gli ultimi mesi di restauro non sono stati proprio il massimo del divertimento e, complice anche un periodo lavorativamente bello ma saturo fin troppo di attività, oneri, chiamate, meeting, il livello di stress è decisamente salito.
A ogni modo, il risultato finale è suggestivo, con alcuni elementi davvero di gusto, come la pergola – voliera installata in una lunga giornata di lavoro, la cucina in muratura, l’illuminazione interna e soprattutto esterna, il riuso delle travi di legno del vecchio soffitto trasformate in porte, tavolo e sportelli della cucina. Adesso, risolte le ultime burocrazie, si partirà e vediamo quel che succede. La stagione è già nel suo pieno e ho perso ormai diversi mesi, ma confido comunque in un buon trend. Sono molto curioso di cimentarmi in questa attività.
Il periodo complesso e caotico mi ha purtroppo obbligato a delle rinuncie e a delle procrastinazioni e a una strisciante sensazione di perdermi qualcosa, di non riuscire a trattenere tutto, come quando si cerca di afferrare con la mani l’acqua. Intanto, non sarò in grado di andare a Londra a sostenere il D3 del WSET. Purtroppo, anzi, per fortuna, avrò una trasferta di lavoro concomitante, e comunque non sono riuscito neanche a prepararmi adeguatamente. Quindi, si va al prossimo appello, al 21 e 22 ottobre e vediamo di dedicarmi in maniera prepotente allo studio a partire da metà maggio.
Anche il libro sta di nuovo rallentando, e questo è un altro aspetto che mi ferisce non poco. Le priorità vanno inevitabilmente al Consorzio Chianti Rufina, che sta assorbendo gran parte della mia giornata lavorative, soprattutto a seguito dalla comunicazione ufficiale fatta alla stampa della mia nomina, che mi ha portato numerose citazioni stampa e mi ha portato a vivere un Vinitaly davvero unico, molto al centro dell’attenzione: mi sono sentito come in quel lontano Vinitaly 2004, il mio primo, le stesse emozioni, di felicità, di nuovi inizi, e anche di un po’ di sane paure di non essere all’altezza. Dopo 21 anni, niente e tutto cambia.
Durante il Vinitaly, si è anche sublimata una altra elettrizzante collaborazione con la Regione Calabria, con la quale ho anche tenuto uno speech sulla storia e sulla cultura del vino, speech che mi ha portato a conoscere altre persone e altre realtà, come gli amici del Sannio, sul tema condiviso che il vino debba essere raccontato per la sua capacità magica di agggregare, di elevare il piacere dello stare insieme. Sono occasioni come queste che mi spronano a finirlo questo libro, e a portarlo a giro, a presentarlo nelle terre degli Etruschi, degli Osci, degli Enotri, dell’antica Roma…
Poi Acqua degli Dei, Spartivento, il Jazz Festival, il Salotto Italia – Cina, l’EACD, il progetto di marketing territoriale dietro il Chianti Rufina, il mio nuovo brand che dovrebbe raccogliere e raccontare tutte le mie attività in forma organica. Tante tantissime cose. Tutte stimolanti. Mi ci vorrebbero giornate da 30 ore, e forse non basterebbero. Unica certezza, il ferro è caldo e va battuto: rimboccarsi le maniche, lavorare, lavorare, lavorare. Non c’è nessuna altra ricetta per portare avanti i propri progetti e realizzare qualche sogno. Il talento da sè non vale nulla senza l’impegno costante e continuo.
È incredibile quanto veloce sia corso via questo inverno, e quanto sia cambiata in positivo sia lavorativamente che privatamente (ormai ahinoi vita e lavoro sono spesso un tutt’uno) la mia vita negli ultimi mesi. Temevo che l’uscita da Ruffino portasse con sé anche aspetti negativi, oltre alle belle novità che già sapevo mi attendevano. Invece, lo dico con poca scaramanzia, sono davvero tante le fioriture emerse in questa primavera, e sono di nuovo al centro del mio destino.
Il lavoro col Chianti Rufina è iniziato, anche ben prima della formalizzazione al 1 marzo. Una attività a 360 gradi, che mi sta facendo conoscere fattorie, luoghi, persone che già pensavo di conoscere e che invece mi stanno donando spunti, idee, progetti per poter svolgere al meglio il mio ruolo da direttore e ambasciatore del consorzio vini del mio territorio. A breve ci sarà il Vinitaly e provo le stesse emozioni del mio primo Vinitaly col Chianti Classico, nell’aprile 2004, più di venti anni fa.
Inoltre, ho la fortuna e il privilegio di collaborare al pensiero strategico e creativo di due marchi fantastici, che mi mettono al centro bellezza, umanità, impegno. Coi profumi di Acqua degli Dei a giugno presenteremo in quel paradiso in terra che è Il Giardino degli Dei a Capo Vaticano un nuovo profumo, a cui ho contribuito anche nella definizione olfattiva (ed è bellissimo realizzare profumi!). Abbiamo creato anche un blog, Il Profumo della Bellezza, che mi fa anche scrivere di tematiche a me molto vicine. Poi, la linea moda maschile Spartivento, ispirata al punto più meridionale di Italia: a breve usciremo col nuovo sito e daremo il via al progetto!
Poi, dopo anni di presenza un po’ sottotraccia, grazie all’amico Francesco con cui abbiamo fatto cose straordinarie nel recente passato, a partire da Le Tre Rane, sono orgogliosissimo di essere diventato parte importante di uno dei festival jazzistici più affermati di Italia, Il Florence Jazz Festival: a settembre quest’anno ci troveremo in uno dei palchi della Firenze d’oltrarno, prima e dopo i concerti – c’è un rooster di artisti eccezionale quest’anno – per raccontare le storie di bellezza attorno a un calice.
Non solo, ci sono collaborazioni con amici e professionisti, Marco, Eugenio, Giovanni, Lorenzo, Renza, per citare i più presenti, che stanno portando a nuovi viaggi e progetti, vicini e lontani, da Pontassieve alla Cina, da Milano alla California. Queste collaborazioni, che parlano di storia e cultura del vino, di ESG, di comunicazione corporate, di docenze, di botteghe del gusto toscano, di bellezza che incontra la bontà, ruotano attorno al BAR(N), il mio studio-agenzia ricavato nel piano interrato del fienile di Bisarno, che ormai è diventata la mia sede di lavoro, nonchè un piacevolissimo luogo di simposi e convivi con amici, vista la presenza anche della mia cantina. Sto lavorando al sito, spero in un paio di mesi di uscire con www.studiobarn.it
Aggiungo anche che il fienile, a parte alcune settimane di ritardo accumulate nella sua ristrutturazione, è quasi terminato e da maggio diverrà il nostro bed and breakfast. Non stanno mancando i problemi, i nervosismi e le lungaggini (direi un classico di ogni ristrutturazione) ma è sempre per me molto piacevole sognare con gli arredi, coi recuperi storici, con le scelte di interior: e adesso sta venendo davvero bene. Le prossime settimane saranno decisive, con impiantiti, porte e finestre, elettrodomestici, etc. E poi da giugno sarà una freccia da aggiungere alla mia faretra.
Infine, e forse questo è l’aspetto più profumato di quelle fioriture di cui stavo scrivendo prima, ho ritrovato tempo per prendermi cura di me stesso. Non tanto fisicamente (anzi: questa è una promessa che mi devo fare, perché sto invecchiando male fra gli acciacchi e la nullafacenza atletica) quanto psicolgicamente: sto finalmente concludendo il macro progetto de “La Molecola della Civiltà”, che spero entro l’anno diverrà un libro, un podcast, un progetto di storytelling locale e internazionale. “La Molecola della Civiltà” il mio grande grazie al vino, di cui sto provando a tracciarne un percorso che parte dalla Colchide, le civiltà mesopotamiche, i Fenici, il nostro mediterraneo coi Greci e gli Egiziani, l’Italia degli Etruschi e dell’Antica Roma, fino al Rinascimento, la civiltà contadina, il fiasco e i giorni nostri.
In parallelo, studio, o perlomeno provo. Chi mi segue sul blog sa che quasi due anni fa ho iniziato il progetto del Diploma WSET: ho dato i primi 4 esami, ma davanti a me ora c’è l’esame più complesso, che proverò in primo appello a maggio. Anche questo, mi piacerebbe concluderlo nel 2026.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Faccio mie queste belle parole di Cesare Pavese per raccontare che, dal primo marzo, inizierà per me una nuova avventura lavorativa al Chianti Rufina, il distretto vinicolo di quella che è, lo dico con grande orgoglio paesano, la mia terra e casa mia.
Un enorme ringraziamento ai colleghi di Ruffino, grazie ai quali sono cresciuto professionalmente e umanamente e coi quali ho vissuto pagine splendide che resteranno per me indelebili: Cookstock, Casa Sanremo, Le Tre Rane, La Toscana di Ruffino, i meravigliosi posti a giro per il mondo e le infinite persone incontrate, sempre con un calice in mano. 18 anni letteralmente volati via, pensando ai quali ogni volta mi commuovo e provo profonda gratitudine.
E un grazie altrettanto grande ai produttori e alle persone del Chianti Rufina, che mi hanno dato subito grande fiducia: per me adesso è davvero come indossare la maglia della Fiorentina! Una sensazione molto forte.
Adesso al lavoro: i vini sono ottimi, il territorio di Londa, Dicomano, Pelago, Rufina e Pontassieve splendido e con tanta biodiversità, boschi, colline, pievi, ci sono grandi prodotti gastronomici, saper fare, bellezze etrusche, ville rinascimentali e castelli medievali, ottimi ristoranti e agriturismi, siamo vicini a Firenze e abbiamo quel tocco scapigliato che ci rende anche unici! Io ce la metterò davvero tutta per cercare di dare a tutto il distretto massima visibilità e riconoscibilità!
Tripletta. Sembra incredibile ma ce l’ho fatta! Evvai: sono passato a tutti e tre gli esami del Diploma WSET! In quella che era stata una giornata campale, l’indimenticabile 12 giugno 2024, sono riuscito a concludere in positivo, malgrado i crampi alle mani, malgrado non aver visto una domanda, malgrado non aver avuto una eccellente exam technique, e malgrado aver comunque fallito la parte di teoria di uno degli esami, riscattata da un tasting da distinction (ho perfettamente centrato tutti e 3 i vini presentati alla cieca), sono riuscito a conseguire un pass per il D2, un pass per il D4 e un pass with merit per il D5! E sono anche con due pass with merit su 4 esami!
Sono riuscito a lavare parzialmente via la sensazione di essermi pentito di aver dato 3 esami in un giorno, che mi aveva costretto a una necessaria disperatissima preparazione nei mesi precedenti il 12 giugno, scelta che era stata mia e che rifletteva una voglia di autopunirmi per il mio primo fail al D2 dell’ottobre 2023. Aver voluto giocare questa sfida, essermi testato in uno scenario complessissimo, e aver avuto ragione alla fine mi ha regalato una soddisfazione grandissima nelle 24 ore in cui sono state inviate, l’una a distanza di ore dall’altra, e io che continuamente aggiornavo outlook, le email con le congratulazioni per il successo: prima il D2 (che era quello di cui dubitavo di più), poi il D4, quello in cui mi ero dimenticato di rispondere a una domanda, e infine quello di cui ero più tranquillo, il D5, che infatti mi ha portato anche al pass with merit. Tuttavia, sono stati mesi molto duri, complicati, anche di tensioni che poi ho sfogato in famiglia, che mi hanno fatto fare delle rinunce, che si sono sovrapposti a trasferte di lavoro, a impegni di lavoro, a mille altre cose.
E, quindi, dopo l’essermi dato questa virtuale pacca sulla spalla e di aver vezzeggiato il mio ego, devo capire come affrontare quello che è l’esame più probante di tutto il Diploma: il famigerato D3, incentrato sui vini di tutto il mondo, che si compone di due esami separati e il cui corso inizia a ottobre e il primo appello è a giugno 2025. Ad maiora.
Sono nel treno PIzzo – Firenze SMN, di rientro da una quattro giorni in Calabria di grandi emozioni. Ho partecipato a un momento molto intenso, l’inaugurazione di un giardino recuperato dall’incuria e restituito alla sua ancestrale bellezza a Capo Vaticano, vicino Tropea: Il Giardino degli Dei. Mentre il treno corre veloce (e meno male, senza particolari ritardi o disagi) davanti a me ho uno spettacolare tratto di costa, di mare azzurro, che mi fa ripensare ai giorni vissuti.
Il Giardino degli Dei è un progetto davvero sognante, lirico. Di bellezza e tenacia. Voglia di fare e capacità di fare. E determinazione a farlo. Si compone di oltre 25 botaniche, alcune già presenti ma non curate, altre reintrodotte e reimpiantate, fra arbusti, alberi, cespugli, piante a fiore, piante a frutto: dal lentisco al mirto, dal corbezzolo al bergamotto, dall’olivo al fico d’india, dal pepe rosa al pero selvatico, dalla lavanda al rosmarino, dall’ibisco alla tamerice, solo per citarne alcune. Sono piante proprie di tutta l’area centro meridionale costiera del Mediterraneo, in particolare della Calabria e della Costa degli Dei. Piante rustiche, odorose, tenaci, con storie antiche, usate in erboristeria, officinali, in costante dialogo e sinergia coi suoli poveri di queste zone e col mare, con il quale si fondono e creano un ambiente magico, misterioso, un tutt’uno di travolgente bellezza.
L’altro elemento caratterizzante Il Giardino degli Dei è il mare. Un mare incredibile, dai colori indaco, azzurro, ottanio, turchese, blu, che qui compenetra, ora con schiaffi violenti ora con carezze dolcissime, portando con sé un vocabolario di storie e miti senza tempo, faraglioni, rupi, insenature, su cui si aggrappa tenace la macchia mediterranea. Leggenda vuole che proprio nello scoglio antistante Il Giardino degli Dei, la profetessa Manto avesse vaticinato a uno smarrito Ulisse un ritorno, seppur travagliato, all’amata Itaca. Certe notti, sembra quasi di sentire il canto ammaliatore delle sirene. Sullo sfondo, lo Stromboli vigila maestoso. Ancora più lontano, Vulcano. Nella linea dell’orizzonte, alla sinistra di chi osserva, si intravede l’Etna. Sulla stessa linea, fra la Calabria e la Sicilia, a occhi chiusi e cuore aperto, si percepiscono Scilla e Cariddi.
Visitare il giardino, aprire gli occhi alla sua bellezza, ascoltare il melodioso silenzio delle onde e del vento che leviga le piante e le pietre, inspirare a pieni polmoni i profumi inebrianti delle piante aromatiche e del salmastro del mare, è come portarsi addosso una essenza ancestrale che da sempre ci appartiene. Alle prime luci dell’alba, quando il crepuscolo è spezzato dalla forza della prima luce o quando il sole tramonta sullo Stromboli e il cielo da azzurro si fa prima arancio poi viola, lo spettacolo che si offre è unico: una esperienza sinestetica, con tutti i sensi vezzeggiati, che permette di percepire un passato senza tempo di arabeschi magici, un presente assoluto di pienezza e compiutezza e la sensazione appagante di essere parte di un continuum che si proietta in un futuro infinito.
RIpenso a ieri, quando, insieme ai fondatori di Acqua degli Dei, abbiamo raggiunto via pedalò quel meraviglioso specchio di acqua su cui si affaccia il Giardino. Non ci sono altre vie, se non un sentiero pericolosissimo. I millenni hanno levigato le rocce, creando una palude di acqua cristallina con una mini insenatura di spiaggia bianchissima. Acque poco profonde, non calcabili da navi, punteggiate dal mitologico scoglio della profetessa Manto. Siamo arrivati lì a nuoto, nell’esatto punto in cui gli archeologi e i filologi concordano sia ambientato la storia di Ulisse e di Manto. Ulisse è un personaggio che mi appartiene, che sento nelle mie corde. Le parole di Dante mi scavano dentro fin dal liceo. Altro che vivere come bruti, la conoscenza e la virtù vanno navigate, vissute, perseguite con decisione e coraggio, anche a costo di prendersi dei rischi come affrontare le correnti e le insidie della vita. Con fermezza e risoluzione. Abbiamo condotto una sorta di riunione lavorativa in quel luogo. “Ragazzi, vi rendete conto che power point stiamo mostrando? Guardiamoci attorno”. Un bagno magico, un momento davvero intenso, di creatività, pensiero, progettualità non spaventata, che mi ha fatto finalmente per una volta sentire parte di un tutto, in armonia. Un’esperienza panistica e rigenerante davvero forte: anche a me, come a Ulisse, Manto dal suo scoglio ha parlato, attraverso la bellezza, attraverso quello che sto provando sulla pelle, con gli odori, con quello che avevo davanti.
Mi trovo spesso a parlare di bellezza, a cercarne le sue sfuggevoli carezze in ogni ambito della mia vita. Molte volte, come questa peraltro, ne scrivo: che sia un post privato di un blog, o una riflessione personale in famiglia, o uno spunto lavorativo, finanche in tematiche alte, universitarie, o di business, il tema della bellezza ricorre quasi fastidiosamente nel mio abbecedario espressivo.
Che la bellezza salverà il mondo è uno dei pochi assunti – del più grande scrittore di sempre, il buon Fedor – a cui io mi aggrappo da sempre. Ma il termine può depistare, può appare che io intenda la bellezza come un atto di puro estetismo, di corpi statuari e di armoniche forme policletee. No, sarebbe una visione un po’ frivola e superficiale, legittima e che peraltro non disdegno, da bruttino qual sono, e a cui sono tutt’altro che insensibile, ma non è questa la bellezza che salverà il mondo.
La bellezza è una entità fragile. Si annida nei dettagli e vive assiepata fra le piccole cose. Ha contenuti aggraziati e profumi sottilissimi. Ed è la luce che permette alle persone che si cercano di trovarsi. Io ricordo quando mia nonna apparecchiava la tavola per il mio rientro da scuola con zelo certosino, con gesti rituali, con manovre ipnotiche, e al mio esatto arrivo la padella smetteva di sfrigolare e la pasta veniva condita in una insalatiera lisa, gonfia di sugo colorato e amorevole abbondanza. “Non lo finisci? Non è buono”?. Una consuetudine gustosa e carezzevole che mi ha educato e cresciuto: una bellezza invincibile, protettiva, rassicurante che ancora oggi, a oltre 20 anni dalla sua dipartita, si è sublimata in un etereo velo che mi avvolge e mi aiuta a cacciare via tanti pensieri neri.
Lo scorso 9 luglio ho avuto una giornata davvero emozionante. Forse una delle più soddisfacenti da quando lavoro. In entrambe le situazioni ho portato la bellezza, la poesia, i miei principi filosofici al centro di un dibattito, con molte persone che hanno colto le mie parole, parole tremebonde come ogni volta che mi metto a nudo nei miei pensieri più personali, e mi hanno fermato e scritto.
Al mattino ero nell’aula magna dell’Università di Verona, al centro di una cattedra di spiriti eletti, grandi scienziati, manager di successo e titolari di aziende storiche, chiamato dal prestigioso AWBR (Academy of Wine Business Research), io “sesto di cotanto senno”, con l’unico messaggio che il vino possa davvero aiutare le persone, in quanto poetico depositario di una bellezza fragile su cui l’umanità ha modellato il convivio, il simposio, il piacere dello stare insieme, fin dai tempi della Colchide, della Mesopotamia, degli Etruschi. Alla fine, l’uomo ha sempre cercato la felicità nello stare insieme. E il vino ha sempre saputo porsi al centro di questi momenti aggraziati. E che si possa anche costruire su questo approccio dei programmi di educazione al bere responsabile: bere un po’, mai troppo, come ci appartiene da sempre, senza mai negare le evidenze scientifiche che il vino, già in minimo eccesso, possa far male. Per me è stato molto gratificante portare questa visione culturale, di ottimismo sociale, di autodeterminazione dell’uomo, di positiva consapevolezza, in un dibattito prettamente scientifico sul vino, sulle tante nuvole nere che incombono sopra il settore. Vi erano a sentirmi professori universitari da tutto il mondo, che mi hanno chiesto poi di raccontare questa mia visionenei loro atenei a Oxford, ad Atene, ad Adelaide, su cui poi innestare i loro studi sulla sostenibilità, sull’innovazione, sul genoma, sui modelli di business, sui consumatori. Sulle cose serie.
Viaggio di rientro da Verona in auto elettrica, sotto un cocente sole. Una sosta per ricaricare l’auto e un po’ di energie anche a me – in piedi fin dal mattino e svuotato dalle due ore di intervento in inglese – attraverso i supersnack dell’autogrill, doccia caldissima a casa ed eccomi a Poggio Casciano, la tenuta di Ruffino, per una altra caccia alla bellezza, come la abbiamo definita scherzosamente durante la serata con l’autrice del libro, Francesca Polizzi, che io ho avuto l’onore di presentare. Un libro incentrato su storie di artigiani fiorentini che hanno saputo scolpire bellezza, attraverso le loro creazioni, che siano tessuti, biscotti, vassoi o semplicemente vini, come quelli di Ilario e Leopoldo Ruffino che nel 1877 ebbero la sognante visione di portare, attraverso fiaschi di vino rosso, la bellezza del vivere semplice toscano e di farne una elegia di gustosa bellezza, di accurato racconto di un territorio spettacolare, di guerre e infiniti rinascimenti come il Chianti (da clangor, sembra ancora di sentirne lo sferraglio belligerante delle armi, nel suono cupo del termine), oggi più che mai da proteggere, da avere a cura, perchè la bellezza è cosa fragile, e quanto mai preziosa.
Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.
Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.
Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.
Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.
Treno di rientro. Si è conclusa la settimana di lavoro più lunga, emaciante e folle da quando ho iniziato questo mestiere nel remoto 2004. Vinitaly i primi giorni, e poi (e soprattutto) la Milano Design Week, dove si è svolta, nei due Dazi di Piazza Sempione, quella dell’arco della pace, l’iniziativa “Oro by Ruffino”. “Oro by Ruffino” è una mostra di 6 opere d’arte e design ispirate dal nostro vino Riserva Ducale Oro, che si svolge al Dazio di Levante. Nel Dazio di Ponente, di fronte, abbiamo allestito la nostra “hospitality”, con un ristorante, un bar, una zona lounge, tutto arredato a tema “oro”. L’oro è non solo materiale luminoso e splendente, ma è elemento alchemico di elevazione e trasformazione. Attorno a questi due poli, i due dazi, si sono succedute una serie di eventi e attività: cene di gala, degustazioni dei vini Ruffino, il vernissage d’apertura, colazioni con gli artisti, tavole rotonde, incontri con la stampa e, soprattutto, un divertentissimo party danzante. Sono partito per questa settimana non in grande forma, convalescente dopo una bronchite. Sto rientrando non ancora del tutto guarito, con ancora tante tosse e, soprattutto gli strascichi della stanchezza accumulata in giornate lunghissime, per non dire dei mesi che la hanno preceduta, che mi e ci hanno eroso, ma, finalmente, adesso leggero di testa, contento dei risultati ottenuti e comunque cambiato, trasformato anche io.
Si potrebbe scrivere un libro di tutte le vicissitudini accadute fra i vari team di lavoro. Aneddoti, nervosismi, tensioni, ma anche risate, coincidenze, professionalità emerse in situazioni molto complesse. Personalmente sono contento perché oltre a un enorme arricchimento professionale nell’organizzazione di eventi complessi, ho avuto anche l’opportunità di affinare, e presentare in diversi momenti teatrali, molto emozionanti (ero tesissimo!) lo storytelling Ruffino, legandolo questa volta specificatamente a “Oro by Ruffino” e arricchendolo ancor di più di una visione culturale e artistica, civilizzante. In particolare ci sono state due opere, un kintsugi e un Dioniso, che mi hanno ispirato una narrazione incentrata sul grande tema della fragilità delle cose belle e della importanza di prendersi cura di questa fragilità. Il kintsugi, applicata in questo caso nell’opera Atmosphere di Chiara Lorenzetti, è la tecnica giapponese di riparare, con inserti in oro, delle cose rotte, molto spesso vasellame. La rottura viene così sottolineata, non nascosta, diventando un elogio alla fragilità, della delicatezza, delle ferite della vita, del tempo che scorre. Il vaso di Chiara era bellissimo. L’altra opera è un Dioniso sfigurato dal vento e dal tempo, realizzato in vetro resina laccata d’oro da Ettore Marinelli. Il dio del vino, dell’eros, del teatro, in un tocco umano, delicato, transeunte. Del resto, anche il sogno di Ilario e Leopoldo Ruffino fin dalla fondazione nel 1877 è stato quello di condividere col mondo la bellezza dello stare insieme, rappresentando, attorno a un calice, la nostra civiltà, il nostro saper fare, fiorito in quel meraviglioso territorio che è il Chianti Classico, terra di conflitti medievali e poi espressione di un rinascimento senza fine. Una danza dionisiaca che però sappiamo tutti essere fragile, essere una riparazione dal male di vivere, un momento fugace e tuttavia da afferrare per allontanare le paure del tempo che passa. Del resto tutte le cose belle sono fragili. L’arte, l’amicizia, il nostro pianeta, l’amore, i fiori, la vita stessa. E anche il vino.
Adesso si rientra a casa dove si mettono a fuoco nuovi obiettivi. Fra due settimane si parte per il Canada. Il Diploma urge con tre esami da dare a giugno. Abbiamo reiniziato i lavori del fienile. Voglio iniziare l’orto estivo. Riappropriarmi della fragile bellezza di Bisarno, tanto per rimanere in tema. Insomma, tante tantissime cose. Come sempre.
In questi ultimi mesi ho partecipato a una serie di eventi organizzati da Ruffino, insieme alla nostra PR agency Allumeuse fra Milano, Londra, Paris e Berlino. Cene in esclusive case private selezionate da AD, la raffinata rivista di architettura e interiors del gruppo editoriale Condè Nast, con un pubblico legato al mondo del design, dell’architettura e dell’arte e, l’indomani, a complemento della trasferta, un pranzo in un wine club o ristorante al cospetto di giornalisti del vino, MW, esperti del settore.
Ho avuto l’onore di presentare la meravigliosa storia di Ruffino e la capacità del vino di sublimarsi in momenti di bellezza come questi, di saper donare connessioni istantanee con persone appena conosciute, di altri paesi, di diversi interessi.
Sono stati momenti molto forti anche per me. Non è stato facile passare da esperti di design e arte a cultori del vino, dalle caratteristiche dell’annata 95 al ruolo dei Fenici nella storia del vino, al rischio di gelate primaverili a Dioniso e Akratos, alla bellezza architettonica di certi paesaggi scolpiti dall’uomo nell’intento, quasi artistico, di fare vino per goderne in compagnia.
Ogni città, ogni popolo, ha mostrato le sue peculiarità. A Milano, eravamo ancora nel 2023, il pubblico era molto attento, l’ambiente elegantissimo e l’organizzazione da parte di AD Milano sublime, impeccabile: il mio, nostro, rammarico è stato quello di essere riusciti a portare non perfettamente le storie del vino Ruffino, pur avendo i vini Ruffino egregiamente esaltato il piacere dello stare insieme, e della conversazione. A Londra eravamo in una detached house su più livelli, a Marylebone, uno dei quartieri più chic, nell’area di Westminster. Londra ci ha permesso di incontrare socialitè del design, dell’architettura, dell’arte da tutto il mondo, in perfetto approccio capitale di un impero. Veramente un momento cosmopolita in una casa da sogno, ospiti dei giovani proprietari che a Londra hanno sublimato la loro storia d’amore, uno parigino l’altro newyorchese. Sempre a Londra abbiamo avuto anche il “momento vino” al 67PallMall, uno dei wine club con la più grande offerta al calice. Sono riuscito anche ad assaggiare il rarissimo Muscat de Rutherglen, una sorta di Pedro Ximenez australiano fortificato: assaggio che tornerà utile per il D5 del WSET. Sempre a Londra, abbiamo avuto anche l’onore di una cena intima a Maison Estelle, a Mayfair (per chi ha giocato al Monopoly inglese, l’equivalente di Piazza della Vittoria), un esclusivo club ricavato da una rara architettura giorgiana, lo stile del XVIII secolo antecedente il vittoriano, dominante a Londra. Nei giorni di Londra ho avuto modo di apprezzare anche templi del vino come l’enoteca Hedonism e il suo incredibile caveau, e la prima sede di uno dei più grandi merchant del Regno, Berry Bros and Rudd.
Parigi come sempre è stata complicata. Eravamo in una casa in Place des Vosges, luogo magico, con queste finestre antiche affacciate sulla piazza, per me la più bella non solo del Marais ma di tutta Parigi. Però c’erano dei lavori in corso e la casa è ormai un luogo di ricevimento, quindi si è un po’ perso quel senso di vissuto, di privato che avevamo a Milano e Londra e che avremmo ritrovato anche a Berlino. Poi gli ospiti, coi quali, vuoi il loro essere intimamente parigino, vuoi un po’ di conflitti linguistici, l’interazione non è stata facile. Ma la serata è andata comunque molto bene. L’indomani abbiamo condotto degustazione e pranzo al ristorante A Casa Tua all’interno dello squisitissimo e a la page JK Place di Parigi, nella Rive Gauche parigina, a pochi metri dalla stazione, ora museo perla dell’Impressionismo, Museo d’Orsay. Qui l’interazione è stata facilitata dal comun denominatore del vino, ed è stato un piacere confrontarmi poi con alcuni di loro nel dopo pranzo ad aiutarmi anche coi metodi classici francesi, Champagne e Cremant, oggetto del prossimo venturo esame D4 del DWSET. La serata poi si è conclusa in un locale un po’ unconventional, il Dirty Lemon, al Marais, dove abbiamo incontrato i nostri nuovi partner delle enoteche parigine NYSA, un piccolo gruppo di enoteche gioiello che già avevo apprezzato nei miei trascorsi parigini, prima che queste diventassero clienti Ruffino.
Last, but not the least, Berlino. Ci eravamo stati con la famiglia per l’ultimo dell’anno, e innumerevoli volte per lavoro e per piacere. Berlino è la mia capitale europea, il perno del Novecento, città di storia, design (il Bauhaus), gli anni 20 con la favolosa serie tv Babylon Berlin, integrazioni culturali, musei che raccontano le civiltà sepolte, continue innovazioni e sperimentazioni. Berlino è stata forse la tappa più riuscita di una tournee comunque vincente. Vuoi che eravamo piuttosto allenati e avevamo lavorato su alcune limature da fare in itinere, vuoi il perfetto inglese dei tedeschi, vuoi una meticolosa organizzazione da parte di AD Germania, vuoi il cibo squisito che ha accompagnato i pasti, tutti fattori che hanno concorso al successo delle giornate. La casa era un meraviglioso appartamento nella zona di Charlottemburg, zona residenziale a ovest. Al tavolo persone creative, curiose, con un grande senso estetico – io avevo accanto due persiane per esempio, una disegna gioielli, l’altra cappelli. Il mio speech è stato ascoltato con passione, percepivo le vibrazioni in positivo, e quindi mi sono anche un po’ dilungato, ho fatto perifrasi, excursus storici, qualche aneddoto attorno ai vini. Bene anche il pranzo il giorno successivo, al Pots di Potzsdammer Platz, una area, più che una piazza, che avevo sempre un po’ trascurato nei miei trascorsi a Berlino ma che a guardarla meglio ha ben più anima di quanto appaia dalle slanciate architetture moderniste e dai brand globali che qui si trovano. Potzsdammer Platz è stata la prima grande ricostruzione della Germania Unita e il centro della piazza era totalmente diviso in due dal muro, di cui una vestigia, compresa la didascalia, ricorda ancora dell’esistenza di quel passato fra DDR e BRD, Est ed Ovest, dal 1961 al 1989.
Oggi ho preso un treno che da Parigi mi ha portato, in poco più di quattro ore, a Dusseldorf. L’Eurostar ha tagliato in diagonale, in direzione nord est, la Francia dello Champagne, poi ha fatto soste a Liegi (a me famosa solo per la gara ciclistica), in Belgio e, poi la bella medievale Aquisgrana – qui ho dovuto verificare su google cosa fosse Aachen – città studiata nei libri perché ci ha vissuto, e ne sono ancora conservate le spoglie, il Carlo Magno che ne face la sublime capitale del Sacro Romano Impero. Infine Colonia, bellissima, con la cattedrale con le due guglie. E’ strano vagheggiare di queste città, essere dentro le loro stazioni centrali, ma non scendere per conoscerle, immergersi. E’ speculativo e molto straniante. In viaggio ho studiato, lavorato, scritto. Ho anche mangiucchiato e sofferto un po’ di mal di treno. Nel mentre si rincorrevano i paesaggi assolati e ventosi, come testimoniavano le tante pale eoliche in rapida rotazione. Ogni tanto fra i paesaggi al finestrino, le incombenze al computer e il pranzo consumato al volo, si intersecavano i pensieri: pensieri neri, pensieri belli, paure, voglie. Lo hanno carezzato questo strano viaggio, rendendolo quasi etereo pur nella sua discreta lunghezza. Infine, quasi improvvisa – ho dovuto tirare giù la valigia e i completi da un porta-bagli alto e scomodo e con la fretta perché il treno poi ripartiva verso Dortmund – ecco la città renana di Dusseldorf, il mio presente, dove si svolge la Prowein e che ormai ho visitato, sempre professionalmente, ma con piccoli sprazzi di tempo libero per gustarmela, decine di volte.