Categoria: Il vino

  • I did it! D3 smashed!

    I did it! D3 smashed!

    Sono passato al primo tentativo sia alla theory che al tasting del D3! Evvaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.

    Entusiasmo un po’ esagitato e puerile, vero. Ma che immensa soddisfazione aver ricevuto la mail dal WSET: aprirla è stato un attimo interminabile, un secondo congelato fra la paura e l’aspettativa.

    Sono riuscito a intravedere nella mail letta dal telefono un congratulations e ho capito di essere stato promosso. A entrambi gli esami! E la theory anche con due domande su cinque col merit, mentre al tasting due merit hanno compensato due fail. Ma chi se ne frega: il risultato finale è aver superato the beast.

    Al netto della tesi, il D6, consegnata a fine mese, che mi ha altrettanto impegnato di tempo e stress, il Diploma è pressochè compiuto (al 90%, mancando il 10% del D6), e in caso di malaugurato respingimento della tesi, eventualmente mi armerò di buona pazienza per ridarla, nei tempi che mi permetteranno di andare a Londra per la cerimonia dei Diplomi di aprile 2027. A un mese dal mio cinquantesimo compleanno.

    Non posso non ripensare a quanto abbia sacrificato per conseguire questo diploma. La voglia di intraprendere il percorso del Level4 WSET, aka Diploma, dieci anni dopo aver conseguito il Level3, è nata quasi per caso a maggio 2023, con la mia solita attitudine a mettermi un po’ in difficoltà, a cercare di sublimare nello studio matto e disperatissimo un periodo lavorativo in Ruffino non idilliaco, con l quale, infatti, avrei interrotto la collaborazione di lì a un anno, dopo 18 anni tondi.

    Eppure, è grazie a Ruffino che per i primi esami ho avuto sostegno economico per la retta e le trasferte londinesi, nonchè la possibilità di ritagliare del tempo al lavoro (e alla famiglia) per studiare. Uno studio che fin da subito avevo sottostimato. Il percorso del Diploma è gigantesco, e non so se lo raccomanderei a qualcuno. Senz’altro se ne ricavano emozioni e soddisfazioni altrettanto enormi, ma la dedizione richiesta è maniacale e costante. Aggiungi che l’inglese va saputo e scritto (visto che gli esami sono tutti scritti, non digitati a computer) meglio dell’italiano.

    Comunque il primo esame, il D1, l’ho sostenuto ad agosto 2023: un imponente prova scritta di agronomia ed enologia. Mi ci sono approcciato inizialmente un po’ naive, e nella simulazione di esame ho ricevuto, lo ricordo ancora come una pugnalata, una sonora bocciatura che mi ha imposto, a circa 50 giorni dal vero esame, ritmi di studio forsennati – tanti risvegli all’alba, la pratica del club delle 5 del mattino, in mezzo a una estate che avrei potuto godermi diversamente. A ogni modo ho ricordi comunque dolcissimi: mi sono armato di pazienza, ho chiesto tanto all’enologo e all’agronoma di Ruffino, mi sono iscritto a un corso con un formatore esterno, Wine with Jimmy, ho “stressato” mia moglie ripetendole concetti letteramente in ogni angolo della nostra relazione e il 14 agosto sono volato a Londra col mio compagno di studi, e ai tempi collega, Vittorio. Ricordo ancora l’aeroporto di Bologna affollato per l’esodo di ferragosto. Io, Vitto e un piatto di tortellini in attesa del volo. La notte prima dell’esame in un delizioso ristorante thai a Brick Lane e l’indomani, l’esame. La sensazione di averlo fatto bene, soprattutto l’ultima domanda. E di rientro dopo l’esame, passeggiata leggero, di quando uno sente di averlo fatto bene e si gode le bellezze di Londra: ricordo una giornata di mezz’agosto azzurra e fresca. Fintanto che Vitto, serafico, esclama: ma lo hai messo il codice di matricola in ogni pagina e nella cover? E io: dovevamo metterlo? Lui, col suo aplomb atarassico: temo di si, c’era scritto nelle istruzioni che ci hanno consegnato, e comunque lo hanno annunciato anche con l’altoparlante. Ecco, tutta la leggerezza del post esame è naufragata in un pesante senso di inquietudine, che mi ha portato a sudare freddo e a scrivere, immediatamente nel Gatwick express verso l’aeroporto, una mail al WSET. Gentilmente, mi hanno confermato che avrei dovuto farlo e si sono comunque industriati di recuperare gli esami, ancora non spediti per la correzione, e di aggiungere il mio codice. E alla fine, dopo 14 settimane: D1 PASS WITH MERIT!

    Eh si, devo molto a Vittorio, i suoi metodi da giurista, rilassati, volti al punteggio, molto efficaci, che gli ho visto applicare alle dinamiche di studio, metodi che brillavano rispetto alle mie rapsodie creative anche quando c’era semplicemente da acquisire dati e concetti: con lui ho preparato il D1, il D2, il D4 e il D5 ed è stato una figura totemica della mia prima parte di studi. Veniva qua nel BAR(N), spesso in motorino, e passavamo serate e pomeriggi ad assaggiare e a risentirci concetti.

    Il D2, wine business, l’ho cominciato a studiare subito dopo. Vacanza con la family in Portogallo, in una bellissima villa a Mistra, vicino a Lisbona. Il business, per me che lavoravo da quasi 20 anni nel vino, mi sembrava l’esame più semplice, e in effetti è quello con la pass rate più alta. Da metà agosto ai primi di ottobre ritmi di studio piuttosto rilassati, non bassi ma comunque più gestibili. Nel mezzo (per ogni esame ci sono 14 settimane di correzione) la notizia del risultato del D1: Pass with merit, che mi ha credo dato una certa tracotanza, quella che i greci chiamano hubris. Anche durante l’esame la tensione era infinitamente più bassa rispetto al D1: e come spesso ci insegna la vita, e ancora di più il WSET, mai abbassare la guardia. Infatti, malgrado domande di cui sentito molto forte, una sulla sociologia dei consumi, l’altra sul Systembolaget, e una autovalutazione veramente ottimista (e questa volta mi ero anche ricordato del codice di matricola), dopo le fatidiche 14 settimane, ecco il risultato: FAIL.

    Crolla il mio proverbiale “non sono mai stato bocciato in vita mia”, vero sempre, tranne per quel maledetto D2. Siamo ormai a gennaio 2024. Il corso accademico prevede la preparazione anche per il D4, dedicato ai vini spumanti, e il D5, dedicato ai vini fortificati. Due esami apparentemente piccoli, ma che introducono un’altra variabile, quella della prova di tasting secondo gli schemi analitici e molto rigidi del SAT, il systematic approach to tasting sviluppato da WSET. Bollicine e fortificati non sono mai stati al centro del mio lavoro, ho sempre lavorato in aziende e aree rossiste, con qualche bianco in carta, o dolci naturali come il Vin Santo. Le tecniche produttive delle bollicine e dei forticati sono piuttosto complesse, mentre l’assaggio prevede anche l’analisi di vini che in Europa non mettono piede, come lo Sparkling Shiraz e il Muscat di Rutherglen. Mi doto di alcuni strumenti fondamentali, come il Coravin e il Nez du Vin, il primo per poter siringare un campione di vino dalle bottiglie senza aprirle, dandomi modo di riassaggiarle, il secondo un campionario di aromi essenziali che mi aiutano a farmi il naso, a distinguere quanti più profumi possibili e ad associarli a vini, uve e stili. E cominciano le mie ossessive sessioni di studio e assaggio, quest’ultimo fortunatamente potenziato “live” nelle varie nazioni in cui mi trovavo a viaggiare per lavoro, soprattutto Canada, US, Germania (quanti favolosi Sekt da Riesling), Francia (Champagne, Cremant, ma anche Banyuls e VDN), la nostra Italia, Prosecco e non solo, la Spagna dello Sherry, il Portogallo del Madeira e del Porto, e soprattutto Londra, la Londra di luoghi fantasmagorici del bere come il 67 Pall Mall e Berry Bros & Rudd, il più antico wine merchant del mondo.

    Soprattutto, il mio orgoglio ferito mi impone – riecco un classico del mio carattere che riaffiora: l’autopunirmi se sbaglio qualcosa, una sorta di autoflagellazione post-litteram -: il volere dare 3 esami tutti e tre nello stesso giorno, facendo concomitare, il 12 giugno 2024, la scrittura e gli assaggi del D2, D4 e D5.

    Immaginate lo stato d’animo in quei mesi, diviso fra il lavoro, che si stava ulteriormente complicando e che mi recava nervosismi e insoddisfazioni crescenti, e la voglia di rimediare alla mia bocciatura autoimponendomi una giornata patibolare. Oltre agli strumenti succitati sopra, ho la fortuna di conoscere una educatrice, Joanna dal Portogallo, con la quale inizio l’abitudine di ripassar ei contenuti dei vari esami in sessioni di 3 ore tutte le domeniche sere. E quando dico tutte, dico tutti, dalle 19 alle 22, quindi mutilando anche un momento condiviso in famiglia, la cena. Joanna sarà una delle figure più importanti di questo percorso, e a cui sono più grato. Mi ha dato anche modo di conoscere molte altre persone e di strutturare i miei studi con maggior metodo, attraverso anche software di organizzazione come Notion.

    Il 12 giugno 2024 è una agonia. Mi registro a tutti e tre gli esami e la signora alla reception mi diceva che non avevo senso quel che stavo facendo. Ma libero di farlo…La mattina il D2, poi dopo pranzo, trascorso in piedi a un benzinaio con zuccherini e barrette energetiche, il D4, prima le domande, poi l’assaggio dei 6 vini bendati, infine il D5, prima le domande, poi l’assaggio di altri 6 vini bendati. 12 lapis appuntiti per non perdere tempo ad affilarli e una giornata completamente volata via, con crampi alle mani, piccoli giramenti di testa, ma finita. E anche qui, il momento brivido, vissuto nel bagno di nuovo col sagace Vitto come protagonista, mentre parlavamo del tasting del D4: “Che merde, hanno messo alcune domande anche nell’altro foglio – lo hai visto vero?” Eh no, non l’ho visto, e avevo consegnato le risposte del tasting senza un paio di domande che avrebbero portato punti. Un giramento di palle sesquipedale che mi ha fatto affrontare l’ultimo esame fra lo scoraggiato e il nichilismo. Alla fine, mi sono trovato a uscire dalla prova di esame da delle scalinate tutto appoggiato su una balaustra: sembravo Ronaldo dopo il mondiale del 1998. Vitto pronto a immortalare quel momento in una foto che intendo ingigantire come ricordo di uno dei giorni più folli della mia vita. Lo ricordo con enorme piacere, adesso: lì ho conosciuto un altro pazzo che ha tentato tutti e tre gli esami come me. Dopo cena, abbiamo fatto serata a Londra, riconnettendoci con gli amici del Consorzio Chianti Classico che avevano un evento nella city, e finendo dal vino alla birra. 12 giugno 2024. Una giornata davvero memorabile? E come è andata a finire? passato a tutti e 3! Una gioia monumentale! Tre email arrivate nell’arco di 8 ore a fine settembre. Un rosicato pass al D2, un pass con merit al D5, l’ultimo che avevo dato, quasi da scoglionato, in cui emerge un distinction al tasting (nel D4 e D5, a differenza che il D3 i voti fra theory e tasting sono mediati), e – miracolo – un pass anche al D4, malgrado la mezza pagina di domande non viste.

    In quei giorni, fine settembre 2024, intravedo la discesa: manca soltanto il terribile D3 e la tesi! Entusiasmo alle stelle e motivazioni a mille. Mi sentivo davvero in procinto di spaccare il mondo. E ancora una volta, il saliscendi, l’ascensore. Le difficoltà del lavoro diventano insormontabili e a ottobre 2024 mi accordo per la conclusione della mia relazione professionale con Ruffino entro marzo 2025, dopo 18 anni di lavoro, e in un momento in cui Ruffino, quella che ritenevo l’azienda della mia vita, che mi aveva fatto crescere, poi dirigente, accolto e abbracciato tutti i miei progetti e idee, si era involuta in un percorso lontanissimo da me.

    Purtroppo, ho dovuto riorganizzare le priorità e accantonare il progetto di studiare e sostenere il D3, un esame di portata biblica, a maggio 2025. Un periodo, quello che va da novembre 2024 a giugno 2025 molto particolare, che adesso definisco uno dei più belli della mia vita, ma che ho vissuto in una totale trance agonistica, ma che mi ha portato davvero a delle novità cardinali della mia vita e della mia famiglia: non è questo il post dove raccontarle, lo ho già fatto dettagliamente più volte, ma in pochi mesi mi configuro come temporary manager, assumendo il ruolo di direttore del Consorzio Chianti Rufina, faccio emergere la mia consulenza nell’area dei profumi con Acqua degli Dei, concludo, concludiamo meglio dire con mia moglie la ristrutturazione e l’affitto turistico de Il Fienile di Bisarno, decido di creare una essenza, un profumo che racconti la campagna toscana e sia legato a Bisarno, e nasce Respiro eau de parfum e home parfum, creo il mio studio di consulenza, nel seminterrato del fienile, chiamandolo BAR(N), un progetto di recupero architettonico delizioso, e soprattutto mi metto a scrivere quello che negli ultimi 10 anni era la cosa più entusiasmante che stavo facendo come direttore comunicazione di Ruffino: raccontare la storia e la civiltà del vino. Porto a termine il progetto di una vita, il saggio “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza”. In parallelo, docenze per scuole, collaborazioni con vari enti, una trasferta ad Hainan, nel sud della Cina, per capire eventuali opportunità. Beh, un periodo in cui non mi sono annoiato e che ancora adesso caratterizza il mio abbecedario professionale.

    Appena ritrovata una minima vita routinaria – lo devo al mio orgoglio, alle fatiche passate, al fatto che io per definizione debba finire tutte le cose che inizio – riprendo in mano il Diploma.

    Da un punto di vista temporale non è passato tanto, diciamo una interruzione di 6 mesi, ma da punto di vista logistico, informatico, organizzativo, più di una vita: non ho più il supporto di Ruffino, non ho solo un lavoro a cui affiancare lo studio, ma una serie di consulenze che si affiancano a una principale, più due prodotti da gestire, il profumo e il B&B, infine e soprattutto è entrata prepotentemente nelle nostre vite l’AI, l’intelligenza artificiale. Andiamo con ordine e ricostruiamo l’anno che mi ha portato al fatico 13-14 maggio 2026, quando ho sostenuto il D3.

    Quando a giugno del 2025, finito il riassestamento della mia vita, ho ripreso in mano i testi per riportare al centro delle mie giornate anche il Diploma, ho subito un forte shock: di lingua, di concentrazione, di voglia. Per mia natura, non mollo mai, soprattutto dopo aver già sostenuto 4 esami, ma davvero ho dovuto cercare degli appigli. Da un lato ho trovato appigli nei tutor, ancora una volta Joanna, ma anche e soprattutto Anna McHale di Diplomatherapy e la sua community. Dall’altro ho ricominciato a viaggiare per territori del vino, rinnamorandomi profondamente del vino con le stesse leve di venti anni fa. E qui non posso non ricordare con grande affetto le giornate a Bordeaux, in Cote du Rhone, nel Beaujolais con mia moglie, ma anche tutta la Toscana, il Piemonte, la Campania, ampissime zone della Spagna e quasi tutto il Portogallo con amici volenterosi ed entusiasti, Londra, Berlino, Parigi con le loro infinite possibilità di assaggio.

    Ultimo ma non ultimo, la mia dannata dedizione, aiutata da degli strumenti di lavoro davvero rivoluzionari – software con integrata l’intelligenza artificiale – coi quali mi sono testato, confrontato con enorme pazienza, ho generato podcast più veri di quelli veri.

    E così, prova di domanda di esame scritta dopo prova di domanda di esame scritta, centinaia di pagine riempite a lapis, assaggio dopo assaggio dopo assaggio, test cards per tenere allenata la memoria, letture della buonanotte sul vino nei principali siti del mondo, nottate trascorrere a studiare, albe a ripassare e scrivere, insomma dopo una tentacolare e maniacale preparazione (ho anche un file excel da serial killer che lega al famoso SQP stile qualità prezzo tutti i fattori di tutti i territori vinicoli del mondo), sono arrivato, stremato, ai due giorni di esame, scortato dalla Laura, e dei quali ho già scritto.

    Tutto questo è valso la pena? Non lo so, ma intanto la soddisfazione di aver visto quei due pass è stata immensa.

  • Il D3 scortato

    Il D3 scortato

    E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!

    Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.

    Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.

    La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.

    Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.

    La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.

    Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.

    La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.

    Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.

  • Vinitaly 2026

    Vinitaly 2026

    Ed eccomi al mio secondo Vinitaly da direttore del Consorzio Chianti Rufina. L’anno scorso avevo iniziato da poche ore, letteralmente: mi sentivo ancora un po’ spaesato. Questa volta l’ho affrontato con molta più confidenza e mi sono anche molto divertito. Confesso, chi mi conosce lo sa: non ho mai amato il Vinitaly, se non nelle mie primissime volte, col Consorzio Chianti Classico, ma lì emergevano soprattutto gli entusiasmi delle novità. Troppo traffico, appuntamenti saltati, una lettura del vino troppo caotica, distante dai territori, erano le principali motivazioni che progressivamente mi ci avevano allontanato. Eppure ci sono state annate memorabili, scandali dichiarati o avvenuti (Velenitaly, Brunellopoli) la morte del papa Giovanni Paolo II, e tanti altri momenti che lo hanno elettrizzato, e su cui ho costruito ricordi su ricordi, aneddoti su aneddoti, anche nei dopo cena talvolta divertenti, più spesso infiniti, protratti fino a tardissima la notte, con vinoni e cibi opulenti. Al Vinitaly è anche l’occasione per risalutare tante persone, amici che lavorano distanti, reincontrare chi si vede solo per il Vinitaly. Insomma, gli ultimi miei anni con Ruffino avevo dimezzato i giorni di presenza e trovato una formula che funzionava.

    Vinitaly quest’anno lo abbiamo affrontato tutti con le preoccupazioni di un periodo complesso, e non posso dare valutazioni dirette sulla fiera perchè quelle devono restare in mano a chi svolge Vinitaly per business, e non da responsabile di un consorzio che ha finalità promozionali, e deve solo cercare di supportare, agevolare le vendite. Le sensazioni che ho intercettate sono discordanti. A ogni modo, al netto di aspettative che erano comunque non alte (impera un certo pessimismo), di pochi americani visti, di sempre meno ristoratori, i miei colleghi mi hanno comunque detto di aver lavorato benino, coi ritmi giusti, con potenziali contatti commerciali creati.

    Come dicevo, Vinitaly mi permette di risalutare tante persone. Il saluto più affettuoso e sentito lo ho avuto con gli amici del Sannio, per i motivi che ho più volte raccontato per il libro. E sono davvero orgoglioso che a rappresentarli sia l’immagine del cratere di Assteas! Questa allegata è l’unica foto che incredibilmente ho scattato al Vinitaly, e me ne rammarico, perchè di mani e volti ne ho intrecciati tantissimi, ma evidentemente quest’anno Vinitaly sentivo di rappresentarlo così.

  • In Ungheria con The Global AVA

    In Ungheria con The Global AVA

    Sono di rientro dal primo summit di The Global AVA, la neonata associazione di prestigiose DOC vinicole da tutto il mondo, che si è svolto in Ungheria, nella regione vinicola di Badacsony. È stata una esperienza bellissima e per me un onore e un grande orgoglio rappresentare la mia terra e i miei vini, il Chianti Rufina, nonchè aver favorito e creato questo gemellaggio. E’ stato un confronto continuo con produttori, manager e istituzioni provenienti da ogni angolo del globo, dallo Chinon in Loira, Francia, a Livermore, San Francisco in California, dalla Dalmazia ai vini della Texas Country Hill, solo per citarne alcune. Il momento è complesso per tutti, inutile girarci attorno, ma credo fortemente che, attraverso lo scambio di conoscenze e idee, la condivisione di best practice, la costruzione di un marchio collettivo ma in cui si riflettono individualità regionali e nazionali, sia davvero quello che la civiltà del vino debba cercare di fare per favorire attivamente tempi migliori, in cui il vino torni a essere il centro delle tavole, e a rappresentare un esempio concreto del saper fare e dell’intelligenza della mano. Abbiamo raccontato ai tanti presenti la DOCG Chianti Rufina, piccola, prestigiosa, unica realtà italiana, con cantine che aprono le proprie porte, accoglienti, con storie millenarie che parlano un linguaggio attuale, presente, vivo. Nel raccontarci, negli occhi sgranati e sorridenti di chi ci ascoltava, sono emersi ancora una volta di più i nostri infiniti potenziali. Un sacco di lavoro, ma la strada è quella giusta. Un grazie anche alla regione vinicola di Badacsony sul Balaton in Pannonia, nata duemila anni fa per volere dell’imperatore romano Probo, e tutti ce lo hanno ricordato!, che, malgrado il freddo e il vento gelido, ci hanno accolto con una umanità e un calore commovente.

  • AIS Emilia

    AIS Emilia

    Due giorni dopo la elettrizzante presentazione alla Giunti Odeon, avevo in programma un evento ancora più grande e strutturato: una presentazione-degustazione presso la sede AIS di Emilia Romagna a Bologna dal titolo “Il libro nel calice”. L’opportunità è nata grazie a una intuizione di Stefano Malagoli, titolare di Fruitecom, con cui chissà che in futuro non si facciano delle cose ancora più approfondite – Stefano è una persona deliziosa e un professionista esemplare, con un gruppo di lavoro qualificatissimo, che ho avuto il piacere di frequentare ai tempi di Ruffino. Stefano, scrivevo, mi ha raccontato della qualità delle iniziative dell’associazione bolognese, fra cui la possibilità di presentare il libro in dinamiche legate anche alla degustazione. Mi ha così messo in contatto col presidente Luca Manfredi e col responsabile di Bologna Josè Todisco. In poche settimane, ho avuto il privilegio di far fiorire una serata davvero riuscita. L’idea di base era quella di individuare i principali momenti di sviluppo del vino, a partire dal Caucaso, e associargli una opera d’arte, o una poesia, esplicativa del periodo, e sopratttutto, e qui sta il virtuoso valore aggiunto, un vino che fosse associabile a quel determinato periodo, per appartenenza geografica (un vino calabrese per gli Enotri, campano per la Magna Grecia), stilistica (l’orange per il Caucaso, l’anfora per la Mesopotamia e il Libano) o temporale (il Sangiovese per gli Etruschi, il Pinot Nero per il Medioevo, il Nebbiolo per il Risorgimento). Ne è emersa una serata strepitosa, piena, entusiasta, a cui hanno partecipato anche i produttori, 5 su 8, e che mi ha dato modo di allargare conoscenze, contatti, idee, e che spero davvero possa diventare un format. La sersata è stata per me anche una occasione per passare del tempo di qualità con due amici distanti fra loro e vicini a me, Enrico e Alessandro, che hanno legato subito e che mi hanno accompagnato con entusiasmo e affetto in quella che è stata una delle serate più appaganti della mia vita.

  • “Un paese ci vuole”

    “Un paese ci vuole”

    «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Cesare Pavese.

    Si è svolta a Pontassieve venerdi scorso la prima del mio libro, presso le sale, piene, del Museo Geo. Non ho tante parole, se non di gratitudine perchè più che una presentazione è stata davvero un tuffo nel mio, nostro passato e un abbraccio collettivo. Non so dove andrò con “La Molecola della Civiltà”, ma è certo che mi abbia già regalato dei momenti davvero forti. E’ proprio vero: le parole e le storie uniscono e leniscono. Grazie di cuore ai colleghi presenti, passati e futuri, ai compagni di liceo, agli amici di una vita, alla famiglia che dal Casentino a Pontassieve a Rosano mi segue con fiducia. Una serata di emozioni, amore e nostalgia. E adesso, mercoledi prossimo, Firenze!

  • Enocliternia 2025

    Enocliternia 2025

    Sabato 22 novembre ho avuto l’onore di partecipare come relatore sulla storia del vino a un evento nel sud del Molise, a Nuova Cliternia, non lontano da Termoli, chiamato EnoCliternia. L’evento è stato magnificamente organizzato dalle 6 aziende vinicole della zona e voluto e coordinato dall’appassionato mediatore sociale, culturale e spirituale, il parroco don Antonio.

    Eravamo partiti all’alba e, dopo un buio viaggio fra la neve e le montagne abruzzesi, siamo arrivati in un assolato lembo magico di terra, affacciato sul mare, le Tremiti davanti a noi: Madonna Grande di Campomarino. Un paesaggio delizioso, di vini, sapori e di grande bellezza, scolpito dagli Osci, dai Sanniti, la Magna Grecia, i Romani, i Normanni, in un presente di viva identità comunitaria. Per me è stata una occasione meravigliosa per parlare di civiltà del vino, della sua storia millenaria che qui, fra vite, olivo, saper fare, si è sublimata in forme davvero aggraziate e ancora troppo poco note.

    La giornata, oltre al convegno, ha visto almeno altri 3 momenti significativi: il riempimento di un caratello col vino delle sei realtà, che il prossimo anno verrà vednuto all’asta in beneficenza; il banco di assaggio nel cuore del paese, accanto al Santuario della Madonna Grande, coi vini e i sapori del territorio, affolatissimo; e, l’indomani mattina, la piantumazione di barbatelle, piccoli viti di Montepulciano, Tintilia, Falanghina, Aglianico, per i vini del futuro, piantate dai più giovani e dai più anziani: un gesto semplice ma di grande fascino.

    Grazie a Fabio Zavattaro, vaticanista raffinatissimo e grande giornalista, e al bravissimo collega Emanuele Rossini, mio correlatore, per avermi coinvolto, e bravi una volta di più ai prodottori, ai giovani e valenti organizzatori come Loris Antenucci, e alle istituzioni perché il vino lo si promuove e lo si comunica proprio così: con la propria comunità al centro, senza snobismi o linguaggi astrusi, con leggerezza, nel gusto dello stare insieme, nella condivisione e nell’apertura. Ad maiora, con un ottimo calice di Tintilia in mano!

  • I primi mesi col Chianti Rufina

    I primi mesi col Chianti Rufina

    Sono solo pochi mesi da quando ho assunto la direzione del Consorzio Chianti Rufina, ma sembrano molti di più. Ci sono difficoltà, non mancano le complessità, ma sono davvero felice di quello che stiamo facendo e soprattutto dell’umanità delle persone che ho trovato, fra le fattorie, nel team, in consiglio, attorno a me. In queste ultime settimane si sono sublimati gli sforzi di tante ore di lavoro e sono arrivate le prime soddisfazioni.

    Ho avuto l’onore, ma soprattutto provato l’emozione – ed è sempre bello -, di dover parlare in pubblico e rappresentare, al mio meglio, tutto questo mio nuovo mondo, con una maglia diversa da quella con cui ho giocato negli ultimi 18 anni, ma che mi sembra di avere addosso da sempre.

    Mi è capitato più volte in queste due settimane: l’altra sera nello spettacolare scenario dello Spedale degli Innocenti per la cena dei Terraelectae, i nostri grandi cru di Sangiovese. O con Rai3 che ha parlato della vendemmia in Toscana dedicando un intero servizio alla più piccola delle DOCG in Toscana, il Chianti Rufina. O durante la presenza al Firenze Jazz Festival in cui calici di Chianti Rufina sono stati bevuti in un milieu meraviglioso, internazionale, giovane, durante concerti, da persone di tutto il mondo, con 6 meravigliosi talk.

    Contesti bellissimi, scenari suggestivi, persone appassionate, buon vino a suggellare. Siamo inoltre diventati partner di un network globale di piccole e prestigiose denominazioni da tutto il mondo (Global AVA), con l’idea di scambiare e condividere pratiche agricole, conoscenze, studi di marketing (“Quando si è tristi non c’è cosa migliore che mettersi a studiare”, diceva il mago Merlino al Re Artù nel cartone animato della Disney).

    Siamo, sono, soltanto all’inizio e ancora tanto è da fare. Il periodo è tutt’altro che semplice, inutile nascondercelo. Ma sono sempre sempre più convinto che il vino, considerato, raccontato, promosso e venduto attraverso il piacere dello stare insieme, nel suo saper donare carezzevoli occasioni di felicità, nel suo essere cultura popolare e saper fare, senza linguaggi astrusi o metafore inintelligibili, possa davvero provare a ripartire e tornare più forte di prima.

  • Il cratere di Assteas

    Il cratere di Assteas

    Sulla vetta della torre borbonica di Montesarchio, nel Sannio, si trova quello che gli archeologi considerano il più bel vaso dell’antichità, il Cratere di Assteas. Il vaso ha una storia incredibile di tombaroli, incidenti mortali, spionaggio, ricchi musei statunitensi e un presente che lo vede dal 2013, dopo leggendari intrighi internazionali, placidamente custodito nel museo archeologico nazionale del Sannio, non lontano da dove, nel 1972, era stato ritrovato da un operaio intento a riparare una fogna.

    Assteas, il cui nome ricorda una ala destra ellenica dinoccolata e dribblomane dai capelli lunghi, era il Michelangelo dell’antichità, che aveva una bottega nella non distante Paestum. Siamo circa nel V sec quando una nobile famiglia sannita commissiona all’artista un cratere – un recipiente dove il vino veniva miscelato con acqua e spezie – per officiare i loro simposi, i loro ricevimenti. Un po’ come quando noi si va a comprare le tovaglie di lino e si usa il servito buono, più o meno.

    Assteas è in grande spolvero: la sua mano tratteggia figure rosse di una grazia, di una sensualità, di una delicatezza disarmante: ai suoi raffinati committenti crea un vaso che da un lato presenta un corteggio dionisiaco, con Dioniso, una menade, un satiro, Pan, e dall’altro l’innamoramento di Zeus (incarnato in un toro dal muso dolcissimo) per Europa, principessa fenicia, con l’erote Pothos, allegoria del desiderio sessuale, a spargere loro addosso profumi per favorire la scintilla, sebbene Zeus, dai proverbiali appetiti, non ne abbia particolare bisogno.

    Insomma, vino, amore, bellezza, sensualità, questo consegna Assteas ai suoi clienti: le basi, le molecole della nostra civiltà, anche se spesso lo dimentichiamo. Esco dalla visita abbagliato di luce in una giornata caldissima provato da quella che credo sia stata la mia prima sindrome di Stendhal. Mi chiedo dove sia la folla chilometrica che meriterebbe l’opera. E direi le solite banalità scrivendo che se solo fosse stata oltralpe, ma forse anche oltre Roma, questa mirabilia varrebbe un pil di un piccolo paese. Ma così non è, e forse va anche bene cosi. Io per primo, del resto, non avevo mai sentito parlare né del cratere né tantomeno di Assteas, fino a qualche mese fa.

    Così come non conoscevo il Sannio, l’elegante Benevento, il culto di Iside, i barbari Longobardi che qui sono stati tutt’altro che invasori, le streghe o janare, le cantine scavate nel tufo, borghi splendidi come Sant’Agata dei Goti e Cerreto Sannita, le acque termali sulfuree di Telese, sapori abbondanti e generosi, i lasciti borbonici, le pizze, i torroni, i prosciutti. Devo tutto questo a due persone.

    Un grazie enorme quindi a Pasquale Carlo, scrittore, giornalista enogastronomico e finissimo intellettuale che mi ha fatto innamorare di una terra davvero rara, e a Davide Di Leone, che mi ha aperto alla sua splendida famiglia, ai suoi progetti, ai suoi sogni, che da La Vinicola del Titerno portano alle Terre Massesi e porteranno ancora più in là. E un grazie alle nuove amicizie fatte in questi giorni. Ci ritroveremo molto presto, calice in mano.

  • Sanya

    Sanya

    Hainan è un luogo che mi sta stregando. Ho passato i primi tre giorni nel sud dell’isola, nella città turistica di Sanya, dove ho intrecciato, senza soluzioni di continuità, luoghi esotici fra palme di cocco, frutta tropicale, tempi buddisti, mangrovie e spiagge di sabbia bianca finissima, edifici in via di sviluppo, quartieri avveniristici, centri commerciali hi tech in un contesto comunque dominato dalla natura e con pochissima occidentalizzazione, persone accoglienti che ci hanno mostrato le loro bellezze, i loro sapori, i loro progetti. E io che c’entro in questo marcopolesco viaggio? Tutto è nato qualche mese fa, dove, in senso al gruppo di lavoro di EACD, ho conosciuto un professionista della comunicazione che, insieme a una sua partner cinese, sta curando un ambizioso e strutturatissimo progetto chiamato Salotto Italia-Cina, un centro commerciale nel centro di Sanya dedicato al Made in Italy, un Made in Italy però non di pura vetrina di marchi italiani, ma di concezione culturale, di incontro tra culture, in cui l’Italianità è promossa e venduta attraverso il piccolo, l’artigianato, l’enogastronomico di nicchia, con un approccio da bottega rinascimentale, attraverso cioè anche la presenza di scuole, di luoghi di formazione e racconto di quello che è l’Italia e la creatività italiana. 

    Tutto questo si inserisce perfettamente nei piani di crescita dell’isola: il governo centrale sta attuando una politica a medio termine di zona a porto franco per favorire investimenti, investimenti che siano – e qui sta la grande differenza rispetto a tante altre zone dell’Asia e direi della Cina in particolare – sostenibili dal punto di vista edilizio, di integrazione con l’ambiente, di impatto minimo, anche perché Hainan è una delle località turistiche più conosciute dell’Asia. Il mio momento clou è stato lo speech che ho tenuto dove ho raccontato la storia della Toscana, e quanto la realizzazione di una Bottegq qui a Sanya, nell’accezione di una enoteca da vivere, in cui attorno a un calice si possa esperire sognando la terra degli Etruschi e del simposio, del libero arbitrio e dell’autodeterminismo, della bellezza povera della civiltà contadina. Vediamo quel che verrà fuori, intanto mi sto godendo con occhi spalancati e confesso stupiti questi giorni esotici, pieni di incontri, di piatti deliziosissimi – fra cui il mio amato cocco in tutte le sue declinazioni, di una compagnia entusiasta composta da milanesi, torinesi, cinesi, italo cinesi, di persone accoglienti e dolci, di spiagge ancora inesplorate.