«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Faccio mie queste belle parole di Cesare Pavese per raccontare che, dal primo marzo, inizierà per me una nuova avventura lavorativa al Chianti Rufina, il distretto vinicolo di quella che è, lo dico con grande orgoglio paesano, la mia terra e casa mia.
Un enorme ringraziamento ai colleghi di Ruffino, grazie ai quali sono cresciuto professionalmente e umanamente e coi quali ho vissuto pagine splendide che resteranno per me indelebili: Cookstock, Casa Sanremo, Le Tre Rane, La Toscana di Ruffino, i meravigliosi posti a giro per il mondo e le infinite persone incontrate, sempre con un calice in mano. 18 anni letteralmente volati via, pensando ai quali ogni volta mi commuovo e provo profonda gratitudine.
E un grazie altrettanto grande ai produttori e alle persone del Chianti Rufina, che mi hanno dato subito grande fiducia: per me adesso è davvero come indossare la maglia della Fiorentina! Una sensazione molto forte.
Adesso al lavoro: i vini sono ottimi, il territorio di Londa, Dicomano, Pelago, Rufina e Pontassieve splendido e con tanta biodiversità, boschi, colline, pievi, ci sono grandi prodotti gastronomici, saper fare, bellezze etrusche, ville rinascimentali e castelli medievali, ottimi ristoranti e agriturismi, siamo vicini a Firenze e abbiamo quel tocco scapigliato che ci rende anche unici! Io ce la metterò davvero tutta per cercare di dare a tutto il distretto massima visibilità e riconoscibilità!
Tripletta. Sembra incredibile ma ce l’ho fatta! Evvai: sono passato a tutti e tre gli esami del Diploma WSET! In quella che era stata una giornata campale, l’indimenticabile 12 giugno 2024, sono riuscito a concludere in positivo, malgrado i crampi alle mani, malgrado non aver visto una domanda, malgrado non aver avuto una eccellente exam technique, e malgrado aver comunque fallito la parte di teoria di uno degli esami, riscattata da un tasting da distinction (ho perfettamente centrato tutti e 3 i vini presentati alla cieca), sono riuscito a conseguire un pass per il D2, un pass per il D4 e un pass with merit per il D5! E sono anche con due pass with merit su 4 esami!
Sono riuscito a lavare parzialmente via la sensazione di essermi pentito di aver dato 3 esami in un giorno, che mi aveva costretto a una necessaria disperatissima preparazione nei mesi precedenti il 12 giugno, scelta che era stata mia e che rifletteva una voglia di autopunirmi per il mio primo fail al D2 dell’ottobre 2023. Aver voluto giocare questa sfida, essermi testato in uno scenario complessissimo, e aver avuto ragione alla fine mi ha regalato una soddisfazione grandissima nelle 24 ore in cui sono state inviate, l’una a distanza di ore dall’altra, e io che continuamente aggiornavo outlook, le email con le congratulazioni per il successo: prima il D2 (che era quello di cui dubitavo di più), poi il D4, quello in cui mi ero dimenticato di rispondere a una domanda, e infine quello di cui ero più tranquillo, il D5, che infatti mi ha portato anche al pass with merit. Tuttavia, sono stati mesi molto duri, complicati, anche di tensioni che poi ho sfogato in famiglia, che mi hanno fatto fare delle rinunce, che si sono sovrapposti a trasferte di lavoro, a impegni di lavoro, a mille altre cose.
E, quindi, dopo l’essermi dato questa virtuale pacca sulla spalla e di aver vezzeggiato il mio ego, devo capire come affrontare quello che è l’esame più probante di tutto il Diploma: il famigerato D3, incentrato sui vini di tutto il mondo, che si compone di due esami separati e il cui corso inizia a ottobre e il primo appello è a giugno 2025. Ad maiora.
Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.
Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.
Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.
Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.
In questi ultimi mesi ho partecipato a una serie di eventi organizzati da Ruffino, insieme alla nostra PR agency Allumeuse fra Milano, Londra, Paris e Berlino. Cene in esclusive case private selezionate da AD, la raffinata rivista di architettura e interiors del gruppo editoriale Condè Nast, con un pubblico legato al mondo del design, dell’architettura e dell’arte e, l’indomani, a complemento della trasferta, un pranzo in un wine club o ristorante al cospetto di giornalisti del vino, MW, esperti del settore.
Ho avuto l’onore di presentare la meravigliosa storia di Ruffino e la capacità del vino di sublimarsi in momenti di bellezza come questi, di saper donare connessioni istantanee con persone appena conosciute, di altri paesi, di diversi interessi.
Sono stati momenti molto forti anche per me. Non è stato facile passare da esperti di design e arte a cultori del vino, dalle caratteristiche dell’annata 95 al ruolo dei Fenici nella storia del vino, al rischio di gelate primaverili a Dioniso e Akratos, alla bellezza architettonica di certi paesaggi scolpiti dall’uomo nell’intento, quasi artistico, di fare vino per goderne in compagnia.
Ogni città, ogni popolo, ha mostrato le sue peculiarità. A Milano, eravamo ancora nel 2023, il pubblico era molto attento, l’ambiente elegantissimo e l’organizzazione da parte di AD Milano sublime, impeccabile: il mio, nostro, rammarico è stato quello di essere riusciti a portare non perfettamente le storie del vino Ruffino, pur avendo i vini Ruffino egregiamente esaltato il piacere dello stare insieme, e della conversazione. A Londra eravamo in una detached house su più livelli, a Marylebone, uno dei quartieri più chic, nell’area di Westminster. Londra ci ha permesso di incontrare socialitè del design, dell’architettura, dell’arte da tutto il mondo, in perfetto approccio capitale di un impero. Veramente un momento cosmopolita in una casa da sogno, ospiti dei giovani proprietari che a Londra hanno sublimato la loro storia d’amore, uno parigino l’altro newyorchese. Sempre a Londra abbiamo avuto anche il “momento vino” al 67PallMall, uno dei wine club con la più grande offerta al calice. Sono riuscito anche ad assaggiare il rarissimo Muscat de Rutherglen, una sorta di Pedro Ximenez australiano fortificato: assaggio che tornerà utile per il D5 del WSET. Sempre a Londra, abbiamo avuto anche l’onore di una cena intima a Maison Estelle, a Mayfair (per chi ha giocato al Monopoly inglese, l’equivalente di Piazza della Vittoria), un esclusivo club ricavato da una rara architettura giorgiana, lo stile del XVIII secolo antecedente il vittoriano, dominante a Londra. Nei giorni di Londra ho avuto modo di apprezzare anche templi del vino come l’enoteca Hedonism e il suo incredibile caveau, e la prima sede di uno dei più grandi merchant del Regno, Berry Bros and Rudd.
Parigi come sempre è stata complicata. Eravamo in una casa in Place des Vosges, luogo magico, con queste finestre antiche affacciate sulla piazza, per me la più bella non solo del Marais ma di tutta Parigi. Però c’erano dei lavori in corso e la casa è ormai un luogo di ricevimento, quindi si è un po’ perso quel senso di vissuto, di privato che avevamo a Milano e Londra e che avremmo ritrovato anche a Berlino. Poi gli ospiti, coi quali, vuoi il loro essere intimamente parigino, vuoi un po’ di conflitti linguistici, l’interazione non è stata facile. Ma la serata è andata comunque molto bene. L’indomani abbiamo condotto degustazione e pranzo al ristorante A Casa Tua all’interno dello squisitissimo e a la page JK Place di Parigi, nella Rive Gauche parigina, a pochi metri dalla stazione, ora museo perla dell’Impressionismo, Museo d’Orsay. Qui l’interazione è stata facilitata dal comun denominatore del vino, ed è stato un piacere confrontarmi poi con alcuni di loro nel dopo pranzo ad aiutarmi anche coi metodi classici francesi, Champagne e Cremant, oggetto del prossimo venturo esame D4 del DWSET. La serata poi si è conclusa in un locale un po’ unconventional, il Dirty Lemon, al Marais, dove abbiamo incontrato i nostri nuovi partner delle enoteche parigine NYSA, un piccolo gruppo di enoteche gioiello che già avevo apprezzato nei miei trascorsi parigini, prima che queste diventassero clienti Ruffino.
Last, but not the least, Berlino. Ci eravamo stati con la famiglia per l’ultimo dell’anno, e innumerevoli volte per lavoro e per piacere. Berlino è la mia capitale europea, il perno del Novecento, città di storia, design (il Bauhaus), gli anni 20 con la favolosa serie tv Babylon Berlin, integrazioni culturali, musei che raccontano le civiltà sepolte, continue innovazioni e sperimentazioni. Berlino è stata forse la tappa più riuscita di una tournee comunque vincente. Vuoi che eravamo piuttosto allenati e avevamo lavorato su alcune limature da fare in itinere, vuoi il perfetto inglese dei tedeschi, vuoi una meticolosa organizzazione da parte di AD Germania, vuoi il cibo squisito che ha accompagnato i pasti, tutti fattori che hanno concorso al successo delle giornate. La casa era un meraviglioso appartamento nella zona di Charlottemburg, zona residenziale a ovest. Al tavolo persone creative, curiose, con un grande senso estetico – io avevo accanto due persiane per esempio, una disegna gioielli, l’altra cappelli. Il mio speech è stato ascoltato con passione, percepivo le vibrazioni in positivo, e quindi mi sono anche un po’ dilungato, ho fatto perifrasi, excursus storici, qualche aneddoto attorno ai vini. Bene anche il pranzo il giorno successivo, al Pots di Potzsdammer Platz, una area, più che una piazza, che avevo sempre un po’ trascurato nei miei trascorsi a Berlino ma che a guardarla meglio ha ben più anima di quanto appaia dalle slanciate architetture moderniste e dai brand globali che qui si trovano. Potzsdammer Platz è stata la prima grande ricostruzione della Germania Unita e il centro della piazza era totalmente diviso in due dal muro, di cui una vestigia, compresa la didascalia, ricorda ancora dell’esistenza di quel passato fra DDR e BRD, Est ed Ovest, dal 1961 al 1989.
E invece è accaduto. Alle porte della Befana 2024, 10 anni esatti dal giorno dell’infortunio, l’ennesimo, che mise fine alla carriera di Giuseppe Rossi – ero a vederla con mio babbo, quella partita, fallaccio di Rinaudo del Livorno proprio sotto lo sky box dove eravamo – , ho ricevuto l’asettica comunicazione di aver ottenuto un “fail” al secondo esame del Diploma WSET, il D2. E dire che ero anche piuttosto convinto di aver fatto bene, di aver approfondito le domande, di aver gestito bene, rispetto al D1, emozioni e tenuta mentale. Al D1, pass with merit. Qui, fail. E niente lasciava presagire un brutto voto: anche durante il corso avevo fatto decisamente bene la prova di esame e avevo adeguatamente studiato, peraltro nella materia (business) su cui più sento consonanza rispetto al corpus di studio. Vero, lo so, mi sto confrontando con esami difficili, la Champions League della formazione enologica, in lingua non mia, scrittura a mano, materie non del tutto approfondito nei mie anni passati, ma lo scotto è grande e mi girano vorticosamente le palle. Soprattutto perchè ero convinto di averlo fatto bene e mi aspettavo un voto molto alto. Adesso ho la possibilità di ridarlo a marzo, con una certa sovrapposizione rispetto al D4 e D5 che saranno a giugno. Un po’ di complessità organizzative in più, ma posso ancora stare nei tempi che mi sono dato: concludere tutto il percorso entro l’inizio del 2026.
Doveva accadere prima o poi di subire una bocciatura. Mi riferisco all’ambito professionale e formativo, perchè nella vita ne ho presi di schiaffi e di botte. A scuola, o al lavoro, per adesso era tutto andato più che liscio. Mai un passo falso, nemmeno un rimandato a settembre, tornando a un vecchio gergo del liceo anni 90. Anzi, ero sempre stato fra i migliori: lodi, distinction, praise, eccellenze. Quindi, questo stop potrebbe anche farmi bene.
Da lunedì, mi rimbocco le maniche e ci si impegna il doppio rispetto al già tanto che mi sono applicato e si prova a recuperare la situazione. Chissà che non debba essere la cifra comportamentale del 2024 – più un anno di semina, di lavoro oscuro, di amarezze, più che di raccolta – dopo un 2023 in cui mi sono preso davvero tante soddisfazioni.
Giovedi scorso sono stato invitato da European Association of Communication Directors – EACD nella Milano lisergica e abbagliante dei grattacieli di Isola, insieme a grandi professionisti come Francesca Burichetti, Eugenio Lanzetta, Alejandro Formanchuk e Lorenzo Brufani, per parlare dell’anima doppia della comunicazione, di dark PR, di green e pink washing, della deriva seduttiva e mistificatoria di certi messaggi, dell’AI asservita alla creazione di notizie false ma estremamente plausibili.
Anche il vino esprime questo doppio, questa sorta di coscienza bipolare. Ne “La molecola della civiltà” emerge spesso l’aspetto angelicato e demoniaco del vino, uno necessario all’altro, come una sorta di erma bifronte, di amore e morte, di riso e pianto.
Da un lato il consumo responsabile, insieme agli altri e per celebrare il piacere dello stare assieme, ben sappiamo che ha dato vita a raffinatissime forme di convivialità quali il simposio e il convivio. Dall’altro, l’eccesso, lo stordimento spesso in solitaria, l’ubriacatura ricercata, aprono sì a suggestioni affascinanti ma pericolose e potenzialmente distruttive, in cui l’uomo si scontra coi propri demoni. Un altro aspetto di questo doppio è legato alla coltivazione della vite, in cui al locus amoenus e all’idillio bucolico di tanta pubblicità, si contrappone spesso una realtà di agricoltura intensiva e poco rispettosa dell’ambiente, della biodiversità, soprattutto in epoca di global warming e fragilità naturali e climatiche. Anche la capillare distribuzione internazionale del vino, linfa vitale per il comparto, ha un’impronta marcata di acqua e carbonio, ed è oggi vessata da crisi energetica, costi aumentati e mancanza di materie prime. Insomma, come comunicatore, e come comunicatore del vino, una partitura complessa, di cui avere lucida consapevolezza (oh, anche il fuoco a toccarlo brucia ma scalda e cuoce), da cui io credo però si possano modulare melodie armoniosissime.
Quest’anno l’estate è stata breve, volata via nel magico interludio portoghese di fine agosto, fagocitata fin nel suo turgido cuore ferragostano da impegni di lavoro e dallo studio matto e disperatissimo del Diploma.
Del resto, ho sempre scritto che non sopporto agosto: agosto mi ha sempre messo paura, intristito, nel suo eccessivo manifestarsi. Eccessiva la luce, le voglie urlate di divertirsi, il caldo, il senso di qualcosa che sta per finire e che quindi deve essere sutto all’eccesso o si è sbagliati, fuori dal gruppo, distonanti. E’ il mese che i malinconici e i sognatori soffrono, perchè sa di promesse fintamente mantenute.
Settembre invece si apre ai ricordi e ai progetti. Ci si ferma a pensare. Non sono più, purtroppo, il ragazzo che si entusiasmava dei ritorni allo studio, al lavoro, alla “vita adesso” dei percorsi fissati, del maglioncino che già a ottobre in certe serate sarà necessario. Ho perso un po’ quello slancio che adesso si riflette invece sulle bambine, sulla loro attesa del primo giorno di scuola, del diario di comprare, dei libri da ordinare.
Questo sarà l’anno del BAR(N), il mio marchio, il mio laboratorio creativo che troverà completa fioritura, l’ambiente dove sublimare tutta la mia creatività e le mie idee. Sarà l’anno del compimento del fienile di Bisarno, che diverrà una struttura dove accogliere altre persone. Sarà l’anno degli studi del Diploma, quello centrale, che costruirà le basi poi per il terzo conclusivo anno. Un anno da discente ma anche docente. Sarà l’anno de La Molecola della Civiltà, che lo scorso anno mi ha dato enormi soddisfazioni e che mi ha aperto nuove strade e nuove idee. Chissà, forse sarà l’anno del podcast, di un progetto latente che tante circostanze a oggi hanno inibito dallo schiudersi.
Sono passati tre giorni dal mio D1 a Londra per il Diploma WSET. Non sono contento di me, per niente: ho subito la tensione (prima volta, devo ammettere) e non sono riuscito a far emergere completamente le cose che sapevo. E questo a posteriori è l’aspetto che mi fa più arrabbiare. Paradossalmente, penso di aver accumulato punti (spero che bastino!), sulle domande più complesse, rispetto a quelle che avrei dovuto portarmi a casa per costruire una buona fiducia psicologica funzionale a rispondere alle altre. Incrocio davvero le dita. Bocciare ci sta, ma quanto mi scoccerebbe.
Sono stanco, poi. Le settimane che hanno preceduto l’esame mi hanno esautorato e ho avuto un rilascio di quasi due giorni, con nottate molto nervose, a ripensare cosa non ho scritto, ad arrovellarmi su dubbi (“non posso non averlo messo, o forse l’ho messo ma ora non me lo ricordo quel punto essenziale”) e a generare una certa insoddisfazione, che speravo di sublimare l’indomani dell’esame.
E adesso inizia la parte su cui devo disciplinarmi molto meglio: la gestione mentale. Questo è solo il primo esame, uno dei più complessi ma senz’altro non il più difficile. Ci saranno da gestire due anni, almeno, e altri esami, altri libri da imparare a memoria, ragionamenti da costruire innestati su quelle conoscenze, centinaia di vini da gustare, anzi, da capire, ragionamenti da fare, adesioni a un sistema di apprendimento e verifiche inusuale per me, molto british, in un contesto altamente sfidante.
Quindi, non mi sto pentendo. Anzi. Ammetto di non aver del tutto compreso la portata del diploma, e anche, ammetto, di aver sovrastimato le mie conoscenze pregresse. Ammetto infine che anche il mio livello di inglese, che ritengo buono, non sia ancora al livello sublime che richiede questo corso, in cui agli esami impongono una scrittura a mano senza abbreviazioni e senza ricorso a bullet point.
Però, ho la nettissima sensazione di giocarmi la champions league del mio mondo e questo mi piace tantissimo. E non posso che ricavare, dalle mie sofferte confessioni, aree di miglioramento. Il mondo del vino è enorme e davvero il Diploma WSET mi permette di affrontarlo in tutte le sue sfaccettature, di cui l’assaggio è una delle parti, importante ma non fondamentale. Biologia, chimica, business, patologia della vite, supply chain, vini del mondo, sono alcune delle aree estremamente approfondite. Nel post precedente, scrivevo di altalenare fra il mitico personaggio di Faust (mi sentivo inebriato dalle conoscenze che stavo acquisendo e mi sentivo bene, onnipotente) e Socrate (l’umiltà di sapere di non sapere, che più si studia più ci si rende conto di quanto poco si possa acquisire rispetto allo scibile umano). Ecco, dopo il D1 ho le orecchie basse e una netta appartenenza, adesione direi quasi, all’anima socratica. Ho preso una bella bastonata! Infine, l’inglese. Se voglio arrivare in fondo, e si che lo voglio, devo ulteriormente evolvere questo aspetto. Da un lato se fosse stato in italiano, sono certo che avrei ricevuto all’esame quei 7/10 punti in più che mi avrebbero garantito una quieta promozione, ma sono molto più contento di essere sfidato in inglese e di avere così una occasione irripetibile per impararlo davvero bene.
Del resto, io lavoro per una azienda vinicola di proprietà americana. Il vino lo racconto in inglese. Insomma, non posso che beneficiarne dal Diploma, non solo come persona, per il mio bagaglio culturale (quanto è bello studiare e imparare?) ma anche per il mio io professionale.
Solo, devo gestirlo. Devo imparare a rendere gli studi del WSET routinari, senza farmici dominare altrimenti rischio di perdere la serenità mentale, gli equilibri in famiglia (già fragili perché il mio lavoro mi porta spesso all’estero e mi fagocita già tantissimo) e anche e non ultimo di perdere grip con il lavoro, a cui deve continuare ad andare la mia priorità negli impegni quotidiani e diurni. Ecco, questo è un quarto punto di miglioramento: la gestione delle tante attività in ponte.
Il quinto è la sfida con me stesso, la voglia di migliorarmi, di crescere. Di essere ambizioso e di amare le partite complesse, quelle che danno adrenalina, quelle per cui si può anche perdere, ma per cui vale davvero la pena mettersi in gioco.
Adesso un po’ di ferie. Si va in Portogallo per trovare serenità e bellezza con la famiglia. Porterò il libro del D2 e la parte del D3 dedicata al Portogallo e del D5 dedicata al Porto, ma le priorità saranno altre!
Quasi il 10 agosto. Chiuso in camera in una giornata fortunatamente non torrida. Molte, moltissime ore a studiare per il Diploma WSET. Sono giorni, settimane che mi sono ingaglioffato in questo bellissimo demone dello studio.
Uno studio matto e disperatissimo. Era una locuzione che Leopardi si auto attribuiva, dedito, anzi – ossessionato, dallo studio. Studiare è bello, ma può anche rappresentare un qualcosa di tentacolare, tentatore, alienante. Un angelo e un demone.
Eh si. In questo atipico 2023 mi sono rimesso a studiare. E a insegnare. In una catena virtuosa che mi sta recando soddisfazioni ma, soprattutto, facendo tornare indietro di 20 anni fa, 25 per l’esattezza. Agli anni di Lettere. Mi fa ritrovare un Francesco ormai cambiato. E mi commuovo a rivedermi e a percepire fisicamente oggi le sensazioni di ieri. Sulle pelle proprio. Un viaggio nel tempo attraverso lo stesso medium, la scatola chiusa di una stanza e di me chino su dei testi. Di quando estasiato dalla bellezza delle materie che stavo imparando, dal suono sublime dei poeti, dal ritmo armonico della loro prosa, del tonitruante rigore del loro pensiero filosofico, divoravo le giornate leggendo, studiando e poi ancora leggendo, magari un libro per mio diletto, o un film – i mercoledì c’erano le riduzioni, i venerdi al secondo spettacolo etc. – senza soluzione di continuità. Ovviamente l’Università se ne è andata in un soffio di introspezione, luci basse nella camera, miopia galoppante, non tanti amici non tante fidanzate, ma tutti e tutte estremamente vissute e profonde, un sacco di trenta e lode e una soffertissima tesi a smontare il mito di Pirandello, non tanto la gigantesca figura dell’autore (attraverso la quale ho poi scoperto la Sicilia), ma quanto la stesura del suo saggio più famoso, L’Umorismo. Dopo l’Università, il master, il copywriting, mettere a fuoco il dono della scritture e delle storie, dove paradossalmente le mie letture, le humanae littarae, la mia formazione apparentemente fragile (“mica è ingegneria, mica è medicina”) mi ha agevolato l’introiezione, l’assorbimento, di tanti altri concetti, e poi gli anni del lavoro, il vino in cui sì si sono sfilacciate le mie letture, i miei studi, ma senza mai eradicarsi. Sono stati la mia coperta di Linus, più nell’armadio che addosso. E oggi, aver ritrovato per il Diploma WSET, complesso, difficile, lungo, con materie nuove, che mi sfida, mi apre a conoscenze nuove, multidisciplinare, questa dicotomica, doppia, complessa sensazione, un giorno faustiana (l’onnipotenza arrogante del sapere acquisito e il piacere quasi fisico che dona) e un altro giorno socratica (la disperazione nichilista del so di non sapere nulla: ogni giorno più studio più dovrei studiare e approfondire), mi sta facendo davvero bene. Mi àncora. Oltre ad arricchirmi di contenuti, peraltro in lingua inglese.
Mi aveva sempre colpito questo dialogo del film “La spada nella roccia” della Disney:
“La cosa migliore da fare quando si è tristi”, replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare, “è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare.
Andrà bene, andrà male, non lo so, ma resto ottimista di natura. E’ un percorso di diversi anni e sono fiducioso di farcela. Sono spaventato, un po’ arrugginito allo studio, alla scrittura a mano (maledetti cellulari), alla corretta esposizione in inglese, e inoltre non posso non osservare di avere sacrificato qualcosa. Anche questo una dialettica inevitabile del corso delle cose. A 20 anni non c’erano bambine (che sono un dolce impegno prima che la crescita me le porti via), non c’era moglie, non c’era un lavoro altrettanto fagocitante di impegno “massimo e disperatissimo”, non c’era neanche la stanchezza neuronale di un quarantaseienne che ne ha vissute, ma tutto sommato, per quello che sono, per ottemperare al mio carattere, per nutrire la mia anima di quello di cui ha bisogno per la propria serenità, per le emozioni che ne traggo, penso di aver fatto una scelta giusta, vada come vada. E adesso, a studiare. Il primo appello è il 14 agosto a Londra!
Sono all’aeroporto di Frankfurt, di rientro dalla suggestiva cittadina renana di Wiesbaden, dove mi trovato per il X Symposium dell’Istituto dei Master of Wine. Obiettivo era raccontare, distillata in soli 3 minuti, la storia di Ruffino alla platea dei Master of Wine – circa 500 autorità assolute del vino provenienti da tutto il mondo – che mi guardavano peraltro giustamente diffidenti: oh, è un po’ come parlare di neve agli esquimesi, ne sanno molto più di me. A ogni modo: mi ero preparato non poco ma ero mangiato inevitabilmente dalla tensione. Sebbene abbia sforato, e nemmeno di poco – e dopo doveva parlare John Malkovic, il grande attore (Ritratto di Signora, Essere John Malkovic e tanti altri capolavori), da qualche anno anche vigneron in Provenza, mica un Sorelli qualsiasi, quei 3 minuti, anzi più di 5 (quindi ben oltre qualsiasi mia tempistica di piacere), sono stati per me un momento di grande emozione. Ho “sentito” davvero la bellezza del momento, perché ho raccontato aspetti in cui credo particolarmente: il vino come segno tangibile, come pilastro di civiltà, la più sublime interazione fra uomo e natura, come bevanda culturale che può aiutare a migliorarci, se consumato in compagnia e in piccole dosi, nel bello di chi ci sta accanto e di quello che ci circonda. Del resto i simposi, i convivi, sono nati nelle nostre terre e noi abbiamo quei geni. Ruffino lo ha fatto fin dal 1877, la prima a portare, grazie alla ferrovia di Pontassieve e alle colline vitate che la abbracciano, non tanto il nostro delizioso Chianti a giro per il mondo, ma quanto l’idea che il vino possa essere un rugoso tavolo di legno col pane sciocco al centro, tanto buon cibo e i propri cari seduti in ridente compagnia, la polenta tagliata con lo spago, il Ti Amo verso il mondo, due parole accanto al fuoco del camino, casa lontano da casa, l’anima di ogni momento felice, la carezza che eleva lo stare insieme, il fiasco che compare dietro Lilli e il Vagabondo, che arrivano a baciarsi condividendo lo stesso spaghetto. Ruffino poi ha costruito la sua storia nel Chianti Classico, con prodotti ormai leggendari. Prima Riserva Ducale, nel 1927, poi la Oro dal 1947 – ci si rialza dalla guerra e si comincia a scolpire la dolce vita – dal Castello di Montemasso, che domina maestoso tutto il territorio del Chianti Classico: Chianti da clangor, lo sferraglio delle armi, guerre cupe e sanguinose nelle terre del Gallo Nero, per sempre poi una terra di infinito rinascimento e luminosa bellezza fra Firenze e Siena. Bellezze da preservare, da custodire – il pianeta ci sta mostrando ogni giorno la sua fragilitá – e ancora una volta grati di tanta bellezza sentiamo il dovere di dare uno scopo più profondo alla mera e essenziale attivita di business, col progetto Ruffino Cares: programmi per educare al consumo responsabile, ancora una volta ancorandosi alla nostra civiltá, di sostenibilitá ambientale, di biodiversitá, di inclusivitá. Un bellissimo viaggio di quasi 150 anni, anzi, di qulche millennio, durato qualche minuto ma che credo sia piaciuto e abbia raggiunto il suo scopo.