Categoria: Il vino

  • L’America ai tempi del virus.

    L’America ai tempi del virus.

    Una settimana lunga un mese. Dall’estate della Florida alla primavera della California fino alla inverno di NY, dove un gelido vento ha portato anche un po’ di nevischio. Tre città meravigliose: la Miami del lusso, del design, dell’art deco, delle spiagge infinite, ma anche di tanti homeless, immondizia, strade degradate.

    San Francisco, con la vastità della sua baia, il suo porto col Golden Gate Bridge che ti fa venire voglia di credere nelle infinite possibilità di ognuno di noi, le sue colline abitate, la Best Generation, le splendide case vittoriane, queste influenze spagnole, italiane che trovano e si miscelano in una idea di America fra l’hippie e lo zen, ma anche di costi della vita diventati ai più ingestibili, un sistema di trasporti pubblici non funzionali se non nei pittoreschi e turistici cable car, e il traffico che rallenta tutto.

     E infine NYC, la più bella del reame, dannatamente fredda e ventosa (uh salto di 30 gradi per me venendo dalla California) ma per fortuna soleggiata, aperta, moderna e antica, classica e Novecentesca, un incontro fra il caotico e l’ordinato di culture, popoli, sapori, le cisterne dell’acqua che spuntano dai tetti a fianco di moderni building, i vapori che trasudano dai tombini delle strade solcati da Porsche e Ferrari, le piccole grocery dal profumo di cannella e caffè tostato frequentate da sofisticate ed elegantissime signore, i suoi splendidi ponti, le passeggiate e i mercati coperti. Ma anche un certo girare a vuoto su stessa alla costante ricerca di un what’s next, di una magnifica sorte e progressiva, di una nuova mirabilia per stupire il mondo, di una identità comunque scolpita al mito del denaro, a fagocitare l’anima più calda e autentica della grande mela.

    Sono cinque le urbanizzazioni visitate se considero anche i borghi californiani di Larkspur e Napa, perfetti nel loro essere “californiani” – eleganti, puliti, assolati, green – ma forse appunto troppo perfetti, irreali.

    E le persone, tante, ognuna con una sua storia e che hanno colorato ancora di più questa settimana di lavoro: persone che conoscevo e che ho ritrovato, altre che ho incrociato per qualche ora, altre ancora con cui ho passato del tempo, ho spartito una passeggiata, ho condiviso un piatto, ho raccontato dei vini. Il vino e Ruffino (che l’America l’ha conquistata oltre 100 anni fa, portando, con l’iconico fiasco, agli immigrati e agli americani stessi, una idea di Italia bella, accogliente e gustosa) che ancora una volta mi ha permesso di aprirmi alle diversità, di accogliere col sorriso chi è venuto a trovarmi, nei posti in cui mi sono seduto e alle persone a cui ho detto “sono Italiano”. Malgrado il virus.

  • Tel Aviv

    Tel Aviv

    Io e Giovanni sul lungomare

    Dopo un risveglio all’alba e una infinita e scrupolosa catena di controlli, siamo qui al Ben Gurion, aeroporto di Tel Aviv, in attesa dell’imbarco del volo verso Istanbul e poi Bologna e, poi, casa.

    É un rientro sereno, dopo giorni intensi e molto belli. Ieri é stata una giornata massacrante, con due eventi consecutivi fra pizza e vino, a portare, preparare, parlare, di uno spaccato di italianità in Medio Oriente, in questa città che ci ha accolto da subito: frenetica, caotica, contraddittoria e piena di colori e profumi.

    Passeggiando nel porto di Jaffa

    Non é stato complicato far passare il concetto italiano del gusto di stare insieme, con cui raccontiamo e promuoviamo Ruffino, in una terra sincretica e a suo modo inclusiva che ha visto incontrarsi (e spesso purtroppo anche scontrarsi) e culture e religioni e popoli nella sua storia millenaria. Il Medio Oriente é una zona che sento particolarmente vicina e affina al mio modo di essere e vivere la vita. Sono bastati pochi giorni, e pochissime occasioni sottratte ai ritmi di lavoro, per immergermi fra le coloratissime e saporitissime meze al mercato di Carmel, accecarmi di luce e storia fra le vecchie case in tufo del porto di Jaffa, capire la voglia di una identità comune di Israele, uno stato nuovissimo, nel Museo di Arte Moderna.

     

  • Ruffino Cares, rieccoci.

    Ruffino Cares, rieccoci.

    Lo scorso anno era stato uno dei progetti che mi avevano lavorativamente travolto, un po’ come era stato il libro l’anno prima: l’ideazione e lo sviluppo di Ruffino Cares era stata una pagina felicissima della scorsa primavera.

    Durante l’inverno Ruffino Cares, l’evento nato appunto per educare a un consumo di vino responsabile, aveva poi proseguito la sua crescita, fino a diventare marchio-contenitore di tutte le iniziative, i progetti, gli investimenti che Ruffino dedica alla responsabilità sociale d’impresa: la produzione sostenibile, la beneficenza e, appunto, il bere responsabile.

    Con l’estate esplosa finalmente in questi giorni, eccoci al nuovo Ruffino Cares fiorentino: l’idea che soggiace Ruffino Cares è semplice: ancorare il vino, e il nostro marchio, a dei contesti di piacevole e gustosa convivialità, che sono naturalmente e storicamente “responsabili”, nonché tratti essenziali di Ruffino che dal 1877, col fiasco, col suo modo di essere popolare, ha sempre recato con sè questi valori.

    Perché secondo Ruffino bere vino significa elevarsi nel piacere dello stare insieme e non isolarsi negli eccessi, nella convinzione che il vino sia una delle più alte espressioni del vivere italiano ma che, tuttavia, lo si debba sempre trattare e rispettare come bevanda a base alcolica e, come tale, potenzialmente dannosa se consumata in modo irresponsabile.

    Quindi, anche quest’anno saremo presenti per tutta la stagione estiva nella Piazzetta dei Tre Re, uno scrigno urbano incastonato fra Piazza della Repubblica e Via dei Calzaiuoli, con il nostro “cuore verde”, i vini e le biciclette con cui educare giocando. Inoltre, ogni mercoledì sera, a partire dal 19 giugno e fino a settembre inoltrato, si svolgeranno i nostri convivi, i nostri wine talk, in cui, calice in mano, ci diletteremo in piacevoli conversazioni a tema. Durante i talk cercheremo di rievocare, con guizzo ironico e informale, un simposio etrusco di giochi, cibi e piaceri, o una ciarliera tavolata contadina col pane sciocco e il fiasco, o la raffinata corte medicea di Leonardo da Vinci prima e Caterina dei Medici poi, che ci hanno donato la forchetta, la tovaglia e le buone maniere, sublimando l’alimentazione in gastronomia. In uno di questi parlereremo, io e la mia amica Helen, di Shakespeare e Dante.

    Come lo scorso anno, poi, la biciclette di Ruffino Cares, un altro dei grandi simboli di Ruffino Cares, mezzo “green” per antonomasia, pedaleranno verso altri grandi eventi de L’Estate Fiorentina. Dal Musart in Piazza Santissima Annunziata di metà luglio, al Florence Folk Festival di fine luglio alla Ex Manifattura Tabacchi, per poi approdare a settembre al Jazz Festival di Firenze (e, ovviamente, nel “natio borgo selvaggio” di Pontassieve, durante Cookstock), sarà possibile interagire con le biciclette Ruffino Cares, partecipare ai talk, degustare i vini Ruffino, quorum la nuova linea “bio”, in un crescendo di eventi e iniziative che vivrà anche fra le piazze virtuali attraverso i nostri consolidati hashtag: #ruffino #ruffinocares #latoscanadiruffino e #lavitaruffino.

    Vi aspetto…

     

  • L’Antica Grecia. Dioniso, lo spirito dionisiaco e il simposio. La storia del vino. Parte 5.

    L’Antica Grecia. Dioniso, lo spirito dionisiaco e il simposio. La storia del vino. Parte 5.

    Il nostro mirabolante viaggio nel tempo fra le civiltà perdute approda adesso a lidi più noti: siamo nel primo millennio avanti Cristo e ci troviamo in Ellade. L’antica Grecia. Vino e convivialità trovano una prima definitiva consacrazione.

    Intanto, in tutta la Grecia, isole incluse, la vite è coltivata con grande maestria. I Greci sono i primi grandi coltivatori di vite da vino della storia: i primi precetti agronomici provengono proprio da studiosi greci.

    L’invenzione del vino è attribuita al dio Dioniso. Dioniso vaga per il mondo portando con sé il vino con un corteggio festoso e dissoluto di menadi, satiri e sileni. Il vino è correlato alla vita sessuale e al divertimento. Dioniso veniva celebrato coi riti dionisiaci, delle vere e proprie…orgie.

    Il vino nella cultura greca è stato al centro della definizione psicologica del cosiddetto spirito dionisiaco, in opposizione, come modelli psicologici ancora oggi studiati, allo spirito apollineo. Lo spirito apollineo spiega la realtà tramite costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando l’essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo. Lo spirito dionisiaco rappresenta l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, l’elemento primigenio del cosmo, l’irruzione spirituale della zoé greca, ossia l’esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.

    Henri Matisse, 1910, La Danza, Hermitage

    In parallelo ai riti dionisiaci, ai greci si deve la prima canonizzazione di uno dei momenti conviviali cardini di tutta la civiltà mediterranea, il simposio. Il simposio è uno dei momenti più raffinati di fruizione del vino. E’ officiato da un simposiarca al cospetto dei simposiasti. Durante il simposio si danza, si discetta di letteratura, si canta e si gioca (fra cui il famoso cottabos). Si mangia anche. Le donne non sono ammesse, l’ars amatoria è consumata fra uomini o con schiave, artiste, prostitute. Da evitare l’hybris (l’eccesso, la tracotanza) del terzo bicchiere.

    In un attimo, un breve tragitto navale e si arriva nella Magna Grecia e da qui nella nostra Roma.

  • Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Dal dizionario della lingua italiana si legge: mezzule [meẓ-ẓù-le] s.m. (pl. -li), doga al centro del fondo anteriore della botte, dove è inserita la cannella. Per esteso, apertura di varia grandezza, fornita di sportello, presente nel fondo della botte.

    Ecco qua un vecchio mezzule.
    Ed ecco delle botti di legno con mezzule

    L’età moderna, con le mutate necessità igieniche sanitarie, lo ha fatto quasi scomparire, sostituendolo da chiusure in alluminio. Il mezzule resta oggi solo uno splendido oggetto di fattezza artigianale, spesso di mano contadina (se questa abile anche in carpenteria), a uso di mercatini del vecchio, mostre dell’artigianato, riuso nostalgico sotto forma di portachiavi da parete etc.

    A Bisarno abbiamo provato a ridargli una nuova vita: stessa funzione dei tempi che furono ma liquidi diversi…Con la stessa logica avevamo recuperato una antica vasca di cemento di vinificazione, collocabile fra gli anni 50′ e gli anni 70′, che avevamo insertato lungo un muro di terrazzamento, come se questa fosse una parte del muro stesso. Anche le vasche di cemento, se non per ritorni modaioli (e comunque vetrificate al loro interno per motivi igienici), sono pressochè scomparse nei sempre più sofisticati kit di vinificazione a disposizione delle aziende vinicole.

    Qui la botte in uno sguardo d’insieme. Come si vede, c’è un buco, una sorta di bocca.

    In questa vasca di cemento, luogo dal cui apice troneggia spesso padronale il nostro gatto arancino e attorno cui scorrazzano gioiose le mie Upupole, c’era un buco, un buco in cui una volta insisteva il mezzule. L’idea di valorizzazione della vasca di cemento e il suo “restituirla a nuova vita” prevedeva quindi il ritrovamento di un mezzule, la trasformazione della cannella del vino in una cannella per l’acqua, per irrigare, e – non ultimo – un elemento di appoggio, un lavandino, per contenere l’acqua. E non poteva essere un lavandino di ceramica. Quindi, siamo andati alla ricerca, nelle cave in zona, dai robivecchi, di una ciotola contenitiva da appoggiare ai piedi della botte di cemento per contenere il futuro zampillo d’acqua dal futuro mezzule antico…e lo abbiamo trovato in una cava a pochi chilometri da qui, abbandonato, crepato e mangiato dal muschio.

    Il lavandino sotto la botte

    Adesso mancava, dopo un ulteriore aggiustamento al lavandino (stuccarlo, rifinire le facce mancanti o spezzate etc.), il mezzule, il protagonista di questa storia.

    Ed ecco il lavabo in pietra dopo la stuccatura…

    Dopo aver vagliato un paio di opzioni di vecchi mezzuli recuperabili e in vendita da privati, mio suocero si è offerto di farlo ex-novo (“icchè ci vole…”) e dopo un tempo che a me è parso infinito eccoci con il lavoro pre-finito, pronto per essere installato, verniciato, adeguato a una antica cannella (anche questa, come il lavandino, antichissima, e utilizzata per le botti del vino).

    Il mezzule grezzo

    Ed eccoci qua. Una botte di cemento antica e inserita nel muro. Un vecchissimo lavandino in pietra. Una cannella originale proveniente da una botte del vino. E un mezzule rifatto ad hoc. Un recupero in tutto e per tutto! Ora tutto è pronto per lavare gli ortaggi e annaffiare l’orto.

    Ecco conclusa l’opera!
    E oggi ci ho lavato qualche verdura
  • L’umorismo, gli Ebrei e la Bibbia. La storia del vino. Parte 4.

    L’umorismo, gli Ebrei e la Bibbia. La storia del vino. Parte 4.

    Sollecitato dai commenti positivi di un amico che ha recentemente letto i vecchi post (qui la prima parte, qui la seconda, qui la terza), è con piacere e con colpevole ritardo che intendo continuare, dopo oltre due anni e mezzo, un progetto che mi sta a cuore: raccontare in forme spigliate e leggibili, non pedanti o cattedratiche, la storia del vino, e dimostrare, strada facendo – 100000 anni circa! -, come il vino sia davvero la “molecola della civiltà” e che, a noi toscani, e per traslato, a noi italiani ci ha plasmato i geni, ancorandoci, grazie, come vedremo, agli Etruschi, a Leonardo da Vinci, a Caterina dei Medici, ai contadini, a tutti coloro che hanno scritto queste pagine di storia appunto, a un consumo di vino naturalmente responsabile, legato a una convivialità informale, gustosa e legato al bello.

    Dopo quello che avevamo scritto sull’antico Egitto, più o meno nello stesso humus geografico, più o meno nello stesso periodo, ma con rappresentazioni piuttosto diverse, il vino e la sua fruizione ritorna protagonista nel popolo di Israele, nella bibbia e fra la cultura e la religione ebraica.

    Siamo circa nel 2000 aC e nella cultura ebraica l’invenzione del vino viene attribuita a Noè che, appena trovato terra sul monte Ararat (Turchia) dopo il diluvio, pianta la vite e si ubriaca del vino prodotto, restando poi nudo di fronte a Cam che lo riferisce ai fratelli Sem e Jafet (Genesi, 9, 20-25).

    Ebbrezza di Noè – Michelangelo Buonarroti, 1509 – Roma, Cappella Sistina

    Nella cultura ebraica tradizionale il vino è l’anima della festa, che sia la celebrazione della Pasqua ebraica, lo «Shabbath» o le feste del tabernacolo («Sukkat») anticamente festa della vendemmia, per non dire del paradigmatico Matrimonio Ebraico. La fruizione del vino non è mai smodata (l’ebbrezza è pericolosa e sacrilega cfr. Incesto di Lot, Genesi 19, 1-11) ed è inserita in un modello gnoseologico fondato sull’umorismo: riso atrabiliare, relativizzante, diasporico e formativo. L’umorismo è una tematica a me particolarmente cara: vivere la vita con umorismo significa un “berci su per sdrammatizzare”, ma senza mai perdere la lucidità, riuscire a ridere di sé e delle proprie miserie. Un po’ come ha fatto il popolo ebraico. Anche fra gli ebrei contemporanei: vi siete mai gustati un film di Woody Allen?

    Nella Bibbia, testo sacro della religione ebraica e poi cattolica, il vino è del resto al centro del simbolismo cristiano (la parola “vino” ricorre quasi 230 volte nella Bibbia): “Io sono la vite voi i tralci“; vite come albero messianico: quando Giosuè (Mosè aveva dubitato) arriva nella terra promessa la trova «ricca di vigne»; il sacramento dell’Eucarestia (vino come sangue di Cristo) istituito durante l’ultima cena; infine nel miracolo delle nozze di Cana. Episodi che mostrano ancora una volta come il vino sia fondante, sia a livello simbolico che per le sue virtù aggregative e teofaniche, di ogni civiltà in cui sia stato prodotto e consumato. Ma è solo grazie all’Antica Grecia e agli Etruschi che il vino riuscirà ancora di più a incarnarsi nelle vita delle persone, proseguendo il suo viaggio di autodefinizione come cardine, molecola di civiltà.

  • Le scatole del vino

    Le scatole del vino

    Le scatole di legno del vino sono bellissime: hanno un buon profumo, comunicano uno stile classico, conviviale e rurale, sono di un materiale affascinante e senza tempo e, a casa mia, un ambiente rustico nella campagna toscana, soddisfano le mie smanie da designer e arredatore parsimonioso alla ricerca del bello, rivivedendo in un esercizio di “riuso” fra lo chic e lo shabby anche dopo che la loro funzione principale, contenere le bottiglie, si è esaurita. Vediamo un po’ qualche idea che in questi anni mi ha permesso di allungare la vita a questi splendidi oggetti di gran fascino.

    Porta condimenti

    Porta condimenti. Romitorio di Santedame di Ruffino 1999 è stato una bomba di bontà, complessità e pienezza. Ho avuto la fortuna di godermene una magnum (formato 1.5 litri) contenuta in una confezione singola di legno. Ho inserito dei cordacci per farci delle maniglie e la scatola si è trasformata in un porta condimenti che tengo vicino alla mia cucina, anche questa in stile country, vicino alla cappa in muratura e con lo sfondo delle maioliche colorate…di Caltagirone (sì, una piccola digressione dall’ambiente tutto toscano di casa mia!).

    Ecco la mia scatola da condimenti…

    Fioriere

    Fioriere e porta ortaggi. Ormai l’ho scritto usque ad taedium. M’è preso la fissa dell’orticoltura, dell’orto, della coltivazione, fin dalla germinazione…Ecco, alcune colture, alcune verdure, stanno meravigliosamente bene nelle confezioni di vino di legno, magari quelle un po’ più grandi, da 6 e da 12 bottiglie. Ecco, io ogni anno pratico col trapano dei piccoli forellini sul fondo, le riempio di un buon terriccio fino a due centimetri dal colmo, semino e ci faccio germogliare delle piantine di basilico di diverse varietà. Le cassettine di basilico sono bellissime col verde acceso della pianta, utili perché a casa mia d’estate il basilico lo mettiamo su tutti (e siamo ghiotti di pesto!) e il loro profumo tiene lontano anche le zanzare (questo…non è vero, ahimè, le zanzare del Bisarno se ne fregano degli odori repellenti). Altri anni ho utilizzato le cassette anche per degli ortaggi, come la foto in allegato (non mia…) perché il basilico l’ho appena seminato e la foto col solo terriccio sarebbe triste!

    Non è una foto mia, ma questo è come vengono (e col basilico sono ancora più belle!)

    Scatole

    Porta croccantini per gatti. Si, confesso. Mi sono affezionato a dei gatti. A uno in particolare, tutto arancio e bianco che una “gattara” mi ha detto avere un carattere – all’interno del vasto e impenetrabile comportamento felino – molto canino: questo gattino infatti mi segue, mi fa le fusa, mi sta sempre vicino mentre zappo nell’orto e, essendo uno dei 6 gatti a dimora a Bisarno, mangia anche, tutto sempre accompagnandomi e seguendomi con dolcezza…Quindi la cassetta di vino qui è diventata semplicemente una bella scatola di cibo per gatti. Poca creatività, invero, ma la busta della Copp che conteneva i croccantini presi al chilo era brutta e tendeva a strapparsi in più punti. Così ho risolto due problemi: più pratica e anche più elegante. E il concetto di scatola di vino semplicemente riutilizzata in scatola va per la maggiore in casa mia: in una scatola singola abbiamo messo le spezie, in un’altra i pennarelli delle bambine, in una il pane, in un’altra le patate…sì, forse mi sono lasciato un po’ prendere la mano!

    Portafoto

    Elementi da pareti su cui attaccare foto, appunti, post it…Qui mi riferisco a una parte della scatola di legno, al suo coperchio. Se la scatola ha una apertura a cerniera, togliere il coperchio significherà trovarsi con una superficie di legno con una cornice laterale, un elemento molto bello che può essere appeso (o come in camera mia appoggiato sulla testiera del letto) come portafoto, appuntate con delle leziose spilline a capoccia colorata. La stessa cosa può essere fatta anche con i coperchi non ancorati alla scatola con le cerniere, ma quest’ultimi sono più idonei per un altro riuso…

    Ecco il coperchio diventato un portafoto, sopra il letto: delle puntine colorate, belle foto, e il gioco è fatto!

    Tovagliette

    Tovagliette americanine. Non so come si chiamano esattamente, ma noi d’estate apparecchiamo in giardino utilizzando come tovaglia singola i coperchi delle scatole di vino: l’effetto é glamour e rustico al contempo! E i nostri pranzi, e cene, talmente goduriosi e ricchi di buon vino che…nuove scatole sono arrivate in casa per tanti altri riutilizzi!

    Uno dei nostri banchetti!

    Insomma, sono davvero tanti i modi per far rivivere un elemento contenitivo come le scatole di vino in uno splendido materiale di arredo. Poi, più si è bravi col bricolage più si potranno trasformare le scatole in tanti materiali: vassoi, mensole, cantinette…a navigare in rete si vedono degli esempli meravigliosi!

    Ecco, quando vado nell’orto, è sempre bello raccogliere frutta e verdura e metterli dentro…una scatola di vino!
  • Le mie due vitine.

    Le mie due vitine.

    Le ho potate, le ho drogate, le ho viste piangere, le ho cimate, le ho persino stuprate quando mi hanno detto che c’erano delle gemme di troppo malgrado la potatura che andavano tolte per non disperdere l’energia della pianta.

    Adesso, dopo i primi ubertosi giorni di primavera, mi godo i due tralci per pianta in posizione apicale che sto facendo crescere lungo i montanti della pergola: ne fotografo le foglioline verdi e ogni sera con zelo e passione le annaffio e ne valuto i progressi, o gli eventuali problemi.

    Fino a oggi, comunicando per il vino, avevo sempre raccontato i passaggi, il ciclo della vite, con mnemonico distacco, entusiasmandomi ben più per gli aspetti conviviali e sociali associati al bere insieme. Adesso ho nuovi entusiasmi (e mai sono a bastanza, gli entusiasmi dico), per queste due piantine di uva.

    Uva Maraviglia e Uva Re dei Mori: a voi, adesso crescete e arrampicatevi!

  • Bisarno al cospetto della perfida (ma irresistibile) Albione. Two families is meglio che one!

    Bisarno al cospetto della perfida (ma irresistibile) Albione. Two families is meglio che one!

    In questa settimana successiva alla Pasqua, dove al sole si alternano dei violenti acquazzoni ma le temperature, i colori e i profumi volgono finalmente al primaverile, Bisarno è ancora più ciarliera e festosa: abbiamo infatti come ospiti il fratello della Laura, con moglie e nipotina, in visita da Manchester, dove vivono da qualche anno.

    Durante la magniloquente giornata di Pasqua, trascorsa qui a Bisarno, abbiamo accolto 14 persone e 4 diversi nuclei familiari, assise tutte con grande orgoglio nella sala grande, dove una volta mangiavano le mucche, perché fuori era ancora fresco e piovigginoso.

    Il giorno di Pasquetta – una splendida giornata – abbiamo ufficialmente inaugurato la buona stagione con un pantagruelico pranzo degli avanzi all’aperto, in una tavolata bellissima sotto il pergolato ancora scevro di fronde e uva ma già piacevole per il primo tiepido sole di aprile.

    Agnello al forno con patate, gli agretti, la coratella dello zio Sandro, la torta Pasqualina della ZiaDada, le lasagne di verdure della mia mamma, gli antipasti di mare dai parenti di Livorno, il rosbif, i formaggi della Bottega di Rosano, gli asparagi, i baccelli e gli spinaci, le uova soda benedette per chi le voleva, sono stati i piatti che hanno scandito questi due giorni di festività che non a caso, sia per l’offerta gastronomica che per il clima spigliato e allegro che crea, é di gran lunga la mia preferita!

    Un’altra di queste sere invece Simone, mio cognato, aiutato (o meglio dire: sfidato nella pazienza) da Giorgia, la mia nipotina, e la
    Mignola, entrambe, in questi giorni, in favolosa intesa reciproca malgrado le poche occasioni avute per conoscersi meglio, si è dilettato in un “pasta – class”, creando un fantasmagorico spaghetto alla chitarra fatto e steso in casa – grazie agli strumenti di lavoro gentilente regalati dai Corsis – e ingigantito da un delizioso sugo di bottarga, pesce spada e melanzane.

    Non solo: le bambine avevano ricevuto chili (non esagero) di cioccolato sotto forma di uova di Pasqua: Lara, mia cognata, ne ha fatto la libidinosa copertura di una torta al semolino con cui abbiamo concluso la cena ed elevato in dolcezza le colazioni del mattino.

    Le restanti uova di Pasqua, dietro consiglio di una mamma di una amichetta di Matilde alle prese con il mio stesso dolce problema, le abbiamo congelate per futuri usi (ganache, cioccolate calde, creme cioccolatose per biscotti). Si cerca di fare meno sprechi possibili e di utilizzare al meglio tutto gli avanzi, come ci hanno insegnato i nonni e i contadini che hanno vissuto queste mura secoli prima di noi.

    E i vin che hanno accarezzato i piatti di questi giorni? Tutti della grande madre Ruffino: da una ottima magnum di Riserva Ducale 2013, bevibile, vibrante, floreale, a un mitologico Romitorio di Santedame 2007, speziato, cupo, suadente, fino al Greppone Mazzi, assaggiato in due diverse annate, una più matura, eterea e quasi candita (2004) e una più recente: succosa, potente ed elegante al contempo (2012).

    In attesa di nuovi lavori in muratura a Bisarno, del prato, e delle prossime fioriture dei vari alberelli piantati, una settimana proprio niente male, che ha mostrato il lato accogliente e conviviale della casa e ci ha fatto trascorrere del bel tempo, il famoso “quality time”, con un’altra giovane famiglia, dando un sapore, e che sapore, all’epiteto di ZioFrancesco, flautamente sussurrato in questi giorni da Giorgia, la mia irresistibile Albioncina.

  • La buriana che verrà. Alla porte di un fine settimana freddo e gelido.

    La buriana che verrà. Alla porte di un fine settimana freddo e gelido.

    Un’altra settimana si sta chiudendo. Un vento freddo, impetuoso, foriero di pioggia mista a neve ci sta accompagnando verso l’agognato fine settimana da dedicare alla mia famiglia e a Bisarno. Si prospetta uno dei week end più gelidi degli ultimi trent’anni e anche a Pontassieve, il nostro amato natio borgo selvaggio, si attendono, dopo 9 anni dall’ultima nevicata, qualche centimetro di neve. Irruzione siberiana, alias Burian, alias “l’è buriana”: non ti temiamo, anzi! Una bella candida pennellata bianca nel nostro bel paesaggio sarebbe proprio gradita. Bene speremus!

    La settimana al lavoro è stata intensa ma molto produttiva. Finalmente sto tornando me stesso, dopo le settimane difficili per Edoardo e per il ricovero di Costanza. Di nuovo entusiasta e “fertile”, con molta adrenalina e un sacco di iniziative da fare e da progettare. L’altro giorno abbiamo avuto modo anche di ospitare un famoso anchorman americano, persona squisitissima e divertentissima, Jim Cramer, che cura per la CNBC una seguitissima trasmissione televisiva sui consigli per gli acquisti…in borsa, “Mad Money”. Abbiamo organizzato una scuola di cucina a Montemasso, una delle cantine di Ruffino, forse la più suggestiva, e abbiamo costruito una relazione, speriamo forte, sui sapori toscani e fatti con le nostre mani: gnudi, bruschetta, ravioli, cantucci di Prato.

    E qualche giorno prima avevo avuto l’onore di degustare insieme a Isao Miyajima, maestro d’assaggio e di vita giapponese.

    La Toscana è bella anche in inverno e, seppur il mio lavoro in queste settimane fredde si svolga prevalentemente in ufficio o in qualche trasferta fuori sede, non sono rare le occasioni in cui si accolgono giornalisti e clienti nelle nostre tenute. Poi, col fiorire e la primavera diverranno ben più dominanti, ma intanto pochi ma buonissimi!

    A Bisarno dopo lo scorso week end di acquisto piantine per la siepe, la settimana brutta e fredda ha impedito quasi ogni lavoro. Però è finalmente arrivata la balaustra in vetro della scala in ferro e abbiamo quindi completato la pedana di ascesa alla scala che conduce al primo piano: una scala – libreria di ferro color ruggine e vetro, sintesi di un gran bel disegno del nostro architetto e della esecuzione esemplare del nostro fabbro di fiducia. Avanti così, piccoli progressi che regalano nuove energie e motivano nella nostra lenta, lentissima ma altrettanto gratificante ricostruzione di Bisarno, in attesa di temperature più miti, la dolcezza aromatica della primavera e i primi frutti e fiori della parte esterna, a oggi la più indietro.