Categoria: Il vino

  • L’identità dalle diversità

    L’identità dalle diversità

    Viaggiare. È sempre stata per me una ossessione. Viverne tutte le dicotomie: l’ansia prima della partenza; il dispiacere dell’abbandono del nido; l’emozione del viaggio quando non si è più a casa e non ancora arrivati; gli entusiasmi quando si vive qualcosa mai vissuto, si assaggia qualcosa che non ti appartiene, i sensi assorbono sensazioni inesauste; l’abbraccio a ecclesie diverse dalle tue; il confronto con le proprie paure quando si è da soli e lontani; il piacere agrodolce del ritorno; la gioia di ritrovarsi in una casa che ti accoglie.

    Viaggiare mi scosta dalle abitudini quotidiane che rischiano di anestetizzare il mio portato emotivo e di accecare la bellezza del mio mondo.

    E cosí è stato anche per questo soggiorno canadese, una brevissima trasferta di lavoro trascorsa gran parte fra aerei e aeroporti che mi ha portato prima a Toronto e poi Montreal. L’occasione erano le degustazioni di vino italiane organizzate dall’ICE, l’istituto per il commercio estero. Ho salutato con piacere volti amici fra i tanti colleghi e professionisti incontrati. Ruffino in Canada è una istituzione e mi ha riempito di orgoglio poter raccontare i miei vini a spiriti tanto curiosi, soprattutto Riserva Ducale Oro, associando loro a una Italia del gusto, dello stare insieme e della convivialità che molti qua vagheggiano senza irriderci nei soliti stereotipi miopi di una Italia buona solo per divertirsi.

    Passeggiare per Montreal sotto la pioggia prima di tornare all’aeroporto mi ha consegnato la sensazione di una città al contempo liquida e solida, un’isola aperta al mondo con l’ardesia nei tetti, le strade col pavé, la modernità conquistata alla natura, gli aceri con le foglie color rame, la forza di una identità animata dalle diversità che si sono incontrate negli anni.

    Anche il mio miserabile francese è stato accolto e accettato con simpatia, così come le mie papille si sono deliziate del nettare dei loro alberi simbolo, una manna vischiosa che si è consegnata sotto forma di gelato o assorbita da un pancake in una sorta di rituale panistico che è mi ha fatto sentire ancora più vicino a queste terre così lontane.

    Un solare pokè hawaiano mangiato sotto la pioggia al Port Vieux
    Gelato al gusto sciroppo d’acero
    Passeggiando per la Vieux Montreal
    Colleghi alla degustazione

  • Pranzo della domenica

    Pranzo della domenica

    Domenica sera. Le gatte qua fuori stanno mangiando con più appetito di quanto ne abbiamo avuto noi a cena, dopo due gironi di intense libagioni culminate oggi con un sontuoso allegro ciarliero familiare pranzo della domenica svolto a Bisarno. Dopo averlo “teorizzato” tante volte (senza considerare la stagione estiva che chiamava preparazioni più leggere e mangiate all’aperto senza lunghi ancoraggi alle sedie), oggi abbiamo realizzato, con l’aiuto sinergico della mamma, un classico pranzo toscano delle grandi occasioni. Il mattino non era proprio stato aureo: la Mati si è svegliata con la febbre alta e un vento gelido e piovigginoso rendeva un po’ il tutto spettrale e molto lontano dall’estate appena trascorsa. Noi ci siamo comunque concentrati a cucinare e ad allestire il tavolo, coi miei che sono arrivati verso le 10, gli zii a mezzogiorno e la cugina col suo compagno al tocco (l’una in toscano). A quel punto il sole aveva fatto capolino e la tavola era già meravigliosamente imbandita.

    Crostini di fegato, sformatini di verdure, paccheri su letto di pomarola conditi con pinoli tostati, emulsione di basilico e ricotta salata, lo spiedo classico toscano con le patate, un cheese cake mondiale preparato dalla zia Dada. E tanto vino, così tanto da farci danzare appena ingerita l’ultima fetta al ritmo banale ma avvolgente dei balli di gruppo (dal Despacito al Gioca Juer a Shakira, questo era il livello) e di reclamare poi un caffè questa volta gustato nel tavolo fuori, dove finalmente splendeva senza incertezze un ubertoso sole. Più o meno, si erano fatte le 16. Le bambine hanno inforcato le biciclette, la Zia Dada si è messa a raccogliere piante selvatiche (ha trovato della bietola e della portulaca, oltre a raccogliere un po’ di noci), abbiamo aggeggiato un po’ alle colture un po’ rinsecchite di salvia e rosmarino, spilluzzicato le foglie e i rametti del limone e del melograno, dal fienile abbiamo ritirato fuori le sdraio per goderci un ultimo sole, due chiacchiere e si è fatta quasi l’ora di cena. Salutati tutti, ci siamo rintanati in casa – è bastato che il sole tramontasse per risentire il freddo -, un bagno caldo per rilassare un po’ gli animi e gli spiriti delle bambine sovraeccitate dalla meraviglia di tanti giochi, tanti cibi, tante persone, tante avventure, una rapida cena e poi nanna. Domani inizia una nuova settimana.

    Paccheri su letto di pomarola e conditi con emulsione di olio e basilico, ricotta salata e pinoli tostati
    Mignola in rara modalità statica
    Dopo pranzo col sole!
    Giornata conclusa. Stanchi ma contenti

  • Settembre

    Settembre

    Un fresco vento settembrino ha spazzato via l’afa degli ultimi giorni e ci ha preparato a un anticipo di autunno, una stagione che ha i colori più vivi e i profumi più intensi ma in sè anche i prodromi silenziosi della necrotizzazione invernale. Il lavoro è ripreso totis habenis, a gran ritmo, e la corsa verso Cookstock, il grande evento di Pontassieve che ci vede con Ruffino protagonisti, è entrato ne suo ultimo miglio. Oggi, un rilassante sabato di buona cucina, gustoso vino (Passopisciaro, contrada S) e gradite visite (è venuta Mia, la migliore amica della Mati, per una sessione di gioco che ha impegnato le Upupole per buona parte del pomeriggio), il NonnoCiccio ha lavato parte della facciata verso l’aia, sopra e attorno l’arco della cucina, restituendo le cromie terrose e ferrigne della pietra alternata al mattone che me la rendono così irresistibile. Adesso è ancora più bella se possibile! Abbiamo (ha, dovrei dire, ma la buona volontà non mi manca mai) installato anche un faretto led esterno sopra l’arco della cucina, un esperimento per vedere se e come la muratura a vista verrà valorizzata da questa illuminazione che vuole essere negli intenti coreografica ma non eccessiva e volgare. Per la cronaca e gli appassionati delle serie a puntate col lieto fine sapientemente rimandato ad taedium, ieri sera si è di nuovo palesato il topo – forse un altro? – nella camera da letto e io ho miseramente fallito di nuovo la cattura, peraltro non facile. Mi sa che dovrò prendere provvedimenti più drastici. A partire dai due gatti adottati all’uopo – Fulvio e Bianca – ai quali forse l’alimentazione da me provvista ha fatto loro svanire lo smalto predatore e la carica agonistica per cacciare via i topolini. Del resto, dovremo imparare a convivere con la fauna di Bisarno, volenti o nolenti. E se i caprioli, gli istrici, il gufo, i leprotti, i fagiani sono stati disneyanamente accolti e salutati nei loro pellegrinaggi per lo più notturni nella corte da tutta la famiglia, dei calabroni, delle vespe, delle zanzare, e soprattutto dei topi e del gigantesco cinghiale palesatosi giovedì notte rumoroso e luciferino a mangiarmi le giuggiole avrei fatto volentieri a meno. Lo abbiamo sentito e poi osservavato dalla specola della nostra camera inerti e un po’ inquieti, fin tanto che, improvvisamente spaventato da un nonnulla (non le nostre urla che lo invitavano ad andarsene), si è dato alla fuga nel campo adiacente. 

    Una squadra ben organizzata per montare una lampada

    L’ottima cena in un ridente venerdì: è fresco, si mangia dentro…
    Meglio fare da soli…

  • La cucina

    La cucina

    Le 20 di una serata quasi settembrina, per colori e temperatura. Si è calmato anche il vento e stasera possiamo di nuovo mangiare all’aperto. Ho fame e i profumi che sento nell’aria accarezzano l’attesa. Laura sta cucinando e io ne intravedo le movenze felpate e sicure indaffarate a preparare un farro della Garfagnana con una ratatouille di verdure che ci hanno dato i nostri vicini dal loro orto. Una immagine molto viva, come se, qua fuori seduto nell’aia, osservassi un quadro animato, una macchia di colori cangianti, con Laura incorniciata dal portale ad arco e accanto a lei le forme della mia cucina dei sogni. Si, più passano i giorni e più sono, siamo stregati dalla nostra cucina, secondo me un capolavoro di linee semplici ed eleganti, cortesi e colorate, gentili e aggraziate disegnate dal nostro arredatore. Un po’ del mio c’è – sono un committente con le idee chiare e i gusti ben precisi e con Cristiano, il designer, c’è proprio una comunanza di visioni – ma è soprattutto lui ad avere i meriti di questo progetto. Da tanto volevo dedicare un post alla cucina ed é arrivato il momento, sebbene manchi ancora il lampadario a caduta che andrà sopra il tavolo. Allora, la mia cucina. L’aspetto che più colpisce è la luce e l’osmosi con l’esterno. Il portale ad arco regala interazione con l’aia e illumina, insieme ad altre due finestre con le soglie in cotto storico, di una gentile e serena luce chiara, tutto l’ambiente. Il soffitto, a travi e correnti, è stato verniciato in bianco per esaltare ancor di più questa solare profondità e per dare maggiore slancio. Inoltre, sono belli, bellissimi di per sè. Tanta luce bianca calda quindi che va a baciare e riflettersi in elementi semplici e cromie archetipiche, come il cocciopesto aggregato con resina con cui è realizzato il pavimento: il cocciopesto resinato un po’ ricorda i tradizionali pavimenti in piastrelle di cotto, un po’ se ne allontana, introducendo un trattamento moderno di un materiale secolare quale l’argilla. Innovare senza tradire. I moduli della cucina sono in legno decapato bianco, cosi come il top in quarzo. Un altro elemento architettonico distintivo è la cantina-libreria-dispensa a giorn che è costruita in rovere biondo attorno a una finestrella. Nella cantina-libreria-dispensa trovano alloggio la nostra collezione di pubblicazioni enogastronomiche, fra cui il libro La Toscana di Ruffino ca va sans dire, delle mini cantinette per i vini pret à boire e diverse cassette di legno, prima per il vino e che adesso fungono da scatole dal sapore shabby e accolgono il pane, le verdure e alcuni elettrodomestici. La stessa finitura di rovere biondo della cantina-libreria-dispensa è riproposta nel sobrio tavolo in assi di legno che si trova al centro della stanza, esaltato nella sua bellezza essenziale da delle seggiole, riproduzioni di un celebre modello in stile Nordic. Il blocco cottura (induzione e forno a doppia camera), free standing, è in ghisa e acciaio e permette a Laura di togliersi tutti gli sfizi culinari. Il piano a induzione è sormontato da una spigolosa cappa in muratura di concezione tradizionale: se ne vedevano tante nelle fattorie contadine. Un altro elemento che unisce rottura e continuità e che presenta vividi cromatismi barocchi sono le ceramiche di Caltagirone del paraschizzi lungo il piano di lavoro: una greca multicolore che sembra quasi “firmare” e caratterizzare la nostra cucina. Infine, un particolare che sancisce l’universale, la gestalt di tutta la stanza, le stoviglie: per i piatti e per i vassoi abbiamo optato per un artigiano del Casentino che produce delle variopinte ceramiche, le stesse che avevo scelto per il libro La Toscana di Ruffino. Sono tenute a viste nel pensiero a giorno. La più suggestiva far queste ceramiche, una fruttiera arancione, domina il centrotavola. Il quadro complessivo afferisce a uno stile classificabile come country chic ma a me piace l’assunto che abbia elementi costitutivi che sono propri solo e soltanto di Bisarno, in site specific insomma, e che la rendono unica e non facilmente omologabile. Soprattutto a noi la nostra cucina piace tantissimo perché sa accogliere e mettere a proprio agio, perché sa unire la convivialità a una sobria e affettuosa bellezza. E grazie a questa cucina ci dilettiamo nella piacevole arte dell’accoglienza. Come una volta, per il gusto di stare insieme in buona compagnia, con tanto cibo e una, anche due bottiglie di vino, molto spesso di Chianti Ruffino nel nuovo fiasco, a voler creare un ponte con ciò che era la Toscana contadina dei nostri nonni che vivevano in case come questa, e il nostro presente più fortunato e meno difficoltoso e che si apre a nuove influenze pur avendo radici etiche, culturali e gastronomiche in quel mondo antico. Cena pronta: Laura ha quasi finito di cuocere il farro. Vado ad apparecchiare. Le bambine ciarlano dentro davanti alla TV e reclamano l’aperitivo (di solito un pomodoro a crudo o un pezzettino di formaggio per tamponare la fame). Nel mentre che scrivevo il sole é del tutto tramontato ed é quasi freddino. Eh si, “l’estate sta finendo” come cantavano i Righeira. Ma seduti fra le lastre dell’aia, indossando la felpa e scaldandosi con questo buon Chianti, penso proprio che riusciremo ad allungarla ancora un po’!

    L’ingresso ad arco della cucina visto dall’aia

    Entrando dalla sala

    Sguardo verso la sala con le mappe vinicole

    Un angolo della cucina, con fiaschi e caffettiera
    Dall’ingresso verso acquaio e frigorifero
    Dall’acquaio verso l’aia

  • Segunda feira.

    Segunda feira.

    “Che giorno d’incanto qui da noi, è lunedì soltanto”: un grande Battiato a definire le atmosfere di malinconia e fatica associate alla segunda feria, il lunedì di un marzo che ci blandisce primaverile.
    Oggi c’è stato di tutto: la presentazione dei piani per l’Europa in Ruffino, l’incontro chiarificatorio con gli intonachini, una visita dal carrozziere perché un simpatico sasso ha ben pensato di incrinarmi il vetro delle macchina. Arrivo a sera e ho la fortuna di imbattermi in un vino che sa rilassarmi, acquistato quest’estate in Provenza e aperto per caso stasera, con il chiaro intento apotropaico: un Vaucluse a base Grenache insolitamente fine ed elegante per essere un vino del Rodano. Ci stavano benissimo le noci che ho sgranocchiato pensando alla giornata in attesa della cena, con le paste alle melanzane e caciocavallo, il fine pasto con la crema di castagne sul pane e l’allegra famigliola intenta a provare passi di danza e a buttarsi pericolosamente dal divano.

    Gran vino questo Vaucluse.

  • Vino ed eros fra i Babilonesi e gli Egizi. La storia del vino. Parte 3.

    Vino ed eros fra i Babilonesi e gli Egizi. La storia del vino. Parte 3.

    Come si è visto il vino pare aver avuto origine in un periodo risalente a circa 6000/7000 anni orsono in una zona situabile fra la Georgia e l’Armenia, nel Caucaso meridionale. Sono state trovate delle giare di terracotta interrate atte a produrre un “vino” dalla fermentazione della vite spontanea.
    La leggenda vuole che gli Argonauti di Giasone, in cerca del vello d’oro, solcarono quelle terre, abbeverandosi in una fonte da cui scorgava vino.
    In un intersecarsi continuo e vorticoso fra mitologia e realtà, altre popolazioni lontanissime geograficamente l’un l’altra associano la nascita del vino al mito del diluvio e a una nuova alba di civiltà, come abbiamo raccontato nelle due puntate precedenti qui.
    Eccoci adesso arrivare a una terza pagina della storia, questa più svelata e conosciuta: le grandi civiltà del mediterraneo e della mezzaluna fertile dove il vino veste un ruolo da protagonista assoluto in quello spazio indefinito fra eros e trascendenza. E’  in queste terre  fra il Mediterraneo e la valle dei due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate che si attesta la domesticazione delle vite. Non è chiaro come il vino abbia compiuto il lungo viaggio che dalle zone transcaucasiche lo abbia fatto giungere fino al mediterraneo: l’ipotesi più probante è che sia stato grazie ai commercianti che in quegli anni compivano migliaia di chilometri e leggenderie traversate a cavallo. Un’altra ipotesi altrettanto valida è che la vite nascesse spontanea anche in queste terre.
    E, nel vasto mondo delle civiltá mesopotamiche che sappiamo con certezza consumare e amare il vino (soprattutto gli Assiri e i Sumeri), gli antichi Babilonesi – che avevano contribuito al mito del diluvio attraverso la figura di Dercos Haelius, il marinaio del vino nuovo, su cui poi verrá modellato il ben più noto mito greco di Deucalione – sono i primi che ci offrono una testimonianza artistica di persone che bevono vino: si tratta dello Stendardo di Ur (2500 aC, visibile al British Museum). I Babilonesi veneravano anche una deità specifica, tale Geshtin, la madre della vite.

    Lo Stendardo di Ur
    Ma i primi veri coltivatori esporti della vite, quelli che per primi ne hanno tentato un approccio agronomico propedeutico alla vinificazione sono gli antichi Egizi. 
    Anche loro avevano un pantheon associato al mondo del vino: Osiride, divinità della agricoltura e della vita oltre la morte, è il signore del vino al tempo della piena e signore dei bagordi della festa. Altrove il vino è il sudore di Ra o le lacrime di Horus.
    Uno dei momenti più curiosi che caratterizzano la civiltà egizia sono le cosiddette “feste dell’ubriacatezza”, dove il vino ancora una volta è unito alla sfera sessuale: vino e il piacere della carne, tutto in condivisione, inducono a uno stato teofanico, cioè permettono di percepire un’estasi associabile a un qualcosa di extra – corporeo, una divinità o una trascendenza. 
    Il vino ancora non é bevanda popolare – il popolo in Egitto beveva birra – ma viene bevuto da ceti più ricchi e i religiosi come elemento in grado di portare a un livello superiore la percezione: del vino si é ammaliati dalla sua ambivalenza fra il tremendum e il fascinans, questo disequilibrio funzionale fra l’io e il super io, uno stato altro della coscienza. In questo la sessualità, il piacere riveste un ruolo altrettanto determinante nella cultura egizia. 
    Il Papiro Erotico.
  • Dopo il diluvio, il vino. Le origini. La storia del vino. Parte 2.

    Dopo il diluvio, il vino. Le origini. La storia del vino. Parte 2.

    Trecentomila anni fa il rampicante vitis vinifera cresceva spontaneamente nella cosiddetta «fascia viticola», che dalla attuale Spagna si propagava fino alle pendici dell’Himalaya. E’ in questa fase preistorica che si crearono le condizioni biologiche per la proliferazione di questa pianta, progenitrice della nostra uva.



    

    La fascia vinicola dove 600000 anni fa (no, non ho messo troppi zero…) il rampicante della vite cresceva spontaneo.
    Con un poderoso balzo in avanti nel tempo giungiamo a circa 6000 anni fa quando gli abitanti dell’attuale Armenia e Turchia Orientale, parte dell’antichissima fascia viticola, furono i primi ad addomesticarla con la finalità di farne vino. L’Armenia ai tempi non era definita ovviamente come nazione: quelle terre venivano chiamate in età antica Colchide, la mitica Colchide raggiunta ed esplorata da Giasone e gli Argonauti. Il genere umano era già passato dalla vita nomade alla vita stanziale. L’uomo non conosceva la scrittura, aveva drizzato la schiena e comunicava con quella che può essere considerata una forma di pre-linguaggio.
    Giasone prende il vello d’oro: particolare di un vaso greco.
    Tuttavia l’origine, la scintilla evolutiva che portò gli abitanti della Colchide alla vinificazione, alla creazione del vino dalla fermentazione controllata dell’uva coltivata è ancora un mistero. L’intervento dell’uomo è fondamentale: del resto la naturale deriva dell’uva è l’acescenza. L’uva non si eleva spontaneamente in vino. E nessun scienziato e storico ha mai spiegato come avvenne “l’invenzione della gioia”, per citare il titolo di un meraviglioso libro sul vino di Sandro Sangiorgi. Abbiamo solo concomitanze di ipotesi scientifiche che individuano un grande evento cataclismatico, un diluvio, avvenuto 6000 anni fa: questo il “quando”. Per il “come” sfuggiamo dalle algide maglie logiche della scienza per avventurarsi nelle seducenti quanto scivolose prode della suggestione. Infatti autori, scrittori, poeti di culture e popoli lontani fra loro cantano nei loro miti, nei loro testi sacri, fra le loro misteriose leggende, di un drammatico diluvio che quasi provocò l’estinzione del genere umano. Ecco, nel successivo rinascimento di quei pochi superstiti, c’è sempre un eroe, un portatore di luce, un archimandrita che guida il suo popolo e pianta una vite. E questo “come” è quindi affidato a storie, leggende o racconti biblici di popoli vissuti e sviluppatisi qualche millennio dopo il diluvio e che ambientano ai tempi del diluvio queste origini. I Babilonesi, primi in ordine cronologico, amavano e apprezzavano il vino: è di età babilonese il primo documento artistico di persone che bevono vino, lo Stendardo di Ur. I Babilonesi riconoscevano e adoravano un dio, meglio una deità della vite, tale Geshtin, “madre dell’uva”. Nella epopea narrata in uno delle loro opere letterarie compare un eroe, Ut Napishtim, che offriva agli operai che stavano costruendo un’arca per affrontare il diluvio il succo della vigna. Dercos-Haelius, “il marinaio del vino nuovo”, era un altro eroe tratteggiato che affrontò il diluvio e al termine dell’alluvione piantò una vite in segno di rinascita.
    Il primo documento artistiche di persone che bevono vino: lo stendardo di Ur, età babilonese, conservato al British Museum.
    Venendo alla civiltà greca, qualcuno di voi forse conoscerà la figura di Deucalione, la cui cagna partorì un tralcio di vite e il figlio Oreste lo piantò.
    Infine, e ai più ben noto, il rimando sacro, quello che noi tutti conosciamo, il racconto biblico – si trova infatti nella Genesi – del diluvio universale e dell’arca di Noè. Noè piantò dell’uva e se ne ubriacò, una volta approdato sul monte Ararat in Turchia.
    L’Ebbrezza di Noè al cospetto dei figli, come raffigurata dal grande Michelangelo.
    Al di là delle leggende e dei racconti biblici che portano un po’ di luce, ma non troppa, sul “come” nacque il vino, è coerente col nostro racconto un aforisma di Tucidide: “I popoli del mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare la vite e l’olivo”. Lo storico greco sottolinea nella nascita del viticoltura un passaggio fondamentale per la civiltà umana. Come scritto sopra: vino come sinonimo di civiltà. Suggestivo è che questa origine del vino venga collocata e fatta coincidere con un rinascimento, una nuova era aurea, in una ascesi del genere umano, successiva e migliore a quella antidiluviana dominata dalla barbarie e dal peccato. Dopo tanta acqua a lavare i peccati e l’abbruttimento, ecco finalmente il vino!


  • Il gene della convivialitá. La storia del vino. Parte 1, Prologo.

    Il gene della convivialitá. La storia del vino. Parte 1, Prologo.

    Gusto sempre con piacere un bel calice di vino in compagnia. Del resto sono, siamo fortunati: lo scenario è quasi sempre incantevole, siano antiche architetture di campagna di galestro e mattoni, accanto al camino durante le cene di inverno, sia il fresco dell’aia, o di un cortile, o nell’atrio di un palazzo quando la stagione è bella. Una lunga tavolata, i miei amici con cui spartire un quieto momento di felicità non proclamata, e attorno a noi la magnificenza della Toscana.
    Siamo del resto eredi di una filosofia, di un modus vivendi che ha fatto scuola: il gusto toscano, la bella vita, il sapersela godere con temperanza. Anche col rischio di subire stereotipizzazioni caricaturali per chi ha lo sguardo presbite e abbagliato del lontano. Un calice, anche due – del resto quel formaggio è irresistibile, quel salume mi chiama coi suoi profumi, e poi mi devo “pulire” la bocca – e allora l’atmosfera si fa spesso più sciolta, ci si confida, ci si sente a nostro agio, si affrontano questioni personali, anche intime, gli argomenti si fanno profondi. Si crea un bel clima, una “social catena” che mi fa sentire parte di un tutto. 
    Il restauro di Bisarno, la scelta di ingaglioffarmi fra mutui, spese e problemi di ogni tipo, segue proprio questo richiamo interiore, questo istinto.
    In fondo in questi momenti noi reincarniamo, riviviamo, quello che per millenni chi ha calpestato, addomesticato, antropizzato queste stesse nostre terre, ha sempre compiuto: parlasse etrusco, latino o fiorentino, lo chiamasse simposio o convivio.
    Sì, conviviale è un termine che mi piace, racconta perfettamente cosa è il vino oggi e dove deve porsi: in mezzo a chi si vuol bene, a tavola, fra franche parole. Sembrano fortunatamente finiti, complice anche la recente crisi economica, gli eccessi cattedratici, frigidamente edonistici con cui si è fruito del vino a cavallo del millennio.
    Questa convivialità evoluta, questo gusto nello stare insieme, questo modo di essere riaffiora dal nostro istintivo, atavico bagaglio comportamentale e relazionale.
    Di come ci siamo arrivati è una bella e lunga storia da raccontare.
    Una storia licenziosa, perché parla anche di piaceri della carne.
    Avvincente perché le donne, per esempio, l’ammissione al convivio se la sono dovuta sudare attraverso momenti bui, come lo ius osculi (vedremo cosa era), e altri ben più luminosi, come la vita di Caterina de’ Medici.
    Divina di Dioniso, Bacco e Fufluns. Mito, rito e religione.
    Terrestre di fiaschi, mezzadria e arguzie contadine. Di taverne e crapule.
    Tragica e comica. Eucaristica e fescennina.
    A lieto fine e sempre dal profumo di vino. Quello stesso vino che fermentando nel grande tino dell’esistenza, millennio dopo millennio, ci ha plasmato nella nostra identità toscana e, per molti aspetti, italiana. E pensare che tutto ha avuto inizio molto lontano da qui, nella Colchide di Giasone e degli Argonauti, l’attuale Armenia, circa 6000 anni fa, quando si cominciò ad allevare la vite per farne vino…

    Fufluns, il dio etrusco del vino: sapeva godersela, tutti noi gli dobbiamo tanto!