





«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Cesare Pavese.

Si è svolta a Pontassieve venerdi scorso la prima del mio libro, presso le sale, piene, del Museo Geo. Non ho tante parole, se non di gratitudine perchè più che una presentazione è stata davvero un tuffo nel mio, nostro passato e un abbraccio collettivo. Non so dove andrò con “La Molecola della Civiltà”, ma è certo che mi abbia già regalato dei momenti davvero forti. E’ proprio vero: le parole e le storie uniscono e leniscono. Grazie di cuore ai colleghi presenti, passati e futuri, ai compagni di liceo, agli amici di una vita, alla famiglia che dal Casentino a Pontassieve a Rosano mi segue con fiducia. Una serata di emozioni, amore e nostalgia. E adesso, mercoledi prossimo, Firenze!

Quest’anno ho deciso di ripristinare l’orto invernale.
Lo scorso anno non lo avevo fatto, perchè scottato dalle cavolaie – quei bruchi che danno vita poi a meravigliose farfalle dalle bianche ali maculate – che mi avevano mangiato tutti i cavoli, insieme alle lumache, con guscio e senza, ealle cimici.
Quest’anno tornerenno lo stesso, lo so, ma mi sto apprestando con dei metodi biologici per provare a combatterle.
Con l’aiuto di Matilde e di mio suocero – Costanza era raffreddata e febbricitante – abbiamo fresato l’orto con la motozappa (l’ho mandata anche io, incredibilmente gestendo aria, accensione, spengimento, spostamenti), dato un po’ di stallatico e piantato le piantine: cavoli di varie specie, radicchi e i carciofi. Le abbiamo subito protette con un po’ di terra diatomacea (dell’argilla), un trattamento biologico per vedere se quest’anno, a differenza degli altri inverni, riesco appunto a evitare la distruzione dell’orto. Sono poi in attesa dei primi zafferani mentre le fragole continuano a produrre. Una parte del terreno l’ho lavorata e lasciata pronta ad accogliere i baccelli, le fave, che andrò a seminare a novembre.
Nel mentre, quest’anno ho tanti melograni pronti a essere colti, le giuggiole sono esplose nella loro bontà, e sto aspettando il momento giusto anche per raccogliere i cachi.









Nell’esatto momento in cui l’estate salutava l’autunno – ieri, domenica 22 settembre è avvenuto l’equinozio d’autunno, ovvero la giornata in cui le ore di luce sono le stesse di quelle di buio e da ora in poi la notte rosicchierà buio al giorno, accorciando le giornate – si è svolta la Merendance, una merenda danzante a Bisarno per salutare l’estate.
E’ stato un bel saluto, di malinconica aggraziata bellezza. E la pioggia alle 19.30 dopo una tiepida giornata di sole, fortunatamente scesa a festa quasi finita, che ha fatto proseguire la festa ai pochi rimasti al caldo rifugio della casa, quasi un passaggio di consegne, ne è stata la profumata testimone.
La festa era semplice: delle croccantissime schiacciate preparate dal nostro cuoco preferito, Stefano Frassineti, 3 chili di mortadella a fette larghe, la pomarola dei pomodori del vino, i fagioli in coccio, frittata di cipolle e patate, ciambelloni salate e crostate di more, fichi e pesche, oltre ai frutti di settembre di Bisarno: gli ultimi fichi, le prime giuggiole e le primissime noci.
Poi, i vini, nel fienile a libera mescita come durante la festa di matrimonio. I tavolini sparsi nel prato e nell’aia. Un po’ di musica danzante e la giornata è corsa via.




In questa lenta transizione, anche mentale, fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, sto cercando di mettere a fuoco l’anno che verrà: eh si, ho ancora il retaggio scolastico e per me i veri inizi, i veri propositi, gli auto convincimenti, partono a settembre piuttosto che a gennaio. E quindi, da quando siamo rientrati da Amsterdam il 12 agosto, ho cominciato a pensarmi a settembre, e ora che settembre è più che arrivato, sento un filo di irrequietudine tipico dei momenti di partenza un po’ troppo cerimoniosi, come i cavalli del palio di Siena che scalpitano ore prima dello sparo di inizio.
Intanto, questo mese a casa mi ha permesso di dedicare cura e amore al giardino, all’orto, a piccoli abbellimenti anche interni e come sempre Bisarno ha restituito con gli interessi le attenzione ricevute: stiamo finalizzando l’impianto elettrico esterno, potenziando l’irrigazione automatica dal pozzo, riverniciando alcuni oggetti esterni, curando alcune piante malate – su tutte il fico Turca -, iniziando alcune potature, e nel frattempo abbiamo raccolto il basilico e fatto e congelato il nostro pesto, raccolto i pomodori (anche quelli dei nostri vicini) e conservati anche quelli. Le pere, tantissime. Le more: che marmellate! E ieri le mandorle, scosse dall’albero, poi demallate, e infine messe a seccare. I peperoncini a breve, così come le giuggiole, tantissime come sempre, con temperature progressivamente meno torride, meno umide.
Insomma, ci ho messo tanto sudore ma che soddisfazione.
Il grande obiettivo per l’estate 2025 è concludere il fienile. A breve mio cugino finirà gli esterni – la scala di salita al fienile è bellissima, così come la nuova pergola di color ottanio! – e a quel punto potrà iniziare i lavori interni.
Poi, la gestione del Diploma e la preparazione per il D3, che vorrei fare nel BAR(N). La soddisfazione dei 3 esami passati mi deve dare le energie per affrontare l’esame più complesso, a fine maggio 2024.
Non ultimo, nel 2024 sono vent’anni che lavoro nel vino, e vorrei che con gli ultimi mesi di quest’anno riuscissi a mettere a terra le mille idee dietro La Molecola della Civiltà.
Tutto questo avvassalato al mio lavoro in Ruffino: il 2025 sarà un anno delicato, ma anche di sfide davvero elettrizzanti che sono felice di giocare.
Nietzsche lo chiamava amor fati. Essere innamorati del proprio destino, anche delle sue complessità.


In un fazzoletto boscoso strappato al tempo e alla civilizzazione disattenta, piccolo poche decine di chilometri quadri, fra i clangori delle armi e i silenzi dei pellegrini, fra il misticismo medievale e nell’assoluto della natura, fra cervi e lupi, trova compiuta narrazione la storia di Romena, della sua Pieve e del suo Castello.
Ci troviamo in Toscana, in Casentino, non lontano da Stia.
La Pieve di Romena emana rigore e spiritualità. Fu edificata nel 1152, in “tempore famis MCLII”, come si legge in uno dei capitelli al suo interno, cioè in tempo di carestia. L’etimo Romena deriva dall’etrusco Rumine, di significato incerto. Nello stesso luogo della Pieve, numerosi reperti etruschi e romani ci dicono che nello stesso luogo vi fossero prima un tempio etrusco e poi un altare pagano. Non siamo lontani dalla Verna e da Camaldoli. E sulla strada che conduce a Roma.
Una strada che parte dalla Pieve, percorribile a piedi, si inerpica fino a condurre all’altra grande architettura dell’area, il Castello di Romena. Il Castello, oggi un rudere, era un tempo un maniero austero e signorile, gioiello del romanico e uno dei punti focali del Casentino Dalla piazza d’armi del Castello di Romena, si vede il monte Falterona a nord, il monte dove nasce l’Arno. A sud lo sguardo volge verso Poppi, all’altro grande castello, come quello di Romena, dei Conti Guidi.
Sono lunghi vissuti e percorsi anche da due grandi personaggi italiani: Dante, nel Trecento, e Gabriele D’Annunzio, a inizio Novecento, seicento anni dopo circa.
Dopo la Battaglia di Campaldino del 1289, dove Dante aveva combattuto per Firenze, diversi anni dopo lo stesso Dante si trova esiliato e trascorre del tempo ospite dei Conti Guidi, signori del Casentino.
Non si ha l’esatta cognizione di quanto tempo Dante abbia trascorso in Casentino, abbiamo invece certezza di quanto quel periodo sia stato determinante per Dante, per la sua biografia e per la sua produzione artistica. Pare che il Castello presentasse delle prigioni particolarmente invalicabili, e che fosse noto per l’efferatezza dei suoi sistemi di prigionia, e che questi abbiano ispirato Dante per la definizione del sistema a imbuto dell’Inferno. Nel Castello infatti si svolgevano sommari processi, in una sala denominata delle sentenze e, a seconda della gravità del delitto, i condannati venivano calati con delle funi nelle segrete del Castello. I disgraziati che venivano ritenuti colpevoli dei reati più efferati, e quindi calati nella parte più bassa, venivano lasciati morire di freddo e fame in quegli ambienti spettrali e claustrofobici. Tutto avveniva alla vista di tutti. Un’atmosfera davvero infernale che colpì molto Dante.
Inoltre, lungo la strada fra Pieve e Castello, con una piccola deviazione, si trova la famosa Fonde Branda, citata da Dante nel canto XXX dell’Inferno a memoria di un episodio di cronaca nera che vide come protagonista uno degli abitanti del Castello, il falsario di monete Maestro Adamo da Brescia, che, nella bolgia dei falsari, così parla:
Ivi e’ Romena la’ dov’ io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’ io il corpo su arso lasciai
Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
Il Maestro Adamo su commissione dei Conti Guidi suoi signori, Guido e Alessandro, falsificava i fiorini d’oro (“la lega suggellata del Batista”) della Repubblica fiorentina e che per questo, scoperto, fu giustiziato poco lontano dal Castello.
Dante in Casentino si imbibì quindi sia della spiritualità dei luoghi, della loro bellezza, ma anche degli aspetti più cupi, gotici e sanguinari del Medioevo.
D’Annunzio invece visse un Casentino e una Romena più moderna, col suo fare “inimitabile”. Attratto dal misticismo e dagli spettacolari paesaggi naturali, si dice che D’Annunzio amasse cavalcare nudo per quei luoghi. Spesso si faceva raggiungere anche da Eleonora Duse, e che non rare fossero le loro schermaglie d’amore. Nella piazza d’armi del Castello, D’Annunzio scrisse parte della sua opera Alcyone.
Io, che non sono né Dante né D’Annunzio, né particolarmente sensibile ai pungoli misticheggianti, trovo una pace atavica e rassicurante ogni volta che cammino questi luoghi, che dalla Pieve mi inerpico verso il Castello.


Siamo quasi arrivati a fine febbraio. Oggi è un lunedi piovoso. Aspettavo che riprendessero i lavori nel fienile, ma puntualmente non si è presentato nessuno in cantiere, senza avvertire e malgrado le promesse. Niente di nuovo. Comunque: intanto lo scannafosso esterno è stato compiuto. Per l’estate ho in programma due progetti: il lastricato perimetrale, lato strada, poi davanti al BAR(N) e che proseguirà con una scala fino alla concimaia, e la scala in ferro di connessione fra il piano aia e il primo piano. Obiettivo è avere la struttura al “crudo” entro l’estate: senza impianti, senza arredi, ma utilizzabile per feste, pranzi, stoccaggi. Poi, nel 2025 proveremo a concludere i lavori, ricavandoci un appartamento. Vediamo come andranno le cose.
Un certo nervosismo aleggia in questi mesi. No, non ci sono notizie brutte, fortunatamente, ma su tanti aspetti della mia vita faccio più fatica di un tempo. Al lavoro, nello studio, nelle incombenze familiari, è un periodo un po’ pastoso, magmatico, di energie non sempre positive. Sarà una banale crisi di mezza età, non so, ma sto provando più strade per esorcizzarlo.
La più forte ed efficace è l’immergermi nel qui ed ora della vita di campagna che, dato un inverno mite, sta già rinascendo con gemme e in alcuni casi, per esempio i susini, i mandorli e gli albicocchi, con le prime bellissime fioriture, che ogni volta, a ogni vita rinnovata, mi danno delle emozioni fortissime. Alcuni alberi hanno già 5 anni, qualcuno è qui da sempre, altri sono nei primissimi anni. E questo è il periodo delle potature. Quest’anno mi sono comprato un bellissimo libro, “Potatura Facile”, davvero un bel testo, scritto da Pietro Isolan e Mattia Cereda. Un testo per hobbisti, ma di rigore scientifico. Concentrarsi sulle piante, cercare di indirizzare il loro sviluppo e la loro capacità di dare frutti e bellezza, di far sì che siano irrorate di luce, che non abbiano intrecci che possano portare a ristagni di umidità e quindi a funghi, prendersi cura della loro crescita nell’ambiente di Bisarno mi aiuta molto in questo periodo chiaroscurale. Ieri, una soleggiata domenica d’inverno, ho concentrato i miei sforzi da potatore dilettante in serra, dove ho stoccato una quindicina dei miei agrumi: il caldo creato dalle vetrate, l’azzurro invernale, i profumi delle prime zagare già presenti, il tric tric delle cesoie, una certa bellezza avvolgente dell’ambiente, mi ha rilasciato un certo benessere.
Anche nel mondo a me caro della scrittura e del pensiero creativo, fra il BAR(N) e “La Molecola della Civiltà”, la mia opera dedicata alla storia del vino, stanno nascendo delle possibilità che mi auguro davvero tanto possano fiorire con la primavera. Nel frattempo, anche la Laura ha cambiato studio ed esattamente 10 anni dopo un trasloco, ne ha fatto un altro. Una crescita ulteriore in uno studio molto bello a Firenze. Noi ci muoviamo.


22 ottobre. Alla fine, l’autunno è arrivato. Oggi è una domenica mattina nebbiosa, coi colori caldi e malinconici del periodo e le rose mangiucchiate e sfiorite, belle di una bellezza caduca e fragile. La Laura è stata in piscina e ora armeggia in cucina, le bambine si rilassano in camera leggendo e giocando a Minecraft. Io sono nel BAR(N), oggi davvero umido – fra qualche giorno ci sarà da accendere la stufa – nelle ultime ore di studio che precedono il D2, il secondo esame del Diploma WSET che avrò dopo domani. A breve inforneremo l’arrosto con le patate e il pranzo sarò sublimato da un dolcino preso stamani al bar, prima di andare al cimitero a trovare mio babbo con la mia mamma. I gatti gironzolano attorno sornioni, rilassati, pacificanti. Nel pomeriggio vorrei riunire tutti e quattro per un po’ di raccolte tutti insieme: le noci, anche se quest’anno sono poche e spesso bacate. Le olive, ancora meno ma anche se poche la mamma le metterà a essiccare sotto sale, arancia e peperoncino e diverranno una delizia. Qualche agrume a terra sbattuto dal vento dei giorni scorsi. Gli ultimi friggitelli. Qualche melograno. Ci sono delle consuetudini, dei rituali, delle piccole promesse reiterate che mi aiutano molto. Il sapore del ritorno affettuoso e rassicurante del gesto che si perpetra, non solo nei mesi, ma negli anni e anche fra generazioni, un solco invisibile percorso da chi non c’è più, o da un me di venti, trent’anni fa, quando magari ero io il bambino da portare fuori. Ci si aggrappa a tutto per sentirsi parte integrata di un tutto che sempre cambia, soprattutto la domenica mattina con la prospettiva dell’autunno davanti a noi.



Leggenda vuole che nel costruire Palazzo della Signoria a Firenze, il celeberrimo “Palazzo Vecchio”, l’architetto Arnolfo da Cambio avesse cercato di farlo bello quanto il Castello dei Conti Guidi in Casentino.
Il Castello, detto di Poppi per la vicinanza con l’omonimo borgo, fu definito dal Vasari il “prototipo” dei palazzi fiorentini e domina tutta l’ampia vallata del Casentino. Nel 1289 costituì il perno focale della Battaglia di Campaldino fra Guelfi fiorentini e Ghibellini aretini, che vide impegnato anche un giovane soldato di nome, bravo con le parole, meno con le armi, Dante Alighieri, ed è ancora oggi il centro storico e culturale da cui partire per questo nostro viaggio sentimentale in Casentino.
Il Casentino. Molti di voi magari non conoscono questa aspra valle montana incastonata fra Firenze, Arezzo e la Romagna, ingiustamente meno nota fra le tante blandizie della magnifica Toscana.
Io, che dichiaro subito essere di parte (del cimitero di Borgo alla Collina – dove vivevo coi nonni – conosco quasi tutte le epigrafi, anime che una volta ingentilivano le mie estati: capirete quanto forte sia la mia partecipazione verso questi luoghi), nonchè discreto viaggiatore del mondo, affermo che raramente ho incontrato territori così ricchi di sapori, cultura, spiritualità, mestieri e natura, e, in estrema sintesi, bellezza pacificante e quasi mistica.
La natura sopra tutto. Il parco delle Foreste Casentinesi presenta una biodiversità superiore a qualsiasi altra alpe in Italia. Fateci qualche camminata. Ci sono sentieri per tutte le difficoltà, e tutti di assoluta meraviglia. In questa natura incontaminata sono sorte fiabesche abbazie, intime pievi, sublimi luoghi sacri: dal magniloquente complesso di Vallombrosa (dove si sono sposati i miei!), alla spirituale Pieve di Romena, dove D’Annunzio amava correre a cavallo insieme alla sua Eleonora Duse, entrambi nudi, passando per l’eremo di Camaldoli e il santuario della Verna col “crudo sasso intra Tevero e Arno” (Paradiso Canto XI), dove Francesco ricevette la “stimmate”. Le vie delle fede, percorribili con l’animo del pellegrino e con gli occhi sognanti del viandante, si intersecano coi mestieri, con le mani che si piagano di fatica e rughe che hanno reso il Casentino e le sue genti uniche. Il mio nonno Giulio, così come il suo fratello Elio, forse ancora più dotato (ricordo ancora i giornali quando zio Elio vinse il “Prezzolini” per i suo lavori a Notre Dame a Parigi), era uno scalpellino, un “artista della pietra”. Trascorreva le giornate in una cava piena di magia, e quella che al mattino era pietra serena, l’indomani diventava deità, volto, stipite, statua, caminetti (quanti ne hanno fatti di caminetti!). Talvolta andavo in cava da lui: mi dava un suo mazzuolo, un suo scalpello, e io provavo goffamente a imitarlo, inalando polvere e gioia infantile per rupestri scarabocchi incisi maldestramente su quelle lastre vive. A Ponte a Poppi mia zia Teresa (beh, non propriamente una zia, ma io chiamavo tutti zii e zie), lavorava in casa al vecchio telaio: era una tessitrice fenomenale, minuta accanto al suo gigantesco strumento di lavoro e arte – e gigantesco talento: faceva i tessuti per Jacqueline Kennedy, Rita Levi Montalcini, Giovanni Paolo II, che una volta la ringraziò anche con una lettera personale. E pensare che io mi annoiavo quando coi miei si andava a trovarla nel suo laboratorio e lei come regalo, per titillare la mia attenzione, mi intesseva ogni volte una copertina, cercando di strappare un po’ della mia attenzione da puttino annoiato. Copertina a quadroni verdi, blu, neri, con la quale l’altra sera ho visto Sanremo, avvolto nella stessa con la mia bambina. E che dire del panno Casentino, con gli splendidi tabarri, giacche, mantelle arancio o verdi? Ne ho uno che porto gelosamente ogni tanto. “Tua madre indossava un cappotto di Casentino, arancione e violento come il sole che avremmo trovato d’estate”, scrive Margaret Mazzantini nello splendido “Non ti muovere”.
Quando torno in Casentino, e lo faccio troppo di rado, apro ancora i cassetti di casa della nonna – alcuni mobili sono ora in casa mia – e quel profumo antico e polveroso mi rimanda indietro nel tempo, alla sua alchemica abilità di cuoca: i tortelli di patate del Casentino non hanno una suonata unica ma infinite partiture, e quelli di nonna Bruna erano per me il cibo più buono del mondo. lo dico anche ora quando gioco a fare la classifica dei piatti più buoni.
Del resto, magari, mentre la nonna faceva la pasta in casa, ero andato io stesso al mattino a prendere le patate bianche a Cetica (da visitare anche i bagni termali di Cetica, antica vasche romane di pietra con l’acqua gelida, ndr), con lo zio Gigi, e nel frattempo avevamo fatto anche una pescatina di trote nel Solano, visto che le piogge dei giorni prima avevano “mosso” le acque e favorito la pesca. E gli affettati: c’è un maiale autoctono che si chiama Grigio del Casentino, lavorato in tanti laboratori nel celeberrimo Prosciutto del Casentino, ora un presidio SlowFood, ai tempi poco considerato da tutti. Infine: le torte della zia Carla. Non c’era visita in cui l’ospitalità di zia Carla e zio Nello non parlasse col profumo soave, affettuoso e accogliente di un ciambellone coi pinoli, delle meringhe coi bianchi avanzati delle uova , di una crostata con le more di rovo, abbondantissime ogni agosto, sopratuttto quelle della località Omomorto (dopo la guerra ci avevano trovato un cadavere…).
Ogni volta che ritorno, grandi mangiate e visite a paesi uno più bello dell’altro: ho già citato all’inizio di questo elenco sentimentale Poppi, inserito nel circuito dei “borghi più belli d’Italia”, ma che dire di Stia? Stia compare nel film del Pieraccioni “Il Ciclone”, ci sono musei – dello sci, della montagna, della lana -, un centro del paese tutto in salita, come sono tutte le cose belle: un po’ faticose da conquistare, ma poi che piacere una volta in alto. A Stia poi c’è l’Arno, appena sorto dal monte Falterona – luogo sacro per gli Etruschi -, dove si può fare ancora oggi il bagno, e un parco avventura divertentissimo fra gli abeti di Douglas secolari. Pochi chilometri più su, uno di questi abeti raggiunge l’altezza certificata di 62,45 metri ed è a oggi l’albero più alto d’Italia. E poi Montemignaio coi suoi mulini e le farine, Badia Prataglia, dove una volta vi era anche una stazione sciistica, il “mio” Borgo alla Collina, Bibbiena, Pratovecchio, Talla…
Non vi è venuta voglia?