Categoria: Pensieri e riflessioni

  • L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    In questa lenta transizione, anche mentale, fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, sto cercando di mettere a fuoco l’anno che verrà: eh si, ho ancora il retaggio scolastico e per me i veri inizi, i veri propositi, gli auto convincimenti, partono a settembre piuttosto che a gennaio. E quindi, da quando siamo rientrati da Amsterdam il 12 agosto, ho cominciato a pensarmi a settembre, e ora che settembre è più che arrivato, sento un filo di irrequietudine tipico dei momenti di partenza un po’ troppo cerimoniosi, come i cavalli del palio di Siena che scalpitano ore prima dello sparo di inizio. 

    Intanto, questo mese a casa mi ha permesso di dedicare cura e amore al giardino, all’orto, a piccoli abbellimenti anche interni e come sempre Bisarno ha restituito con gli interessi le attenzione ricevute: stiamo finalizzando l’impianto elettrico esterno, potenziando l’irrigazione automatica dal pozzo, riverniciando alcuni oggetti esterni, curando alcune piante malate – su tutte il fico Turca -, iniziando alcune potature, e nel frattempo abbiamo raccolto il basilico e fatto e congelato il nostro pesto, raccolto i pomodori (anche quelli dei nostri vicini) e conservati anche quelli. Le pere, tantissime. Le more: che marmellate! E ieri le mandorle, scosse dall’albero, poi demallate, e infine messe a seccare. I peperoncini a breve, così come le giuggiole, tantissime come sempre, con temperature progressivamente meno torride, meno umide. 

    Insomma, ci ho messo tanto sudore ma che soddisfazione. 

    Il grande obiettivo per l’estate 2025 è concludere il fienile. A breve mio cugino finirà gli esterni – la scala di salita al fienile è bellissima, così come la nuova pergola di color ottanio! – e a quel punto potrà iniziare i lavori interni. 

    Poi, la gestione del Diploma e la preparazione per il D3, che vorrei fare nel BAR(N). La soddisfazione dei 3 esami passati mi deve dare le energie per affrontare l’esame più complesso, a fine maggio 2024.

    Non ultimo, nel 2024 sono vent’anni che lavoro nel vino, e vorrei che con gli ultimi mesi di quest’anno riuscissi a mettere a terra le mille idee dietro La Molecola della Civiltà.  

    Tutto questo avvassalato al mio lavoro in Ruffino: il 2025 sarà un anno delicato, ma anche di sfide davvero elettrizzanti che sono felice di giocare. 

    Nietzsche lo chiamava amor fati. Essere innamorati del proprio destino, anche delle sue complessità. 

  • La bellezza salverà il mondo, e ha reso speciale il 9 luglio.

    La bellezza salverà il mondo, e ha reso speciale il 9 luglio.

    Mi trovo spesso a parlare di bellezza, a cercarne le sue sfuggevoli carezze in ogni ambito della mia vita. Molte volte, come questa peraltro, ne scrivo: che sia un post privato di un blog, o una riflessione personale in famiglia, o uno spunto lavorativo, finanche in tematiche alte, universitarie, o di business, il tema della bellezza ricorre quasi fastidiosamente nel mio abbecedario espressivo.

    Che la bellezza salverà il mondo è uno dei pochi assunti – del più grande scrittore di sempre, il buon Fedor – a cui io mi aggrappo da sempre. Ma il termine può depistare, può appare che io intenda la bellezza come un atto di puro estetismo, di corpi statuari e di armoniche forme policletee. No, sarebbe una visione un po’ frivola e superficiale, legittima e che peraltro non disdegno, da bruttino qual sono, e a cui sono tutt’altro che insensibile, ma non è questa la bellezza che salverà il mondo.

    La bellezza è una entità fragile. Si annida nei dettagli e vive assiepata fra le piccole cose. Ha contenuti aggraziati e profumi sottilissimi. Ed è la luce che permette alle persone che si cercano di trovarsi. Io ricordo quando mia nonna apparecchiava la tavola per il mio rientro da scuola con zelo certosino, con gesti rituali, con manovre ipnotiche, e al mio esatto arrivo la padella smetteva di sfrigolare e la pasta veniva condita in una insalatiera lisa, gonfia di sugo colorato e amorevole abbondanza. “Non lo finisci? Non è buono”?. Una consuetudine gustosa e carezzevole che mi ha educato e cresciuto: una bellezza invincibile, protettiva, rassicurante che ancora oggi, a oltre 20 anni dalla sua dipartita, si è sublimata in un etereo velo che mi avvolge e mi aiuta a cacciare via tanti pensieri neri.

    Lo scorso 9 luglio ho avuto una giornata davvero emozionante. Forse una delle più soddisfacenti da quando lavoro. In entrambe le situazioni ho portato la bellezza, la poesia, i miei principi filosofici al centro di un dibattito, con molte persone che hanno colto le mie parole, parole tremebonde come ogni volta che mi metto a nudo nei miei pensieri più personali, e mi hanno fermato e scritto.

    Al mattino ero nell’aula magna dell’Università di Verona, al centro di una cattedra di spiriti eletti, grandi scienziati, manager di successo e titolari di aziende storiche, chiamato dal prestigioso AWBR (Academy of Wine Business Research), io “sesto di cotanto senno”, con l’unico messaggio che il vino possa davvero aiutare le persone, in quanto poetico depositario di una bellezza fragile su cui l’umanità ha modellato il convivio, il simposio, il piacere dello stare insieme, fin dai tempi della Colchide, della Mesopotamia, degli Etruschi. Alla fine, l’uomo ha sempre cercato la felicità nello stare insieme. E il vino ha sempre saputo porsi al centro di questi momenti aggraziati. E che si possa anche costruire su questo approccio dei programmi di educazione al bere responsabile: bere un po’, mai troppo, come ci appartiene da sempre, senza mai negare le evidenze scientifiche che il vino, già in minimo eccesso, possa far male. Per me è stato molto gratificante portare questa visione culturale, di ottimismo sociale, di autodeterminazione dell’uomo, di positiva consapevolezza, in un dibattito prettamente scientifico sul vino, sulle tante nuvole nere che incombono sopra il settore. Vi erano a sentirmi professori universitari da tutto il mondo, che mi hanno chiesto poi di raccontare questa mia visionenei loro atenei a Oxford, ad Atene, ad Adelaide, su cui poi innestare i loro studi sulla sostenibilità, sull’innovazione, sul genoma, sui modelli di business, sui consumatori. Sulle cose serie.

    Viaggio di rientro da Verona in auto elettrica, sotto un cocente sole. Una sosta per ricaricare l’auto e un po’ di energie anche a me – in piedi fin dal mattino e svuotato dalle due ore di intervento in inglese – attraverso i supersnack dell’autogrill, doccia caldissima a casa ed eccomi a Poggio Casciano, la tenuta di Ruffino, per una altra caccia alla bellezza, come la abbiamo definita scherzosamente durante la serata con l’autrice del libro, Francesca Polizzi, che io ho avuto l’onore di presentare. Un libro incentrato su storie di artigiani fiorentini che hanno saputo scolpire bellezza, attraverso le loro creazioni, che siano tessuti, biscotti, vassoi o semplicemente vini, come quelli di Ilario e Leopoldo Ruffino che nel 1877 ebbero la sognante visione di portare, attraverso fiaschi di vino rosso, la bellezza del vivere semplice toscano e di farne una elegia di gustosa bellezza, di accurato racconto di un territorio spettacolare, di guerre e infiniti rinascimenti come il Chianti (da clangor, sembra ancora di sentirne lo sferraglio belligerante delle armi, nel suono cupo del termine), oggi più che mai da proteggere, da avere a cura, perchè la bellezza è cosa fragile, e quanto mai preziosa.

  • 12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.

    Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.

    Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.

    Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.

  • Un mese.

    Un mese.

    Sono tornato dalla mia trasferta di lavoro canadese: Montreal, Toronto, Ottawa e poi di nuovo Toronto: 8 voli complessivi, decine di migliaia di chilometri fatti cene, incontri, degustazioni, parole, visite. Il bilancio è più che positivo: tanto lavoro, bel clima (non meteorologico) in un mercato ottimista come quelli del Quebec e dell’Ontario, nuove persone conosciute e, non ultimo bei posti visti, come la capitale del Canada, Ottawa, dove non ero ancora mai stato. Peccato per la tosse che mi ha reso davvero difficile lavorare, interagire, parlare in pubblico, ma tant’è. Ora sono in una Bisarno finalmente calda, soleggiata, dove poter asciugarmi i bronchi e guarire (sono quasi 45 giorni che ho la tosse e sono provato da farmaci e stanchezza), dedicarmi alla casa, all’orto e al giardino, ai lavori di muratura attorno al fienile che da lunedi riprenderanno e, soprattutto, provare a prepararmi al meglio per i tre esami che mi attendono il 12 giugno, un mese esatto da oggi.

    Questa volta voglio imparare anche a gestirmi al meglio, a essere maturo e adulto (essendo ormai quasi vecchio peraltro, alle porte dei 47 anni). Come se fosse un obiettivo di crescita umana e professionale, un elemento formativo altrettanto importante da assimilare. Eh si, gestione delle attività di lavoro con Ruffino che restano ovviamente prioritarie e dominanti. Gestione della vita familiare, altrettanto fondamentale. E non ultimo, gestione dei miei hobby, dal giardinaggio all’ortismo, ma anche della scrittura e della creatività correlati al progetto de La Molecola della Civiltà, che non possono essere accantonati o fatti sparire. Non ultimo, provare a fare anche delle attività fisiche, un po’ di yoga, un po’ di camminate, sempre nell’obiettivo di rimettere in forma testa e fisico. Perchè quello di cui ho bisogno, attraverso questi ultimi aspetti, è quanta più possibile serenità mentale rispetto alle tante cose da fare. E se le giornate fossero solo lavoro e studio, studio e lavoro, rischierei davvero di farmi del male, di essere nervoso, di incupirmi e perdere cose perchè miope nella mia corsa matta e disperatissima verso i doveri.

    Quindi, da domani, domenica 12 maggio: ruotine serrate di risvegli all’alba per yoga e studi anticipati. Impegni di lavoro fatti al massimo, anche di più. L’ orto e il giardinaggio dove poter sporcarmi le mani di terra, sentire i profumi, scaricare le tensioni e nutrirmi di bellezza. Godere – un po’ da umarell, lo so – dei progressi costruttivi di Bisarno: a prossima settimana con mio cugino dovremo finire il lastricato attorno al fienile, un pezzo di bellezza restituita. Non trascurare, anzi, provare a nutrire, a pensare creativamente, anche in bagno, sotto la doccia, mentre pianto i pomodori, a nuove idee, nuovi spunti, per continuare a sviluppare le mie attività creative attorno al mio alias de La Molecola della Civiltà. Portare tanto quality time con la famiglia (come lo chiamano gli americani).

    Tutto questo per arrivare senza rimpianti e al massimo delle mie capacità il 12 giugno, poi andrà come andrà, ma l’importante è costruire un modello di cui possa essere orgoglioso e che possa poi servirmi nei tanti momenti di stress e sovrapposizione di impegni e situazioni complesse che la vità darà. Perchè situazioni come queste, ingolfato negli impegni e nelle difficoltà, sono occasioni di crescita. Sono il semino che sta lottando per uscire dal terreno. Oggi sembra tutto così pastoso e difficile ma in realtà si sta solo preparando l’arrivo di profumatissimi fiori e poi di gustosi frutti.

    In bocca al lupo a me.

  • La promessa delle mattine.

    La promessa delle mattine.

    Le colazioni all’alba quando mi trovo, come adesso, in Nord America, sono un rituale quasi mistico che ricorre e si ripete viaggio dopo viaggio. Malgrado tuti i miei tentativi di assorbire il jet lag attraverso giornate calme, senza caffeina, con l’aiuto di camomille e melatonine assunte in gran quantità, meditazioni pre sonno e quant’altro, la mattina successiva, meglio dire poche ore dopo i tentativi di addormentarmi, soprattutto i primissimi giorni dall’arrivo, mi ritrovo puntualmente sveglio alle 4.30, alle 5 massimo.

    E, regolarmente, mi trovo a cercare bar (bar che devono essere ottimi, ben recensiti, coi migliori caffè ed eccellenti paste) per potermi un po’ scuotere e mettermi in piedi, ritrovarmi, sia fisicamente che mentalmente: Il caffè, la colazione sono importanti, l’unico dogma italiano che rispetto, prima di aprirmi a tutti i sapori dei luoghi dove mi trovo.

    San Francisco, Vancouver, NYC, Montreal, Toronto, Los Angeles, Miami. In ognuna di queste città ho ricordi nitidissimi di colazioni fatte prestissimo, da solo, stordito dalla stanchezza, da un po’ di straniamento e dalle emozioni di trovarsi in viaggio, in un meditabondo ma in fondo costruttivo confronto con se stessi.

    Quante pagine si sono consumate in queste albe lontano da casa, lontano dalla vita frenetica del giorno, lontano da tutto. L’esatto contrario dei viaggi in Oriente, dove, causa orologio spostato in avanti, le mattine sanno di sonno peso, piena notte fisiologica e tirarsi giù dal letto è pura violenza.

    Stamani mattina mi trovo al Cafe Olimpico di Montreal. Negli anni 70 un immigrato romano decise di cercare fortuna in Quebec aprendo un bar e portando un buon caffè e buoni cornetti, un pezzo di Italia lontano da casa, qua a Montreal. Mi sembra ancora di sentirla la ferita della lontananza dall’Italia, in parte lenita cercando di riprodurre quei rituali. Dopo 50 anni ci sono 3 Cafe Olimpico in Montreal, e altri pronti ad aprire a Toronto e Ottawa, ma l’atmosfera del bar di borgata, bancone in legno, tavolini in marmo, macchina del caffè Cimbali, è quella dell’Italia un po’ passata e del tentativo di consolarsi dell’italiano lontano dagli affetti di casa. Anche la televisione che manda in loop le immagini della Roma dello scudetto sono un tocco vintage. Il cappuccino è discreto, il cornetto un po’ meno ma per me sono come le madeleine per Proust, i biscottini del ricordo: masticare e assaporare lentamente sotto le luci al neon e al sibilo litanico della macchina del caffè mi perme di viaggiare verso altri ricordi, verso altre albe. Ricordo albe a Wall Street di domenica mattina, rivelatosi – fuori dai ritmi folli dei giorni di lavoro – un village delizioso. Una Vancouver poetica in cui in uno dei primi specialty coffe bar, ricevetti i primi disegni del bagno della futura Bisarno, Bisarno tutta ancora da venire e ai tempi macerie in lunga ristrutturazione. O il meraviglioso bar dell’High Line Hotel a Midtown, con caffè da chicchi macinati nel momento e i giornali impaginati in una stecca di legno. O del mitico viaggio di nozze negli Stati Uniti, per una volta in famiglia, in cui alle 6 ci aggiravamo per Brooklyn senza anima via. Key West in Florida con un pancake alle 6 in un MacDonald (proprio io!). O lo Starbucks a Times Square in una delle prime trasferte newyorchesi (dico prime perché poi una volta vista ho sempre girato alla larga da Times Square) con apertura alle 5.30: la piazza deserta e i led dei grattacieli che sembravano essere solo per me, e per gli operatori ecologici che stavano pulendo le strade. 

    Di tutte queste mattine ho un ricordo prezioso. C’è una sorta di confortevole abbraccio, di presenza nutriente che al momento non si coglie ma che poi resta addosso nelle mattine da solo all’alba in Nord America. Anche le città appaiono più umane, fragili, aggraziate – la pioggia di stamani in una deserta Montreal del sabato mattino è un esempio perfetto. Mentre molti momenti dei viaggi si perdono fra le onde del tempo, queste mattine sono ancora tutte lì, nel loro essere semplici momenti di vita che negli anni mi hanno fedelmente accompagnato nel loro sapore di caffè, di lampioni ancora accesi alle prime luci del mattino, di poche persone indaffarate nei loro lavori umili, di poco traffico e di promesse tutte da schiudere. 

  • La malinconia necessaria.

    La malinconia necessaria.

    Sono in volo – l’ennesimo in questi primi mesi del 2024 – che da Firenze, via Zurigo, mi porterà a Montreal. Poi nei prossimi giorni a Toronto, poi altro volo a Ottawa, ancora altro volo a Montreal e poi, la prossima settimana il ritorno a casa, sempre via Zurigo. Dovrei già aver compiuto circa 20 voli nei primi 5 mesi dell’anno. Non male: anche il secondo passaporto è quasi pieno.

    Sono partito in non perfette condizioni fisiche. È da quasi un mese che mi trascino i postumi di una bronchite – erano anni che non la prendevo –  e non riesco a liberarmi di una fastidiosa tosse, malgrado farmaci di ogni tipo. Speravo di arrivarci meglio, più in forma, a questa delicata trasferta oceanica ma mi sono giocato tutte le mie carte sulla Milano Design Week, trascurando un po’ la convalescenza, ma non potevo fare diversamente e sono molto felice di come le cose siano andate a Milano: Oro by Ruffino è stato un evento di portata biblica per Ruffino (e per me) e mi ha portato un bel po’ di stress che ha minato le difese immunitarie e ora, anche nei viaggi successivi, ne pago le conseguenze.  

    E anche mentalmente non sono al massimo. L’ho notato in questa notte agitata prima del volo a casa, insonne, col gatto che mi ha molestato tutta notte. Lo sento adesso nel serpeggiante nervosismo che mi accompagna. Nella latente ipocondria che si affaccia fra i i miei malanni. Nella paura che si insinua al pensiero che fra 40 giorni dovrò dare 3 esami del Diploma tutto insieme – e anche adesso sto cercando di studiare durante tutte le 9 ore di volo. Nelle inquietudini che mi dà il lavoro che non rallenta mai, e io che pensavo che, dopo l’onda d’urto della Milano Design Week, il tutto si placasse un po’: e invece si guarda già oltre, nuove attività, senza respiro.

    Lo noto anche in una certa incapacità di godermi le cose belle, che non sono al massimo di testa: nel non considerare in questa fase i lavori per il fienile di Bisarno un fantastico e nutriente diversivo – la costruzione di gustosa bellezza – quanto una fonte di preoccupazione per i costi, sempre difficilmente contenibili, e i mille imprevisti che si susseguono. Nel bearmi meno anche la crescita delle bambine, concentrandomi più sul tempo che passa, e loro non sono più bambine ma giovani donne, e rimpiango già quel periodo. Nella sensazione agrodolce (più agra che dolce) che anche noi stiamo invecchiando. 

    Però, c’è un però a tutto questo. Che ho imparato ormai da situazioni come queste che si sono rincorse da sempre nel mio carattere. I momenti neri, gli stati d’animo giù, sono sempre serviti. Mi hanno nutrito come uomo, come babbo, come professionista. Mi hanno fatto male, malissimo, e mi hanno reso sgradevole per le persone che tengono a me, ma in un certo senso mi hanno fatto anche bene. Mi hanno permesso di lavorare sulla mia crescita, di avere sguardi più acuti, di imparare a gestire le priorità. Di farmi male per poi apprezzare i nuovi alti. Del resto la vita è una altalena per tutti e ci sono i momenti buoni e meno buoni. E quelli meno buoni siano almeno preparati, seminati, fertilizzati per vivere al meglio quelli buoni e durante quelli buoni dobbiamo tutti imparare a mettere argini mentali verso l’imprevedibilità della sorte. La felicità è fragile. E su questo dobbiamo conviverci. La malinconia che accompagna anche questo viaggio, sono certo, mi permetterà non tanto di viverlo meglio ma di farmi nutrire grazie al movimento, all’aprirsi alle difficoltà, all’incontro con tante persone ad ora sconosciute e che diverranno poi note, allo sfidarmi, al parlare e pensare in una lingua diversa, al mettersi in gioco, ai ritmi alti, che ogni trasferta di lavoro mette puntualmente in gioco.  In bocca al lupo a me.

  • La ruzzolina della radio

    La ruzzolina della radio

    Ogni tanto mi echeggia ancora nei ricordi. Dopo tanto ruotare, intercettavo con l’orecchio teso gli accordi della mia canzone preferita, ma non riuscivo mai a sintonizzarla nella giusta frequenza. E più ruotavo la ruzzolina delle radio, più la canzone passava, e l’esperienza cercata si allontanava. Questa mancata perfezione mi ha sempre ossessionato.

    Di mio, mi sento sempre un po’ fuori fase, un po’ come quelle canzoni di cui cercavo la perfetta la modulazioni di frequenza, ai tempi della radio e non di spotify.

    Sono da qualche giorno a letto con una brutta influenza, come quelle che avevo da ragazzino, e al mio capezzale accorrevano mamma, nonna, zia, regine magie cariche di prelibatezze, doni, coccole. Quei tempi sono andati. E, crescendo, dopo i 30, via diciamo dopo i 25 per non apparire troppo mammone, non ho ricordi gustosi di giornate a letto, proprio perchè forse gestite in solitaria da giovane uomo e poi da padre di famiglia, come è giusto che sia. E quelle di questi giorni sono giornate a letto in solitaria, malinconiche e riempite da questa stizzita tosse che non mi abbandona mai.

    Quando non si sta bene ci si sente molto soli, a differenza della contentezza, della felicità, che è bella nella condivisione. E mentre si sta male, i pensieri si acuiscono, e si fanno spesso più pungenti, e severi nell’auto giudizio. Sto correndo troppo. Il lavoro mi emacia. Ci sono eventi e iniziative che si sovrappongono senza tregua e, al netto di bellissime opportunità lavorative, di grande crescita (Vinitaly e la Milano Design Week stanno arrivando), resta la stanchezza che si accumula e un po’ di energie negative che mi sento addosso che, forse, hanno contribuito a minare le difese immunitarie.

    Durante questo fine settimana di malanno avevamo il party di battesimo della mia nipote. Mi piacciono molto le feste, ma essere in piedi, festoso, ciarliero, con la febbre, non è stato per niente facile e alla fine sicuramente non ho accorciato il decorso. Anzi. Mi sono poi bruciato una trasferta a Londra per una sessione di assaggi del Diploma: il Diploma è un percorso di cui sono grato all’azienda e che mi sta dando tanto, ma impone ritmi non sovrapponibili al lavoro. Quindi, ci si sveglia prima, ci si addormenta dopo. Si sfruttano i week end. Durante i quali preferirei fare attività più mie, stare con la famiglia, curare l’orto e il giardino, soprattutto in queste ore quando i primi ubertosi caldi si sono affacciati. Insomma, la coperta è sempre un po’ corta e la ruzzolina della radio sempre non perfettamente nella giusta frequenza.

  • Paris-Dusseldorf

    Oggi ho preso un treno che da Parigi mi ha portato, in poco più di quattro ore, a Dusseldorf. L’Eurostar ha tagliato in diagonale, in direzione nord est, la Francia dello Champagne, poi ha fatto soste a Liegi (a me famosa solo per la gara ciclistica), in Belgio e, poi la bella medievale Aquisgrana – qui ho dovuto verificare su google cosa fosse Aachen – città studiata nei libri perché ci ha vissuto, e ne sono ancora conservate le spoglie, il Carlo Magno che ne face la sublime capitale del Sacro Romano Impero. Infine Colonia, bellissima, con la cattedrale con le due guglie. E’ strano vagheggiare di queste città, essere dentro le loro stazioni centrali, ma non scendere per conoscerle, immergersi. E’ speculativo e molto straniante. In viaggio ho studiato, lavorato, scritto. Ho anche mangiucchiato e sofferto un po’ di mal di treno. Nel mentre si rincorrevano i paesaggi assolati e ventosi, come testimoniavano le tante pale eoliche in rapida rotazione. Ogni tanto fra i paesaggi al finestrino, le incombenze al computer e il pranzo consumato al volo, si intersecavano i pensieri: pensieri neri, pensieri belli, paure, voglie. Lo hanno carezzato questo strano viaggio, rendendolo quasi etereo pur nella sua discreta lunghezza. Infine, quasi improvvisa – ho dovuto tirare giù la valigia e i completi da un porta-bagli alto e scomodo e con la fretta perché il treno poi ripartiva verso Dortmund – ecco la città renana di Dusseldorf, il mio presente, dove si svolge la Prowein e che ormai ho visitato, sempre professionalmente, ma con piccoli sprazzi di tempo libero per gustarmela, decine di volte.

  • Il tric tric delle cesoie

    Il tric tric delle cesoie

    Siamo quasi arrivati a fine febbraio. Oggi è un lunedi piovoso. Aspettavo che riprendessero i lavori nel fienile, ma puntualmente non si è presentato nessuno in cantiere, senza avvertire e malgrado le promesse. Niente di nuovo. Comunque: intanto lo scannafosso esterno è stato compiuto. Per l’estate ho in programma due progetti: il lastricato perimetrale, lato strada, poi davanti al BAR(N) e che proseguirà con una scala fino alla concimaia, e la scala in ferro di connessione fra il piano aia e il primo piano. Obiettivo è avere la struttura al “crudo” entro l’estate: senza impianti, senza arredi, ma utilizzabile per feste, pranzi, stoccaggi. Poi, nel 2025 proveremo a concludere i lavori, ricavandoci un appartamento. Vediamo come andranno le cose.

    Un certo nervosismo aleggia in questi mesi. No, non ci sono notizie brutte, fortunatamente, ma su tanti aspetti della mia vita faccio più fatica di un tempo. Al lavoro, nello studio, nelle incombenze familiari, è un periodo un po’ pastoso, magmatico, di energie non sempre positive. Sarà una banale crisi di mezza età, non so, ma sto provando più strade per esorcizzarlo.

    La più forte ed efficace è l’immergermi nel qui ed ora della vita di campagna che, dato un inverno mite, sta già rinascendo con gemme e in alcuni casi, per esempio i susini, i mandorli e gli albicocchi, con le prime bellissime fioriture, che ogni volta, a ogni vita rinnovata, mi danno delle emozioni fortissime. Alcuni alberi hanno già 5 anni, qualcuno è qui da sempre, altri sono nei primissimi anni. E questo è il periodo delle potature. Quest’anno mi sono comprato un bellissimo libro, “Potatura Facile”, davvero un bel testo, scritto da Pietro Isolan e Mattia Cereda. Un testo per hobbisti, ma di rigore scientifico. Concentrarsi sulle piante, cercare di indirizzare il loro sviluppo e la loro capacità di dare frutti e bellezza, di far sì che siano irrorate di luce, che non abbiano intrecci che possano portare a ristagni di umidità e quindi a funghi, prendersi cura della loro crescita nell’ambiente di Bisarno mi aiuta molto in questo periodo chiaroscurale. Ieri, una soleggiata domenica d’inverno, ho concentrato i miei sforzi da potatore dilettante in serra, dove ho stoccato una quindicina dei miei agrumi: il caldo creato dalle vetrate, l’azzurro invernale, i profumi delle prime zagare già presenti, il tric tric delle cesoie, una certa bellezza avvolgente dell’ambiente, mi ha rilasciato un certo benessere.  

    Anche nel mondo a me caro della scrittura e del pensiero creativo, fra il BAR(N) e “La Molecola della Civiltà”, la mia opera dedicata alla storia del vino, stanno nascendo delle possibilità che mi auguro davvero tanto possano fiorire con la primavera. Nel frattempo, anche la Laura ha cambiato studio ed esattamente 10 anni dopo un trasloco, ne ha fatto un altro. Una crescita ulteriore in uno studio molto bello a Firenze. Noi ci muoviamo.

  • Perchè Sanremo è Sanremo

    Perchè Sanremo è Sanremo

    Impossibile restarne indifferenti con pacati atteggiamenti laici: da ormai 74 anni il festival di Sanremo esacerba lo spirito divisivo e l’indole chiacchericcia dell’Italia. Chi lo ama, chi lo odia. Tutti ne parlano e ne scrivono, anche chi non lo guarda.

    Indossiamo dunque le vesti (poche) di Apollo il Musageta, dio della musica, e della sua musa prediletta, Euterpe, e cerchiamo di anche noi di penetrare lo spirito del Festival della Canzone Italiana, che quest’anno raggiunge la settantaquattresima edizione!

    Intanto: si scrive Sanremo e non San Remo e il santo protettore di Sanremo è San Romolo. Poi, domanda che personalmente mi sono sempre posto: come mai a Sanremo, sonnacchiosa cittadina di riviera ligure nel nord ovest d’Italia, non lontano dalla Provenza? Beh, intanto i prodromi di Sanremo sono da far risalire alla fine degli anni Quaranta, quando a Viareggio, in Toscana, si cercava di revitalizzare la stagione invernale organizzando un festival canoro, trasmesso via radio da Radio Firenze. La cosa non funzionò troppo ma nel 1951 la stessa formula fu riproposta a Sanremo, al Casinò di Sanremo per l’esattezza, col medesimo tentativo di ravvivare il turismo. E qui le cose andarono diversamente. Il resto è storia!

    La prima edizione ufficiale è quindi nel 1951, con 3 artisti in gara che cantavano ognuno molteplici canzoni.  Conduzione affidata al mitologico Nunzio Filogamo. Diretta radiofonica sulla Rai e trionfo di Nilla Pizzi con “Grazie dei Fiori”. Curiosità: l’anno dopo, 1952, la stessa Nilla Pizzi consegue il primo, secondo (con “Papaveri e Paperi”) e terzo posto. I concorrenti erano un po’ di più di tre e fu quello l’anno di una baruffa d’amore in diretta fra due artisti, baruffa ovviamente per blandire e ottenere le grazie della trionfatrice Nilla Pizzi! 1952, il festival di Nilla Pizzi, sotto ogni punto di vista!

    Nel 1955 Sanremo va in diretta televisiva per la prima volta. Nel 1958 anche in eurovisione: del resto, qualche settimana prima col “Trattato di Roma” si era dato ufficialmente il via alla Comunità Europa e quella fu la prima trasmissione di interesse europeo. Chi vinse? Forse una delle canzoni più amate di tutti i tempi, “Volare” dell’imperituro Domenico Modugno. Modugno, insieme a Claudio Villa, è tutt’ora l’artista che ha vinto più festival: 4. Al secondo posto, Iva Zanicchi con 3 successi. Non tutti i grandi artisti italiani hanno avuto un buon rapporto con Sanremo: Mina, nessun successo. Vasco Rossi, ultimi e penultimi posti a non finire. Celentano, mai arrivato fra i primi. Zucchero: 4 partecipazioni, 4 penultimi posti.

    Fra i conduttori, il primato spetta a Pippo Baudo, con 13 conduzioni. Mike Bongiorno, a cui è dedicata anche una statua nel corso principale di Sanremo, 11. Amadeus giunto alla quinta conduzione consecutiva, fra cui la surreale conduzione del 2021 in pieno Covid a teatro vuoto, sembra un novellino al cospetto di questi!

    Nel 1977 finalmente Sanremo approda al Teatro Ariston, con la prima edizione a colori (per i più nerd: tecnologia PAL)! Quell’anno vincono gli Homo Sapiens, ma è soprattutto Sanremo a prendere una marcia in più e a consacrarsi come l’evento artistico e di costume più atteso e visto in Italia, la riproduzione in piccolo (o grande, dipende) dei vizi, delle virtù, dei pregi degli Italiani!

    Sono anni d’oro: nel 1987 Sanremo raggiunge il 68% di share, con punte fino all’80%. Letteralmente, tutti guardano Sanremo. Cifre irraggiungibili ora, sebbene gli ultimi anni Sanremo abbia fatto registrare punte molto alte. E’ anche una edizione piena di sorprese: Baudo che ha l’influenza, la morte di Claudio Villa annunciata in diretta dallo stesso commosso Baudo, un membro dell’orchestra colto da un malore, ospiti internazionali top come Whitney Houston, i Duran Duran e Bob Geldof, il “Trio” Solenghi Marchesini Lopez ad allietare. Chi vinse? “Si può dare di più” di Morandi, Ruggeri, Tozzi. Altre canzoni? “Io amo” di Fausto Leali. Albano e Romina con Nostalgia Canaglia”. La Mannoia con la splendida “ Quello che le donne non dicono”.

    Che Sanremo quello del 1987. Probabilmente l’edizione più bella di sempre e senza dubbio la più vista.

    Nel 1978 è un Sanremo di rotture e di femminismo. Echi e riflessi del ’68 universitario e operaio e delle stagioni delle Brigate Rosse. Il mai abbastanza compianto Rino Gaetano aiuta a spezzare uno dei tabù di una Italia perbenista e borghese con la canzone “Gianna”, dove compare per la prima volta in TV pubblica la parola sesso. Una giovanissima Anna Oxa si presenta con un look punk e aggressivo e si qualifica seconda con “Un’emozione da poco”. Conduce una donna, Maria Giovanna Elmi. Vincono i Matia Bazar di Antonella Ruggiero, con “…e dirsi ciao”.

    De resto, nel 1971, pochi anni prima, uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi, “GesuBambino” di Lucio Dalla, era stato seviziato dalla censura sanremese, che aveva imposto un nuovo titolo, l’attuale “4 marzo 1943”, e modificato diverse parole. Purtroppo, sono state tante fino al 1978 queste situazioni di controllo, non solo al Festival di Sanremo. Al contrario, forse grazie anche alla glasnost (disgelo dal controllo, dalla censura) del 1978, che nel 1986 l’esibizione della Bertè col suo “Re” è uno spettacolo nello spettacolo, col finto pancione, abiti attillatissimi, danze ipnotiche: un carisma unico e una esibizione meravigliosa, molto sensuale e impensabile fino a qualche anno prima.

    Non male in termini di irriverenza iconoclasta neanche Sanremo 1980. Un giovane Benigni in un divertentissimo e geniale monologo di oltre 5 minuti parla di “amore libero” e ottiene un bacio lungo e appassionato da Olimpia Carlisi e definisce Giovanni Paolo II “Wojitilaccio”.

    Come il 1987 è stato il punto più alto, il punto più basso di ascolti è stato il 2014.

    Non sono mancate tragedie, come il suicidio di Tenco nel 1967, e presunte tragedie più simili a farse, come i vari tentativi di ottenere attenzioni salendo sulla balaustra dell’Ariston e minacciando suicidi.

    Abbiamo parlato anche di ospiti internazionali, ricordando la grande annata del 1987 con Whitney Houston, i Duran Duran e Bob Geldof. Ma purtroppo quasi sempre gli ospiti a Sanremo hanno disatteso le aspettative: come non ricordare il grande Freddie Mercury coi Queen nell’edizione 1984 sdegnato e indispettito perché costretto al playback? Stesso approccio che ebbe Sting nel 1986. O i Led Zeppelin nel 1998 sbadiglianti e annoiati e portati via dal palco da un ben più arzillo Raimondo Vianello? Nel 2001 i Placebo vennero addirittura fischiati. Quest’anno il ballo del Qua Qua con John Travolta non è stato proprio ben accettato dall’attore americano che ha scagliato con un gesto di stizza il cappello da papero a terra, continuando così un rapporto storicamente chiaroscurale fra il Festival di Sanremo e i super ospiti internazionali.

    Negli ultimi anni Sanremo ha portato a un duplice rinnovamento. Da un lato Sanremo si è aperto molto verso canzoni e cantanti amate dai giovani: l’impressionante quota di under 25 che segue religiosamente Sanremo sarebbe stata impensabile quando io ero un under 25 (cioè oltre vent’anni fa), e Sanremo rappresentava il vecchio, la borghesia, la regola, il canone. Dall’altro Sanremo è diventato anche luogo di momenti teatrali, di presentazioni, eco e riflesso di ciò che accade nel mondo. Nel 2023 ci sono stati molti monologhi al femminile, alcuni intensi e veicolati bene, altri meno, fra questi ultimi quello chiacchieratissimo, per i contenuti, per il nude look, di Chiara Ferragni. Nel 2024 le potenti ed emozionate parole di Giovanni Allevi sul significato di vivere nonostante il cancro sono state uno dei momenti più alti non solo del festival ma di tutta la televisione italiana.