Categoria: Pensieri e riflessioni

  • Il club delle 5 del mattino.

    Il club delle 5 del mattino.

    Consigliatomi da un amico, mi sono imbattuto in un libro con questo titolo scritto da Robin Sharma qualche anno fa. In sè, l’opera è piuttosto deludente: due figure diverse, un artista e una manager, si ritrovano al cospetto di un miliardario illuminato che guida loro in un percorso di crescita e autoformazione umana e professionale, di cui il perno focale è svegliarsi ogni mattino alle 5 per trovare tempo per se stessi. Questo assunto, su cui l’esile trama ruota attorno e apparentemente banale, suscita però delle suadenti attrattive nei miei confronti. Del resto, ho sempre la sensazione di averne troppe da fare, di non riuscire a gestirmi nelle priorità, ad avere emozioni contrastanti su molti aspetti, a sentirmi non di rado un po’ triste e divorato dai pensieri negativi, e così ricavare lucido e indiviso tempo per me stesso, per centrarmi, per prendermi cura, potrebbe aiutarmi almeno un po’.

    E così, da circa 10 giorni, ho iniziato la routine dei risvegli all’alba. Non alle 5, non ci sono ancora vicino a quell’orario, ma un po’ prima delle 6, e comunque un bel pezzo prima di quando la routine familiare inizia, con la sveglia collettiva delle 6 e 45. A quell’ora, io ho riempito la mattinata di alcuni rituali che stanno cominciando a titillarmi l’animo, a massaggiarmelo. Ancora niente di rivoluzionario o miracolosamente terapeutico, ma al netto della grande fatica dello svegliarsi nel cuore del sonno più profondo e dell’aprire gli occhi al buio ancora della notte, ne sento già i piacevoli effetti sull’umore.

    Quando mi alzo, è tutto buio. Ogni gesto che compio viene amplificato dal silenzio assoluto e cerco di muovermi felpato per non svegliare nessuno. Esco dal letto nel buio della camera e, nello scendere giù, vengo scortato dai due gatti che mi attraversano anche le gambe, mi fanno le fusa e sembrano fra il perplesso e il felice per questa intrusione in un regno (quello della casa di notte) che è stato solo loro da sempre. La casa pare quasi spettrale nella notte invernale. Accendere le luci crea dei contrasti quasi rumorosi, non solo visivi. Primo incontro con la giornata, mentre i gatti mi camminano in modalità stregatto sopra le mensole e lungo il piano cottura, è il rituale del caffè filtro. Nuova passione: i caffè speciali. Non l’Espresso, non la moka, ma la tazza profumata e fumante del caffè filtrato. Ho delle macine speciali di alcuni cultivar di caffè molto aromatici, dalla cioccolata bianca alla mela al cookie, che prendo a Ditta Artigianale, e una pressa francese di ottone e acciaio spazzolato nero. Faccio bollire l’acqua nel bollitore rosso fiammante Plissè di Alessi, metto un cucchiaio di caffè macinato nella pressa francese, ci verso sopra l’acqua bollente e giro per un minuto circa col cucchiaio: in quel momento il rumore del cucchiaio che sbatte nelle pareti interne della pressa e i profumi di caffè che si confondono nell’aria buia del mattino ancora nottambulo sono una pozione magica per il mio animo. Aspetto due minuti che il caffè mescolato decanti e che lasci in sospensione cadente le parti non sciolte, poi con lo stantuffo della pressa premo verso il basso e, dall’augello della pressa, verso il caffè che non è nero, ma di un illuminante colore ambrato, nella mia tazza ricordo del Gallo Nero. Il caffè scotta, e tengo le mani avvolte nella tazza, facendomi scaldare l’anima, il cuore e le mani di profumi avvolgenti, mentre fuori è tutto tacito e oscuro, coi gatti che mi girano sempre più attorno in fiduciosa attesa di essere nutriti.

    Secondo rituale del risveglio anticipato è un po’ di yoga. Ho apprestato la stanza torre con un tappettino e ho scaricato una applicazione sviluppata davvero bene, Down Dog, grazie alla quale ho ritrovato il piacere dello yoga dopo tanti anni. Sono davvero legato e disallenato, non che sia mai stato una molla, ma nei primi giorni mi tremavano tutti gli arti quando facevo gli esercizi, anche quelli pensati per persone anziane e che non hanno mai praticato yoga, e questo mi aveva demoralizzato. Comunque: in 10 giorni ho notato dei seppur piccoli miglioramenti: faccio pratiche ripeto molto gentili, poco invasive, ma posso adesso portare un po’ più minuti nella sessione e alzare lievemente il livello. E anche l’autostima ne ha risentito in meglio. Ho sempre questa coazione a migliorarmi con un po’ di fretta eccessiva e questo rituale mi fa da esempio anche per gli altri ambiti: ok volersi migliorare ma passo dopo passo. Sono il tempo, l’abnegazione, la costanza la strada vincente. Comunque, anche questo secondo rituale di 20 minuti al mattino mi fa star bene. Dopo il caffè, un po’ di stiramenti, di posizione tenuti, nella torre della casa, fra i vecchi legni, la capriata della torre a vista, la cipresseta di Nipozzano che mi guarda ancora tenebrosa, sono un secondo momento per me molto prezioso.

    Infine, visto che il tempo del mattino con questo risveglio, anticipato ma non anticipatissimo, non è tanto, ho il terzo momento per me, il terzo rituale, che è quello dello studio e della organizzazione della giornata per task da compiere a lavoro, per me, per la famiglia, per la casa. Lo studio è quello che mi prende di più testa: il Diploma è una bestia presente, talvolta con aspetti angelicati, altri con artigli da demone, che vuole tempo, attenzioni, impegno, cura, dedizione e nel tipo di vita che conduco, che conduciamo, l’unico modo per affrontarlo al meglio è trovare nuovo tempo al mattino.

    Finito lo studio, e nel mentre in cui faccio la lista dei to-do della giornata, il cielo da nero si fa bluastro. La sveglia è già suonata al piano di sotto e la famiglia, tranne la più piccola che dorme una mezz’ora in più, si sta alzando. Provo piacere a sentire i loro rumori e far si che i miei si confondano coi loro, si sublimino nei loro, e anche questo è un risultato perchè le mattine possono essere belle tutti insieme, mentre prima ero troppo stordito e nervoso e preso dalle cose da fare e dalla fretta di prepararmi per godermi quella presenza collettiva, per immergermi nella famiglia e nella luce biancastra del mattino, dopo che per circa un’ora e mezzo sono stato da solo con me stesso al buio della casa.

  • Disfare l’albero.

    Disfare l’albero.

    Pioviggina. Il giorno dopo la befana. Una domenica malinconica in cui, da solo, mi dedico al disallestimento delle decorazioni natalizie. Sono fra quelli che prova un senso di ansia, dovuta alla forzata necessità di essere felici e conviviali, quando nei giorni dell’Immacolata si prepara, tutti e quattro insieme, l’albero con le canzoni di Mariah Carey e di George Michael, giubilanti e ciarlieri per le imminenti festività, il gran giorno di Natale su tutte, e prova di nuovo, lo stesso, un senso di ansia quando tutte le feste sono finite e ci si appresta a tornare alla normalità, a vivere un nuovo anno. Insomma, un disastro…

    Non so che anno sarà, ma mi devo necessariamente un po’ scuotere. Prima di disfare l’albero e aver cercato invano il supporto di qualcuno (anche i gatti non si sono trattenuti nel guardarmi e hanno preferito altre stanze) ho aperto tanti cassetti di casa, ho rovistato, ho catalogato, cercando di fare ordine ma in realtà obbedendo inconsciamente alla necessità di darmi priorità, di guardare dentro, di provare a fare ordine e armonia fra le tante cose che mi girano in testa.

    Quali? Il lavoro, che ultimamente mi preoccupa per diversi motivi e che mi ha un po’ spento. Gli oneri del Diploma WSET, che stanno portando soddisfazione ma anche tanto impegno e recentemente anche qualche sonora incazzatura. La ristrutturazione del fienile, forse adesso il mio motus più forte e sentito, ma come sempre complicato da costi, lentezze di cantiere, problematiche varie. Gli anni che passano, e la quasi certezza di aver già vissuto più della metà della mia vita (46+46 fa 92 anni), con l’orrido vuoto della morte e i tentativi di lasciare tracce di me, attraverso le bambine, le cose fatte, i miei lavori. Le solite paure per le malattie, per quelle che verranno, che potrebbero esserci: eh si, ultimamente sto anche tornando ipocondriaco, a completare la frittata. Poi la mia fisicità, mai prorompente ed esplosiva, a dirla tutta, ma oggi ancora più moscia. Infine, una certa apatia che aleggia, che incombe, che mi ottunde anche i sentimenti più forti, come il tifo per la Fiorentina. Chissà, forse è la banale crisi di mezza età.

    Intanto l’albero è quasi spoglio, palline grandi in una cesta, palline piccole in un’altra, le catene di luci in un’altra ancora, manie di controllo su manie di controllo ma i pensieri mi sfuggono e si aggrovigliano fra di loro su come smaltire l’albero, come spostarlo, viste le dimensioni abnormi volute da Matilde. Tutto mi diventa un problema, anche quelli che non sono tali.,

    E più di tutto mi autoferisce il mio giudice interiore, il mio grillo parlante, che mi bacchetta di questi pensieri, che mi ricorda che ho tutto e tutto mi sta andando benissimo, che non dovrei manco permettermeli questi pensieri, visto che un niente e tutto questo, che è tanto, può improvvisamente ribaltarsi e diventare polvere. Che ci sono persone a me care che non hanno più la possibilità di vivere la vita, e quanto lo avrebbero voluto, e quanta positività, entusiasmo, fiducia, hanno mostrato anche quando la situazione era disperata. E che, al di là del mio rimuginio mentale, dei miei approcci malinconici, rimpiangerò questo periodo. Eccome. E so che ha ragione questo grillo parlante. E questa disputa fra il me e il mio super-me mi logora altrettanto.

  • “Non sono mai bocciato in vita mia”.

    “Non sono mai bocciato in vita mia”.

    E invece è accaduto. Alle porte della Befana 2024, 10 anni esatti dal giorno dell’infortunio, l’ennesimo, che mise fine alla carriera di Giuseppe Rossi – ero a vederla con mio babbo, quella partita, fallaccio di Rinaudo del Livorno proprio sotto lo sky box dove eravamo – , ho ricevuto l’asettica comunicazione di aver ottenuto un “fail” al secondo esame del Diploma WSET, il D2. E dire che ero anche piuttosto convinto di aver fatto bene, di aver approfondito le domande, di aver gestito bene, rispetto al D1, emozioni e tenuta mentale. Al D1, pass with merit. Qui, fail. E niente lasciava presagire un brutto voto: anche durante il corso avevo fatto decisamente bene la prova di esame e avevo adeguatamente studiato, peraltro nella materia (business) su cui più sento consonanza rispetto al corpus di studio. Vero, lo so, mi sto confrontando con esami difficili, la Champions League della formazione enologica, in lingua non mia, scrittura a mano, materie non del tutto approfondito nei mie anni passati, ma lo scotto è grande e mi girano vorticosamente le palle. Soprattutto perchè ero convinto di averlo fatto bene e mi aspettavo un voto molto alto. Adesso ho la possibilità di ridarlo a marzo, con una certa sovrapposizione rispetto al D4 e D5 che saranno a giugno. Un po’ di complessità organizzative in più, ma posso ancora stare nei tempi che mi sono dato: concludere tutto il percorso entro l’inizio del 2026.

    Doveva accadere prima o poi di subire una bocciatura. Mi riferisco all’ambito professionale e formativo, perchè nella vita ne ho presi di schiaffi e di botte. A scuola, o al lavoro, per adesso era tutto andato più che liscio. Mai un passo falso, nemmeno un rimandato a settembre, tornando a un vecchio gergo del liceo anni 90. Anzi, ero sempre stato fra i migliori: lodi, distinction, praise, eccellenze. Quindi, questo stop potrebbe anche farmi bene.

    Da lunedì, mi rimbocco le maniche e ci si impegna il doppio rispetto al già tanto che mi sono applicato e si prova a recuperare la situazione. Chissà che non debba essere la cifra comportamentale del 2024 – più un anno di semina, di lavoro oscuro, di amarezze, più che di raccolta – dopo un 2023 in cui mi sono preso davvero tante soddisfazioni.

  • L’altra metà.

    L’altra metà.

    “Ben più della metà della vita l’abbiamo già trascorsa e il resto sarà sicuramente peggio della prima parte”. Alle porte del Natale, è questo il pensiero che ultimamente più mi attanaglia, soprattutto quando si fa buio, mi giro nel letto più a lungo del solito, le giornate sono corte e ci si avvicina alla fine dell’anno e al momento dei consuntivi.

    Eppure, è un periodo questo che quasi non dovrebbe lasciar affiorare i pensieri tristi, viste le tante cose in ponte. Tutto sommato belle. Prendersi cura delle bambine è qualcosa che impegna e dà significati, e lascia un certo senso di leggerezza. Stanno crescendo, ci sono piccoli inciampi – oddio, anche grandi spaventi come quello di Costanza – ma prendersi cura di loro aiuta. Poi il lavoro. Vero: faticosissimo, ma proprio in quest’ultimo anno di difficoltà sono emerse le soddisfazioni più grandi e sono nati progetti che sento quasi come dei figli. Quest’anno è nato il BAR(N), spazio fisico bellissimo ma anche mio personal branding dove canalizzare la mia creatività. “La Molecola della Civiltà” è diventata grande e ho viaggiato con lei in tutto il mondo – e chissà che nel 2024 non si approdi anche nel mondo podcast. Poi le mie attività di cantastorie e la mia crescita con EACD e le lezioni ai master de Il Sole 24 Ore e dell’Università Sant’Anna. Abbiamo anche in progetto il restauro del fienile e la sua trasformazione in una nuova casetta che andrà ad arricchire il complesso di Bisarno: finalmente sono ripartiti i lavori e pian pianino ci muoviamo. Lentamente, ma ci muoviamo.

    Quindi, forse è proprio questo il segreto per esorcizzare queste striscianti malinconie. Che ho sempre avuto, dai 15 anni poi, solo che con l’incidere degli anni prendono consistenze, anzi, rimuginii diversi. E quando sono accadute le cose brutte, e sono accadute, queste stesse malinconie si sono vaporizzate, sono scomparse. Allora il segreto è non pensare troppo al futuro, a quanto ne resta, non rimpiangere con nostalgia quello che è stato, il passato, le occasioni perse, e stare nel presente e fuori dai propri personalismi. Pensare in positivo. Lasciare una impronta sotto forma di gesti di bellezza, di cure dedicate, di attenzioni affettuose, di principi e valori. E provare a fregarsene dell’altra metà.

  • Cornetto e cappuccio.

    Cornetto e cappuccio.

    Sono atterrato a Malpensa dopo circa 16 ore di volo, a cui si aggiungono le circa 7 ore trascorse all’aeroporto di Taipei. Malgrado le incontestabili comodità del viaggio a bordo della splendida compagnia di bandiera taiwanese Eva, il volo non finiva davvero mai. A un certo punto, nel chiuso pressurizzato del veicolo, in piena notte, nel silenzioso baluginio delle soffusi luci al led, anche la testa ha viaggiato e si è sentita altrettanto imprigionata: “E se stesse succedendo qualcosa in Italia? A casa? Io come posso aiutare?”. Pensieri ruminanti, oziosi, stupidi. Ho tamponato con due, tre film consecutivi. Un po’ di sonno accidioso e accaldato. Fintanto che, finalmente, sono iniziate le operazioni di atterraggio.

    Scendendo dall’aereo, ho organizzato il mio trolley, agganciandoci in precario equilibrio anche le mie giacche e lo zaino del PC e, gravato da questo fardello di viaggio, ho messo finalmente i piedi a terra in una Malpensa ancora deserta e gelida. Che cambio climatico. Pieno inverno lombardo. Ancora buio fuori. All’immigrazione sono stato smistato da due carabinieri, in italiano (ahhh bene), alla fila più veloce. In realtà, erano tutte libere. Da lì mi sono recato all’area dei treni per prendere il Malpensa Express. Ho anticipato di mezz’ora sulla tabella di rientro e questo mi ha dato un ulteriore slancio. In attesa, freddo, freddissimo, e altri viaggiatori stanchi e assonnati, di rientro da altre destinazioni del mondo, che parlavano in Italiano del film della Cortellesi, “bello ma troppo severo per l’uomo, non sono tutti così”.

    Sul treno, nel mentre che sfilavano tutte le stazioni lombarde e man mano che la giornata si faceva più chiara – giornata grigia di pioggia battente e pochi gradi sopra lo zero – ho cercato invano di anticipare anche l’Eurostar per Firenze Santa Maria Novella. Tutto pieno: del resto è l’8 dicembre, ho pensato. Crucciato da come tentare di prendere comunque quel treno, che mi avrebbe garantito l’anticipo di un’ora di rientro – che col senno di poi, dopo 12 giorni fuori, cosa avrebbero cambiato? – ho compiuto gli ultimi venti minuti di Express immalinconito e con la sensazione che fosse ancora più freddo.

    Arrivato a Milano Centrale ho cercato di fare colazione, per poi confrontarmi, come da suggerimento della professionista di Trenitalia che ho trovato in stazione Centrale appena sbarcato dall’Express, dal capotreno del treno su cui avrei voluto salire: “Sarà lui a darti o meno l’ok”.

    Colazione! Tutti i bar erano pienissimi, con code interminabili. Allora, col mio trolley stipato di portagiacche e zaino, ho sceso le scale e mi sono rifugiato in un baretto appena fuori stazione, dove la fila mi è parsa più breve.

    Un po’ di attesa e poi ho ordinato cornetto alla crema e cappuccio. L’odore del caffè nel chiuso vaporoso e indaffarato del bar mi ha dato la scossa. In positivo. Quel profumo e il sapore della pasta dolce lievitata, voluttuoso poi della crema, e l’onda calda del cappuccino che mi ha carezzato il palato, è stato il mio bentornato in Italia. Ho letteralmente rallentato la masticazione e ho sorseggiato a piccoli sorsi il cappuccino.

    Poi mi sono rimesso in moto verso il capotreno, verso il binario adesso palesato, leggero e scaldato. Sentivo la piega giusta, il corso degli eventi di nuovo verso di me. E infatti il capotreno mi ha assegnato un posto disponibile e ho fatto un viaggio pulitissimo verso Firenze Santa Maria Novella. in treno ho guardato dall’IPAD i cortometraggi di Wes Anderson tratti dalle favole di Dahl e mi sono alienato in una dimensione sognante, mentre il treno superava, come comunicato dai monitor, i 300 chilometri orari.

    Firenze Santa Maria Novella. Un taxi verso Firenze Sud e l’incontro con la famiglia che è venuta a prendermi al Viola Park. Un forte abbraccio a tutte, la macchina col riscaldamento a 24 gradi, e “Babbo – si va a comprare l’albero di Natale?”. Sono davvero a casa.

  • Lo zafferano, il D1 e il fienile!

    Lo zafferano, il D1 e il fienile!

    Questo week end si è trascinato nebbioso e con tanta pioggia, ma carico di umanità.

    In un periodo in cui tutto viene procrastinato, tutto viene rallentato, tutto viene rimandato, mi fa davvero piacere mettere dei tasselli psicologici che mi fanno stare bene, soprattutto per affrontare il periodo più malinconico dell’anno: novembre.

    La prima e più grande soddisfazione è stato l’aver ricevuto il tanto atteso risultato del D1, il primo e fra i più complessi esami del DIploma WSET: sono passato, e con merito! Di fatto, per questo esame mi ero sacrificato l’estate e per me è stata una botta di grande entusiasmo!

    La raccolta dei pistilli di zafferano è l’altro segno di bellezza tangibile di questi giorni. Una passione che è giunta al secondo anno, mi ha visto prendermi cura dei bulbi con le bambine e raccoglierne nei grigi giorni novembrini i luminosi pistilli rossi.

    Poi, stiamo riavviando i lavori per il fienile. Lentamente, ma vorremmo completare con la Laura la nostra piccola, piccolissima struttura ricettiva per la primavera del 2025. Un obiettivo a medio termine che vedrà in questi mesi la realizzazione di tante piccole progressive fasi di lavoro, che a me piace particolarmente mettere a terra, alla Laura un po’ meno…

    Infine, nel mio adorato buon ritiro, il BAR(N), al piano seminterrato del fienile, abbiamo dipinto di rosso la cantina.

  • La prospettiva dell’autunno

    La prospettiva dell’autunno

    22 ottobre. Alla fine, l’autunno è arrivato. Oggi è una domenica mattina nebbiosa, coi colori caldi e malinconici del periodo e le rose mangiucchiate e sfiorite, belle di una bellezza caduca e fragile. La Laura è stata in piscina e ora armeggia in cucina, le bambine si rilassano in camera leggendo e giocando a Minecraft. Io sono nel BAR(N), oggi davvero umido – fra qualche giorno ci sarà da accendere la stufa – nelle ultime ore di studio che precedono il D2, il secondo esame del Diploma WSET che avrò dopo domani. A breve inforneremo l’arrosto con le patate e il pranzo sarò sublimato da un dolcino preso stamani al bar, prima di andare al cimitero a trovare mio babbo con la mia mamma. I gatti gironzolano attorno sornioni, rilassati, pacificanti. Nel pomeriggio vorrei riunire tutti e quattro per un po’ di raccolte tutti insieme: le noci, anche se quest’anno sono poche e spesso bacate. Le olive, ancora meno ma anche se poche la mamma le metterà a essiccare sotto sale, arancia e peperoncino e diverranno una delizia. Qualche agrume a terra sbattuto dal vento dei giorni scorsi. Gli ultimi friggitelli. Qualche melograno. Ci sono delle consuetudini, dei rituali, delle piccole promesse reiterate che mi aiutano molto. Il sapore del ritorno affettuoso e rassicurante del gesto che si perpetra, non solo nei mesi, ma negli anni e anche fra generazioni, un solco invisibile percorso da chi non c’è più, o da un me di venti, trent’anni fa, quando magari ero io il bambino da portare fuori. Ci si aggrappa a tutto per sentirsi parte integrata di un tutto che sempre cambia, soprattutto la domenica mattina con la prospettiva dell’autunno davanti a noi.

  • Cicala e formica. Ottobre caldo e i grandi progetti.

    Cicala e formica. Ottobre caldo e i grandi progetti.

    Siamo quasi a metà ottobre e le temperature si mantengono estive. Sono giornate turgide, soleggiate, piene di colori, ma inquietanti se si pensa che in questa stagione poteva capitare già di accendere il fuoco, di gustare l’avvolgente vellutata di zucca gialla, un must autunnale di casa Sorelli, e di arrostire le prime castagne. E invece il 2023 dà l’ennesima conferma del fenomeno del riscaldamento globale.

    A Bisarno si mangiano i fichi del Turca, quest’anno ci appaiano ancora più buoni perchè la pianta si è ammalata (il punteruolo nero), le giuggiole, le ultime zucchine dell’orto, i friggitelli che come i peperoncini hanno compiuto un altro giro di maturazione, e le melanzane. I melograni e le noci fanno bella mostra di sè sugli alberi. Ieri, per esempio, abbiamo messo tutto quello che ora offre l’orto nella pizza, fichi inclusi, pizza preparata in un divertente e atipico pranzo pizza del sabato con alcuni amici: ormai la zona cucina esterna, realizzata un anno e mezzo fa, e di fatto inaugurata per la mitologica festa di nozze, si è cristallizzata come una delle zone più belle e più divertenti per vivere Bisarno. E la pizza di ieri, con l’impasto super idratato di Stefano, mi è apparsa come una delle pizze più buone mai mangiate.

    Sono anche contento che per il primo anno i peri nani hanno prodotto pere giganti! Come per la vite funestata dalla peronospora, anche l’altra coltura regina della Toscana, l’olivo, mostra i segni di una annata debole, che vedrà una produzione di olive scarsissima e, di conseguenza, olio sempre più caro.

    Si, come sempre e in ogni ambito ci sono tensioni dialettiche, visioni complementari, aspetti contraddittori, che determinano una certo dinamismo esistenziale.

    Io, come ogni ottobre, è come se subissi la sindrome dell’imminente inverno, della fine di un ciclo. E lo vivo sempre con questo doppio da cicala (la vita è una, troppo spesso lo sottostimo) e da formica. E cerco di fare provviste “mentali” per i giorni bui. Sono queste le ore del progetto del fienile: dopo il BAR(N), il mio studio / laboratorio creativo, che mi ha dato il là ai progetti di autore e narratore che stanno fiorendo e sono fioriti negli ultimi mesi, ci piacerebbe completare, di qui a un anno, anche la ristrutturazione degli altri due piani, e arrivare a un appartamento completo di qui alla fine del 2024, magari, perchè no, l’estate del 2024. E dal 2025, comunque, avere la possibilità di affittare turisticamente il fienile. Stiamo anche pensando al futuro più remoto di Bisarno, e a quello che sarà il principale impatto economico nella gestione dello stesso, ovvero l’energia, che a Bisarno è necessaria, e tanta, per la luce, ovviamente, ma anche per il riscaldamento e l’acqua calda. Chissà che in futuro non si riesca a trovare una quadratura per un impianto fotovoltaico. Inoltre, sono in pieno cammino – beh, pieno, forse andrebbe scritto meglio “appena iniziato” – del Diploma WSET, di cui ho già scritto precedentemente. Fra due settimane avrò il D2, e fra poche settimane mi aspetto, con crescente ansia, il risultato del primo. Per questo, l’ambizione è di conseguirlo entro il 2025.

  • Settembre.

    Settembre.

    Quest’anno l’estate è stata breve, volata via nel magico interludio portoghese di fine agosto, fagocitata fin nel suo turgido cuore ferragostano da impegni di lavoro e dallo studio matto e disperatissimo del Diploma.

    Del resto, ho sempre scritto che non sopporto agosto: agosto mi ha sempre messo paura, intristito, nel suo eccessivo manifestarsi. Eccessiva la luce, le voglie urlate di divertirsi, il caldo, il senso di qualcosa che sta per finire e che quindi deve essere sutto all’eccesso o si è sbagliati, fuori dal gruppo, distonanti. E’ il mese che i malinconici e i sognatori soffrono, perchè sa di promesse fintamente mantenute.

    Settembre invece si apre ai ricordi e ai progetti. Ci si ferma a pensare. Non sono più, purtroppo, il ragazzo che si entusiasmava dei ritorni allo studio, al lavoro, alla “vita adesso” dei percorsi fissati, del maglioncino che già a ottobre in certe serate sarà necessario. Ho perso un po’ quello slancio che adesso si riflette invece sulle bambine, sulla loro attesa del primo giorno di scuola, del diario di comprare, dei libri da ordinare.

    Questo sarà l’anno del BAR(N), il mio marchio, il mio laboratorio creativo che troverà completa fioritura, l’ambiente dove sublimare tutta la mia creatività e le mie idee. Sarà l’anno del compimento del fienile di Bisarno, che diverrà una struttura dove accogliere altre persone. Sarà l’anno degli studi del Diploma, quello centrale, che costruirà le basi poi per il terzo conclusivo anno. Un anno da discente ma anche docente. Sarà l’anno de La Molecola della Civiltà, che lo scorso anno mi ha dato enormi soddisfazioni e che mi ha aperto nuove strade e nuove idee. Chissà, forse sarà l’anno del podcast, di un progetto latente che tante circostanze a oggi hanno inibito dallo schiudersi.

  • “La cosa migliore da fare quando si è tristi”

    “La cosa migliore da fare quando si è tristi”

    Quasi il 10 agosto. Chiuso in camera in una giornata fortunatamente non torrida. Molte, moltissime ore a studiare per il Diploma WSET. Sono giorni, settimane che mi sono ingaglioffato in questo bellissimo demone dello studio.

    Uno studio matto e disperatissimo. Era una locuzione che Leopardi si auto attribuiva, dedito, anzi – ossessionato, dallo studio. Studiare è bello, ma può anche rappresentare un qualcosa di tentacolare, tentatore, alienante. Un angelo e un demone.

    Eh si. In questo atipico 2023 mi sono rimesso a studiare. E a insegnare. In una catena virtuosa che mi sta recando soddisfazioni ma, soprattutto, facendo tornare indietro di 20 anni fa, 25 per l’esattezza. Agli anni di Lettere. Mi fa ritrovare un Francesco ormai cambiato. E mi commuovo a rivedermi e a percepire fisicamente oggi le sensazioni di ieri. Sulle pelle proprio. Un viaggio nel tempo attraverso lo stesso medium, la scatola chiusa di una stanza e di me chino su dei testi. Di quando estasiato dalla bellezza delle materie che stavo imparando, dal suono sublime dei poeti, dal ritmo armonico della loro prosa, del tonitruante rigore del loro pensiero filosofico, divoravo le giornate leggendo, studiando e poi ancora leggendo, magari un libro per mio diletto, o un film – i mercoledì c’erano le riduzioni, i venerdi al secondo spettacolo etc. – senza soluzione di continuità. Ovviamente l’Università se ne è andata in un soffio di introspezione, luci basse nella camera, miopia galoppante, non tanti amici non tante fidanzate, ma tutti e tutte estremamente vissute e profonde, un sacco di trenta e lode e una soffertissima tesi a smontare il mito di Pirandello, non tanto la gigantesca figura dell’autore (attraverso la quale ho poi scoperto la Sicilia), ma quanto la stesura del suo saggio più famoso, L’Umorismo. Dopo l’Università, il master, il copywriting, mettere a fuoco il dono della scritture e delle storie, dove paradossalmente le mie letture, le humanae littarae, la mia formazione apparentemente fragile (“mica è ingegneria, mica è medicina”) mi ha agevolato l’introiezione, l’assorbimento, di tanti altri concetti, e poi gli anni del lavoro, il vino in cui sì si sono sfilacciate le mie letture, i miei studi, ma senza mai eradicarsi. Sono stati la mia coperta di Linus, più nell’armadio che addosso. E oggi, aver ritrovato per il Diploma WSET, complesso, difficile, lungo, con materie nuove, che mi sfida, mi apre a conoscenze nuove, multidisciplinare, questa dicotomica, doppia, complessa sensazione, un giorno faustiana (l’onnipotenza arrogante del sapere acquisito e il piacere quasi fisico che dona) e un altro giorno socratica (la disperazione nichilista del so di non sapere nulla: ogni giorno più studio più dovrei studiare e approfondire), mi sta facendo davvero bene. Mi àncora. Oltre ad arricchirmi di contenuti, peraltro in lingua inglese.

    Mi aveva sempre colpito questo dialogo del film “La spada nella roccia” della Disney:

    “La cosa migliore da fare quando si è tristi”, replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare, “è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare.

    Andrà bene, andrà male, non lo so, ma resto ottimista di natura. E’ un percorso di diversi anni e sono fiducioso di farcela. Sono spaventato, un po’ arrugginito allo studio, alla scrittura a mano (maledetti cellulari), alla corretta esposizione in inglese, e inoltre non posso non osservare di avere sacrificato qualcosa. Anche questo una dialettica inevitabile del corso delle cose. A 20 anni non c’erano bambine (che sono un dolce impegno prima che la crescita me le porti via), non c’era moglie, non c’era un lavoro altrettanto fagocitante di impegno “massimo e disperatissimo”, non c’era neanche la stanchezza neuronale di un quarantaseienne che ne ha vissute, ma tutto sommato, per quello che sono, per ottemperare al mio carattere, per nutrire la mia anima di quello di cui ha bisogno per la propria serenità, per le emozioni che ne traggo, penso di aver fatto una scelta giusta, vada come vada. E adesso, a studiare. Il primo appello è il 14 agosto a Londra!