Introduzione
Il supercalifragilistichespiralidoso, la doppia anima del vino e Gilgamesh.
C’è una parola, apparentemente senza senso, che adesso scriverò e che vi troverete a leggere cantando: supercalifragilistichespiralidoso. È il ritornello di una canzone che compare, insieme a tante altre meraviglie canore e visive, nel film “Mary Poppins” di Robert Stevenson (1964), con Julie Andrews e Dick Van Dyke. Il film ci insegna che, con l’esercizio della fantasia, con la pratica dell’amore e con la ricerca della bellezza, si possono esorcizzare le brutture della vita e arrivare a una certa forma di felicità. A dirla coi loro inventori, i fratelli Richard e Rob Sherman, le 28 lettere che compongono questa parola, supercalifragilistichespiralidoso, significano “educarci alla possibilità di insegnare la delicata bellezza”.

Non è un significato meraviglioso? E cosa c’entra con questo libro? Cosa c’entra col vino? Cosa c’entrano la felicità e la bellezza? Cosa c’entra con quel signore che pare tuffarsi in un mare di nuvole cipria, rosse e bordeaux che hai distrattamente notato in copertina e nell’immagine? C’entra eccome!

Andiamo con ordine: mi sono imbattuto nel vino quasi per caso. Il vino mi ha permesso di riscoprire un senso quasi atrofizzato come l’olfatto. Pensate, una volta si fiutavano anche i pericoli, oggi invece l’olfatto è un senso quasi perso, intermittente: immaginate di vedere a tratti, per fare un parallelismo. Ecco, col vino ho imparato ad annusare le cose, a connettermi col mio lato ferino e col più sentimentale e nostalgico dei sensi. Il vino mi ha anche insegnato il valore del viaggio, ad aprirmi curioso a sapori diversi, ad affermare le mie radici nel momento stesso che queste ne abbracciano altre. Il vino è una espressione caleidoscopica di cultura popolare, di saperi tramandati, di identità più forti della stessa tradizione, a cui sarò sempre grato e desideroso di restituire un po’ di quel tanto che mi ha dato. Il vino mi ha aiutato nei saliscendi della mia vita, a lenire certe malinconie, mi ha donato amicizie profonde, mi ha fatto conoscere poetesse e poeti della vigna.
Quanto può essere magica una semplice giornata in compagnia di chi conta davvero, una tavola curata, la bellezza tutto attorno con una bottiglia di vino al centro? Tutti i sensi sono vezzeggiati, stiamo provando a esorcizzare le nostre paure, e addirittura non siamo lontani dal percepire dolcissimi e carezzevoli frammenti di felicità.
Il primo romanzo dell’umanità risale al 2000 avanti Cristo circa ed è inciso in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla. Siamo nell’età del bronzo e l’uomo ha da poco inventato la scrittura, la ruota, l’agricoltura. L’opera si chiama “L’Epopea di Gilgamesh” ed è la storia di un uomo che, disperato per la morte del suo giovane amico, compie un viaggio alla ricerca dell’immortalità. A un certo punto incontra Sidduri, la deità della fertilità, del ciclo della vita, del vino, che gli sussurra dolcemente: “Gilgamesh, dove stai correndo? Non troverai quello che cerchi! Quando gli dei hanno creato gli uomini, hanno stabilito per loro la morte. Quindi Gilgamesh, banchetta e riempi il tuo corpo di cibo delizioso. Salta e divertiti giorno e notte. Indossa abiti puliti, lavati la testa e immergiti nell’acqua. Guarda il bambino che ti tiene per mano e sii felice E fai felice tua moglie nel tuo abbraccio! Perché anche questa è la sorte dell’uomo”.
Dove stiamo correndo? Già, dove stiamo correndo? Per cosa ci affanniamo? Non è un monito attualissimo? Ce lo chiedevamo 4000 anni fa e ancora oggi dobbiamo chiedercelo. A noi umani non ci è data l’immortalità, ma abbiamo la possibilità di poter sentire davvero la pienezza della vita, nella carezza di un figlio, in un calice condiviso, nella bellezza del momento presente. Questa è la nostra eternità.
A me vengono i brividi ogni volta che rileggo queste parole.
Proviamo allora a leggere questo libro come se fossimo noi Gilgamesh: il viaggio del vino è anche un viaggio dentro le nostre inquietudini, le nostre malinconie, la nostra paura di morire, il senso tragico della finitezza della vita, la terribile e inconsolabile sensazione della nostra caducità. Ma è anche e soprattutto un viaggio a lieto fine nel nostro essere comunque anche un po’ divini, percettori di sentimenti potentissimi, nella nostra capacità personale e universale di compiere atti straordinari, di carezzare la bellezza, di poterla sentire, di riuscire a esorcizzare le nostre paure.
L’umanità, proprio come il vino, è in grado di elevarsi nel sublime dell’arte e della poesia, di scoperte mirabolanti, di invenzioni strabilianti, di gentilezze commoventi, di amori maiuscoli. La stessa umanità che, talvolta, affonda nel nichilismo, muove guerre personali e universali, si imbarbarisce di pensieri negativi, si abbrutisce di misfatti, compie azioni terribili. Non vi sembra incredibile che sia sempre noi, sia sempre lo stesso genere umano? Nietzsche sosteneva che in ognuno di noi vivono due anime complementari, in danzante equilibrio, l’apollineo e dionisiaco, una parte più razionale, civile e lucida e una più folle, istintiva e caotica, molto creativa: sta a noi, attraverso l’autodeterminismo, il libero arbitrio, far prevalere l’una o l’altra!
La storia del vino inizia 8000 anni fa. Il nostro amato liquido nasce nel Caucaso, fra la Georgia e l’Armenia, fra la Turchia e l’Armenia. Qui Noè, dopo il diluvio che aveva lavato via l’umanità corrotta e peccatrice, approda sull’Ararat, pianta la vite come albero di rinascita e nuova vita, ne beve il vino ricavato e cade a terra ubriaco, scatenando gli imbarazzi, la derisione e il litigio dei figli Sem e Cam. La meravigliosa “Ubriacatura di Noè” di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina è ancora lì a ricordarcelo.

O ancora: tutti conosciamo Dioniso, il raffinato e bellissimo dio del vino greco, ma nel pantheon ellenico trova eccome posto anche Akratos, demone del vino non condiviso, non miscelato, dal volto allucinato, terribile e trasfigurato. E il frutto proibito che ha portato alla cacciata dal paradiso Adamo ed Eva? Molti storici concordano sia uva.
Eh si, il vino, esattamente come l’umanità, non incarna solo aspetti positivi: è una bevanda alcolica e, come tale, potenzialmente distruttiva, soprattutto se consumata nell’eccesso e in solitaria. Questa stessa molecola di civiltà, questo pilastro di cultura popolare, capace di farci sentire divini, eterni, compiuti, felici, può sgretolarsi in un soffio di follia, in un attimo di perdizione, in una carezza mortifera, e franare fra polveri e detriti negli abissi della psiche e negli stati allucinati della coscienza. Il fascino di questa bevanda millenaria, che ha indirizzato religioni, scolpito il paesaggio, conquistato milioni di persone, ispirato eroine ed eroi, che si è incarnato in deità di ogni tipo, è proprio nel suo misterioso doppio, in questa duplice chiaroscurale anima che lo definisce. Nel libro racconteremo questa dualità del vino e del genere umano, questa danza fra divino e diabolico, fra Apollo e Dioniso, fra eros e thanatos, sesso e morte, anche attraverso parole poetiche, immagini pittoriche, sculture vivissime, suggerimenti di film, libri, e canzoni, opere d’arte e piccoli manufatti di uso comune che hanno scandito e accompagnato la storia del vino.

Impareremo, attraverso un viaggio che si dipana nel tempo come gli intrecci di un fiasco e le onde ipnotiche e seducenti di un rosso nel calice, la possibilità di inseguire, afferrare e percepire “l’aggraziata bellezza”, per tornare a Mary Poppins, per quanto fragile, fuggente e delicata possa apparire, navigando, noi, il vino, i nostri affetti, nel mare tempestoso della vita, in equilibrio danzante fra i suoi continui saliscendi, nel sapore inebriante di essere noi i capitani di noi stessi.
Buon supercalifragilistichespiralidoso e buon tuffo!

Scopri il progetto
Trama
“La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza” è un viaggio di ottomila anni che si dipana nel tempo come gli intrecci di un fiasco e le onde ipnotiche e carezzevoli di un rosso.
La Molecola della Civiltà
“La Molecola della civiltà” è un progetto narrativo sul ruolo storico, culturale e sociale del vino nel disegnare convivialità, bellezza e civiltà, quando e se consumato in compagnia e nella giusta quantità.
Prefazione
Miscere utile dulci. Il vino e il linguaggio della memoria civile di Attilio Scienza.
