Si chiude oggi un viaggio nel tempo e nell’anima pazzesco, a zonzo, un po’ alla maniera di Pausania, tra le meraviglie del Peloponneso e Atene.
Non so nemmeno da dove iniziare. Dalle minuscole spiagge del Mani, forse, dove il mito colloca la porta dell’Ade e a noi è parso un paradiso: relitti abbandonati, piccole chiese sulla sabbia, nidi di tartaruga, un mare dolcissimo che passa dal turchese all’ottanio. Dai boschi di olivi, cipressi e lentisco del Taigeto, la montagna di Sparta, dove gli Spartani abbandonavano i bambini più fragili, e dalla idilliaca arcadia di Pan e del suo tiaso. Dal porticciolo dellla prima capitale Nauplia, dall’elegante Gytheio, dalle poche case di calce bianca di Mezapos riflesse nelle acque, del minuscolo Arkonthico. Le grotte ipogee di Diros. E poi le infinite stratificazioni della storia. Micene, con il Tesoro di Atreo e la Porta dei Leoni. L’incredibile perfezione acustica del teatro di Epidauro. Atene, con l’Acropoli di Pericle e il Teatro di Dioniso. Il Museo Archeologico Nazionale, con la Maschera di Agamennone. E ancora i lasciti bizantini, su tutti la pazzesca città fortificata di Mystras, perla dell’Impero romano d’Oriente, il culto ortodosso e le iconostasi, poi i crociati, i veneziani, l’arrivo degli Ottomani. E, lungo la stessa linea della storia, l’isola di Monemvasia – Malvasia. Un luogo diventato vino, perché da quel porto partiva un vino dolce e prezioso il cui nome avrebbe attraversato il Mediterraneo.
E che dire dei sapori, delle taverne, dei piatti condivisi: souvlaki, fritture, calamari, tzatziki, saganaki, olive, feta, souvlaki, moussaka, il vino col ghiaccio. Sapori semplici, mangiati senza fretta, spesso davanti al mare. E i tantissimi gatti incontrati e accarezzati lungo la strada. Tra i pensieri dei filosofi, i miti, le immagini che questo viaggio ci ha lasciato, torno a casa soprattutto con una parola-manifesto: philoxenia.
Letteralmente, l’amore per lo straniero. L’ospitalità, l’apertura verso chi arriva da fuori, verso ciò che non conosciamo ancora

