Quest’anno l’estate è stata breve, volata via nel magico interludio portoghese di fine agosto, fagocitata fin nel suo turgido cuore ferragostano da impegni di lavoro e dallo studio matto e disperatissimo del Diploma.
Del resto, ho sempre scritto che non sopporto agosto: agosto mi ha sempre messo paura, intristito, nel suo eccessivo manifestarsi. Eccessiva la luce, le voglie urlate di divertirsi, il caldo, il senso di qualcosa che sta per finire e che quindi deve essere sutto all’eccesso o si è sbagliati, fuori dal gruppo, distonanti. E’ il mese che i malinconici e i sognatori soffrono, perchè sa di promesse fintamente mantenute.
Settembre invece si apre ai ricordi e ai progetti. Ci si ferma a pensare. Non sono più, purtroppo, il ragazzo che si entusiasmava dei ritorni allo studio, al lavoro, alla “vita adesso” dei percorsi fissati, del maglioncino che già a ottobre in certe serate sarà necessario. Ho perso un po’ quello slancio che adesso si riflette invece sulle bambine, sulla loro attesa del primo giorno di scuola, del diario di comprare, dei libri da ordinare.
Questo sarà l’anno del BAR(N), il mio marchio, il mio laboratorio creativo che troverà completa fioritura, l’ambiente dove sublimare tutta la mia creatività e le mie idee. Sarà l’anno del compimento del fienile di Bisarno, che diverrà una struttura dove accogliere altre persone. Sarà l’anno degli studi del Diploma, quello centrale, che costruirà le basi poi per il terzo conclusivo anno. Un anno da discente ma anche docente. Sarà l’anno de La Molecola della Civiltà, che lo scorso anno mi ha dato enormi soddisfazioni e che mi ha aperto nuove strade e nuove idee. Chissà, forse sarà l’anno del podcast, di un progetto latente che tante circostanze a oggi hanno inibito dallo schiudersi.
Quasi il 10 agosto. Chiuso in camera in una giornata fortunatamente non torrida. Molte, moltissime ore a studiare per il Diploma WSET. Sono giorni, settimane che mi sono ingaglioffato in questo bellissimo demone dello studio.
Uno studio matto e disperatissimo. Era una locuzione che Leopardi si auto attribuiva, dedito, anzi – ossessionato, dallo studio. Studiare è bello, ma può anche rappresentare un qualcosa di tentacolare, tentatore, alienante. Un angelo e un demone.
Eh si. In questo atipico 2023 mi sono rimesso a studiare. E a insegnare. In una catena virtuosa che mi sta recando soddisfazioni ma, soprattutto, facendo tornare indietro di 20 anni fa, 25 per l’esattezza. Agli anni di Lettere. Mi fa ritrovare un Francesco ormai cambiato. E mi commuovo a rivedermi e a percepire fisicamente oggi le sensazioni di ieri. Sulle pelle proprio. Un viaggio nel tempo attraverso lo stesso medium, la scatola chiusa di una stanza e di me chino su dei testi. Di quando estasiato dalla bellezza delle materie che stavo imparando, dal suono sublime dei poeti, dal ritmo armonico della loro prosa, del tonitruante rigore del loro pensiero filosofico, divoravo le giornate leggendo, studiando e poi ancora leggendo, magari un libro per mio diletto, o un film – i mercoledì c’erano le riduzioni, i venerdi al secondo spettacolo etc. – senza soluzione di continuità. Ovviamente l’Università se ne è andata in un soffio di introspezione, luci basse nella camera, miopia galoppante, non tanti amici non tante fidanzate, ma tutti e tutte estremamente vissute e profonde, un sacco di trenta e lode e una soffertissima tesi a smontare il mito di Pirandello, non tanto la gigantesca figura dell’autore (attraverso la quale ho poi scoperto la Sicilia), ma quanto la stesura del suo saggio più famoso, L’Umorismo. Dopo l’Università, il master, il copywriting, mettere a fuoco il dono della scritture e delle storie, dove paradossalmente le mie letture, le humanae littarae, la mia formazione apparentemente fragile (“mica è ingegneria, mica è medicina”) mi ha agevolato l’introiezione, l’assorbimento, di tanti altri concetti, e poi gli anni del lavoro, il vino in cui sì si sono sfilacciate le mie letture, i miei studi, ma senza mai eradicarsi. Sono stati la mia coperta di Linus, più nell’armadio che addosso. E oggi, aver ritrovato per il Diploma WSET, complesso, difficile, lungo, con materie nuove, che mi sfida, mi apre a conoscenze nuove, multidisciplinare, questa dicotomica, doppia, complessa sensazione, un giorno faustiana (l’onnipotenza arrogante del sapere acquisito e il piacere quasi fisico che dona) e un altro giorno socratica (la disperazione nichilista del so di non sapere nulla: ogni giorno più studio più dovrei studiare e approfondire), mi sta facendo davvero bene. Mi àncora. Oltre ad arricchirmi di contenuti, peraltro in lingua inglese.
Mi aveva sempre colpito questo dialogo del film “La spada nella roccia” della Disney:
“La cosa migliore da fare quando si è tristi”, replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare, “è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare.
Andrà bene, andrà male, non lo so, ma resto ottimista di natura. E’ un percorso di diversi anni e sono fiducioso di farcela. Sono spaventato, un po’ arrugginito allo studio, alla scrittura a mano (maledetti cellulari), alla corretta esposizione in inglese, e inoltre non posso non osservare di avere sacrificato qualcosa. Anche questo una dialettica inevitabile del corso delle cose. A 20 anni non c’erano bambine (che sono un dolce impegno prima che la crescita me le porti via), non c’era moglie, non c’era un lavoro altrettanto fagocitante di impegno “massimo e disperatissimo”, non c’era neanche la stanchezza neuronale di un quarantaseienne che ne ha vissute, ma tutto sommato, per quello che sono, per ottemperare al mio carattere, per nutrire la mia anima di quello di cui ha bisogno per la propria serenità, per le emozioni che ne traggo, penso di aver fatto una scelta giusta, vada come vada. E adesso, a studiare. Il primo appello è il 14 agosto a Londra!
Sono i giorni più torridi dell’anno, e questi non lo erano così tanto da anni.
In Sicilia, dove ci sposteremo fra qualche giorno per le nostre ferie, una minuscola località nel siracusano ha raggiunto i 49 gradi di massima, la temperatura più alta mai registrata in Europa. Hanno chiamato questa ondata record col nome di lucifero.
Stamani mattina qui a Bisarno, dopo una notte umidiccia e gonfia di caldo, sono andato nell’orto. Non erano neanche le 8 e già si sudava. Ero in infradito e le zanzare ne hanno approfittato per fare colazione con le mie caviglie.
Le zucche, i cocomeri, i pomodori, i poponi, però, erano uno spettacolo: turgidi, pieni, ubertosi, come solo questo mese orribile, di accessi e di esagerazioni, di colori troppo forti e notti già presto buie, sa regalare.
Non ho più la leggerezza per goderne. Ne avverto soltanto la malinconia fradicia, la disperazione in nuce, il canto dissonante del cigno.
L’altro giorno si è conclusa ufficialmente la prima stagione della “Divina Covata”, le avventure del mio pollaio. Da quando si è tentato di allargare la famiglia dei pennuti, favorendo con la zelante cura della chioccia Frittella la schiusa di una decina di uova.
Sarà stato un caso, ma da quel giorno l’equilibrio che le tre galline più il gallo Orazio si è rotto e, con più rovesciamenti del destino – l’ultimo ieri sera con un ratto di 6 polli direi da parte di una astuta volpe (tracce non ve ne sono, quindi la mia è una deduzione) – siamo senza più pennuti.
E fa uno strano effetto.
La gattina Ida invece fortunatamente prospera. E ci osserva con fare felino.
Le bambine hanno compiuto gli anni, sono ora delle bambinelle di 7 e 10 anni. Questa storia dei lutti continui giustamente non aggrada loro, ma sono comunque insegnamenti di vita. Applicati agli animali. Utili anche per il genere umano.
Il progetto de “L’orto dei nati storti” prosegue piuttosto bene: avevamo, trascinati dall’entusiasmo, seminato e piantato fin troppo (errore che reitero ogni anno), ma i risultati di questi giorni danno comunque gioia e ripagano del tempo e dei soldi investiti.
Il lavoro mi sta di nuovo prepotentemente stritolando, un po’ come era nel 2018, una sirena tentatrice, ma ne sono profondamente felice e soddisfatto e sono certo che troverò una quadra operativa per renderlo di nuovo sostenibile. A ogni modo, Le Tre Rane procedono spedite, la Bottega del Vino coi suoi eventi nel Parco altrettanto, idem i tour&tasting, lo shop, l’Agriresort, e, al netto dei soliti rallentamenti da Covid (ora si parte col green pass), delle questioni di sicurezza, dei costi a sostegno, dei capital plan, di alcuni modelli organizzativi non fluidi, tutta la mia attività restituisce una enorme soddisfazione.
A tutti piace l’agosto. Il mare. Il caldo. Il cocomero. Le vacanze. A me no. Ogni anno mi trovo a combattere una strisciante malinconia esacerbata da questo palese senso di necrosi e caduta che agosto reca con sè. Tutto mi pare in limine mortis, preconizzare la fine ed esorcizzarla con gli eccessi: una carnevalata della natura fatta di temperature esagerate, frutti turgidi di colore e profumi, arsura e siccità e quando piove grandine e ira, equilibri assenti, danze sfrenate. Il canto del cigno prima della sua dipartita. Il Barocco in arte. Lo stucchevole e l’eccesso. La surmaturazione dolcissima del fico, ma già marcescente. Un virtuoso equilibrista su una corda tesissima. La maschera di un clown che esaspera il sorriso per non piangere. La violenza di insetti e vermi e formiche e mosche e zanzare che brulicano, rosicchiano, ronzano prima che tutto taccia. Quel non so che che attanaglia la domenica sera a occhi chiusi a letto per prendere sonno.
Io proprio non lo sopporto. Ho imparato a scendere a patti con tante cose. Ma l’agosto no. Lo sento un mese tragico. Le stragi. I ponti crollati. Le notizie di cronaca nera che trovano più spazi che mai: il caldo dà alla testa, si impazzisce, vengono fuori le insoddisfazioni, le coppie si lasciano, i litigi sono più furibondi.
E, per noi, il 14 agosto 2018 iniziava una nuova vita, a seguito di una diagnosi ricevuta esattamente mentre crollava il ponte di Genova, in una giornata di violento temporale dopo ore di temperature elevatissime. Forse, odiando agosto si può imparare ad amare gli altri 11 mesi e la vita in generale? Dalla tristezza che genera questo mese, e tante situazioni che la vita offre, imparare a godersene i controcanti, i chiari dopo gli scuri?
Siamo tornati l’altro giorno da una splendida vacanza nelle alpi francesi e, malgrado l’ufficio mi abbia richiamato a una urgente, quanto atipica, quotidianità lavorativa, il rientro a Bisarno ha comunque continuato e consacrato il significato festivo e giocoso di agosto.
Al nostro rientro, infatti, dopo un viaggio di ritorno lungo ma senza particolari problemi, se non un po’ di coda al Fréjus, Bisarno si stagliava dal caldo afoso con le sue austere architetture e una rinfrescante brezza che si incanalava lungo l’aia, sotto la pergola.
L’orto, curato dal suocero in mia vece, ringraziava delle amorose cure restituendo ubertose verdure, ricche di colori e profumi. Ora é finalmente il tempo dei poponi, dei pomodori e delle melanzane che trionfano nei nostri piatti in disparate preparazioni. Dal gatzpacho alle insalate di pomodori e cipolle, dalle zucchine a buglioni agli spaghetti al pomodoro col peperoncino, dalla salvia fritta alle melanzane grigliate, dai friggitelli spedellati al pesto di basilico e noci, dal popone bianco ai fiori di zucca ripieni di ricotta. Tutto inevitabilmente biologico, perché, essendo una prima volta dell’orto, non ho saputo né correttamente allevare le varie colture né trattarle, neanche i pomodori col ramato.
Sia il sabato sera coi nonni con cui abbiamo salutato il ritorno a casa dei figliol e nipoti prodighi, sia la domenica, coi nostri storici amici di Firenze, le cene sono state dominate dalle cotture di quello che abbiamo coltivato!
E da oggi abbiamo visite: il fratello della Laura con la moglie e la mia nipotina, in convivenza a Bisarno per quasi due settimane, per la gioia di tutti noi!