Tag: Bisarno

  • La stagione delle albicocche

    La stagione delle albicocche

    Quest’anno l’orto, e il frutteto, stanno vivendo la loro migliore stagione. Ci sono state tante ciliegie, a inizio primavera. Una esplosione di carciofi fino a maggio. E, da qualche settimana, in attesa che gli ortaggi e i frutti – stracarichi – vadano a maturazione, siamo inondati da una quantità pantagruelica di albicocche.

    Abbiamo 5 alberi di albicocche. Due ne hanno fatte pochine, buone ma poche, il terzo abbastanza, di grande pezzatura, dolci e croccanti al contempo. Il quarto e il quinto ne hanno sviluppate un numero pressochè infinito. Forse, come nel vino, avrei dovuto fare un po’ di vendemmia verde, cioè togliere i frutti prima ancora che maturino, ma non l’ho fatto e le piante sono riuscite a portare a maturazione tutte le albicocche. Anche con una buona scalarità, che ci ha permesso fino a un certo punto di raccoglierle volta volta, ma ora che ci sono stati questi picchi di temperatura stanno andando un po’ oltre e abbiamo dovuto un po’ accelerare: ora lo spettacolo dei panieri di vini gonfi di albicocche è davvero impagabile.

    Quindi, un po’ per noi, un po’ per gli amici. Per i parenti e per i vicini. Al gelataio di fiducia che ne ha fatto sorbetti e granite spettacolari. Marmellate per crostate e colazioni sane. Un po’ agli ospiti de Il Fienile. Evviva le albicocche!

  • Questione di feeling.

    Questione di feeling.

    Oggi il cielo è grigio e sembra quasi promettere neve. Sono nel mio BAR(N), riscaldato dal nuovo climatizzatore – oh, per la stufa sono troppo imbranato. Un Cocciante-Mina d’antan con “Questione di Feeling”. Mille schede aperte nel mio computer: testi di scrittura, progetti, annotazioni, mail da svolgere, idee tante e liste alla Nick Hornby attraverso il mio nuovo amico digitale Notion. il Diploma coi suoi libri e le sue mappe in un lato della scrivania a vetro: a fine maggio c’è da tentare il D3. Un nuovo inizio è davanti a me e tessere la tela delle tante cose che mi e ci aspettano a partire da marzo 2025 mi dà davvero delle emozioni intense.

    La più importante – o meglio: la più visibile – sarà l’apertura del mio B&B nel primo e secondo piano del fienile, esattamente sopra da dove ora scrivo, studio, lavoro. Dopo aver messo la suggestiva scala interna stiamo erigendo le pareti per i bagni e la dispensa: gli interni stanno prendendo forma. E soprattutto, sono riuscito a chiudere una decisione su come trattare gli splendidi mandolati del fienile, i grandi finestroni con mattoni che creano delle geometrie particolari, che assolvevano la funzione di lasciar passare un po’ d’aria e di filtrare la luce per favorire un completo e sano essiccamento della paglia o di appassimento delle uve: qui per esempio ci facevano un favoloso vin santo e le uve di malvasia e trebbiano venivano appese su dei tralicci e fatte essiccare. Per me è fondamentale rispettare questo richiamo storico: dall’esterno devono apparire integri, mantenuti, a differenza di tantissimi fienili in cui i mandolati sono stati aperti, quasi violentati e sono state ricavate delle finestre al loro interno. Mah! Io ho optato per delle tamponature, per delle murature cioè, lasciandone solo a vista delle torri che richiamino la loro identità. L’effetto è comunque molto bello anche così. Certo, non c’è tantissima luce (non ce ne sarebbe stata neanche a non tamponarli) e così siamo intervenuti con una finestra a tetto. E poi installeremo degli infissi minimali in alluminio color ruggine.

    Quando il fienile sarà pronto, al piano terra ci sarà una accogliente zona giorno con lo spettacolare antichissimo lastricato in pietra, con cucina in muratura, tavolo in legno vallombrosino per 4/6 persone che avevo a casa dei miei genitori, divano-letto e area studio-relax, oltre a un bagnetto e una stanza dispensa. La scala in ferro condurrà alla zona notte, col pavimento col suo antico cotto toscano mangiato dal tempo e sofitto con travi in legno e pianelle in cotto con originale capriata a vista, che includerà un comodo letto matrimoniale, un ulteriore divano letto e un raffinato bagno en suite con ampia cabina doccia separata. La concimaia a fianco della struttura sarà il giardino dell’appartamento, dove mangiare, rilassarsi, leggere un libro. Insomma, questo è quello che sogno! Ora c’è da rimboccarsi le maniche, anche qui, e andare avanti, coordinare i lavori, e darmi da fare nel poco-tanto che la mia inabilità mi permette: tenere pulito il cantiere, spazzare, portare via i calcinacci, e anche motivare!

  • Il piano -1 del fienile.

    Il piano -1 del fienile.

    Più che un progetto, il ripristino del piano interrato del fienile, quello storicamente utilizzato per la vinificazione delle vigne della fattoria, sta rappresentando una sorta di gioco creativo e di balsamo per la mente in un periodo un po’ grigio. Cerco quindi di metterci un po’ di fantasia, entusiasmo e di tirarne fuori quel magico che questi posti hanno sempre saputo evocare.

    L’idea fondante è quella di un recupero conservativo a basso costo dell’ambiente cantina, con una conversione da luogo di vinificazione e stoccaggio a favore di un ambiente ibrido, umano, in cui convivono virtuosamente la parte conviviale con quella di studio-laboratorio. Un ambiente di design industriale, un luogo di simposi, comunque rustico, di recupero, di pensiero laterale, di libagioni, in cui far fiorire e circolare idee, creatività, pensieri. E di bellezza. La bellezza, da inseguire sempre.

    Come? intanto con una cantina, installata in fondo allo stanzone accoppiando due fogli di rete elettrosaldata. Poi col pezzo grosso: un bancone bar ricavato da un banco di lavoro di un ufficio postale anni 50, tutto lamiera e formica, ancora con le sue teche per la corrispondenza, di rigoroso design, su cui pendagliare delle lampade in latta industriale, installare un lavabo, e utilizzarlo per fare qualche cocktail, aprire bottiglie, sporzionare un po’ di cibo, colloquiare amabilmente. La stufa a legno in ghisa da sempre presente qui di nuovo operativa. Una fratina dove o mangiare o creare e ricevere. Un divano letto. Un piccolo bagnetto. A terra, il vecchio cotto delle case coloniche toscane e nel bagno le cementine. Le pareti ancora di vecchio intonaco sdrucito e un po’ smagliato. Impianto elettrico sovietico, a vista coi tubi di rame. E le voltine sabbiate, mangiucchiate, su cui pendono ganci e fil di ferro, di nuovo restituite crude all’ambiente.

    Ah, e il nome? Il nome è quasi magico. Barn in inglese significa fienile. Bar mi sembra chiaro cosa significhi. E queste 4 lettere sono contenute nelle 7 che compongono la parola Bisarno. Il logo lo abbiamo già: stessa matrice del logo di Bisarno, al posto di Bisarno, BAR(N), al posto di Toscana, Bisarno, perchè il BAR(N) è il laboratorio conviviale e creativo di Bisarno.

  • Le mani aperte al cambiamento.

    Le mani aperte al cambiamento.

    Ieri sera abbiamo ripristinato in famiglia una delle attività che soprattutto io e Costanza amiamo di più: guardare un bel film tutti insieme dall’impianto cinematografico di casa. E così, uno accanto all’altro, avvolti nelle copertine – eh, si, comincia a fare umido in casa in questi giorni di pioggia – abbiamo visto un’opera deliziosa, capace di incontrare le note sentimentali cercate da Matilde con quelle avventurose di Costanza, oltre a una certa qualità che per me è fondamentale: JoJoRabbit.

    Il film è davvero un capolavoro ma quello che mi ha più colpito è un aspetto marginale, la citazione di una poesia di Rainer Maria Rilke che non conoscevo e che costituisce la chiave di lettura dell’opera. Due ragazzini, distrutti negli affetti a causa della guerra e del nazismo, che provano a ripartire, ricominciare, ballando sulle macerie della Berlino devastata dopo il suicidio di Hitler, un attimo prima dei titoli di coda e di Heroes di Bowie: Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. / Si deve sempre andare: / Nessun sentire è mai troppo lontano.

    Oggi avevo qualche ora libera. A casa. E mi sono messo a prendermi cura di Bisarno. In fondo, prendersi cura di Bisarno è un modo per riconnettermi, e per riflettere un po’ su questo inizio autunno che per me è sempre traumatizzante, e quest’anno ancora un po’ di più. E’ stata una giornata intervallata da violenti temporali e anche un po’ di grandine. E sono uscito quasi sempre fra una pioggia e un’altra. Siamo passati da una estate calda, anzi torrida, e siccitosa a un autunno umido, bagnato e già frizzantino. Un cambiamento rapido, non graduale. Mi sono messo zelante a spazzare l’aia, dove giacevano chicchi di uva della pergola – un pergolato che sta già arrossando e ancora con tanti grappoli pendenti -, alcune foglie già accartocciate e le prime noci cadute, ancora col mallo. Le noci lo scorso anno avevano subito una ghiacciata ad aprile 2021 e non avevano allegato. Quest’anno sono tante, e sane. Ne ho già mangiate qualcuna. Mi è rimasto nelle mani quel sapore canforato del mallo che proteggeva la noce. Così come non ho potuto resistere dal suggere gli ultimi fichi neri che ho, il cultivar si chiama Turca: dolcissimi, imperlati di acqua piovana. Col latte del fico che mi appiccicava le mani. Mentre me li gustavo, due tre, non di più, la gatta Ida mi osservava. Lo stesso ho fatto con le giuggiole, che adoro – solo io ahimè – e che ho raccolto sia ancora un po’ verdi dall’albero, e in questi la dominanza del sapore è verso una melina croccante e dolce, che già avvizziti a terra (e qui siamo nel mondo mediorientale del dattero, a cui la giuggiola matura assomiglia tanto). Un un albero di agrume tailandese, il kaffir, che è pieno di limette profumatissime e che ho raccolto. Passeggiando nell’orto ho apprezzato i corbezzoli quasi maturi e uno dei miei melograni grondante pomi di rosso acceso. Erano belli in fiore, in frutto sono spettacolari. Di cachi, invece, pochi o punti: ho due alberelli, ma questo non è stato il loro anno. A differenza delle pere, tantissime, che la Corsi ha poi elaborato in una dolcissima marmellata, mischiandole a qualche melina. Ci sono ancora delle zucchine, stanno nascendo le zucche rotella, quelle che sembrano dischi volanti, salvia e rosmarino sono decollate dopo queste piogge, che ne hanno anche attivato i tanti profumi. E mentre spazzavo, osservavo, facevo qualche fotografia, raccoglievo e assaggiavo, pensavo. E pensavo con una lucidità che ultimamente mi è un po’ mancata. Pensavo che tutto cambia. Tutto passa. Cambia colore. Forma. Stato. Ed è inutile opporsi all’inevitabilità del cambiamento, o pensare se sia in peggio o in meglio.

    E le mie mani, sporche, con mille profumi, terrose, umide, anche con un graffio sanguinolente (colpa del limone), erano uno specchio di tutto questo. Me le sono lavate lentamente dal fontanello dell’aia. Percependo l’acqua gelida di pozzo che lavava via tutto, grazie anche alle due mani che si frizionavano reciprocamente. Un brevissimo e pacificante senso di gratitudine e bellezza mi ha pervaso.

  • La festa che fu.

    La festa che fu.

    Sono quasi tre mesi che non scrivo più e, alle porte di un bel viaggio, sento la necessità di prendere di nuovo in mano la penna, anzi, la testiera, e raccontare un po’ di cose. Il lavoro è tanto, tantissimo, però, così come ho trovato tempo di aggiornare i maledetti social, avrei potuto aggiornare il blog. Anche perché ne sono accadute di cose.

    Intanto Bisarno! Ah, Bisarno! Il 3 luglio 2022 abbiamo festeggiato i primi 5 anni di vita nella nostra adorata magione, 8 giorni dopo uno dei momenti che più ne hanno consacrato il genius loci, quel suo saper accogliere in una bellezza affettuosa e coinvolgente: la festa delle nostre nozze.

    Eh si, successivo al matrimonio fra di noi dello scorso febbraio, il 25 giugno abbiamo deciso di fare una festa per amici e parenti, molto informale, proprio a Bisarno.

    Con tante persone avevamo, per mille motivi, sempre dovuto rinviare una cena o un momento di inaugurazione, e per tanti colleghi e amici l’occasione della festa di nozze è stata anche quella di vedere, vivere Bisarno e il suo giardino.

    E così, nella febbrile e divertente fase di preparazione, abbiamo ulteriormente curato lo spazio esterno! Dal pozzo, finalmente stuccato e riproposto come nodo focale di osservazione di tutta la casa (accanto a cui abbiamo installato un vecchio lampione), fino alle facciate del fienile, stuccate con murature a vista, per proseguire con la completa realizzazione di una delle zone nuove del giardino, la cucina esterna, un’area divertentissima, aggregativa, e molto bella (oh, quando va detto, va detto) dotata di un super forno pizza, di una zona lavabo e di un barbecue mobile, il tutto innestato sopra un lastricato ad opus incertum (lastre irregolari, come da tradizione contadina), identico a quello dell’aia.

    Poi, dovevamo allestire per la festa. L’idea di avere più di 100 persone tutte insieme ci ha dato modo di pensare a un qualcosa che valorizzasse e unisse tutte queste sudate novità!

    La prima sovrastruttura speciale è stata l’illuminazione. Una illuminazione soft che ha permesso di creare suggestivi giochi di luce dal pozzo (con una lampadina dentro la sua bocca, la luna nel pozzo appunto, come avrebbe scritto Pavese), dal lampione accanto, dai lampioncini lungo la scala che porta agli orti, con la cisterna del vino – fontana e l’altalena illuminate, fino agli alberi dell’aia, il piano terra del fienile, la serra e anche una illuminazione addizionale nel retro e nell’ingresso.

    L’effetto, al primo calar del sole, era splendido.

    L’altra sovrastruttura sono stati dei trabattelli da cantiere che facevano da banconi d’appoggio, sulle cui assi di legno avevamo utilizzato come runner dei sacchi di liuta da caffè, con delle bottiglie vuote di Aqua di Venus con all’interno dei fiorellini di campo e delle spighe di grano.

    Anche il cibo e il bere era tanto e diffuso. Ovviamente, le pizze e il barbecue di verdure dalla cucina esterna. Formaggi e il prosciutto del Casentino. Ma soprattutto l’asado, una tecnica di grigliatura a fuoco lento di tradizione argentina (Bati Bati Bati Bati gol!) fatto cuocere fin dal mattino nella concimaia, ai piedi del fienile. Il fienile invece era destinato alle bevande: fusti di birra artigianale e fiumi di vino.

    Last, but not the least, la musica: il dj faceva suonare Bisarno dall’alto della torre. Avevamo anche una animatrice che intratteneva i pargoli nel retro.

    Una festa bellissima, magica che ci ha riempito gli occhi di emozione e contentezza, anche per i nostri parenti più prossimi ed eseguita grazie all’entusiasmo e alle competenze di persone belle, persone care. Ci voleva proprio.

  • La fragile perfezione della domenica.

    La fragile perfezione della domenica.

    E’ una soleggiata domenica, nel lento trotterellare delle dieci verso le undici. Fuori la brina ammanta ancora i campi e il silenzio è netto. Una forte luce bianca entra in casa, portando vita in una mattinata altrimenti dolcemente sonnacchiosa. Le bambine, ancora in pigiama, giocano coi gatti (ne farebbero a meno i gatti, ma tant’è). Laura è al computer in camera. Io sono in torre a prepararmi a un lunedì di lavoro piuttosto articolato.

    Una spremuta. Un caffè. Un pezzo di crostata alle more preparata dalla mia dolciastra metà. L’arrosto, a pezzi come vuole la scuola toscana, che a breve inizierà la sua lenta cottura, irrorando l’aria coi suoi ubertosi profumi. La musica di sottofondo, spesso canzonette stupide quando la scelta è in turno alle piccole, più auliche quando tocca a me: oggi mi va di risentirmi i Pink Floyd. Che pezzo di struggente meraviglia è “Comfortably Numb”? Riserva Ducale Oro a celebrare in rito laico il pranzo della domenica. Il crepitio del fuoco che fa sempre tanta atmosfera.

    Ci raggomitoliamo attorno a Bisarno, come se la casa fosse un panno caldo e accogliente. Chissà quanti lo hanno fatto prima di noi, chissà quanti lo faranno poi.

    La consuetudine della domenica a cui mi aggrappo d’istinto, che mi regala una strana nostalgia perchè so che un giorno non ci sarà più questa fragile perfezione.

  • E’ stata la mano di dio

    E’ stata la mano di dio

    In questi piovosi giorni natalizi, di riposo lavorativo, in una Bisarno addobbata per Natale, con festoni, candele e palle giganti, passo molto del mio tempo libero a imbibirmi di storie. Leggo i miei libri – da consolidata prassi più di uno iniziato e portato avanti –, osservo e partecipo alle fantasie delle mie bambine (giochi di ogni tipo, le loro avventure, prove di recite teatrali, scritture di redazioni di fumetti), mangio sapori nostalgici e pieni (il bollito, i panettoni, i tortellini, i vini rossi avvolgenti), riassetto e metto ordine ai cassetti e alle zone di casa – oh, mi fa star bene. Soprattutto, nutro una delle mie più grandi passioni: il cinema. Guardo film: film storici, film appena usciti, film comici, biografie, serie, di tutto. E appena uscito su Netflix ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti, Sorrentino ne E’ stata la mano di Dio.

    Lo dico subito con una clamorosa iperbole. Per me è il più bel film che abbia mai visto.

    Il film tratta la biografia del regista e della sua giovinezza con la sua famiglia nella Napoli degli anni 80. Io sono fiorentino, figlio unico e un po’ più giovane. La mia famiglia è un pizzico meno teatrale. Ho avuto Batistuta che pur divino non è assoluto per la città come è stato Maradona per Napoli. Ma sono rimasto in uno stato di profonda commozione per tutto il film, commozione credo dovuta alla totale empatia con la storia, alla totale identificazione coi sentimenti idealisti e sognanti, intrisi di letteratura e di una certa voluptas dolendi di Fabio, del fratello più grande, più epicureo ma non mano amaro, della mamma allegra, giocherellona, scherzosa quanto frustrata e con un profondo dolore dentro dovuto al grande tradimento del marito, del papa appunto, il di lei marito (il solito enorme Toni Servillo) ironico ma dolcissimo, della zia bella e pazza perchè senza il dono della maternità (la meravigliosa Luisa Ranieri, l’unico personaggio inventato del film, ha rivelato Sorrentino), del camorrista che fa il suono degli off-shore, della cugina obesa, del suo amante con la voce robotica, nel grande teatro di vita che è Napoli, col Vesuvio, il cibo abbondante, le sue ombre e le sue luci, il suo chiasso, i suoi ritrovi, i monacielli, i caffè, l’arrivo sognato e poi reale del giovane Diego Armando Maradona, che al mondiale 1986 contro i nemici inglesi, segnerà un gol di mano (la mano di dio del titolo) e quello che è poi considerato il più bel gol di tutti i tempi doppietta, tutto concentrato nella stessa partita, grande metafora di Napoli. Commozione contenuta e poi liberata in un pianto catartico nella scena conclusiva del film, il momento di tutti, la crescita inevitabile, nel film un viaggio in treno verso Roma, verso nord, con la telecamera fissa su Fabietto che diventa Fabio, e la musica dolcissima di “Napuli è” di Pino Daniele. Titoli di coda e fazzoletti intrisi delle mie lacrime.

    Un film verissimo, forse imperfetto, senza la sublime maniera fra Bergmann e Fellini dei grandi film di Sorrentino come La Grande Bellezza o Youth, ma ancora di più autentico, lirico, intenso. Da guardare e riguardare.

    NB. Segnalo altri due film appena usciti. Uno è “Don’t Look Up”. Da guardare assolutamente. Perfetto per esorcizzare i deliri della pandemia. Magari un giorno gli dedicherò un post. L’altro è l’ultimo della Disney Pixar, “Encanto”, molto rivedibile, quel politicamente corretto che stucca un po’, peccato. Comunque, ideale per chi ha figli.   

  • Lucifero

    Lucifero

    Sono i giorni più torridi dell’anno, e questi non lo erano così tanto da anni.

    In Sicilia, dove ci sposteremo fra qualche giorno per le nostre ferie, una minuscola località nel siracusano ha raggiunto i 49 gradi di massima, la temperatura più alta mai registrata in Europa. Hanno chiamato questa ondata record col nome di lucifero.

    Stamani mattina qui a Bisarno, dopo una notte umidiccia e gonfia di caldo, sono andato nell’orto. Non erano neanche le 8 e già si sudava. Ero in infradito e le zanzare ne hanno approfittato per fare colazione con le mie caviglie.

    Le zucche, i cocomeri, i pomodori, i poponi, però, erano uno spettacolo: turgidi, pieni, ubertosi, come solo questo mese orribile, di accessi e di esagerazioni, di colori troppo forti e notti già presto buie, sa regalare.

    Non ho più la leggerezza per goderne. Ne avverto soltanto la malinconia fradicia, la disperazione in nuce, il canto dissonante del cigno.

  • LadyCocca II, alias LC2.

    LadyCocca II, alias LC2.

    LC2 è la prima arrivata al pollaio. Correggo subito: la prima era stata LadyCocca, una gentile e spaurita gallinella che, pochi mesi dopo, una furba volpe – come ama iniziare Fedro – decise la tartara di pollastra sarebbe stata ottima colazione per i suoi volpacchiotti.

    Morto un pollo, se ne fa un altro. Anche se non nego di aver sentito un pungolo di dispiacere. Comunque, il primo mercoledì che al mercato di Pontassieve si era ripresentato il venditore romagnolo di pennuti da cortile – oltre ad apprendere segreti di gestione dell’aia dal nutrito e assembrato gruppo di ottantenni attorno alle gabbie – mi scelgo una simpatica rossastra ovaiola livornese.

    Il nome lo avevamo, Lady Cocca, ma, da bianco della prima, il piumaggio della seconda era arancione: un colore che in casa piace anche di più. Un po’ come in Dallas, o in Beautiful, volevo garantire un po’ di continuità con la dipartita pollastra bianca: ed ecco allora l’acronimo LC2.

    Chi non ha mai visto Robin Hood della Disney? Ecco, LC2 è la nostra dama di corte gioviale e festosa. E’ lei il capo-coro del canto quando una del gruppo fa le uova, è lei l’ultima a concluderlo, è lei che compatta le altre. Buon carattere davvero. Ed è forse quella a cui piaccio di più, poiché mi segue fedelmente quando mi muovo, e riesco finanche a sgrattucchiarle la testa, o a prenderla in grembo quando la sera la coglie a razzolare lombrichi e non riesce a ritrovare il buco di ingresso al pollaio.

    Infine, ma questo non lo dico troppo con troppa enfasi, il nome è davvero perfetto e rappresenta un omaggio. Certo, del simpaticissimo personaggio disneyano, come ho già scritto, ma le iniziali, quelle iniziali, la L e la C, altro non sono che le stesse iniziali di donne davvero importanti nella mia vita, da consacrare, da sublimare nel nome della bonaria, pertinace e tutto sommato aggraziata pennuta: mia mamma, Lorenza Carletti. La mia compagna: Laura Corsi. Le mie cugine: Laura e Lucia Carosi. Un tripudio di Lady e di Cocche!

    Vado a prendere l’uovo, il canto di LC2 è giulivo e insistito!

  • Il pollaio di Bisarno

    Il pollaio di Bisarno

    LC2, BuonBrodo (per le amiche pennute: BiBi), Omelette, Frittella e Orazio.

    I nomi delle galline, e del gallo, del pollaio di Bisarno.

    Sono ormai parte della nostra routine familiare. Come i gatti. L’orto. I nostri litigi. Una chiassosa compagnia che avevamo deciso di concederci per allegrare il primo lockdown e di cui ora, – volpi, arrosti, faine a parte – non sapremmo più rinunciare.

    E, come coi gatti (che prima odiavo, e ora ho una colonia felina istituita a mio nome), anche i polli, che prima solo mangiavo con insaziabile appetito, ora sono una nutrita famigliola con cui non di rado mi intrattengo a ragionare. E che continuerò a ogni modo a mangiare.

    Allora, dicevo: ci sono 4 galline e un gallo. Ognuna, e ognuno, ha il suo carattere. Ah, questa è la prima e ultima volta che distinguo il genere. Tenderò sempre a declinare il pollaio al femminile: del resto l’apparato sessuale e riproduttivo del gallo non rende onore al concetto di mascolinità…

    Tutte sono di indole affettuosa e con precipue e distinte note comportamentali, e gusti e atteggiamenti. Iniziamo dalla veterana, la più vecchia, la fulva, mite e affettuosa LC2…