Tag: ciliegio

  • C’era una volta Bisarno.

    C’era una volta Bisarno.

    Bisarno è un toponimo utilizzato per indicare le biforcazioni dell’Arno (nel mio caso…della Sieve, che non veniva distinta nel nome dal suo fiume principale).

    Nei bisarni (talvolta visarni) trovavano le condizioni ideali le gualchiere, edifici proto-industriali per la lavorazione della lana, grazie al movimento di battitori azionati da dei molini ad acqua.

    E’ in questo milieu, ricco di attestazioni etrusche – ci sono molte suppellettili etrusche ritrovate proprio qui e conservate nei musei di Dicomano e Fiesole -, che viene attestata, fin dal 1256, una gualchiera appartenuta al vescovo di Firenze.

    Eravamo in pieno medioevo, secoli bui di lotte fra città guelfe e ghibelline(Firenze contro Siena e contro Arezzo e contro tutti) e, per proteggere questa importante attività, contestuale alla gualchiera, era stata eretta una casa torre pochi metri più a monte.

    Quella casa torre è il nucleo centrale e fondante della casa dove vivo con la mia famiglia.

    Col pacificarsi degli animi e a seguito di una grande piena della Sieve che modificò il corso del fiume, la gualchiera fu dismessa e, siamo adesso in quella grande burbera carezza della storia che è la mezzadria, la gualchiera divenne una fattoria e così anche la sua torre di difesa, la remota ventura mea casa.

    Alla torre, che aveva finalità solamente difensive, dalla comunità di contadini che la abitavano, furono aggiunte al piano terra le stalle e una cucina con camino e al primo piano le stanze del riposo. L’apice della torre destinata alla piccionaia. Una latrina esterna faceva da bagno. Niente luce se non di candela. Niente riscaldamento se non da fuoco e da animali (non a caso le camere stavano sopra le stalle). Niente bagni e sistemi fogniari se non orinatoi, tazze, latrina in seguito e l’aria aperta.

    Davanti alla nuova fattoria, in cui adesso la torre centrale svetta e fa da perno rispetto ai due palmenti laterali, si identifica una aia con lastre di pietra ad opus incertum, un fienile a tre livelli (su cui si è fatto grano e anche vino e vin santo), un porcile – pollaio su due piani e, a fondo valle, un pozzo che provvede acqua per tutto il complesso. Centinaia di generazioni di contadini hanno vissuto in questa casa, plasmandola ed adattandola a una vita povera ma dignitosa. Tanta bellezza e tanta poesia anche se temo che i conquilini che si sono succeduti non sarebbero stati tanto d’accordo.

    Ed è con questa conformazione architettonica, e un paesaggio dominato dai ciliegi che, da ragazzino, si parla del periodo di questa foto, che è del 1983, mi aggiravo in bicicletta con la speranza, spesso saziata, non di rado tradita, di rubacchiare qualche ciliegia per la mia merenda, sperando che il contadino, che ricordo sempre ben nervoso, non mi e ci beccasse sparandoci in quel malaugurato caso con il suo fucile a salve.

  • Piantare. Quando la primavera litiga con l’autunno.

    Piantare. Quando la primavera litiga con l’autunno.

    Una strana dialettica avvolge queste ore: la primavera che si affaccia con dardi di luce calda, le prime fioriture, gli uccelli coi loro canti e l’inverno che ancora stagna bagnando le giornate, sibilando venti freddi, colori pallidi e ombre grigie.

    Sono successe tante cose in questi ultimi mesi che mi hanno cambiato. Si dice che i dolori hanno un senso se riusciamo a strizzarne via qualche insegnamento, un lascito, un nuovo sé più evoluto.

    E non a caso mi sono imbattuto e ho avuto modo di riflettere, coi giusti strumenti, del significato di pienezza, del “qui e ora”. E col sedere dolorante (alla fine la caduta dalle scale non é stata una sciocchezza, ho due vertebre coccigee lussate), stringendo i denti, cacciando le malinconie, ho provato a far prevalere nel mio animo la primavera.

    Una primavera lavorativa, di un nuovo anno fiscale appena iniziato, di nuove ed elettrizzanti responsabilità, di nuove idee da portare avanti: Ruffino é fuori di retorica una famiglia, ci sono colleghi coi quali ho condiviso delle situazioni tremende, altre bellissime. E alla quale dedico tantissimo tempo, ripagato.

    E soprattutto una primavera familiare, da coltivare hic et nunc, qui e ora, senza buttare via tempo o sprecarlo per situazioni che non valgono. E la famiglia coincide con la nuova casa. Oggi é stata una giornata dove, insieme a mio babbo, mio suocero, il mio vicino e amico di casa, e per un po’ anche le mie bambine, ci siamo dedicati a piantare. Piantare é credere nel futuro. È avere fiducia che dai semi nasceranno frutti. Che ci sarà del bello attorno. E che questo possa essere determinato da me, da noi.

    Abbiamo finalmente messo le piantine per la siepe-bordura lungo l’aia: una fila di lavanda e una di rosmarino, e nel mezzo un po’ di salvia e di timo. Le mie aromatiche tanto desiderate a portata di mano e di cucina! Sempre nella stessa siepe abbiamo piantato un corbezzolo, il simbolo dell’Italia per le sue foglie sempre verdi, i fiori bianchi e le bacche rosse, e un melograno a cespuglio.
    Davanti casa, il benvenuto per chi arriva, un caco, che mentre la natura andrà in letargo ci regalerà articolati rami spogli e meravigliosi pomi arancioni.
    Accanto ai due susini già fioriti selvatici nel prato (prato…per adesso terriccio smosso, ma arriverá anche l’erba, ci stiamo lavorando) un bel ciliegio durone, ancora molto piccolo e che ci regalerà le ciliegie non questa ma l’estate prossima: sapremo attenderle. E giù di sotto, dove avremo l’orto (futuro sempre meno remoto!), ai piedi della porcilaia e con l’intento di addolcirne lo slancio gotico, abbiamo piantato un melo rotella, varietà antica del fiorentino.