Tag: Consapevolezza

  • Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Oggi è il primo giorno che sa d’inverno. Dopo tanta pioggia, e vento, e giornate nebbiose, in cui il poco sole dava comunque ancora zampate ubertose, calde, accese, oggi al contrario una splendida luce algida ci ha accolto fin dal mattino presto, quando – di buona ora – ho portato Matilde a scuola, rigovernato i gatti (ormai sono 6…) e perlustrato l’orto.

    L’aria frizzante del mattino mi ha ancorato a terra. Ho stretto il cappotto invernale e ho cercato di scacciare il frustrante ruminio dei miei pensieri che in questi giorni è andato di pari passo col tempo metereologico. Sarà così per molto tempo. Tristezze, paure, inquietudini, rabbie. Ci sono troppe cose che non vanno come dovrebbero.

    Però, talvolta mi accorgo che le situazioni vanno messe in prospettiva. Tutto cambia. Una giornata di luce fredda come oggi mi insegna proprio questo. Tenere duro. Essere centrato, solido e presente. Cercare di valorizzare quello che c’è comunque di positivo in questo periodo. Vivere della bellezza che ci circonda ed essere operativo (gesti, azioni, prendersi cura degli altri, amare i miei amori), lasciando stare le riflessioni che vanno solo a inquinare ulteriormente il mio stato d’animo. E a non negarmi mai la voglia, anche sforzandomi, di continuare a progettare e a fare, sia per il presente che per il domani: piccole cose, nuove pianticelle in giardino, i lavori in muratura fuori nell’aia, cucinare, svolgere bene le mie attività di comunicatore in Ruffino, assaporare le frazioni di felicità che possono nascere, spesso da eventi non considerati o non attesi.

    Eh si. Mi scuso con Pavese per rubargli il titolo di un suo libro-diario, ma vivere è proprio un mestiere, e in questi mesi sto cercando, con fatica ma col mio massimo impegno, di apprendere il più possibile, cimentandomi nella pratica, i segreti di questo “lavoraccio” che tocca a tutti.

    La casa dal basso, incorniciata da mirto, lavanda e biancospino.

     

     

  • 18 novembre 2018

    18 novembre 2018

    Dalla torre, uno sguardo sulla luce bella e malinconica di oggi.

    Oggi compi sessantanove anni. Non sono tanti, babbo, e purtroppo non riusciremo neanche a festeggiarti a casa, visto che da stanotte, allo scoccare del tuo compleanno, sei con l’ossigeno all’ospedale per una crisi respiratoria. Le bambine è tutta la settimana che stavano preparando il tuo regalo per lo speciale pranzo della domenica di oggi: un collage di foto, disegni e pensieri dei bei tanti momenti che hai trascorso insieme a loro. E non capiscono perché oggi non si possa fare festa. “All’ospedale poi si guarisce vero? – come me al Meyer”, sentenzia Costanza. Gli risponderai te, se vuoi. Io le ho sorriso: a che pro contraddirla? 

    Peccato, perché la giornata riesce comunque a regalarmi una strana consapevole bellezza. Non mi fraintendere, l’umore è terreo ma gli occhi sono sempre aperti e la luce di queste ore è divina, nella sua fredda straziante indifferenza. Oggi è un anticipo di inverno e soffia forte il grecale, quel vento freddo del nord che noi qui chiamiamo tramontana. Spira sulla prima neve di stagione caduta in Pratomagno e manda via ogni impurità e foschia dall’atmosfera, restituendo – mentre osservo al caldo della stanza torre le rabide graffiate di eolo – un paesaggio incantato e cristallino, che mi muove sentimenti contrastanti.

    Sai, ogni tanto penso che Bisarno, la nuova casa, mi abbia portato male. Stanno accadendo cose troppo brutte, tutte insieme. Altre volte penso che, invece, senza Bisarno, senza tutto quello che mi ha dato, chissà come avrei fatto e cosa farei adesso. 

    Ne ho approfittato, fra i vari andirivieni dall’ospedale di Ponte a  Niccheri, per trasferire la mia piccola collezione di agrumi in casa. Fa troppo freddo nell’aia. Non è la soluzione ideale portarli dentro ma ancora non abbiamo serre o spazi deputati. E poi, nelle due sale, ci stanno benissimo! L’arancio che mi hai regalato lo scorso anno (ricordi? Eravamo io, te e la Costanza) l’ho posizionato, insieme al limone, sotto i finestroni della sala grande, in due splendidi vasoni di terracotta, mentre il chinotto e il cedro di Corsica, più contenuti di dimensioni, e acquistati alla Mostra dei Fiori a Firenze lo scorso primo maggio – una vita fa – sono nella stanza del camino, sempre sotto la luce calda di due ampie aperture. Il profumo che fanno gli agrumi è balsamico e avvolgente: quando fioriscono le zagare sembra di essere in Sicilia e il solo stropicciare un po’ le foglie fa emergere quei frizzanti aromi di fresco che tanto mi piacciono. E rendono la casa, ormai pronta per l’inverno, ancora più bella e accogliente.

    Ieri peraltro, conscio del cambio di clima che ci avrebbe atteso oggi, mi ero anche indaffarato a piantare alcuni alberi da frutto che aspettavano la messa a dimora: un fico borgiotto, un melo annurco, un melograno e un mandorlo. Era venuto Sauro a fare le buche con l’escavatore il giorno prima, nei posti che gli avevo indicato. Li ho piantati attorno al periplo del nuovo recinto dell’orto, sotto una grigia pioggerella e dietro la supervisione attenta e fiduciosa del gatto Arancino. Adesso si ergono a coronare le coltivazioni sempre più ubertose di cavoli e radicchi, agli e cipolle, porri e carciofi. Sta venendo proprio bello l’orto. Chi l’avrebbe mai detto che dalle mie mani imbranate sarei riuscito a portare vita, ordine e bellezza?

    Ah, un piccolo vezzo sempre per abbellirlo ancora di più: ho comprato al Vivaio anche qualche bulbo di giaggiolo: il mio progetto di orto giardino non può prescindere dal simbolo di Firenze e delle nostre campagne. Oggi questo vento mi impedisce di sotterrarli ma appena queste spire diacciate si placheranno, avrò modo anche di scavare delle piccole feconde buche per questi rizomi gonfi di vita, che ai primi tepori primaverili emergeranno coi loro steli viola fieri e colorati. 

    Del resto, non ho più tanta voglia di vedere persone, di fare cose, di parlare con gli altri.  Mi aggrappo alle bambine e alla Laura (che adesso mentre scrivo sta cucinando con Costanza una torta – sento gli allegri squittii provenire dalla cucina e i caldi vaporosi profumi zuccherosi salire fin quassù – mentre la Mati è andata a giocare da pallavolo, da sola con i genitori di una sua amichetta) e, appunto, al giardinaggio, che mi ancora al presente, senza che pensieri neri e preoccupazioni invadano la mente. O per lo meno ci provo.

    Si va avanti così babbo. Come fai te, lo faccio io, lo facciamo noi. Non è il miglior mondo possibile quello che sto vivendo in questi mesi, non lo è proprio per niente come ben sai, ma la testa è sempre alta e gli occhi rimangono aperti. Aperti. Alla bellezza. Ai sentimenti. Alle persone a cui più tengo. Anche se bruciano. Anche se ogni tanto preferirei chiuderli sotto un cuscino e dormire.

    Si placherà il vento. I fiori sbocceranno.

    Buon compleanno. 

    Ecco limone e arancio in sala!
  • Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    La bellezza del caco e del cielo di novembre.

    Oggi è stata una domenica di tempo uggioso ma sufficientemente stabile per consacrarla al lavoro nei campi. 

    Di buon mattino, io e la Mati abbiamo fatto la nostra colazione e, in concomitanza con l’arrivo del NonnoCiccio, affaccendato nelle stuccature della facciata, ci siamo vestiti adeguatamente e proiettati verso una divertente e faticosa organizzazione dell’orto.

    La facciata esterna a cura di Nonno Ciccio. Stuccatura con biocalce.

    Di lì a poco ci ha raggiunti anche Costanza. Gli obiettivi erano alti. Zappare nuove porche per nuove piantine, togliere le infestanti, spostare sassoni che avrebbero infastidito la futura rete dell’hortus conclusus (quello chiuso, un’altra abbondante parte è extra-vagantes sotto il porcile), trattare cavolo nero e cavoletti dalle insopportabili cavolaie, spostare i piccoli sassi emersi dalle zappate.

    Alle 11 circa sono arrivati anche i Nonni Sorelli, cibo-muniti (con un baccalà alla livornese squisitissimo, il cui sugo pomodoroso ha intriso le patate alla perfezione), per allestire un pranzo della domenica robusto e saporito, arricchito anche di prodotti dell’orto, fra cui le bietole del nostro campo saltate, i pomodori e i carciofi in padella. 

    Matilde e il melograno.

    Dopo pranzo abbiamo ripreso i lavori, ininterrotti fino al buio, le 18 circa.

    Poco prima di merenda, e con una merenda speciale (un gustosissimo, e di cui io sono ghiottissimo, castagnaccio!), si è presentata a Bisarno anche la Zia Dada. Ci siamo quindi fermati sui gradini della scala che conduce all’orto e ci siamo mangiati il castagnaccio e schiacciato qualche noce. La Zia Dada ha poi eseguito una classica partitura delle sue visite in loco: la ricerca della bietola selvatica, che qui cresce abbondante al punto che ci siamo riempiti il frigorifero, coste delle bietole incluse. Le bambine dal momento dell’arrivo della Zia Dada si sono inevitabilmente dedicate al gioco con la loro compagna di giochi preferita, abbandonami alle mie fatiche. La Nonna Za si era messa a spazzare l’aia dal fogliame ormai caduto, seguita passo passo dal gatto Arancino, in perpetua ricerca di carezze (un gatto che si comporta da cane) e io sono rimasto solo nei miei campi, perso e concentrato nel mio lavoro, fra zappa, vanga, piccone, piantine, semi, sassoni e sassini, erbacce di ogni tipo. Zero pensieri e sudata fatica.

    La bellezza che nutre.

    Alle colture già piantate di cavoli, radicchi rossi e cicorie, abbiamo aggiunto il finocchio, lo spinacio, l’aglio e l’aglione, i baccelli, la cipolla rossa, i carciofi toscani e i carciofi violetti, oltre al porro gigante. Tutte ordinate in file capaci di restituire una struggente bellezza, perché nello stesso cono ottico della casa che si stagliava sullo sfondo.

    Sono tutte prime volte per me. Nella scelta delle verdure ho chiaramente seguito le esigenze stagionali e i gusti personali. Vediamo quel che accadrà. Io ci ho buttato tutto me stesso e, stasera mentre fuori diluvia e scrivo la cronaca della giornata, la mia schiena, così come le braccia e le gambe, sono indolenziti e pesanti. Però sono soddisfatto: tutti si sono divertiti, Bisarno ha saputo accogliere anche oggi tante identità, ognuno con la propria esigenza, e gli spettri che aleggiano sopra di noi sono rimasti in disparte.

    Una giornata che potrei definire, mutuandola dalla psicologia, di pienezza, di consapevolezza, di mindfulness. Per noi come famiglia una splendida domenica di lavoretti di campagna.

    Uno sguardo all’orto di sera.
  • Una stanca pioggiorella. Terreno per orto e prato

    Una stanca pioggiorella. Terreno per orto e prato

    E come da previsioni, dopo una settimana di sole e algide mattine, è arrivata una fastidiosa e nebbioluta pioviggine ad accompagnarci in questo sabato di metà febbraio.

    Meno male che i lavori col trattore sono stati fatti in gran parte ieri, grazie a Sauro e Maurizio: e così ho finalmente una ampia spianata di terra a valle del porcile fino a Bisarno di sotto dove potrò, nell’arco di qualche mese, allestire una prima prodromica forma di orto e, soprattutto, dare sfogo alla nostra pomodoritudine estiva (e di altre sane colture amatoriali, quorum il peperoncino).

    Non solo: grazie al lavoro di benna della scavatrice abbiamo anche accelerato i lavori di disossamento dell’aia (altro che piccone!) e anche qui siamo non lontani dal giorno in cui freseremo, concimeremo e pianteremo la miscela di sementa per l’erba fiorita. Obiettivo un’estate dove correre a piedi nudi sul prato davanti casa.

    E stamani, quando già una blanda pioggia annoiata cadeva del cielo, da solo mi sono cimentato a fare un po’ di pulizia, sotto forma di movimentazione manuale di alcuni pietroni emersi dal disossassamento del terreno. Mi sono anche tagliato, non ho capito neanche come ma a un certo punto il mio guanto da lavoro ha assunto tinte caravaggiesche, ma la sensazione di benessere, di vivere con consapevolezza l’hic et nunc, mi ha davvero riempito la giornata.