Tag: Diploma

  • I did it! D3 smashed!

    I did it! D3 smashed!

    Sono passato al primo tentativo sia alla theory che al tasting del D3! Evvaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.

    Entusiasmo un po’ esagitato e puerile, vero. Ma che immensa soddisfazione aver ricevuto la mail dal WSET: aprirla è stato un attimo interminabile, un secondo congelato fra la paura e l’aspettativa.

    Sono riuscito a intravedere nella mail letta dal telefono un congratulations e ho capito di essere stato promosso. A entrambi gli esami! E la theory anche con due domande su cinque col merit, mentre al tasting due merit hanno compensato due fail. Ma chi se ne frega: il risultato finale è aver superato the beast.

    Al netto della tesi, il D6, consegnata a fine mese, che mi ha altrettanto impegnato di tempo e stress, il Diploma è pressochè compiuto (al 90%, mancando il 10% del D6), e in caso di malaugurato respingimento della tesi, eventualmente mi armerò di buona pazienza per ridarla, nei tempi che mi permetteranno di andare a Londra per la cerimonia dei Diplomi di aprile 2027. A un mese dal mio cinquantesimo compleanno.

    Non posso non ripensare a quanto abbia sacrificato per conseguire questo diploma. La voglia di intraprendere il percorso del Level4 WSET, aka Diploma, dieci anni dopo aver conseguito il Level3, è nata quasi per caso a maggio 2023, con la mia solita attitudine a mettermi un po’ in difficoltà, a cercare di sublimare nello studio matto e disperatissimo un periodo lavorativo in Ruffino non idilliaco, con l quale, infatti, avrei interrotto la collaborazione di lì a un anno, dopo 18 anni tondi.

    Eppure, è grazie a Ruffino che per i primi esami ho avuto sostegno economico per la retta e le trasferte londinesi, nonchè la possibilità di ritagliare del tempo al lavoro (e alla famiglia) per studiare. Uno studio che fin da subito avevo sottostimato. Il percorso del Diploma è gigantesco, e non so se lo raccomanderei a qualcuno. Senz’altro se ne ricavano emozioni e soddisfazioni altrettanto enormi, ma la dedizione richiesta è maniacale e costante. Aggiungi che l’inglese va saputo e scritto (visto che gli esami sono tutti scritti, non digitati a computer) meglio dell’italiano.

    Comunque il primo esame, il D1, l’ho sostenuto ad agosto 2023: un imponente prova scritta di agronomia ed enologia. Mi ci sono approcciato inizialmente un po’ naive, e nella simulazione di esame ho ricevuto, lo ricordo ancora come una pugnalata, una sonora bocciatura che mi ha imposto, a circa 50 giorni dal vero esame, ritmi di studio forsennati – tanti risvegli all’alba, la pratica del club delle 5 del mattino, in mezzo a una estate che avrei potuto godermi diversamente. A ogni modo ho ricordi comunque dolcissimi: mi sono armato di pazienza, ho chiesto tanto all’enologo e all’agronoma di Ruffino, mi sono iscritto a un corso con un formatore esterno, Wine with Jimmy, ho “stressato” mia moglie ripetendole concetti letteramente in ogni angolo della nostra relazione e il 14 agosto sono volato a Londra col mio compagno di studi, e ai tempi collega, Vittorio. Ricordo ancora l’aeroporto di Bologna affollato per l’esodo di ferragosto. Io, Vitto e un piatto di tortellini in attesa del volo. La notte prima dell’esame in un delizioso ristorante thai a Brick Lane e l’indomani, l’esame. La sensazione di averlo fatto bene, soprattutto l’ultima domanda. E di rientro dopo l’esame, passeggiata leggero, di quando uno sente di averlo fatto bene e si gode le bellezze di Londra: ricordo una giornata di mezz’agosto azzurra e fresca. Fintanto che Vitto, serafico, esclama: ma lo hai messo il codice di matricola in ogni pagina e nella cover? E io: dovevamo metterlo? Lui, col suo aplomb atarassico: temo di si, c’era scritto nelle istruzioni che ci hanno consegnato, e comunque lo hanno annunciato anche con l’altoparlante. Ecco, tutta la leggerezza del post esame è naufragata in un pesante senso di inquietudine, che mi ha portato a sudare freddo e a scrivere, immediatamente nel Gatwick express verso l’aeroporto, una mail al WSET. Gentilmente, mi hanno confermato che avrei dovuto farlo e si sono comunque industriati di recuperare gli esami, ancora non spediti per la correzione, e di aggiungere il mio codice. E alla fine, dopo 14 settimane: D1 PASS WITH MERIT!

    Eh si, devo molto a Vittorio, i suoi metodi da giurista, rilassati, volti al punteggio, molto efficaci, che gli ho visto applicare alle dinamiche di studio, metodi che brillavano rispetto alle mie rapsodie creative anche quando c’era semplicemente da acquisire dati e concetti: con lui ho preparato il D1, il D2, il D4 e il D5 ed è stato una figura totemica della mia prima parte di studi. Veniva qua nel BAR(N), spesso in motorino, e passavamo serate e pomeriggi ad assaggiare e a risentirci concetti.

    Il D2, wine business, l’ho cominciato a studiare subito dopo. Vacanza con la family in Portogallo, in una bellissima villa a Mistra, vicino a Lisbona. Il business, per me che lavoravo da quasi 20 anni nel vino, mi sembrava l’esame più semplice, e in effetti è quello con la pass rate più alta. Da metà agosto ai primi di ottobre ritmi di studio piuttosto rilassati, non bassi ma comunque più gestibili. Nel mezzo (per ogni esame ci sono 14 settimane di correzione) la notizia del risultato del D1: Pass with merit, che mi ha credo dato una certa tracotanza, quella che i greci chiamano hubris. Anche durante l’esame la tensione era infinitamente più bassa rispetto al D1: e come spesso ci insegna la vita, e ancora di più il WSET, mai abbassare la guardia. Infatti, malgrado domande di cui sentito molto forte, una sulla sociologia dei consumi, l’altra sul Systembolaget, e una autovalutazione veramente ottimista (e questa volta mi ero anche ricordato del codice di matricola), dopo le fatidiche 14 settimane, ecco il risultato: FAIL.

    Crolla il mio proverbiale “non sono mai stato bocciato in vita mia”, vero sempre, tranne per quel maledetto D2. Siamo ormai a gennaio 2024. Il corso accademico prevede la preparazione anche per il D4, dedicato ai vini spumanti, e il D5, dedicato ai vini fortificati. Due esami apparentemente piccoli, ma che introducono un’altra variabile, quella della prova di tasting secondo gli schemi analitici e molto rigidi del SAT, il systematic approach to tasting sviluppato da WSET. Bollicine e fortificati non sono mai stati al centro del mio lavoro, ho sempre lavorato in aziende e aree rossiste, con qualche bianco in carta, o dolci naturali come il Vin Santo. Le tecniche produttive delle bollicine e dei forticati sono piuttosto complesse, mentre l’assaggio prevede anche l’analisi di vini che in Europa non mettono piede, come lo Sparkling Shiraz e il Muscat di Rutherglen. Mi doto di alcuni strumenti fondamentali, come il Coravin e il Nez du Vin, il primo per poter siringare un campione di vino dalle bottiglie senza aprirle, dandomi modo di riassaggiarle, il secondo un campionario di aromi essenziali che mi aiutano a farmi il naso, a distinguere quanti più profumi possibili e ad associarli a vini, uve e stili. E cominciano le mie ossessive sessioni di studio e assaggio, quest’ultimo fortunatamente potenziato “live” nelle varie nazioni in cui mi trovavo a viaggiare per lavoro, soprattutto Canada, US, Germania (quanti favolosi Sekt da Riesling), Francia (Champagne, Cremant, ma anche Banyuls e VDN), la nostra Italia, Prosecco e non solo, la Spagna dello Sherry, il Portogallo del Madeira e del Porto, e soprattutto Londra, la Londra di luoghi fantasmagorici del bere come il 67 Pall Mall e Berry Bros & Rudd, il più antico wine merchant del mondo.

    Soprattutto, il mio orgoglio ferito mi impone – riecco un classico del mio carattere che riaffiora: l’autopunirmi se sbaglio qualcosa, una sorta di autoflagellazione post-litteram -: il volere dare 3 esami tutti e tre nello stesso giorno, facendo concomitare, il 12 giugno 2024, la scrittura e gli assaggi del D2, D4 e D5.

    Immaginate lo stato d’animo in quei mesi, diviso fra il lavoro, che si stava ulteriormente complicando e che mi recava nervosismi e insoddisfazioni crescenti, e la voglia di rimediare alla mia bocciatura autoimponendomi una giornata patibolare. Oltre agli strumenti succitati sopra, ho la fortuna di conoscere una educatrice, Joanna dal Portogallo, con la quale inizio l’abitudine di ripassar ei contenuti dei vari esami in sessioni di 3 ore tutte le domeniche sere. E quando dico tutte, dico tutti, dalle 19 alle 22, quindi mutilando anche un momento condiviso in famiglia, la cena. Joanna sarà una delle figure più importanti di questo percorso, e a cui sono più grato. Mi ha dato anche modo di conoscere molte altre persone e di strutturare i miei studi con maggior metodo, attraverso anche software di organizzazione come Notion.

    Il 12 giugno 2024 è una agonia. Mi registro a tutti e tre gli esami e la signora alla reception mi diceva che non avevo senso quel che stavo facendo. Ma libero di farlo…La mattina il D2, poi dopo pranzo, trascorso in piedi a un benzinaio con zuccherini e barrette energetiche, il D4, prima le domande, poi l’assaggio dei 6 vini bendati, infine il D5, prima le domande, poi l’assaggio di altri 6 vini bendati. 12 lapis appuntiti per non perdere tempo ad affilarli e una giornata completamente volata via, con crampi alle mani, piccoli giramenti di testa, ma finita. E anche qui, il momento brivido, vissuto nel bagno di nuovo col sagace Vitto come protagonista, mentre parlavamo del tasting del D4: “Che merde, hanno messo alcune domande anche nell’altro foglio – lo hai visto vero?” Eh no, non l’ho visto, e avevo consegnato le risposte del tasting senza un paio di domande che avrebbero portato punti. Un giramento di palle sesquipedale che mi ha fatto affrontare l’ultimo esame fra lo scoraggiato e il nichilismo. Alla fine, mi sono trovato a uscire dalla prova di esame da delle scalinate tutto appoggiato su una balaustra: sembravo Ronaldo dopo il mondiale del 1998. Vitto pronto a immortalare quel momento in una foto che intendo ingigantire come ricordo di uno dei giorni più folli della mia vita. Lo ricordo con enorme piacere, adesso: lì ho conosciuto un altro pazzo che ha tentato tutti e tre gli esami come me. Dopo cena, abbiamo fatto serata a Londra, riconnettendoci con gli amici del Consorzio Chianti Classico che avevano un evento nella city, e finendo dal vino alla birra. 12 giugno 2024. Una giornata davvero memorabile? E come è andata a finire? passato a tutti e 3! Una gioia monumentale! Tre email arrivate nell’arco di 8 ore a fine settembre. Un rosicato pass al D2, un pass con merit al D5, l’ultimo che avevo dato, quasi da scoglionato, in cui emerge un distinction al tasting (nel D4 e D5, a differenza che il D3 i voti fra theory e tasting sono mediati), e – miracolo – un pass anche al D4, malgrado la mezza pagina di domande non viste.

    In quei giorni, fine settembre 2024, intravedo la discesa: manca soltanto il terribile D3 e la tesi! Entusiasmo alle stelle e motivazioni a mille. Mi sentivo davvero in procinto di spaccare il mondo. E ancora una volta, il saliscendi, l’ascensore. Le difficoltà del lavoro diventano insormontabili e a ottobre 2024 mi accordo per la conclusione della mia relazione professionale con Ruffino entro marzo 2025, dopo 18 anni di lavoro, e in un momento in cui Ruffino, quella che ritenevo l’azienda della mia vita, che mi aveva fatto crescere, poi dirigente, accolto e abbracciato tutti i miei progetti e idee, si era involuta in un percorso lontanissimo da me.

    Purtroppo, ho dovuto riorganizzare le priorità e accantonare il progetto di studiare e sostenere il D3, un esame di portata biblica, a maggio 2025. Un periodo, quello che va da novembre 2024 a giugno 2025 molto particolare, che adesso definisco uno dei più belli della mia vita, ma che ho vissuto in una totale trance agonistica, ma che mi ha portato davvero a delle novità cardinali della mia vita e della mia famiglia: non è questo il post dove raccontarle, lo ho già fatto dettagliamente più volte, ma in pochi mesi mi configuro come temporary manager, assumendo il ruolo di direttore del Consorzio Chianti Rufina, faccio emergere la mia consulenza nell’area dei profumi con Acqua degli Dei, concludo, concludiamo meglio dire con mia moglie la ristrutturazione e l’affitto turistico de Il Fienile di Bisarno, decido di creare una essenza, un profumo che racconti la campagna toscana e sia legato a Bisarno, e nasce Respiro eau de parfum e home parfum, creo il mio studio di consulenza, nel seminterrato del fienile, chiamandolo BAR(N), un progetto di recupero architettonico delizioso, e soprattutto mi metto a scrivere quello che negli ultimi 10 anni era la cosa più entusiasmante che stavo facendo come direttore comunicazione di Ruffino: raccontare la storia e la civiltà del vino. Porto a termine il progetto di una vita, il saggio “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza”. In parallelo, docenze per scuole, collaborazioni con vari enti, una trasferta ad Hainan, nel sud della Cina, per capire eventuali opportunità. Beh, un periodo in cui non mi sono annoiato e che ancora adesso caratterizza il mio abbecedario professionale.

    Appena ritrovata una minima vita routinaria – lo devo al mio orgoglio, alle fatiche passate, al fatto che io per definizione debba finire tutte le cose che inizio – riprendo in mano il Diploma.

    Da un punto di vista temporale non è passato tanto, diciamo una interruzione di 6 mesi, ma da punto di vista logistico, informatico, organizzativo, più di una vita: non ho più il supporto di Ruffino, non ho solo un lavoro a cui affiancare lo studio, ma una serie di consulenze che si affiancano a una principale, più due prodotti da gestire, il profumo e il B&B, infine e soprattutto è entrata prepotentemente nelle nostre vite l’AI, l’intelligenza artificiale. Andiamo con ordine e ricostruiamo l’anno che mi ha portato al fatico 13-14 maggio 2026, quando ho sostenuto il D3.

    Quando a giugno del 2025, finito il riassestamento della mia vita, ho ripreso in mano i testi per riportare al centro delle mie giornate anche il Diploma, ho subito un forte shock: di lingua, di concentrazione, di voglia. Per mia natura, non mollo mai, soprattutto dopo aver già sostenuto 4 esami, ma davvero ho dovuto cercare degli appigli. Da un lato ho trovato appigli nei tutor, ancora una volta Joanna, ma anche e soprattutto Anna McHale di Diplomatherapy e la sua community. Dall’altro ho ricominciato a viaggiare per territori del vino, rinnamorandomi profondamente del vino con le stesse leve di venti anni fa. E qui non posso non ricordare con grande affetto le giornate a Bordeaux, in Cote du Rhone, nel Beaujolais con mia moglie, ma anche tutta la Toscana, il Piemonte, la Campania, ampissime zone della Spagna e quasi tutto il Portogallo con amici volenterosi ed entusiasti, Londra, Berlino, Parigi con le loro infinite possibilità di assaggio.

    Ultimo ma non ultimo, la mia dannata dedizione, aiutata da degli strumenti di lavoro davvero rivoluzionari – software con integrata l’intelligenza artificiale – coi quali mi sono testato, confrontato con enorme pazienza, ho generato podcast più veri di quelli veri.

    E così, prova di domanda di esame scritta dopo prova di domanda di esame scritta, centinaia di pagine riempite a lapis, assaggio dopo assaggio dopo assaggio, test cards per tenere allenata la memoria, letture della buonanotte sul vino nei principali siti del mondo, nottate trascorrere a studiare, albe a ripassare e scrivere, insomma dopo una tentacolare e maniacale preparazione (ho anche un file excel da serial killer che lega al famoso SQP stile qualità prezzo tutti i fattori di tutti i territori vinicoli del mondo), sono arrivato, stremato, ai due giorni di esame, scortato dalla Laura, e dei quali ho già scritto.

    Tutto questo è valso la pena? Non lo so, ma intanto la soddisfazione di aver visto quei due pass è stata immensa.

  • Il D3 scortato

    Il D3 scortato

    E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!

    Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.

    Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.

    La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.

    Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.

    La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.

    Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.

    La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.

    Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.

  • A zonzo per la Francia con la moglie

    A zonzo per la Francia con la moglie

    Una fine gennaio scoppiettante. Per la prima volta direi da 15 anni – Matilde ha 14 anni e quest’anno ne compie 15 – io e mia moglie abbiamo fatto un viaggio (per me di studio, per lei di vacanza – supporto) in Francia del Sud.

    Avevamo l’irripetibile occasione di un invito a Bordeaux, l’elegantissima città francese che ha avuto il suo sviluppo a partire dal Settecento, negli anni delle bonifiche del Medoc da parte degli Olandesi che la hanno consacrata terra di straordinari vini, rossi certo ma anche bianchi e botritizzati, grazie anche al suo efficentissimo porto affacciato sull’Atlantico.

    Abbiamo deciso di prendere l’auto, malgrado un comodo volo Volotea Firenze – Bordeaux, per goderci il viaggio, e, in itinere, una consuetudine che ci portiamo da sempre nei nostri tour, abbiamo organizzato delle soste. Nello specifico finalizzate ai miei studi per il Diploma, ma posti anche deliziosamente affascinanti. Prima tappa a Vinsobres, propaggini settentrionali del Rodano del Sud. Terre di borghi pittoreschi, ritmi blandi, prigionie papali (Avignone non è lontana, così come gli Chateauneuf du Pape), signore con la baguette tenute come sporta, formaggi, e vini appunto vellutati e setosi, dominati dalla trilogia Grenache, Syrah, Mourvedre. La prima sera i ristoranti erano chiusi e, dopo la visita al Domaine Jaume, ci siamo trovati a comprarci una cena fra formaggi, tapenade, pate, terrine, all’interno di questa tres joly maison a pietra e persiane azzurre, in perfetto stile Francia del Sud. L’indomani, prima di tagliare la nazione da est a ovest, abbiamo compiuto una visita a un paese che già avevamo conosciuto, e amato non solo per i suoi vini, con solo la Matilde nata: Chateauneuf du Pape, il vino dal nuovo castello del papa, tenuto in dorata prigionia nella vicina magnifica Avignone. Dopo una rilassante passeggiata attorno al paese, e gli inevitabili acquisti d’uopo per gli studi, abbiamo ripreso la macchina e viaggiato per altre 6 ore.

    Doppo una lunga giornata di guida, siamo arrivati nella spettacolare Bordeaux, meravigliosa cittadina fra l’Atlantico, il fiume Gironde che prima di diventare tale per buttarsi nell’Oceano vive dell’incontro fra la Garonne, verso ovest, e la Dordogne, verso est. Alla sinistra della Garonne, si apre la famosa “Riva sinistra”, il Medoc e le Graves, con suoli sassosi, dominata dai potenti Cabernet Sauvignon, dai potenti Sauvignon Blanc e dagli zafferanosi Sauternes e Barsac, da uve affette da muffa nobile, con paesi iconici per l’amante del vino come Pauillac e Margaux. Nel mezzo l’Entre deux Mers, fertili terre di semplici Sauvignon. A destra, luoghi di piccole proprietà e di paesi deliziosi come Saint Emilion e Pomerol, da suoli argillosi, ideali per il morbido Merlot e per il raffinato Cabernet Franc. Insomma, una goduria per l’appassionato di vino. Ma la cosa più bella è stata l’incontro coi nostri amici che vivono in una signorile, anzi, fiabesca proprietà nel cuore di Bordeaux e ci hanno aperto il loro maniero con affetto, dolcezza, presenza e coi quali abbiamo vissuto 3 giorni spettacolari, fra mangiate, visite culturali, fra cui la Citè du Vin a Bordeaux, cene in casa o in squisiti bistrot, e ovviamente le visite ai territori succitati. Tre giorni volati via, ingentiliti anche dalla vittoria della squinternata Fiorentina di quest’anno in trasferta a Bologna.

    Un week end volato via, e che malinconia il lunedi mattina a ripartire con, però, una ultima tappa nel Beaujolais. Abbiamo di nuovo riattraversato la Francia, questa volta da sud ovest a est, fino alle propaggini meridionali della Borgogna. La Borgogna, celeberrima regione vinicola della Francia dell’est, come noto si divide in 5 grandi aree. Lo Chablis, a nord, vicino allo Champagne, coi quali condivide gli stessi suoli calcarei e la presenza di Chardonnay acidi e limonosi, senza legno. La Cote d’Or, la culla del Pinot Noir, che si divide in Cote de Nuits, da Marsannay (dove si fanno anche i rosati, unicum in tutta la Borgogna) appena sotto Dijon fino a Nuits-Saint Georges, da cui prende il nome la zona (dopo il trattino i paesi si sono impossessati del loro cru più celebre), e la Cote de Beaune, qui anche con burrosi e sofisticati Chardonnay, che si estende da Aloxe Corton fino a Santenay. Lo Chalonnaise, terra di Pinot Noir più strutturati, per il clima un po’ più caldo e le terre più grasse, con il villaggio Bougeron che produce bianchi da Aligotè. Infine, il Maconnais, con Macon altro nostro villaggio del cuore, da una memorabile trasferta nel 2003 da neofidanzati, che si trova proprio vicino all’ultima zona della Borgogna, meta della nostra ultima tappa: il Beaujolais, il particolar modo il paese Fleurie. Il Beaujolais è illustre per il Gamay Noir, l’uva coltivata qui, e per il loro novello, vino fatto a novembre con la macerazione carbonica. In realtà, i villaggi cru, in terreni granitici, offrono un playground eccezionali per Beaujolais croccanti, profumati, speziati. Il mio preferito è Fleurie, ma ben conosciuti, e tutti squisitamente deliziosi, anche i vini di Molin a Vent, Brouilly, Morgon, Chirobles. Noi eravamo nel piccolo ma confortevole appartamento del Domaine de Robert, piccolo e premiato produttore, di cui abbiamo ovviamente assaggiato i vini e approfittato di un azzeccatissimo consiglio gastronomico che ci ha condotto a un gran finale, vicino a un camino, a deliziarci di un fiero e lauto pasto di fine vacanza studio!

  • L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    L’amor fati al tempo delle mandorle mature.

    In questa lenta transizione, anche mentale, fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, sto cercando di mettere a fuoco l’anno che verrà: eh si, ho ancora il retaggio scolastico e per me i veri inizi, i veri propositi, gli auto convincimenti, partono a settembre piuttosto che a gennaio. E quindi, da quando siamo rientrati da Amsterdam il 12 agosto, ho cominciato a pensarmi a settembre, e ora che settembre è più che arrivato, sento un filo di irrequietudine tipico dei momenti di partenza un po’ troppo cerimoniosi, come i cavalli del palio di Siena che scalpitano ore prima dello sparo di inizio. 

    Intanto, questo mese a casa mi ha permesso di dedicare cura e amore al giardino, all’orto, a piccoli abbellimenti anche interni e come sempre Bisarno ha restituito con gli interessi le attenzione ricevute: stiamo finalizzando l’impianto elettrico esterno, potenziando l’irrigazione automatica dal pozzo, riverniciando alcuni oggetti esterni, curando alcune piante malate – su tutte il fico Turca -, iniziando alcune potature, e nel frattempo abbiamo raccolto il basilico e fatto e congelato il nostro pesto, raccolto i pomodori (anche quelli dei nostri vicini) e conservati anche quelli. Le pere, tantissime. Le more: che marmellate! E ieri le mandorle, scosse dall’albero, poi demallate, e infine messe a seccare. I peperoncini a breve, così come le giuggiole, tantissime come sempre, con temperature progressivamente meno torride, meno umide. 

    Insomma, ci ho messo tanto sudore ma che soddisfazione. 

    Il grande obiettivo per l’estate 2025 è concludere il fienile. A breve mio cugino finirà gli esterni – la scala di salita al fienile è bellissima, così come la nuova pergola di color ottanio! – e a quel punto potrà iniziare i lavori interni. 

    Poi, la gestione del Diploma e la preparazione per il D3, che vorrei fare nel BAR(N). La soddisfazione dei 3 esami passati mi deve dare le energie per affrontare l’esame più complesso, a fine maggio 2024.

    Non ultimo, nel 2024 sono vent’anni che lavoro nel vino, e vorrei che con gli ultimi mesi di quest’anno riuscissi a mettere a terra le mille idee dietro La Molecola della Civiltà.  

    Tutto questo avvassalato al mio lavoro in Ruffino: il 2025 sarà un anno delicato, ma anche di sfide davvero elettrizzanti che sono felice di giocare. 

    Nietzsche lo chiamava amor fati. Essere innamorati del proprio destino, anche delle sue complessità. 

  • TRIPLETTA!

    TRIPLETTA!

    Tripletta. Sembra incredibile ma ce l’ho fatta! Evvai: sono passato a tutti e tre gli esami del Diploma WSET! In quella che era stata una giornata campale, l’indimenticabile 12 giugno 2024, sono riuscito a concludere in positivo, malgrado i crampi alle mani, malgrado non aver visto una domanda, malgrado non aver avuto una eccellente exam technique, e malgrado aver comunque fallito la parte di teoria di uno degli esami, riscattata da un tasting da distinction (ho perfettamente centrato tutti e 3 i vini presentati alla cieca), sono riuscito a conseguire un pass per il D2, un pass per il D4 e un pass with merit per il D5! E sono anche con due pass with merit su 4 esami!

    Sono riuscito a lavare parzialmente via la sensazione di essermi pentito di aver dato 3 esami in un giorno, che mi aveva costretto a una necessaria disperatissima preparazione nei mesi precedenti il 12 giugno, scelta che era stata mia e che rifletteva una voglia di autopunirmi per il mio primo fail al D2 dell’ottobre 2023. Aver voluto giocare questa sfida, essermi testato in uno scenario complessissimo, e aver avuto ragione alla fine mi ha regalato una soddisfazione grandissima nelle 24 ore in cui sono state inviate, l’una a distanza di ore dall’altra, e io che continuamente aggiornavo outlook, le email con le congratulazioni per il successo: prima il D2 (che era quello di cui dubitavo di più), poi il D4, quello in cui mi ero dimenticato di rispondere a una domanda, e infine quello di cui ero più tranquillo, il D5, che infatti mi ha portato anche al pass with merit. Tuttavia, sono stati mesi molto duri, complicati, anche di tensioni che poi ho sfogato in famiglia, che mi hanno fatto fare delle rinunce, che si sono sovrapposti a trasferte di lavoro, a impegni di lavoro, a mille altre cose.

    E, quindi, dopo l’essermi dato questa virtuale pacca sulla spalla e di aver vezzeggiato il mio ego, devo capire come affrontare quello che è l’esame più probante di tutto il Diploma: il famigerato D3, incentrato sui vini di tutto il mondo, che si compone di due esami separati e il cui corso inizia a ottobre e il primo appello è a giugno 2025. Ad maiora.

  • 12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    12 giugno 2024 – 3 esami in un giorno.

    Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.

    Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.

    Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.

    Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.

  • Un mese.

    Un mese.

    Sono tornato dalla mia trasferta di lavoro canadese: Montreal, Toronto, Ottawa e poi di nuovo Toronto: 8 voli complessivi, decine di migliaia di chilometri fatti cene, incontri, degustazioni, parole, visite. Il bilancio è più che positivo: tanto lavoro, bel clima (non meteorologico) in un mercato ottimista come quelli del Quebec e dell’Ontario, nuove persone conosciute e, non ultimo bei posti visti, come la capitale del Canada, Ottawa, dove non ero ancora mai stato. Peccato per la tosse che mi ha reso davvero difficile lavorare, interagire, parlare in pubblico, ma tant’è. Ora sono in una Bisarno finalmente calda, soleggiata, dove poter asciugarmi i bronchi e guarire (sono quasi 45 giorni che ho la tosse e sono provato da farmaci e stanchezza), dedicarmi alla casa, all’orto e al giardino, ai lavori di muratura attorno al fienile che da lunedi riprenderanno e, soprattutto, provare a prepararmi al meglio per i tre esami che mi attendono il 12 giugno, un mese esatto da oggi.

    Questa volta voglio imparare anche a gestirmi al meglio, a essere maturo e adulto (essendo ormai quasi vecchio peraltro, alle porte dei 47 anni). Come se fosse un obiettivo di crescita umana e professionale, un elemento formativo altrettanto importante da assimilare. Eh si, gestione delle attività di lavoro con Ruffino che restano ovviamente prioritarie e dominanti. Gestione della vita familiare, altrettanto fondamentale. E non ultimo, gestione dei miei hobby, dal giardinaggio all’ortismo, ma anche della scrittura e della creatività correlati al progetto de La Molecola della Civiltà, che non possono essere accantonati o fatti sparire. Non ultimo, provare a fare anche delle attività fisiche, un po’ di yoga, un po’ di camminate, sempre nell’obiettivo di rimettere in forma testa e fisico. Perchè quello di cui ho bisogno, attraverso questi ultimi aspetti, è quanta più possibile serenità mentale rispetto alle tante cose da fare. E se le giornate fossero solo lavoro e studio, studio e lavoro, rischierei davvero di farmi del male, di essere nervoso, di incupirmi e perdere cose perchè miope nella mia corsa matta e disperatissima verso i doveri.

    Quindi, da domani, domenica 12 maggio: ruotine serrate di risvegli all’alba per yoga e studi anticipati. Impegni di lavoro fatti al massimo, anche di più. L’ orto e il giardinaggio dove poter sporcarmi le mani di terra, sentire i profumi, scaricare le tensioni e nutrirmi di bellezza. Godere – un po’ da umarell, lo so – dei progressi costruttivi di Bisarno: a prossima settimana con mio cugino dovremo finire il lastricato attorno al fienile, un pezzo di bellezza restituita. Non trascurare, anzi, provare a nutrire, a pensare creativamente, anche in bagno, sotto la doccia, mentre pianto i pomodori, a nuove idee, nuovi spunti, per continuare a sviluppare le mie attività creative attorno al mio alias de La Molecola della Civiltà. Portare tanto quality time con la famiglia (come lo chiamano gli americani).

    Tutto questo per arrivare senza rimpianti e al massimo delle mie capacità il 12 giugno, poi andrà come andrà, ma l’importante è costruire un modello di cui possa essere orgoglioso e che possa poi servirmi nei tanti momenti di stress e sovrapposizione di impegni e situazioni complesse che la vità darà. Perchè situazioni come queste, ingolfato negli impegni e nelle difficoltà, sono occasioni di crescita. Sono il semino che sta lottando per uscire dal terreno. Oggi sembra tutto così pastoso e difficile ma in realtà si sta solo preparando l’arrivo di profumatissimi fiori e poi di gustosi frutti.

    In bocca al lupo a me.

  • Il club delle 5 del mattino.

    Il club delle 5 del mattino.

    Consigliatomi da un amico, mi sono imbattuto in un libro con questo titolo scritto da Robin Sharma qualche anno fa. In sè, l’opera è piuttosto deludente: due figure diverse, un artista e una manager, si ritrovano al cospetto di un miliardario illuminato che guida loro in un percorso di crescita e autoformazione umana e professionale, di cui il perno focale è svegliarsi ogni mattino alle 5 per trovare tempo per se stessi. Questo assunto, su cui l’esile trama ruota attorno e apparentemente banale, suscita però delle suadenti attrattive nei miei confronti. Del resto, ho sempre la sensazione di averne troppe da fare, di non riuscire a gestirmi nelle priorità, ad avere emozioni contrastanti su molti aspetti, a sentirmi non di rado un po’ triste e divorato dai pensieri negativi, e così ricavare lucido e indiviso tempo per me stesso, per centrarmi, per prendermi cura, potrebbe aiutarmi almeno un po’.

    E così, da circa 10 giorni, ho iniziato la routine dei risvegli all’alba. Non alle 5, non ci sono ancora vicino a quell’orario, ma un po’ prima delle 6, e comunque un bel pezzo prima di quando la routine familiare inizia, con la sveglia collettiva delle 6 e 45. A quell’ora, io ho riempito la mattinata di alcuni rituali che stanno cominciando a titillarmi l’animo, a massaggiarmelo. Ancora niente di rivoluzionario o miracolosamente terapeutico, ma al netto della grande fatica dello svegliarsi nel cuore del sonno più profondo e dell’aprire gli occhi al buio ancora della notte, ne sento già i piacevoli effetti sull’umore.

    Quando mi alzo, è tutto buio. Ogni gesto che compio viene amplificato dal silenzio assoluto e cerco di muovermi felpato per non svegliare nessuno. Esco dal letto nel buio della camera e, nello scendere giù, vengo scortato dai due gatti che mi attraversano anche le gambe, mi fanno le fusa e sembrano fra il perplesso e il felice per questa intrusione in un regno (quello della casa di notte) che è stato solo loro da sempre. La casa pare quasi spettrale nella notte invernale. Accendere le luci crea dei contrasti quasi rumorosi, non solo visivi. Primo incontro con la giornata, mentre i gatti mi camminano in modalità stregatto sopra le mensole e lungo il piano cottura, è il rituale del caffè filtro. Nuova passione: i caffè speciali. Non l’Espresso, non la moka, ma la tazza profumata e fumante del caffè filtrato. Ho delle macine speciali di alcuni cultivar di caffè molto aromatici, dalla cioccolata bianca alla mela al cookie, che prendo a Ditta Artigianale, e una pressa francese di ottone e acciaio spazzolato nero. Faccio bollire l’acqua nel bollitore rosso fiammante Plissè di Alessi, metto un cucchiaio di caffè macinato nella pressa francese, ci verso sopra l’acqua bollente e giro per un minuto circa col cucchiaio: in quel momento il rumore del cucchiaio che sbatte nelle pareti interne della pressa e i profumi di caffè che si confondono nell’aria buia del mattino ancora nottambulo sono una pozione magica per il mio animo. Aspetto due minuti che il caffè mescolato decanti e che lasci in sospensione cadente le parti non sciolte, poi con lo stantuffo della pressa premo verso il basso e, dall’augello della pressa, verso il caffè che non è nero, ma di un illuminante colore ambrato, nella mia tazza ricordo del Gallo Nero. Il caffè scotta, e tengo le mani avvolte nella tazza, facendomi scaldare l’anima, il cuore e le mani di profumi avvolgenti, mentre fuori è tutto tacito e oscuro, coi gatti che mi girano sempre più attorno in fiduciosa attesa di essere nutriti.

    Secondo rituale del risveglio anticipato è un po’ di yoga. Ho apprestato la stanza torre con un tappettino e ho scaricato una applicazione sviluppata davvero bene, Down Dog, grazie alla quale ho ritrovato il piacere dello yoga dopo tanti anni. Sono davvero legato e disallenato, non che sia mai stato una molla, ma nei primi giorni mi tremavano tutti gli arti quando facevo gli esercizi, anche quelli pensati per persone anziane e che non hanno mai praticato yoga, e questo mi aveva demoralizzato. Comunque: in 10 giorni ho notato dei seppur piccoli miglioramenti: faccio pratiche ripeto molto gentili, poco invasive, ma posso adesso portare un po’ più minuti nella sessione e alzare lievemente il livello. E anche l’autostima ne ha risentito in meglio. Ho sempre questa coazione a migliorarmi con un po’ di fretta eccessiva e questo rituale mi fa da esempio anche per gli altri ambiti: ok volersi migliorare ma passo dopo passo. Sono il tempo, l’abnegazione, la costanza la strada vincente. Comunque, anche questo secondo rituale di 20 minuti al mattino mi fa star bene. Dopo il caffè, un po’ di stiramenti, di posizione tenuti, nella torre della casa, fra i vecchi legni, la capriata della torre a vista, la cipresseta di Nipozzano che mi guarda ancora tenebrosa, sono un secondo momento per me molto prezioso.

    Infine, visto che il tempo del mattino con questo risveglio, anticipato ma non anticipatissimo, non è tanto, ho il terzo momento per me, il terzo rituale, che è quello dello studio e della organizzazione della giornata per task da compiere a lavoro, per me, per la famiglia, per la casa. Lo studio è quello che mi prende di più testa: il Diploma è una bestia presente, talvolta con aspetti angelicati, altri con artigli da demone, che vuole tempo, attenzioni, impegno, cura, dedizione e nel tipo di vita che conduco, che conduciamo, l’unico modo per affrontarlo al meglio è trovare nuovo tempo al mattino.

    Finito lo studio, e nel mentre in cui faccio la lista dei to-do della giornata, il cielo da nero si fa bluastro. La sveglia è già suonata al piano di sotto e la famiglia, tranne la più piccola che dorme una mezz’ora in più, si sta alzando. Provo piacere a sentire i loro rumori e far si che i miei si confondano coi loro, si sublimino nei loro, e anche questo è un risultato perchè le mattine possono essere belle tutti insieme, mentre prima ero troppo stordito e nervoso e preso dalle cose da fare e dalla fretta di prepararmi per godermi quella presenza collettiva, per immergermi nella famiglia e nella luce biancastra del mattino, dopo che per circa un’ora e mezzo sono stato da solo con me stesso al buio della casa.

  • La prospettiva dell’autunno

    La prospettiva dell’autunno

    22 ottobre. Alla fine, l’autunno è arrivato. Oggi è una domenica mattina nebbiosa, coi colori caldi e malinconici del periodo e le rose mangiucchiate e sfiorite, belle di una bellezza caduca e fragile. La Laura è stata in piscina e ora armeggia in cucina, le bambine si rilassano in camera leggendo e giocando a Minecraft. Io sono nel BAR(N), oggi davvero umido – fra qualche giorno ci sarà da accendere la stufa – nelle ultime ore di studio che precedono il D2, il secondo esame del Diploma WSET che avrò dopo domani. A breve inforneremo l’arrosto con le patate e il pranzo sarò sublimato da un dolcino preso stamani al bar, prima di andare al cimitero a trovare mio babbo con la mia mamma. I gatti gironzolano attorno sornioni, rilassati, pacificanti. Nel pomeriggio vorrei riunire tutti e quattro per un po’ di raccolte tutti insieme: le noci, anche se quest’anno sono poche e spesso bacate. Le olive, ancora meno ma anche se poche la mamma le metterà a essiccare sotto sale, arancia e peperoncino e diverranno una delizia. Qualche agrume a terra sbattuto dal vento dei giorni scorsi. Gli ultimi friggitelli. Qualche melograno. Ci sono delle consuetudini, dei rituali, delle piccole promesse reiterate che mi aiutano molto. Il sapore del ritorno affettuoso e rassicurante del gesto che si perpetra, non solo nei mesi, ma negli anni e anche fra generazioni, un solco invisibile percorso da chi non c’è più, o da un me di venti, trent’anni fa, quando magari ero io il bambino da portare fuori. Ci si aggrappa a tutto per sentirsi parte integrata di un tutto che sempre cambia, soprattutto la domenica mattina con la prospettiva dell’autunno davanti a noi.

  • DIPLOMA WSET. Più Socrate che Faust.

    DIPLOMA WSET. Più Socrate che Faust.

    Sono passati tre giorni dal mio D1 a Londra per il Diploma WSET. Non sono contento di me, per niente: ho subito la tensione (prima volta, devo ammettere) e non sono riuscito a far emergere completamente le cose che sapevo. E questo a posteriori è l’aspetto che mi fa più arrabbiare. Paradossalmente, penso di aver accumulato punti (spero che bastino!), sulle domande più complesse, rispetto a quelle che avrei dovuto portarmi a casa per costruire una buona fiducia psicologica funzionale a rispondere alle altre. Incrocio davvero le dita. Bocciare ci sta, ma quanto mi scoccerebbe.

    Sono stanco, poi. Le settimane che hanno preceduto l’esame mi hanno esautorato e ho avuto un rilascio di quasi due giorni, con nottate molto nervose, a ripensare cosa non ho scritto, ad arrovellarmi su dubbi (“non posso non averlo messo, o forse l’ho messo ma ora non me lo ricordo quel punto essenziale”) e a generare una certa insoddisfazione, che speravo di sublimare l’indomani dell’esame.

    E adesso inizia la parte su cui devo disciplinarmi molto meglio: la gestione mentale. Questo è solo il primo esame, uno dei più complessi ma senz’altro non il più difficile. Ci saranno da gestire due anni, almeno, e altri esami, altri libri da imparare a memoria, ragionamenti da costruire innestati su quelle conoscenze, centinaia di vini da gustare, anzi, da capire, ragionamenti da fare, adesioni a un sistema di apprendimento e verifiche inusuale per me, molto british, in un contesto altamente sfidante.

    Quindi, non mi sto pentendo. Anzi. Ammetto di non aver del tutto compreso la portata del diploma, e anche, ammetto, di aver sovrastimato le mie conoscenze pregresse. Ammetto infine che anche il mio livello di inglese, che ritengo buono, non sia ancora al livello sublime che richiede questo corso, in cui agli esami impongono una scrittura a mano senza abbreviazioni e senza ricorso a bullet point.

    Però, ho la nettissima sensazione di giocarmi la champions league del mio mondo e questo mi piace tantissimo. E non posso che ricavare, dalle mie sofferte confessioni, aree di miglioramento. Il mondo del vino è enorme e davvero il Diploma WSET mi permette di affrontarlo in tutte le sue sfaccettature, di cui l’assaggio è una delle parti, importante ma non fondamentale. Biologia, chimica, business, patologia della vite, supply chain, vini del mondo, sono alcune delle aree estremamente approfondite. Nel post precedente, scrivevo di altalenare fra il mitico personaggio di Faust (mi sentivo inebriato dalle conoscenze che stavo acquisendo e mi sentivo bene, onnipotente) e Socrate (l’umiltà di sapere di non sapere, che più si studia più ci si rende conto di quanto poco si possa acquisire rispetto allo scibile umano). Ecco, dopo il D1 ho le orecchie basse e una netta appartenenza, adesione direi quasi, all’anima socratica. Ho preso una bella bastonata! Infine, l’inglese. Se voglio arrivare in fondo, e si che lo voglio, devo ulteriormente evolvere questo aspetto. Da un lato se fosse stato in italiano, sono certo che avrei ricevuto all’esame quei 7/10 punti in più che mi avrebbero garantito una quieta promozione, ma sono molto più contento di essere sfidato in inglese e di avere così una occasione irripetibile per impararlo davvero bene.

    Del resto, io lavoro per una azienda vinicola di proprietà americana. Il vino lo racconto in inglese. Insomma, non posso che beneficiarne dal Diploma, non solo come persona, per il mio bagaglio culturale (quanto è bello studiare e imparare?) ma anche per il mio io professionale.

    Solo, devo gestirlo. Devo imparare a rendere gli studi del WSET routinari, senza farmici dominare altrimenti rischio di perdere la serenità mentale, gli equilibri in famiglia (già fragili perché il mio lavoro mi porta spesso all’estero e mi fagocita già tantissimo) e anche e non ultimo di perdere grip con il lavoro, a cui deve continuare ad andare la mia priorità negli impegni quotidiani e diurni. Ecco, questo è un quarto punto di miglioramento: la gestione delle tante attività in ponte.

    Il quinto è la sfida con me stesso, la voglia di migliorarmi, di crescere. Di essere ambizioso e di amare le partite complesse, quelle che danno adrenalina, quelle per cui si può anche perdere, ma per cui vale davvero la pena mettersi in gioco.

    Adesso un po’ di ferie. Si va in Portogallo per trovare serenità e bellezza con la famiglia. Porterò il libro del D2 e la parte del D3 dedicata al Portogallo e del D5 dedicata al Porto, ma le priorità saranno altre!