Tag: emozione

  • AIS Emilia

    AIS Emilia

    Due giorni dopo la elettrizzante presentazione alla Giunti Odeon, avevo in programma un evento ancora più grande e strutturato: una presentazione-degustazione presso la sede AIS di Emilia Romagna a Bologna dal titolo “Il libro nel calice”. L’opportunità è nata grazie a una intuizione di Stefano Malagoli, titolare di Fruitecom, con cui chissà che in futuro non si facciano delle cose ancora più approfondite – Stefano è una persona deliziosa e un professionista esemplare, con un gruppo di lavoro qualificatissimo, che ho avuto il piacere di frequentare ai tempi di Ruffino. Stefano, scrivevo, mi ha raccontato della qualità delle iniziative dell’associazione bolognese, fra cui la possibilità di presentare il libro in dinamiche legate anche alla degustazione. Mi ha così messo in contatto col presidente Luca Manfredi e col responsabile di Bologna Josè Todisco. In poche settimane, ho avuto il privilegio di far fiorire una serata davvero riuscita. L’idea di base era quella di individuare i principali momenti di sviluppo del vino, a partire dal Caucaso, e associargli una opera d’arte, o una poesia, esplicativa del periodo, e sopratttutto, e qui sta il virtuoso valore aggiunto, un vino che fosse associabile a quel determinato periodo, per appartenenza geografica (un vino calabrese per gli Enotri, campano per la Magna Grecia), stilistica (l’orange per il Caucaso, l’anfora per la Mesopotamia e il Libano) o temporale (il Sangiovese per gli Etruschi, il Pinot Nero per il Medioevo, il Nebbiolo per il Risorgimento). Ne è emersa una serata strepitosa, piena, entusiasta, a cui hanno partecipato anche i produttori, 5 su 8, e che mi ha dato modo di allargare conoscenze, contatti, idee, e che spero davvero possa diventare un format. La sersata è stata per me anche una occasione per passare del tempo di qualità con due amici distanti fra loro e vicini a me, Enrico e Alessandro, che hanno legato subito e che mi hanno accompagnato con entusiasmo e affetto in quella che è stata una delle serate più appaganti della mia vita.

  • La settimana più bella – Giunti Odeon

    La settimana più bella – Giunti Odeon

    La scorsa settimana ho vissuto una settimana davvero intensa ed emozionante. Il libro è stato presentato in due contesti splendidi, spettacolari, con tante, tantissime persone che mi hanno accolto con gioia, che hanno speso tempo e denaro per ascoltarmi, e per acquistare il libro. Esperienze davvero melliflue per il mio animo e che mi fanno sentire tanta adrenalina.

    La prima serata si è svolta mercoledì 11 alla Giunti Odeon di Firenze, il cinema-libreria di Piazza Strozzi, scenario squisitissimo per presentare La Molecola. La presentazione ha beneficiato di una nuova modalità, una presentazione con delle animazioni audiovisive sviluppate insieme a Gilberto Bertini. Le giornate prima dell’evento si sono dipanate fra fine-tuning della presentazione, qualche prova, peraltro svolta alla Fondazione Zeffirelli in San Firenze, fino a che, a pochi minuti dalla serata, sotto un diluvio universale (come se fosse noto a Giove Pluvio che il mio libro inizia con Noè e il diluvio universale), non è saltato, e mai più tornato, l’audio ufficiale. Per cercare di risolvere il problema, non abbiamo neanche fatto il cambio d’abito e siamo andati in scena con una soluzione amatoriale per il sonoro: un microfono appoggiato a un portatile e da lì agli speaker del cinema. Ma è stato pathos e adrenalina che ha portato a un momento davvero riuscito. C’erano le persone a cui tenevo di più. Persone che non conoscevo. Mi sono sentito per un giorno attore di teatro, e le parole venivano da sè, come se fossi entrato in una sorta di trance agonistica. Davvero molto bello. E davvero bravo a Gilberto che 4 mesi fa mi ha fatto questa proposta, e in questo periodo ho conosiuto una persona e un professionista splendidi, colto, appassionato di Battiato, con le stesse mie inquietudini, le stesse mie voglie. Sono convinto che ci saranno altre occasioni de “Il libro in scena” e che questa sia solo la prima di tante.

  • Il libro in scena alla Giunti Odeon in Piazza Strozzi

    Il libro in scena alla Giunti Odeon in Piazza Strozzi

    Mercoledi 11 marzo, ore 18.30, La Molecola della Civiltà andrà in scena alla libreria Giunti Odeon di Firenze! Un bel respiro, si. Sento già un po’ di tensione, ma sono davvero soddisfatto di questa opportunità, e grato ancora una volta al mio daemon, al mio alias filosofico, il Tuffatore. Arriveremo alla presentazione alla Giunti Odeon, uno splendido teatro ottocentesco in Piazza Strozzi, ora salotto buono degli ambienti letterari fiorentini, con una formula un po’ teatrale, grazie al supporto di Gilberto Bertini. Conosco Gilberto Bertini per lavoro da qualche anno – qualche battuta, un approccio il suo molto umanistico e artistico alle res vinicole, bella intesa, ma niente di particolarmente approfondito. A dicembre dello scorso anno era venuto, dietro mio invito, al Conventino alla prima fiorentina del libro e mi aveva proposto, a latere di una meravigliosa recensione (https://gilbertobertini.com/…/francesco-sorelli-e-la…/), figlia di un confronto molto alto e umano, di provare a impostare un progetto di presentazione del libro più interattivo e creativo, attraverso la sua direzione artistica.

    L’idea mi era piaciuta enormemente da subito. Anzi, forse il libro è dove acquisisce ancora più forza, fra la gente, in mezzo ai sapori, agli odori, ai sensi. La colonna sonora di tutto questo è Franco Battiato, che senza saperlo è sia per me che per Gilberto più che un mito musicale, quasi un riferimento religioso.

    Il destino ha voluto che proprio in quei giorni avessi calendarizzato un incontro per me molto prestigioso, in un ambiente che mi metteva, e mi mette ancora invero, ben tanta soggezione: la Giunti Odeon appunto.

    Quindi, in questi giorni stiamo lavorando alacremente alla presentazione. Ci saranno le mie parole, le opere d’arte ritratte nel libro, qualche poesia, le musiche del maestro e non solo, e soprattutto le sognanti elaborazioni artistiche audiovisive di Gilberto! PS. Il frontone del palco del teatro dove faremo la presentazione reca le seguenti parole “Chi vuol esser lieto sia, del diman non v’è certezza”. Vi aspettiamo! 

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    — presso Giunti Odeon.

  • “Un paese ci vuole”

    “Un paese ci vuole”

    «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Cesare Pavese.

    Si è svolta a Pontassieve venerdi scorso la prima del mio libro, presso le sale, piene, del Museo Geo. Non ho tante parole, se non di gratitudine perchè più che una presentazione è stata davvero un tuffo nel mio, nostro passato e un abbraccio collettivo. Non so dove andrò con “La Molecola della Civiltà”, ma è certo che mi abbia già regalato dei momenti davvero forti. E’ proprio vero: le parole e le storie uniscono e leniscono. Grazie di cuore ai colleghi presenti, passati e futuri, ai compagni di liceo, agli amici di una vita, alla famiglia che dal Casentino a Pontassieve a Rosano mi segue con fiducia. Una serata di emozioni, amore e nostalgia. E adesso, mercoledi prossimo, Firenze!

  • Finalmente, il libro!

    Finalmente, il libro!

    Sono oltremodo emozionato. “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza” è qui fra le mie mani, lo sfoglio e ne sento l’odore fra la cipria e la polvere delle tante pagine che lo compongono. Ci ho messo veramente tanto a scriverlo e non di rado mi sono sentito un po’ perso. E’ la conclusione di un percorso durato 10 anni e un atto di restituzione alla civiltà del vino, alla sua cultura popolare, alla sua mirabolante storia a cui devo, dobbiamo tanto, e che sento purtroppo sotto attacco. Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Pensate: il primo romanzo dell’umanità, L’Epopea di Gilgamesh, inciso in caratteri cuneiformi in Mesopotamia, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma grazie a questo limite, grazie alla nostra finitezza – abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Un messaggio potentissimo, costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite e si ubriaca dal vino ricavato sulle pendici dell’Ararat…

    Un grazie al professore Attilio Scienza per la splendida prefazione che mi ha donato e a tutte le persone, produttori, amici, giornalisti, colleghi ed ex colleghi con cui ogni giorno vivo questa tracimante passione.

    Per chi fosse interessato, “La Molecola della Civiltà”, è acquistabile su Amazon https://www.amazon.it/dp/B0G3M7LZV8

    Quanto prima darò comunicazione delle prime presentazioni, in cui mostreremo qualche immagine, leggeremo qualche estratto e, soprattutto, brinderemo con un buon calice.

  • Un nuovo viaggio!

    Un nuovo viaggio!

    «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

    Faccio mie queste belle parole di Cesare Pavese per raccontare che, dal primo marzo, inizierà per me una nuova avventura lavorativa al Chianti Rufina, il distretto vinicolo di quella che è, lo dico con grande orgoglio paesano, la mia terra e casa mia.

    Un enorme ringraziamento ai colleghi di Ruffino, grazie ai quali sono cresciuto professionalmente e umanamente e coi quali ho vissuto pagine splendide che resteranno per me indelebili: Cookstock, Casa Sanremo, Le Tre Rane, La Toscana di Ruffino, i meravigliosi posti a giro per il mondo e le infinite persone incontrate, sempre con un calice in mano. 18 anni letteralmente volati via, pensando ai quali ogni volta mi commuovo e provo profonda gratitudine.

    E un grazie altrettanto grande ai produttori e alle persone del Chianti Rufina, che mi hanno dato subito grande fiducia: per me adesso è davvero come indossare la maglia della Fiorentina! Una sensazione molto forte.

    Adesso al lavoro: i vini sono ottimi, il territorio di Londa, Dicomano, Pelago, Rufina e Pontassieve splendido e con tanta biodiversità, boschi, colline, pievi, ci sono grandi prodotti gastronomici, saper fare, bellezze etrusche, ville rinascimentali e castelli medievali, ottimi ristoranti e agriturismi, siamo vicini a Firenze e abbiamo quel tocco scapigliato che ci rende anche unici! Io ce la metterò davvero tutta per cercare di dare a tutto il distretto massima visibilità e riconoscibilità!

  • Made in Taiwan

    Made in Taiwan

    Aeroporto di Taipei. In attesa dell’interminabile volo che mi porterà al natio borgo selvaggio, dopo gli ultimi tre giorni di questo tour asiatico trascorso a Taipei.

    Sono arrivato a Taipei scosso da quello che era successo a Costanza. La sera prima avevo concluso la mia sessione di lavoro con la cena di gala al St Regis di Singapore – andata davvero bene – con una bevuta al PallMall67 di Singapore con un collega e una coppia di coniugi giapponesi. Fatto tardo, svegliato all’alba, seconda nottata de facto con meno di 4 ore di sonno, e arrivo in una grigissima Taipei all’ora di pranzo. Tutto rifletteva il mio stato d’animo. Una classica città cinese (sapendo bene di utilizzare un improprio rispetto alla fiera indipendenza taiwanese) grigia, inquinata, anonima.

    Fortunatamente già a pranzo mi sono tuffato nei sapori avvolgenti del cibo locale, di cui avevo letto meraviglie – e sono d’accordissimo: dumpling, wonton soup, dei funghetti neri, tanto oolong tea. E già dalla sera ci aspettava la prima cena di lavoro in un hotel di Taipei: subito ho apprezzato una certa dolcezza di modi delle persone, degli ospiti e un orgoglioso senso di identità. L’indomani ancora tempo piovoso, forse anche peggio, ma tanto avrei dovuto dedicarmi completamente al lavoro, con grandi esperienze gastronomiche locali, a pranzo taiwanesi, a cena cantonesi, con una mia masterclass tenuta nel magnificente Grand Hyatt della città, a pochi metro dal simbolo, che dalle prime nebbie che lo avvolgevano quando l’ho intravisto la prima volta si è progressivamente svelato nella sua bellezza: il grattacielo 101, simbolo di Taipei, e fra i 5 grattacieli più alti al mondo. Un’infinità di persone che si sono avvicinate a me, che mi raccontavano le loro attività, piatti sontuosi, di squisità bontà, un certo benessere percepito e visto (quante Ferrari, Lamborghini, Maserati), anche nel cocktail di saluto alla città dopo cena gustato in un bar, uno dei 50 top dell’Asia, il Cé la vi (scritto proprio cosi).

    L’indomani, cioè oggi, avendo tutta la giornata prima di prendere i voli serali per l’Europa, ho avuto l’onore di vivere un tour privilegiato della città con un nuovo amico, che non solo mi ha spiegato la storia degli ultimi 400 anni dell’isola ma anche fatto vedere tutti i luoghi più significativi della Taipei storica, e ne è emersa una città davvero piacevole.

    Taiwan è stata abitata circa 600 anni fa dagli olandesi, a cui fecero seguito dei mercanti cinesi del Fujian che cercavano posti per espandersi e lo trovarono in quest’isola a cavallo fra Cina e Giappone naturalisticamente impressionante: montagne di 4000 metri, spiagge e natura incontaminata, sorgenti d’acqua spontanee. Gli olandesi furono sconfitti dai Ming e a Taiwan si alternarono le dinastie Ming e Qing, fino a che nel 1895 l’isola fu ceduta al Giappone.

    Il periodo giapponese è ancora molto amato e ci sono evidenti lasciti nell’isola, sia architettonici che culturali (il wc che si riscalda e incorpora un bidet automatico, che per adesso nel mondo avevo trovato solo a Tokyo). E’ dopo la seconda guerra mondiale che si scrive la storia più significativa di Taiwan. L’isola torna ai cinesi dopo la sconfitta giapponese della seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo la rivoluzione comunista di Mao Zedong, a Taiwan si rifugia il generalissimo Chiang Kai-shek, proseguendo di fatto l’idea della Cina nazionalista prima del comunismo (instituì la Repubblica di Cina a Taiwan) e “preservando” molti aspetti della Cina pre-Mao, che ora è esperibile solo a Taiwan. Mao e il partito comunista si presero la Cina durante la guerra civile. Chiang Kai-shek e il Kuomintang, il partito nazionalista, si rifugiarono a Taiwan.

    Nel 2023 c’è uno stacco piuttosto evidente fra quello che è Taiwan e quello che è la Cina dopo Mao. Ho avuto modo di vedere le città cinesi, e per certi versi, molti versi, anche apprezzarle, ma Taipei, la capitale di Taiwan, mi ha restituito delle sensazioni più accoglienti, e una certa bellezza.

    La mattina ho passeggiato nelle strade in mattoni rossi della città “vecchia”: metto le virgolette perchè sono edifici risalenti al…1898! Da lì ho apprezzato in varie fogge, nel tempio buddhista e taoista (convivono insieme i due culti) di Longshan, il simbolo della città: il dragone. Qui si apprezza la grande capacità di convivenza religiosa della città fra profumi di incenso, gente che legge, altra che prega rivolta alle varie entità.

    Attorno al tempio e al primo insediamento del 1898 tantissimi negozietti lavoravano e vendevano gli herbal tea. Un’esperienza aromatica molto forte.

    La parte più spettacolare, oltre a numerosi edifici di stampo giapponese poi convertiti in ufficio pubblici (come le poste nazionali), è l’area del memoriale a Chiang Kai-shek. Mi sono gustato anche il cambio della guardia: mi mancava in Asia un rituale vissuto a Londra e Praga.

    A pranzo ho avuto modo di assaggiare i tipicissimi noodle di vitello piccanti, che bontà!, con una dissetante birretta taiwanese.

    Sono andato poi all’aeroporto accompagnato da un meraviglioso tramonto, il contrario della pioggia continua che mi aveva accolto all’arrivo.

    Davvero una bella città.

  • Insieme.

    Insieme.

    Quando l’altro giorno con le bambine indispettite davamo il letame nel campo, mi è sovvenuto che dalla parola letame noi italiani abbiamo derivato il termine lieto. Qualcosa che magari puzza, è uno scarto, fa anche un po’ schifo, ma alla fine, soprattutto alla lunga, genera frutti, concima rende fertile, felici…E quello che è cacca oggi, in realtà è un prospetto di fiore profumato e ubertoso. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, cantava De Andre in Via del Campo.

    Alla fine, tutte le mie paure di fronte alla vita le abbiamo vissute: la malattia, la morte, gli addii per sempre…Ci sono persone che oggi mancano e pagherei qualsiasi cifra per averle qui. Il babbo ovviamente. Lo zio. Magari lo sono lo stesso qui noi, negli occhi infiniti delle bambine, per esempio.

    E oggi – leggo e non vado a braccio perché sono molto emozionato – sono a pensare che un po’ (tanto) di letame addosso, in questi venti anni, ne abbiamo ricevuto. Ma l’abbiamo fatto fruttare.

    Ecco, allora in questo momento lieto, proverei a concentrarci solo sulle cose belle che abbiamo creato, insieme. Alcune impastando tanto letame. Il 5 luglio 2011. Il 22 luglio 2014. i nostri due gioielli. L’11 dicembre 2018. La prima radiografia pulita dopo la tua chemio. Erano tre giorni che era morto il babbo. E quello è stato un regalo dal cielo, in mezzo a tanto tanto letame. Salendo le scale dell’ospedale, eravamo in un seminterrato, per andare a telefonare a mia mamma per darle la bella notizia sono inciampato, cadendo rovinosamente a terra. “Nulla, nulla, non mi sono fatto niente!”. Hai affrontato la malattia in una maniera meravigliosa. Io meno, ho fatto tanta fatica. Compilavamo ogni sera per mesi con le bambine “Il diario della felicità” – le cose belle che malgrado tutto accadevano – che ogni tanto rileggiamo. Ci siamo messi a costruire, a pensare al futuro. A nutrire il bello, quel poco di bello. Quanti alberi e piante ho piantato a Bisarno? Erano un segno tangibile di vita, come le liberatorie bracciate col cayak nelle acque turchesi di Minorca, nell’agosto 2019.

    Bisarno. 3 luglio 2017: la prima notte a Bisarno: eravamo coi qui presenti, miliardi di zanzare, cantieri aperto e un tracimante entusiasmo, dopo due anni di lavori matti e disperatissimi. Andando ancora indietro nel tempo, mi ricordo anche il primo giorno della casa a San Francesco, te appollaiata sulle scale un po’ triste perché le cose in studio non andavano bene e i mobilieri che installavano la cucina. Un altro anno indietro e il primo emozionato sopralluogo alla casa di San Francesco appena rogitato: vuota, piccola, umida, zero soldi e la tua clamorosa testata nell’arco della cantina. Che giorno e che anno erano? Di nuovo avanti nel tempo: gennaio 2018. Il 2018 il nostro annus horribilis. La tac alla testa conferma che Costanza non ha nulla. Dopo due settimane e mezzo la dimettono dall’ospedale e troviamo i nonni che hanno organizzato una festa a sorpresa a Bisarno, riempiendola di palloncini. Torniamo a noi due giovincelli: la prima vacanza insieme, a Malta, agosto 2002, pochi giorni dopo la morte di mia nonna. “Cosa mangiamo stasera?” E te che mi proponi i piselli in scatola. Ti imbizzisci per le vie della Valletta e fai per chiamare un taxi e tornare all’aeroporto. Hai sempre amato i litigi scenografici e urlanti. Io meno. Ora comunque fai crostate fantasmagoriche. E non solo. E di viaggi ne abbiamo poi compiuti di memorabili in tutto il mondo. Il primo bacio a settembre 2001, davanti a Villa Donatello, dopo il mais tostato e una birra scura al Jazz Festival. Crollavano le torri gemelle, come esattamente crollava il Morandi il 14 agosto 2018, esattamente quando scopristi il referto.

    Ne potrei elencare tante altre di date significative. E senza essere retorico, laddove c’è stato tanto letame, sotto forma di sacrifici, brutte notizie, problemi, siamo sempre riusciti a far nascere del bello, a intravedere la luce dell’emozione a cui aggrapparsi nel buio razionale di certi momenti. Questa credo sia la nostra forza.

    Quindi, grazie. E alle tante nuove date da scrivere insieme. 

  • Costruire per accogliere il futuro

    Costruire per accogliere il futuro

    Il nuovo muro.

    Coltivare e costruire, che siano piante, muri o relazioni, è il mio modo di accogliere il futuro.

    Durante lo scorso anno e in parte anche nel primo periodo dell’inverno, ho fatto molto fatica a vivere dei miei soliti entusiasmi che mi hanno sempre caratterizzato. Per me, abituato a prendere decisioni sulla base delle mie passioni, di certi istintivi sentimenti, avvertirmi cristallizzato, algido, incapace di voglie e pensieri positivi per il domani (quelli raccontati tante volte in questo blog, e che chiamavo scenari e progetti, da Bisarno a certe idee per Ruffino, a viaggi da fare) è stato un vero e proprio shock. Uno shock scoprirmi totalmente diverso da quello che ero, a fronte delle novità che, a ferragosto, avevano funestato, la nostra vita. Non solo niente non era più come prima, ma non mi riconoscevo neanche più caratterialmente.

    Più tempo passerà e più forse catalogherò come ovvie queste mie riflessioni, tuttavia il ritrovare in queste ultime settimane alcuni aspetti del vecchio me, certe voglie di fare, di continuare a progettare, a “sognare” mi hanno dato gioia e una qualche parvenza di serenità.

    E a ritrovarmi mi ha soprattutto aiutato la mia casa, la mia unità familiare, l’aver reiniziato, inizialmente con fatica e quasi tirato per i capelli, le operazioni di restauro, le murature, certi abbellimenti. Oltre a questa mia passione per il verde: mi sono scoperto a entusiasmarmi per la nascita di un bulbo, i risultati dell’orto invernale, gli alberi da frutto in fioritura, la germinazione dei peperoncini, la cura per le aromatiche e per gli agrumi, o ad agitarmi per alcune piante durante la gelata tardiva notturna dell’altro giorno…

    E ritrovando anche vecchie care paure (le tante spese che richiede Bisarno) e che oggi ci sembrano irrisorie al cospetto dei problemi che affrontiamo, mi ha in parte riportato a quel Francesco che ero prima del 14 agosto, seppur molto diverso per spirito e per la fragilità che queste antiche emozioni risvegliatesi dopo il letargo mostrano alla luce della nuova quotidiana.

    Ma è un qualcosa a cui mi ci aggrappo, questo ritrovato “sentirci”. Il nuovo muro di terrazzamento è splendido, sto imparando molte nozioni agronomiche, la testa ha ripreso a sprigionare idee, riparto volentieri per una trasferta di lavoro e sto anche imparando a usare le mani (con la zappa, con la mestola, con la vanga, con la semplice nuda forza).

    Un nuovo Francesco edificato sui pezzi di quello vecchio. 

    Ecco spuntato anche il kiwi!

  • Gli uccelli

    Gli uccelli

    Stamani, all’apice della giornata più gelida dell’anno, con le minime di stanotte scese a meno dieci, impegnato nella mia mattutina seduta in bagno, ho goduto non solo del piacere fisico della deiezione ma anche di uno spettacolo unico che per un pantascettico e agnostico come me ha rappresentato uno squarcio nel velo della mia indifferenza: una danza, tonitruante e geometrica, voluttuosa e irreale, di migliaia di storni che si è palesata a me sul trono fuori dalla finestrella del bagno.

    Ho persino dovuto accelerare il sacro rito per affacciarmi al gelo dalla finestra. Per seguirli nell’aia mentre proseguivano verso il fiume, disegnando le loro traiettorie mistiche e tersicoree e restituendo un paesagggio da sogno: gelato e atemporale e al contempo animato dalle danze da balletto russo applicato agli uccelli.


    Confesso che mi sono commosso di tanta bellezza. Non posso che pensare agli uccelli di Hitchcock e alla sublime canzone del maestro Battiato, “Gli Uccelli”.

    Dicono che domani nevicherà. Forse gli uccelli, storni, intuivano un avvenimento tanto eccezionale e sono venuti ad avvertirmi. Finito lo spettacolo la macchina, dopo il gelo della notte, scioccata anch’essa col suo cuore tecnologico di tale spettacolo naturale, ha deciso di non partire. Chiamare il carro attrezzi, innervosirmi, sentire gli aghi del freddo durante i vani tentativi di accensione dell’auto, mi ha riportato al mio io e al corso normale della giornata, ma con in testa per sempre quel balletto avicolo che stamani 28 febbraio 2018 ha deciso di sublimare la mia giornata mentre mi trovavo impegnato nel più fisico e greve dei momenti.