Tag: famiglia

  • Attorno San Vito Lo Capo

    Attorno San Vito Lo Capo

    A metà luglio abbiamo trascorso un decina di giorni a San Vito Lo Capo, nella mia amatissima costa occidentale siciliana. L’occasione l’ha fornita La Molecola della Civiltà, per una presentazione da tenere in Calabria, a Sibari, durante Vinitaly and The City. “Perchè non allunghiamo un po’ e torniamo in luoghi che già ci hanno stregato più volte?” – Io ci andavo coi miei genitori, ci ero tornato con la mia famiglia l’indomani del Covid e, adesso, con figlie ragazzine, abbiamo deciso di regalarci qualche giorno per noi. Oddio, a onor di cronaca, il sottoscritto ormai con ritmi forsennati sta studiando per il Diploma WSET e nei giorni siciliani mi sono portato il computer dietro per scrivere un po’ la tesi, che devo consegnare entro il 31 luglio.

    Prima tappa del nostro viaggio in auto Rende, nel Cosentino (con una pantagruelica mangiata la sera in un ottimo ristorante locale) e poi l’indomani, varcati Scilla e Cariddi in una rapida traversata dello Stretto col battello, ci siamo panisticamente fusi con la Trinacria, con la Sicilia occidentale.

    Che meraviglia le spiagge di Santa Margherita e del Bue Marino, la tonnara di Scopello, il parco dello Zingaro, passeggiare la sera lungo il paese, mangiare il cous cous, aspettare il tramonto fino alle 21 di sera in spiaggia, i cannoli, i bagni con la maschera, il pane cunzato, le rovine maestose di Segesta, Erice, le saline di Trapani e Marsala.

    Una settimana volata via, ma davvero rigenerante.

  • Ost Berlin

    Ost Berlin

    28 dicembre.

    Un bel viaggio, connessioni regolari, solo un po’ di malanni di stagione e Costanza che si tiene la pipi per tutto il giorno, arrivando quasi a scoppiare una volta arrivati nell’appartamento di Julia. La casa é una deliziosa struttura di architettura socialista nel cuore di Prenzlauer Berg, arredata con gusto chic, riuso e minimal dalla padrona di casa. Davvero un tuffo in un passato non remoto anagraficamente, ma culturalmente. Nella casa ci sono due gatti molto timidi che non si fanno trovare. Il che rende il tutto ancora più fiabesco e misterioso. Come in ogni arrivo nelle case delle città, la prima necessità é fare la spesa: siamo andati nel piú vicino Rewe, e ci siamo riforniti di tante pietanze, non proprio locali ma quasi, ovvero turche e mediorientali, e, dopo aver osservato e mappato ottimi ristorantini qui sotto, ci siamo preparati la prima cena di ben arrivati nella nostra adorata Berlino, fresca ma non fredda come una volta, con calice di Riesling e le note imperiture di Battiato.

    29 dicembre.

    “Alexander Platz, c’era la neve!” Il primo impatto con Berlin non può non essere il solito omaggio alla piazza e al monumento più iconico, la torre della TV, della città: Alexander Platz, con le note imperiture del maestro Franco Battiato.

    La piazza si trovava a Berlino Est e una enorme protesta pubblica il 4 novembre 1989 portò ai noti fatti della caduta del muro 5 giorni dopo. Il clima è freddo e ventoso ma non piove. Ne approntiamo, dopo una catartica cioccolata calda con vista torre, per passeggiare nelle zone classiche, una sorta di ricognizione delle aree che poi andremo ad approfondire nei prossimi giorni.

    È sempre un piacere rivedere Berlino, soprattutto con l’atmosfera natalizia: Alex, l’Unter der Linten, l’isola dei Musei col Pergamon chiuso, Bebel Platz con un delizioso mercato di Natale, la piazza Gendarmemarkt, peccato impacchettata, il memoriale dell’olocausto – ancora più inquietante e sinistro nel cielo plumbeo – poi la Porta di Brandeburgo pronta ad accogliere la festa dell’ultimo dell’anno, Parisien Platz con l’hotel Adler, il Reichstag e la cupola di vetro di Forster, il Bundestag e gli edifici moderni sulla Sprea, e, infine, al calar della sera e poi al buio, un rientro verso casa lungo una romanticissima atmosfera fra la Sprea e col punto guida di Alex, della ruota panoramica, del Rathaus e di una suggestiva pista di pattinaggio.

    A pranzo? Una mirabolante esperienza di cucina georgiana, terra madre del vino ma anche di una forte e gustosa identità gastronomica che unisce sapori russi, cinesi e mediterranei da KinZa. Il katchapuri, la loro pizza / focaccia con formaggio acido e uovo delizioso, così come il Kebap e i dumpling e il robusto rosso dal più famoso varietale georgiano Saperavi. A casa un bel bagno caldo, la vittoria della Fiorentina (di corto muso coi fratelli granata, che ci proietta in una posizione di classifica immeritata ma che mi godo tutta) e una parca cena a base di hummus, avocado, pomodori e datteri per bonificarsi un po’.

    30 dicembre.

    Purtroppo oggi la giornata è stata mutilata dalla violenta influenza della Laura. Tanto tuonò – erano giorni che fra starnuti e pizzicore alla gola si trascinava qualcosa – che piovve: oggi dopo una nottata preparatoria fra brividi e tosse, le è esplosa una febbre altissima tamponata a stento con tachi 1000 e fazzoletto bagnato sulla fronte, oltre le fettine di limone.

    Visto che anche Costi non era in perfetta forma la mattina l’abbiamo trascorsa insieme fuori io e la Mati, per un po’ di shopping – aveva da comprarsi il regalo del nonno – e coccole reciproche: siamo andati nella zona liberty di Berlino, una delle mie favorite: Hackesche Markt.

    Il pomeriggio siamo stati in casa a cercare di mitigare il febbrone della Laura. La cena ci siamo concessi un mogio sushi a tre nel ristorante sotto casa, ottimo secondo le recensioni, Ki Kanzaya: neanche troppo buono, a dirla tutta.

    31 dicembre.

    Laura ancora malata, così io e le bambine ci siamo diretti verso Friedrichschein a camminare lungo le vestigia artisticamente dipinte del muro: l’East Side Gallery. Mi ha emozionato rivedere i luoghi della mia prima volta a Berlino, in quel 2005 quando avevamo trovato affitto in una scuola per batteristi appena convertita ad abitazione, vicino a Warschauer Strabe, non lontano dal Molecola Man issato sulla Sprea. Dopo il muro abbiamo visto un avamposto hippie sulla sprea, l’HolfzMarkt, divertente nel suo essere un esercizio architettonico di riuso un po’ kitch a dirla tutta. Poi, passeggiando in una Berlina deserta e già coi primi botti, inclusa la magniloquente Karl Marx Allee, abbiamo fatto una sosta ludica al Museo dei Videogiochi. Davvero una esperienza per me ritrovare tanti giochi e momenti dell’infanzia, da Prince of Persia a Doom all’Amiga 500. Pranzo con Laura ancora ko ma in lieve ripresa e nel pomeriggio ancora uscita a tre con le bambine, a zonzo nel quartiere dove alloggiamo, Prenzlauer Berg. Siamo arrivati fino ad una Alex Platz che si stava chiudendo per i botti imminenti, giusto il tempo di farsi un godurioso curry wurst alla stazione.

    Il cenone? Tutto sommato divertente: hamburger ottimi da una panineria poco distante, Bear Burger, buon vino – mi sono assaggiato diversi Riesling da varie BA della Germania, il tutto in un appartamento prettamente estberlinese, i gatti timidi che ogni tanto si palesavano mossi dalla fame o dalla curiosità, poi un disaster movie e l’attesa della mezzanotte con Amadeus che interrompe bruscamente Annalisa in mezzo a una canzone perchè stava per arrivare la mezzanotte. E alla mezzanotte la città è letteralmente esplosa fra mille fuochi d’artificio e petardi che si sono protratti fino alle 3 e oltre del mattino.

    1 gennaio.

    Il primo giorno dell’anno! Una mattina un po’ sonnolenta, non che si fosse fatto tardi, ma da primo giorno dell’anno. E Laura di nuovo in piedi.

    Al mattino abbiamo passeggiato lungo il Kulturforum, con tutti i meravigliosi musei moderni, chiusi ma apprezzabili per le architetture in cui sono siti. Da lì siamo risaliti in una deserta Potzsdammer Platz dove, dopo una corroborante cioccolata, abbiamo proseguito fino alla Porta di Brandeburgo e giù nell’Unter der Linden per fare uno stop gastronomico gustoso a Jolly, celebre ristorante cinese nell’Isola dei Musei. Che piatti: ho mostrato alla family il rituale dell’anatra alla pechinese – dei roll allestiti da noi dopo che l’anatra è stata sapientemente tagliata, il mondo del dim sum e infine noodles e riso alla cantonese. Nel pomeriggio ci siamo immersi nel clima della DDR nell’omonimo museo – assolutamente da vedere per capire le condizioni, non così disdegnevoli come possono apparire da un certo modo di raccontare la storia, degli abitanti della Germania Est – e poi abbiamo preso l’ennesimo currywurst, io anche un gluewein, nel mercato di Natale di Alex Platz, per poi finire in bellezza con un giro nella ruota panoramica.

    2 gennaio.

    Una delle giornate più piene ed appaganti, forse perchè l’ultima della vacanza e anche perchè avevamo di nuovo la Laura con noi: siamo una famiglia che litiga e furibondeggia sistematicamente tutti contro tutti, ma alla fine ci piace farlo insieme, non a ranghi ridotti. Ed eccoci a respirare l’ultimo giorno a Berlino. Al mattino, abbiamo rivisto l’alienante e inquietante Judisches Museum, progettato dal grande architetto americano Daniel Libeskind, con l’intento di raccontare, attraverso linee zigzagate e interrotte da dei vuoti, la storia del popolo ebraico e delle sue persecuzioni, di cui l’olocausto è un apice assoluto e irripetibile nel suo orrore, ma solo una delle tante. Una esperienza molto forte. Nel pomeriggio, dopo un burrito gustoso, siamo andati nella zona dello Zoo, dove si trovano la chiesa con la guglia scheggiata, la scultura che simboleggia la pace e i grandi magazzini Ka De We. Un po’ di shopping sotto una pioggia battente per poi rientrare in casa e celebrare la nostra ultima cena nella nostra deliziosa dimora berlinese.

  • Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Siamo arrivati a Vila Rachel, una splendida quinta nella zona centrale della regione vinicola settentrionale del Portogallo, il Douro, dopo una giornata piuttosto lunga, con i meravigliosi detour a Obidos e Coimbra.

    Avevo voglia di visitare il Douro, fiume che dà il nome alla celebre regione vinicola dove vengono prodotte le uve e i vini che poi vanno a maturare a Villa Nova de Gaia, in Porto, per il rinomato vino fortificato Porto. E quasi tutti conoscono questo fatto ma tutti si limitano a visitare la peraltro splendida Porto.

    Il Douro prosegue la sua vocazione alla produzione da uve e vini per il “Porto” da oltre trecento anni, ma recentemente produce anche vini fermi, non fortificati, che stanno guadagnando sempre più risalto per la loro qualità. Peraltro mi ero documentato della bellezza della regione, indipendentemente dalla vocazione vinicola. E così ci siamo trovati a pernottare in una quinta, in una azienda vinicola, Quinta Vila Rachel, fondata da uno dei più illustri artisti portoghesi a metà XIX secolo e oggi una cantina a conduzione agronomica sintropica e vinificazione naturale davvero suggestiva. Natura che domina, non si parla di viticoltura ma di biodiversità in cui coesiste la vite con altri alberi, piante, arbusti, le piante traggono reciproco nutrimento, il suolo guadagna nutrienti, anche gli animali sono parte attiva di un ecosistema che permette di portare uve in cantine molto sane e profumati per vini poi appunto vinificati senza solfiti e lieviti selvaggi. Il tutto in uno scenario mozzafiato, con terrazzamenti che digradano a strapiombo verso il fiume Tua, uno dei tributari del Douro.

    L’indomani siamo ripartiti per Oporto, che nel mio primo viaggio in Portogallo mi aveva stregato più di Lisbona e che anche questa volta mi ha confermato quanto avevo percepito la prima volta. Città costruita attorno al fiume Douro, solcato dalle barche piene di botti del vino di Porto che poi vengono messe a maturare nelle cantine di Villa Nova de Gaia, di luce infinita riflessa fra il fiume, il cielo e l’oceano, di profumi e sapori (non solo il baccalà, ma anche la trippa e il panino alla francesina, un panino ripieno di roastbeef, maiale, prosciutto, uovo, i piatti tipici), di laboriosa decadenza fra gli azuleios, l’artigianato del sughero e i saliscendi cittadini. I giorni sono volati via, fra camminate, deliziose mangiate, le mie ossessioni per il vino soddisfatte nell’enoteca Garrafeira do Carmo e nella cantina Nieeport, una temperatura fresca, ventilata, piacevole. Insomma, dieci giorni volati via, letteralmente.

  • BCN22/23

    BCN22/23

    Siamo di rientro dopo una settimana a Barcellona. Abbiamo ricominciato con homeexchange, 35 mesi dopo l’ultimo scambio a Briancon, sulle montagne francesi.

    Ci voleva. Mi stavo trascinando stancamente con qualche uggia, pensiero e malinconia di troppo e Barcellona, con Laura e le bambine, hanno offerto una buona terapia di detox mentale. Soprattutto il carattere sempre solare ed entusiasta di Matilde mi ha portato a coniare un termine appropriato: Matildeterapia, a base di coccole, risate, e tanto cibo…

    E si, perchè Barcellona da questo punto di vista è una città speciale. Non è una città che ti costringe a tour de force per vedere monumenti e musei imperdibili. Ne ha, certo, ma non è Roma, nè Londra, nè Parigi, e questa sua essenza di città senza troppe icone, le permette di offrirsi nella sua anima contemporenea, senza snobismi, colorata, gustosa e molto viva. Quasi un senso di colpa per essere e avere meno, espiato con tanto presente, con tanta qualità della vita, con una sentita ospitalità. Ed ecco i quartieri come Gracia, El Born, le spiagge di Barceloneta, l’Eixample coi suoi vialoni, e, soprattutto, il cibo spagnolo offerto in ogni angolo. Cibo spagnolo e cibo anche internazionale. In questo Barcellona è davvero unica: si mangia bene locale e si mangia bene straniero, in tutte le fasce di prezzo, in pieno spirito catalano.

    Eppure, rispetto al passato l’ho trovata un po’ più ferita, sofferente e, a discapito del bel tempo, anche un po’ meno solare, come – a onor del vero – tutte le città dopo la pandemia, problema quindi direi universale. Anche peró piuttosto sporca, con grandi problemi di deiezioni canine un po’ dappertutto.

    Fra le opere che ancora non avevo visto, segnalo un innamoramento folle per l’Ospedale di Sant Pau, capolavoro, questo si, e anche assoluto, del modernismo catalano, il liberty spagnolo, che a Barcellona conta opere senza precedenti (dalla Sagrada Familia al Parc Guel, da Casa Batlò alla Pedrera), realizzati da artisti noti come Antonì Gaudi e meno noti, ma non meno grandi, quali Lluís Domènech i Montaner e Josep Puig i Cadafalch, e che si caratterizza per brio, colori, forme sinuose, richiami quasi moreschi nelle architetture esterne e, in contrasto, vorticosi razionalismi negli interni. L’Ospedale Sant Pau, peraltro accanto alla casa dove eravamo, li mette tutti in fila per bellezza: fino al 2009 ospedale cittadino, poi diventato monumento nazionale e patrimonio Unesco in tempi più recenti: oggi è possibile visitare tutto il complesso, ancora preservato nella sua funzione originale di sanatorio e casa di cura.

    Divertente anche la visita al CampNou, a trasferire memoria a Costanza di quando il Bati lo violò con un euro gol tacitando tutto lo stadio. Bei tempi, soprattutto se rapportati agli orribili – calcisticamente parlando – attuali.

    Infine, plauso alla bontà della cioccolata calda coi churros: prima volta che venivo d’inverno qui, e in ogni bar e caffè si viene tentati da questa assoluta delizia!

  • Il gusto di stare insieme.

    Il gusto di stare insieme.

    Ne avevamo parlato da tempo, con la zia, la mamma, le cugine: fare un meraviglioso pranzo di pesce, come eravamo abituati da bambini, con nuove generazioni e con qualche mancanza (il babbo, lo zio) da celebrare proprio come sarebbe piaciuto a loro. Il tempo passa e la nostalgia può essere esorcizzata nel piacere dello stare insieme. Nella convivialità. Nella bellezza.

    E Bisarno si presta, come sempre, molto bene.

    I preparativi stessi hanno rappresentato un bel momento. La definizione del menù: tutto pesce. Dei vini. Del chi fa cosa. Degli ospiti, inclusi i genitori dei compagni delle mie cugine. Una nuova famiglia. Da parte mia, mi sono industriato già nei giorni precedenti, a predisporre gli spazi esterni: l’aia ben spazzata dalle prime foglie caduche, i due tavoli di legno uniti in una suggestiva “imperiale”, con le seggiole colorate in tono coi piatti in ceramica, sotto la pergola quasi arrossata e la turgida uva pensile. Le noci raccolte. Gli ultimi pomodori verdi. L’erba tagliata. Le bambine a far fiori nei campi attorno per abbellire le damigiane vuote.

    E, sotto un tiepido sole d’ottobre, abbiamo iniziato le danze.

    Schiacciata fatta in casa. Insalata di seppie e calamari. Impepata di cozze. Stoccafisso con patate. Penne alle vongole. Spiedini di pesce composti da gamberi, rana pescatrice, palombo e seppie. Melanzane sott’olio. Torta ai tre cioccolati. Castagnaccio. Gelato. Noci sgranocchiate placidamente.

  • Insieme.

    Insieme.

    Quando l’altro giorno con le bambine indispettite davamo il letame nel campo, mi è sovvenuto che dalla parola letame noi italiani abbiamo derivato il termine lieto. Qualcosa che magari puzza, è uno scarto, fa anche un po’ schifo, ma alla fine, soprattutto alla lunga, genera frutti, concima rende fertile, felici…E quello che è cacca oggi, in realtà è un prospetto di fiore profumato e ubertoso. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, cantava De Andre in Via del Campo.

    Alla fine, tutte le mie paure di fronte alla vita le abbiamo vissute: la malattia, la morte, gli addii per sempre…Ci sono persone che oggi mancano e pagherei qualsiasi cifra per averle qui. Il babbo ovviamente. Lo zio. Magari lo sono lo stesso qui noi, negli occhi infiniti delle bambine, per esempio.

    E oggi – leggo e non vado a braccio perché sono molto emozionato – sono a pensare che un po’ (tanto) di letame addosso, in questi venti anni, ne abbiamo ricevuto. Ma l’abbiamo fatto fruttare.

    Ecco, allora in questo momento lieto, proverei a concentrarci solo sulle cose belle che abbiamo creato, insieme. Alcune impastando tanto letame. Il 5 luglio 2011. Il 22 luglio 2014. i nostri due gioielli. L’11 dicembre 2018. La prima radiografia pulita dopo la tua chemio. Erano tre giorni che era morto il babbo. E quello è stato un regalo dal cielo, in mezzo a tanto tanto letame. Salendo le scale dell’ospedale, eravamo in un seminterrato, per andare a telefonare a mia mamma per darle la bella notizia sono inciampato, cadendo rovinosamente a terra. “Nulla, nulla, non mi sono fatto niente!”. Hai affrontato la malattia in una maniera meravigliosa. Io meno, ho fatto tanta fatica. Compilavamo ogni sera per mesi con le bambine “Il diario della felicità” – le cose belle che malgrado tutto accadevano – che ogni tanto rileggiamo. Ci siamo messi a costruire, a pensare al futuro. A nutrire il bello, quel poco di bello. Quanti alberi e piante ho piantato a Bisarno? Erano un segno tangibile di vita, come le liberatorie bracciate col cayak nelle acque turchesi di Minorca, nell’agosto 2019.

    Bisarno. 3 luglio 2017: la prima notte a Bisarno: eravamo coi qui presenti, miliardi di zanzare, cantieri aperto e un tracimante entusiasmo, dopo due anni di lavori matti e disperatissimi. Andando ancora indietro nel tempo, mi ricordo anche il primo giorno della casa a San Francesco, te appollaiata sulle scale un po’ triste perché le cose in studio non andavano bene e i mobilieri che installavano la cucina. Un altro anno indietro e il primo emozionato sopralluogo alla casa di San Francesco appena rogitato: vuota, piccola, umida, zero soldi e la tua clamorosa testata nell’arco della cantina. Che giorno e che anno erano? Di nuovo avanti nel tempo: gennaio 2018. Il 2018 il nostro annus horribilis. La tac alla testa conferma che Costanza non ha nulla. Dopo due settimane e mezzo la dimettono dall’ospedale e troviamo i nonni che hanno organizzato una festa a sorpresa a Bisarno, riempiendola di palloncini. Torniamo a noi due giovincelli: la prima vacanza insieme, a Malta, agosto 2002, pochi giorni dopo la morte di mia nonna. “Cosa mangiamo stasera?” E te che mi proponi i piselli in scatola. Ti imbizzisci per le vie della Valletta e fai per chiamare un taxi e tornare all’aeroporto. Hai sempre amato i litigi scenografici e urlanti. Io meno. Ora comunque fai crostate fantasmagoriche. E non solo. E di viaggi ne abbiamo poi compiuti di memorabili in tutto il mondo. Il primo bacio a settembre 2001, davanti a Villa Donatello, dopo il mais tostato e una birra scura al Jazz Festival. Crollavano le torri gemelle, come esattamente crollava il Morandi il 14 agosto 2018, esattamente quando scopristi il referto.

    Ne potrei elencare tante altre di date significative. E senza essere retorico, laddove c’è stato tanto letame, sotto forma di sacrifici, brutte notizie, problemi, siamo sempre riusciti a far nascere del bello, a intravedere la luce dell’emozione a cui aggrapparsi nel buio razionale di certi momenti. Questa credo sia la nostra forza.

    Quindi, grazie. E alle tante nuove date da scrivere insieme. 

  • La fragile perfezione della domenica.

    La fragile perfezione della domenica.

    E’ una soleggiata domenica, nel lento trotterellare delle dieci verso le undici. Fuori la brina ammanta ancora i campi e il silenzio è netto. Una forte luce bianca entra in casa, portando vita in una mattinata altrimenti dolcemente sonnacchiosa. Le bambine, ancora in pigiama, giocano coi gatti (ne farebbero a meno i gatti, ma tant’è). Laura è al computer in camera. Io sono in torre a prepararmi a un lunedì di lavoro piuttosto articolato.

    Una spremuta. Un caffè. Un pezzo di crostata alle more preparata dalla mia dolciastra metà. L’arrosto, a pezzi come vuole la scuola toscana, che a breve inizierà la sua lenta cottura, irrorando l’aria coi suoi ubertosi profumi. La musica di sottofondo, spesso canzonette stupide quando la scelta è in turno alle piccole, più auliche quando tocca a me: oggi mi va di risentirmi i Pink Floyd. Che pezzo di struggente meraviglia è “Comfortably Numb”? Riserva Ducale Oro a celebrare in rito laico il pranzo della domenica. Il crepitio del fuoco che fa sempre tanta atmosfera.

    Ci raggomitoliamo attorno a Bisarno, come se la casa fosse un panno caldo e accogliente. Chissà quanti lo hanno fatto prima di noi, chissà quanti lo faranno poi.

    La consuetudine della domenica a cui mi aggrappo d’istinto, che mi regala una strana nostalgia perchè so che un giorno non ci sarà più questa fragile perfezione.

  • Cefalù

    Cefalù

    Siamo arrivati a Cefalu dopo quasi 6 ore. Abbiamo preso il traghetto sullo stretto, gustato controvento uno squisito panino sul ponte della nave e, una volta sbarcati, autrostrada Messina – Palermo fino al delizioso borgo medievale di Cafalù.

    Sto meglio! L’arrivo nel paese mi ha rigenerato, e anche rimesso a posto il pancino. Forse sto entrando di più in clima vacanze, anche se ora mi fa male la gamba destra. Che buccia…

    Cefalù è pura poesia. Un castello normanno a pochi metri dal mare. Viuzze di buon artigianato siculo e spiagge di grani finissimi per chilometri, come una sorta di ampio sorriso biondo del paese che si apre a un mare turchese con acque davvero tiepide. Passeggiarle al mattino, senza flusso di turisti, è davvero taumaturgico.

    Il punto focale che ci permette di inquadrare le suggestive bellezze di Cefalù è il suo duomo normanno. Vi sono due iconiche torri (a ben vedere piuttosto dissimili) di un suggestivo colore miele, che si riflette nel borgo. All’interno la salita nelle torri è uno spettacolo, così come l’arte musiva sublimata nel Cristo pantocratore. L’accesso al mare è confinato da dei portali ad arco, vestigia delle antiche cinta murarie. Ci sono degli scorci da quegli archi sublimi. Vi è anche un antico lavatoio medievale che fornisce acqua fresca dalle sovrastanti Madonie. L’incontro fra acqua dolci fredde e acque salate più calde è un mirabolante toccasana nella spiaggia sottostante.

    La prima sera era il compleanno della Corsi, 44 come i gatti, e non a caso l’abbiamo festeggiato in un delizioso baglio ai piedi del castello, chiamato il “Gatto Nero”: affumicati di mare, caponata, involtini di pesce spada, sarde e un buon grillo della locale Abbazia di Santa Anastasia. Avanti tutta Laura: per te, per me, per noi!

    Malgrado il periodo non felice (troppi, troppi turisti), ci siamo comunque goduti le principali spiagge attorno al paese, oltre a quelle cittadine: Mazzaferro e Sant’Ambrogio. Colori limpidi, ciottoli o ghiaino, scogli o sabbie. Mattinate meravigliose e ogni volta al rientro in paese ci perdevamo fra botteghe, gastronomie, pasticcerie in un’ondata di profumi che titillavano i nostri voraci e curiosi appetiti: pomodori, poponi gialli (quelli a pasta bianca, croccanti come una mela e dal dissetante sapore di pesca), arancini, pane cunziato, frutta martorana, cannoli, cassate, ricotte, olive nocellara, angurie giganti…Che pranzi, e che cene, e quanta bellezza.

    Ce la siamo letteralmente annusata, vista, sentita e mangiata, Cefalù, del tanto bello e buono che la caratterizza!

  • SI parte per le vacanze. Sosta a Salerno

    SI parte per le vacanze. Sosta a Salerno

    La notte prima della partenza per le vacanze in Sicilia – agognate, attese, un po’ temute come ogni nuovo inizio – ho ben pensato di passarla con un odioso disturbo intestinale che mi ha costretto a ripetuti andirivieni col bagno.

    Al mattino ero ancora stordito e acciaccato.

    Alzati di buon ora e dopo essere corsi in farmacia per prendere i dovuti farmaci di cura e poi dalla nonna (alias mia mamma) per ricevere il nostro tradizionale pranzo a sacco di viaggio, siamo finalmente partiti.

    Prima tappa a spezzare gli oltre mille chilometri: Salerno. Il viaggio è stato ottimo, solo climaticamente molto caldo e con discutibili scelte musicali dovute alla playlist della Mati e della Costi. Zero traffico (e dire che temevamo molto questo fattore) e l’arrivo nella città campana in meno di cinque ore, ai caldi primi baluginii del pomeriggio.

    L’appartamento era appena fuori dal centro storico. Ancora non mi sentivo troppo in forma: mi sono dopato raddoppiando la dose di fermenti lattici e ho provato a dormire un po’.

    Verso le 16 pedibus calcantis e al via l’esplorazione di Salerno.

    Confesso che mi sentivo piuttosto debole e svuotato (letteralmente, direi con una ovvia battuta), ma la visita della città mi ha rincuorato. Anche per la gioia palesata da vessilli granata appesi un po’ ovunque per la ritrovata serie A della Salernitana.

    In primis, era tanto che non ero presente con me e tutte le mie donne. In un raro momento di intesa, Costanza mi ha anche fatto alcune domande non banali sul senso della morte, e come si fa a non soffrire nel ricordare le persone a cui si è voluto bene e che non ci sono più. Nel mentre che mi arrovellavo qualche risposta evoluta e adeguata a uno spirito eletto come la Mig, siamo arrivati fino al lungomare. Poco prima abbiamo incrociato una via molto elegante e raffinata, piena di bei negozi. Dal lungomare abbiamo proseguito verso la spiaggetta urbana e, dopo una sosta a vedere una accanita partita di beach soccer, in cui la principale occupazione dei ragazzetti era litigare reclamando falli e rigori, siamo risaliti lungo via dei Mercanti, l’asse viaria storica (senza successo ho provato anche a farmi la barba da un barbiere ) e da lì allo splendido duomo di Salerno.

    Il Duomo è una sublime meraviglia. Di origini normanne (edificato dopo la conquista normanna della città nell’XI secolo), è costruito in stile romanico – bizantino, con inserti seicenteschi-barocchi, palesi soprattutto nella facciata d’ingresso, più placida e serena con un gentile cortile. I normanni ci seguiranno fino in Sicilia: intanto abbiamo avuto un delizioso antipasto di quello che hanno saputo fare.

    Dal Duomo, abbiamo concluso il giro riscendendo a mare e aspettando meditabondi l’ora per la nostra cena, appollaiati sul lungomare.

    Ci siamo un po’ documentati sulla città. Con la mente sono andato indietro nel tempo. A Salerno ha fiorito una scuola medica d’eccellenza, che nel Medioevo ha avuto l’intelligenza di unire le tradizioni mediche greco-romane con quelle arabe e quelle ebraiche in una sintesi che la rese la prima scuola medica al mondo. Non solo: le cure erano affidate alle donne! Quanta rivoluzione più di 1000 anni fa!

    Mentre pensavo a queste cose sono stato chiamato. Più volte. Non possono chiamare me- ho pensato.

    E invece ho ritrovato per puro caso un caro amico, compagno di viaggi in Asia, anche lui in sosta a Salerno di rientro dalle vacanze in Calabria con la sua famiglia! E, coincidenza delle coincidenze, avevamo fissato nella stessa pizzeria, Criscemunno, una delle più buone della città (che pizza fritta!) e con uno splendido affaccio terrazzato sul Duomo.

    Salutato Vincenzo e famiglia, ci siamo inerpicati verso l’appartamento, passando di nuovo dal centro storico e rileggendo, scritte nei muri, le principali bellissime poesie di Alfonso Gatto, poeta salernitano novecentesco di grande grazia e scrittura sognante.

    Siamo andati a letto e la mattina abbiamo consumato una colazione salernitana gustosissima: destinazione Cefalù, in Sicilia, prima, anzi, seconda tappa del nostro viaggio, perché Salerno la reputo a tutti gli effetti parte del nostro meraviglioso iter!

    Ma chiuderemo il cerchio al rientro fermandosi nella provincia salternitana, il Cilento.

  • Napoli è.

    Napoli è.

    Scrivo queste righe dopo un paio di settimane del nostro rientro da Napoli. Ho passato dei giorni incantevoli a Napoli, non come turista ma come viaggiatore, fruitore, curioso esploratore. COme piace a me. Alla mia compagna. Alle mie bambine che si sono prestate con entusiasmo a camminate di decine di chilometri nella città arroventata di fine luglio. Ho trovato un teatro umano, cultura popolare, alti e bassi. La Napoli che sta sotto che vibra come quella che sta sopra, l’abuso che incontra la rovina millenaria, l’opera di ingegni finissimi, dall’illuminato principe settecentesco Di Sangro e del Sanmartino del Cristo Velato ai sapori di Via dei Tribunali e di San Biagio dei Librai. La libreria di Benedetto Croce nell’atrio di un palazzo sottratto al chiasso, dove trova vita L’Ospedale delle Bambole, una creatura che solo a Napoli può trovare vita. La Napoli dei munacelli e degli spiriti, delle anime sospese e della magia. Una bufala addentata in Piazza Nolana nel mercato magrebino. Le pizze con quel cornicione enorme. Il pesce fritto da Borgo Marinari. La calamarata e la colatura di Alici con la pasta di Gragnano. I mosaici sott’acqua nei Campi Flegrei, l’ingresso dell’inferno dal lago Averno, il teatro greco da un appartamento bombardato, dopo essersi fatti strada fra i venditori di calzini e i panni stesi. I caffè. Quanti caffè. I babà, le pastiere, le sfogliatelle. Quanti babà. Il traffico quando provavo a uscire con la macchina. Le chiese barocche, splendide, cupe, caravaggesche. Il chiasso che quasi nasconde quello che facevamo noi, sudati felici immersi in quell’atmosfera fra statuine del presepe, corni napoletani, il naso di Pulcinella, le cisterne della città greca, prima ancora che romana, che “no, noi siamo greci, i romani hanno fatto un po’ come i cinesi: copiato tutto”. Le sartorie di via Toledo, dove ho comprato una coppola, una giacca e un pantalone, e mi sono sentito per un giorno “dotto’”. La metropolitana con le fermate che toccano le rovine archeologiche, che parlano al presente in una operazione ardita e riuscita di cucitura temporale. I mosaici di Pompei ed Ercolano visti dal Museo Archeologico con una guida d’autore: la prospettiva, il sentimento del tempo che fugge, tutto anticipato in quegli sbalorditivi tetris di pietruzze che arricchivano i pavimenti delle ville sepolte e distrutte dagli strali dell’Etna, quello che ispirò Leopardi nella Ginestra, Leopardi che visse 4 anni e si confuse col popolino, che lo chiamava bonariamente il Ranavuottolo. La Napoli di Vico e dei ricorsi storici, del tutto cambia – niente cambia, delle musicalità dolente e ritmata. Della città più complessa e affascinante che abbia mai visto.