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  • 2023

    2023

    Una stagione grigia, non fredda, ancora piuttosto mite, bagnata, sostanzialmente uggiosa, che ha portato muffe, funghi e muschi negli anfratti delle porte, delle finestre, nelle fughe dei marciapiedi, nelle rughe del lastricato, nelle cortecce tumide degli alberi, fra foglie mangiate e cadute e marcescenti, dentro le ossa e fino alle vene e in notti spesso insonni, di pensieri aggrovigliati e cupi.  

    La natura e il clima di questi primi giorni del 2023 riflettono il mio stato d’animo. E questo mi fa molto rabbia. Vorrei avere un approccio più grintoso e tutto sommato grato a quello che ho. Abbiamo trascorso un altro anno bello, di relativa serenità mentale, senza problemi di salute, con le bambine in costante e tonitruante crescita, e tante piccole e grandi novità, come il matrimonio, la splendida festa a Bisarno, le evoluzioni nella nostra amatissima “reggia”, con le facciate e il tetto del fienile e soprattutto la cucina esterna, col forno pizza e il barbecue, i viaggi tanti, privati e di lavoro, dopo anni di stanca.  

    Eppure, non è facile stare sul presente e non essere distratti. È come se il mondo fosse ancora ferito. Lo si percepisce fra le persone. Rincari, aumenti, guerra, pandemie, influenze, sul macrosistema. Nel piccolo, nervosismi diffusi, frustrazioni, insoddisfazioni palpabili. Passeggiando per Barcellona nei giorni scorsi mi sono imbattuto in una frase molto evocativa: la pace è l’intelligenza al servizio dell’amore. Certo, si riferisce alla pace, alla mancanza di guerra, ma io la voglio far mia anche in un significato più personale, più intimo, e cercare così di contribuire con un po’ di energia positiva alla riabilitazione del mio stato d’animo e di quello di tante persone. Fare dei piccoli passi indietro rispetto ai propri ossessivi desideri, la cui ricerca maniacale per adempierli non reca mai felicità duratura, non porre sempre l’io come assoluto protagonista, prendersi cura degli altri, cercare la bellezza nei gesti, nelle relazioni, nei momenti condivisi, negli altri. Vivere anche per chi lo avrebbe voluto fare con tutte le proprie forze.

  • L’esercizio della bellezza

    L’esercizio della bellezza

    Mi gusta poco la musica di Roberto Vecchioni, ma quelle poche canzoni che mi piacciono le trovo di una bellezza sconcertante: non sono un tifoso dell’Inter e quindi non parlerò di “Luci a San Siro”, mentre – in queste ore buie, the darkest hours avrebbe chiosato severo Churchill – mi trovo spesso a canticchiare i versi di “Sogna Ragazzo Sogna”.

    Novembre può essere bello. Persino novembre 2020, quello della pandemia, delle tensioni sociali, economiche e, in fine, sanitarie. Si, il novembre 2020 appena principiato. Quello dei paventati lockdown, degli arzigogolati DPCM (i DePeCheMode, come ho visto in una geniale vignetta), delle rime buccali, dei geniali banchi con le ruote, dei paucisintomatici, di un ministro della salute che si chiama Speranza, della lattoferrina, di politici che protestano contro loro stessi manco fossero protagonisti di una novella di Pirandello. Quello di tanta paura, tanta disperazione, tanto buio.

    Ieri ho passato la giornata in un campo. La nebbia fin dal mattino immalinconiva il paesaggio già necrotizzato – lo si nota dai colori cupi e sanguigni – dall’imminente inverno. Ho ridistribuito i miei carciofi, le cui foglie erano mangiucchiate dalle lumache: dalla pianta principale è possibile ricavarne altre e piantarle più là… Ho vangato il terreno, da cui sono affiorati tanti lombrichi. Ho potato e alleggerito un paio di olivi e un fico. Non ho potuto fare a meno di notare che in natura, così come nella vita, amore e morte sono strettamente correlati: si taglia per favorire la crescita, si distrugge per far rinascere, si sottrae per avere di più, si fa soffrire per ottenere frutti più dolci: è tutto un ossimoro, un virtuoso gioco di contrasti in armonia che si ripete: “la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”. E quanta bellezza in questa danza di contraddizioni? Più ci si avvicina alla fine, di una stagione, di una vita, di una storia, più i colori e i sapori sono intensi: avete mai affondato le fauci in un caco surmaturo?

    Praticare la bellezza può sembrare un consiglio vacuo, soprattutto a novembre 2020, quando i problemi ti ancorano a un presente pastoso e complicato. Lo so. Ma la bellezza può davvero aiutarci, non tanto a risolvere i problemi ma a nutrire la mente per conviverci meglio. Dedichiamoci a una canzone, quella magari che più amiamo, gustandosene le parole, compriamo una pianta e prendiamocene cura, abbrustoliamo un po’ di pane e cospargiamolo di olio nuovo, disegniamo, chiamiamo l’amico che da tanto non sentiamo per ascoltarlo, con la scusa di accompagnare i nostri figli rimontiamo su un altalena e facciamoci togliere il fiato dai ricordi…

    OK, magari la bellezza non salverà proprio niente, manco il mondo. Il virus sarà ancora con noi. Ma non lo sarà per sempre. E nel frattempo, avremmo decorato un attimo, lenito le nostre paure, accantonato le nostre preoccupazioni, addolcito le nostre amarezze. Perché la vita una sola rimane, e tanto vale provare a viverla, perché “la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere, la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare”.

  • Il seme della felicità.

    Il seme della felicità.

    Questa mattina, un lunedì di nebbia e vento sopra cui filtrava a fatica un pallido sole marzolino, mi sono trovato in auto con le bambine in singolar conversazione. Raffreddate, ma di umore gagliardo e piuttosto querule, le ho coinvolte, nel breve tragitto che ci separava dalla scuola, in una riflessione dialogata sulla felicità. Forse non dovrei parlare di certi argomenti con loro – sono ancora piccole – ma appena ho iniziato il mio ragionamento, ho trovato subito delle ascoltatrici attente, partecipi e molto lucide.

    La felicità. In questa fase della mia vita non ne ho troppa, purtroppo. Mi ha da sempre attratto l’aforisma, attribuito a Madre Teresa ma in realtà ripreso con parole lievemente diverse da più pensatori, secondo il quale “la felicità non é una destinazione ma un modo di viaggiare”. Qualche anno fa affrontai la questione con Edoardo, l’amico che non c’é più, scrivendogli questa frase a chiusura di una lettera che gli avevo dedicato nel giorno dell’anniversario della prematurissima scomparsa della sua compagna.

    Oggi con le bambine non ho parlato di morte, ma ho soltanto indagato su cosa rappresenti per le mie piccole, ma già grandi Upupole, essere felici, cercando io per primo di darmi degli insegnamenti, di auto-aiutarmi. Ci siamo fermati nel ragionamento attorno a una metafora, a un esempio concreto, premettendo loro che io per primo non riesco ancora troppo bene a incarnare quello che vo’ predicando. 

    Ci siamo detti che la felicità, quella più duratura, non é una giornata al mare d’estate, o un bel voto a scuola, non un qualcosa che accade quasi per caso, ma in realtà é un sentimento, uno stato d’animo, un approccio comportamentale, una crescita, un “modo di viaggiare”, tornando alla poesia di Madre Teresa, da conquistare passo dopo passo.

    Abbiamo fatto un paragone coi nostri semini di peperoncino. Al ciclo naturale che le bambine dallo scorso anno hanno imparato a conoscere, seguendolo con passione e dedizione. Ecco, ho detto loro: la felicità la senti nascere come un semino che prima germoglia e poi cresce, grazie solo alle cure che ogni giorno gli abbiamo riservato. “Addomesticandolo” come abbiamo letto nel piccolo principe, cercando di essere presenti e costanti per il semino, attraverso tante continue cure e premure: il travaso in un vaso più grande o nell’orto, l’annaffiare con regolarità, fertilizzare, proteggere dai funghi e dagli insetti le delicate gemme – perché la pianta si può ammalare, e guarire. Prendendocene cura insomma. Impegnandoci per far si che qualcosa – una nascita sana e vigorosa – succeda.

    Poi le cose accadano anche da sè, una volta instradate col nostro amore: arriva la primavera, la luce e il calore, e gioiamo meravigliati della bellezza dei fiori. Quello che non sembrava possibile, è. E possiamo anche lasciarci andare a gesti frivoli e lievi, come annusare le fioriture, farci nutrire dal bello della natura. Fiori rosa, bianchi, rossi, dove prima c’era solo un piccolo seme apparentemente insulso.

    “Poi vengono i frutti e l’estate!”, mi incalza Matilde. Eh si, la pianta diventa adulta, addomesticata e rigogliosa, e ci ricompensa con i suoi frutti. É questo il momento quando la felicità si fa sentire più forte, anche nelle sue contraddizioni e nelle sue spigolature. Perché ne siamo stati noi i creatori, gli artefici, i piloti, perché ci siamo imposti, anche sforzandoci e controvoglia, un “modo di viaggiare” positivo e costruttivo, anche quando eravamo un po’ tristi per quello che ci stava accadendo. Quando sentivamo freddo e molta paura del domani. Piantando i semini.

    “Si, ma i peperoncini a me non piacciono babbo, sono troppo pizzicanti”, squittisce Costanza. Vero, la felicità non é mai perfetta, e talvolta la si prova anche guardando la vita da un punto di vista meno severo, più indulgente, ingannandoci un po’. Perchè poter mangiare il frutto delle proprie cure, assaporarne fisicamente la consistenza, anche se il frutto è un po’ ammaccato, amarognolo, oppure piccante, ricordando che prima avevamo solo un semino e tanta incertezza, ci dice che il nostro “modo di viaggiare” ci ha portato, metro dopo metro, comunque un po’ più in là. A nuova vita. A nuove percezioni fisiche e psicologiche.

    E per l’autunno che verrà – le foglie rosse e fragili splendide prima di cadere – per l’inverno dove tutto sarà fermo, algido e apparentemente senza vita, in cui ci metteremo addosso dei cappotti pesanti per proteggerci dal freddo – ci potremmo sempre ricordare che ogni frutto contiene tanti semini. E che, sotto sotto, la vita continua a pulsare. Sempre. E che la felicità ce la dobbiamo conquistare, perché è bellissimo sentirsi rinascere dopo aver lottato e subìto la caduta. Anche se il vento potrà piegarci, le malattie stancarci, le stagioni costringerci a continui cambiamenti di cui avremmo fatto volentieri a meno, dentro di noi avremo abituato a far pulsare sempre il seme della rinascita.

    “Babbo – che noia…Comunque all’asilo faccio un disegno dedicato a te”, taglia corto Costanza. Matilde l’avevo già lasciata davanti alla scuola elementare, che correva in classe scortata sulle strisce dal vigile urbano, da sola, come vuole lei. Entrambe vivaci, impertinenti e fiorite. Come dei semini germogliati e piene di vita e coraggio, dei quali ho, abbiamo avuto gran cura e dedizione. Ecco, la felicità. Appunto. Un “modo di viaggiare”.

  • Contadino con la penna in mano.

    Contadino con la penna in mano.

    Da sopra il cumulo di terra scavato: Bisarno, odi et amo.

    Non é vero che scrivere sia una urgenza per medicare la malinconia. Non per me, almeno. Nei giorni brutti – e ne ho, purtroppo – sono arido. Non coltivo né la scrittura né l’azione. Mi arrovello nei pensieri neri. Mi accartoccio in me stesso. Esaspero la mia indole solitaria e profondamente malinconica. Però ci sono i giorni buoni. Che come quelli brutti non si inseriscono necessariamente fra i fatti, gli accadimenti, le vicende buone o brutte. Sono stato male in momenti in cui la ruota girava per il verso giusto e sto trovando, soprattutto in questo periodo, delle vibrazioni positive in un contesto caracollante e non ottimale. 

    Bambine intente a spigolare cavoletti!

    Domenica sera. Di solito le domeniche sono per me il giorno più difficile. Soffro lo spleen e la tristezza spesso affiora, soprattutto d’inverno nelle ore serotine. Adesso sono sul letto. Ho appena aggiornato Instagram (secondo post in due giorni dopo 6 mesi esatti di silenzio) e sto portando avanti questo mio journal intime digitale, il blog appunto, con la voglia di raccontare, di scrivere, due giorni trascorsi a stretto contatto col mio ambiente, Bisarno, la mia famiglia, a fare, a lavorare nei campi, a organizzare e riorganizzare, a mangiare e bere, a provare, insomma, a vivere questa vita di adesso: una vita che forse avrei tratteggiato diversamente, ma questa é quella che ho e – voglio ribadirmi – non é comunque diventata così orribile come ogni tanto il pensiero malato tende a farmi credere. 

    Il sabato era iniziato presto. Colazione al bar con Mati e nonna e poi di corsa a casa dove Sauro, il mio vicino, col quale é nato anche un bel rapporto di amicizia, aveva già iniziato a scavare un fossato per il futuro terrazzamento. Fortunatamente non spirava più la tramontana diaccia dei giorni scorsi e, poco prima delle 18, ormai già a “bruzzico”, quasi buio cioè, abbiamo concluso tutti gli scavi che metteranno Paolo nelle condizioni di fare muro e scala per il terzo appezzamento verso valle. Io ho aiutato con la vanga quando la benna, la pala della ruspettina, rischiava di andare troppo vicino ai tubi della luce, del telefono e dell’acqua e ho anche spostato, accumulandoli in piccole macie, i pietroni che emergevano dal sottosuolo. Ne ho anche approfittato, insieme alle Upupole, per raccogliere un po’ di verdure dall’orto invernale: cavoletti di Bruxelles (amatissimi in famiglia!) e il cavolo nero. 

    A cena ci ha raggiunto NonnaZa: bocconcini di rana pescatrice avvolta nel lardo e aromatizzata al limone, patate al forno, cime di rapa e, per dolce, i cenci della ZiaDada. Poi un bel film di Natale, neanche malvagio, Qualcuno salvi il Natale, prima di un sonno rigenerante. 

    Il fuoco: purifica e scalda.

    Oggi ho approfittato di un tempo ancora discreto, seppur grigio e piovigginoso, per organizzare un po’ il fienile e per fare un po’ di pulito attorno casa, accendendo anche un fuoco nella concimaia. Il crepitio del fuoco che zampillava verso il cielo umido si è confuso con l’odore di agnello al forno lauresco che proveniva da casa.

    Entrare dentro il fienile a sistemare é stato anche un esercizio col mio passato recente. La nostra estate si é congelata il 14 agosto e non avevo ancora rimesso via per bene il barbecue, le sedie colorate del giardino, gli attrezzi dell’orto: tutto era ancora in modalità estiva. Ho trovato lì dentro anche tanti indizi della presenza di mio babbo: le sue scarpe da lavoro, il grembiulone bianco che utilizzava per imbiancare, dei listelli di parquet che insieme avevamo portato via da casa sua per sfruttarli a Bisarno, e per prenderli eravamo anche caduti dalla scala… Ho sistemato i vasi di plastica e quelli di ceramica, pronto – fra qualche settimana – a reiniziare la semina di future piantine che andranno nell’orto. Fare ordine é un po’ come guardarsi dentro. E il fienile, scarsamente illuminato, pieno di oggetti ricordo, con gli occhi dei gatti che mi guardavano, scricchiolii al mio passaggio, é stata una sorta di seduta di psicoterapia dalla quale sono uscito purificato. 

    Dentro il fienile, un po’ come dentro l’anima.

  • Il 2018. L’anno che è stato.

    Il 2018. L’anno che è stato.

    Primo post del 2019. Non vedevo l’ora che finisse questo 2018, che nella sua orripilanza (per adesso, l’annus horribilis della mia vita) ha comunque portato qualcosa di bello. Ed è un esercizio nutriente e balsamico per la mia psiche riuscire a concentrarmi sui suoi aspetti positivi, malgrado tutto.

    E’ stato un grande anno lavorativo: il progetto Ruffino Cares, le soddisfazioni dei viaggi, la crescita delle responsabilità e dell’area comunicazione…Insomma, dal punto di vista professionale, un anno tutt’altro che horribilis!

    Bisarno, la nostra casa, il nostro progetto di vita, ha assunto, dopo quasi tre anni di lavori, una certa compiutezza: è stato, è, uno dei pochi stimoli che ho continuato ad avere anche fra agosto e ottobre. Si è concesso con la sua bellezza e il suo saper accogliere. Il babbo ci ha passato gli ultimi mesi ed era l’unico posto in cui “stava bene”. Ho imparato a fare l’orto. Ho affinato ancora di più la mia passione per gli arredi e l’architettura, per cercare di riproporre il bello che emana e la sua storia, e di renderlo confortevole e moderno. Una volta ho scritto che Bisarno pareva quasi avermi portato male, ma potrei anche asserire cosa sarei stato se non ci fosse stato Bisarno, sopratutto negli ultimi mesi di quest’anno, quando ci siamo letteralmente rannicchiati dentro le sue accoglienti mura.

    E’ stato l’anno in cui è particolarmente fiorita l’affinità con la Matilde. Vero, gli eventi avversi, in cui siamo “sulla stessa barca”, ci hanno avvicinato, ma al di là di questo forzato sprone, è il primo anno in cui ho avvertito davvero forte il significato di babbo, averlo ed esserlo…e con la Mati la sinergia è fatta di coccoli, gesti, premure, viaggi in auto, presenza, passeggiate: non tante parole quanto la presenza attiva. E anche con la Costi, l’intesa è ogni giorno sempre più bella: una bambina col carattere opposto alla Mati e che mi ha fatto crescere grazie alle diverse modalità di approccio che lei mi impone per entrare in sintonia, lei sempre col suo ditino puntato e la sua logica inappuntabile. Prendersi cura delle mie bambine, alcune volte per necessità, e sentire che in fondo sono state loro a darmi una bussola nei giorni più duri è stato uno degli aspetti più positivi del 2018.

    La Laura: beh, il nostro rapporto si è per forza compattato, e io credo in meglio. E non potrà che essere ancora più forte.

    Mia mamma e la mia famiglia allargata: da mio suocero ai miei zii. Ho sempre avvertito il significato di famiglia, ho sempre onorato le mie tradizioni e la mia storia familiare, ma nel 2018 il concetto di famiglia si è vestito di ulteriori essenziali significati. Sono sempre stato un mammone ma la mamma, e anche il babbo, nelle difficoltà, quest’anno sono stati fantastici. E anche ora la mamma, da sola, è per me un punto di riferimento: osservare la sua resilienza, progettare insieme a lei un nuovo futuro, abitativo e non solo, è per me fondamentale e mi, ci aiuta a lenire il grande dolore e il vuoto che proviamo.

    Così come lo sono stati i parenti: presenti, sorridenti, positivi. Uniti e compatti. Siamo una bella famiglia e il 2018 lo ha clamorosamente evidenziato.

    Viaggiare e nuove conoscenze: abbiamo comunque fatto dei grandi viaggi e delle bellissime esperienze. Abbiamo aperto l’anno a Salisburgo, a luglio siamo stati in Savoia, ogni volta sono state vacanze divertenti e molto consolidanti. Ho conosciuto tante nuove persone. Tutte le esperienze che stiamo vivendo mi hanno portato in alcune fasi a una sorta di misantropia…un po’ l’ho di mio, un po’ mi si è acuita. Però al contempo con alcune persone che già conoscevo il sentimento si è spogliato di tanti orpelli e di certa retorica, per diventare ancora più profondo. E poi ci sono i nuovi amici, quelli iniziati nel periodo più buio, e non sono pochi. E sono stati piccoli luminosi segnali di vita quando dominava la tristezza e l’indolenza e un bel lascito di questo 2018.

    Me stesso: sono mio malgrado più uomo. Grazie a tutto quanto sopra raccontato e anche grazie ad alcune pratiche che mi hanno permesso di lavorare sulla mia persona e sulla mia psiche, fornendomi degli ancoraggi concreti in giorni di grande difficoltà: la mindfulness, lo yoga e il training autogeno. È un percorso duro, sto cercando di mettercela tutta, e questi strumenti conosciuti nel 2018, mi stanno in parte aiutandomi.

    Sarebbe stato troppo facile guardare al 2018 con disperato disprezzo. Lo archivio così, col sottolinearne le solarità, conscio sulla mia pelle, che anche nei periodi più brutti possano fiorire situazioni, conoscenze, parole, crescite, un certo senso di malinconica struggente bellezza, che mi porterò dietro tutta la vita.

     

  • Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Oggi è il primo giorno che sa d’inverno. Dopo tanta pioggia, e vento, e giornate nebbiose, in cui il poco sole dava comunque ancora zampate ubertose, calde, accese, oggi al contrario una splendida luce algida ci ha accolto fin dal mattino presto, quando – di buona ora – ho portato Matilde a scuola, rigovernato i gatti (ormai sono 6…) e perlustrato l’orto.

    L’aria frizzante del mattino mi ha ancorato a terra. Ho stretto il cappotto invernale e ho cercato di scacciare il frustrante ruminio dei miei pensieri che in questi giorni è andato di pari passo col tempo metereologico. Sarà così per molto tempo. Tristezze, paure, inquietudini, rabbie. Ci sono troppe cose che non vanno come dovrebbero.

    Però, talvolta mi accorgo che le situazioni vanno messe in prospettiva. Tutto cambia. Una giornata di luce fredda come oggi mi insegna proprio questo. Tenere duro. Essere centrato, solido e presente. Cercare di valorizzare quello che c’è comunque di positivo in questo periodo. Vivere della bellezza che ci circonda ed essere operativo (gesti, azioni, prendersi cura degli altri, amare i miei amori), lasciando stare le riflessioni che vanno solo a inquinare ulteriormente il mio stato d’animo. E a non negarmi mai la voglia, anche sforzandomi, di continuare a progettare e a fare, sia per il presente che per il domani: piccole cose, nuove pianticelle in giardino, i lavori in muratura fuori nell’aia, cucinare, svolgere bene le mie attività di comunicatore in Ruffino, assaporare le frazioni di felicità che possono nascere, spesso da eventi non considerati o non attesi.

    Eh si. Mi scuso con Pavese per rubargli il titolo di un suo libro-diario, ma vivere è proprio un mestiere, e in questi mesi sto cercando, con fatica ma col mio massimo impegno, di apprendere il più possibile, cimentandomi nella pratica, i segreti di questo “lavoraccio” che tocca a tutti.

    La casa dal basso, incorniciata da mirto, lavanda e biancospino.

     

     

  • Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    La bellezza del caco e del cielo di novembre.

    Oggi è stata una domenica di tempo uggioso ma sufficientemente stabile per consacrarla al lavoro nei campi. 

    Di buon mattino, io e la Mati abbiamo fatto la nostra colazione e, in concomitanza con l’arrivo del NonnoCiccio, affaccendato nelle stuccature della facciata, ci siamo vestiti adeguatamente e proiettati verso una divertente e faticosa organizzazione dell’orto.

    La facciata esterna a cura di Nonno Ciccio. Stuccatura con biocalce.

    Di lì a poco ci ha raggiunti anche Costanza. Gli obiettivi erano alti. Zappare nuove porche per nuove piantine, togliere le infestanti, spostare sassoni che avrebbero infastidito la futura rete dell’hortus conclusus (quello chiuso, un’altra abbondante parte è extra-vagantes sotto il porcile), trattare cavolo nero e cavoletti dalle insopportabili cavolaie, spostare i piccoli sassi emersi dalle zappate.

    Alle 11 circa sono arrivati anche i Nonni Sorelli, cibo-muniti (con un baccalà alla livornese squisitissimo, il cui sugo pomodoroso ha intriso le patate alla perfezione), per allestire un pranzo della domenica robusto e saporito, arricchito anche di prodotti dell’orto, fra cui le bietole del nostro campo saltate, i pomodori e i carciofi in padella. 

    Matilde e il melograno.

    Dopo pranzo abbiamo ripreso i lavori, ininterrotti fino al buio, le 18 circa.

    Poco prima di merenda, e con una merenda speciale (un gustosissimo, e di cui io sono ghiottissimo, castagnaccio!), si è presentata a Bisarno anche la Zia Dada. Ci siamo quindi fermati sui gradini della scala che conduce all’orto e ci siamo mangiati il castagnaccio e schiacciato qualche noce. La Zia Dada ha poi eseguito una classica partitura delle sue visite in loco: la ricerca della bietola selvatica, che qui cresce abbondante al punto che ci siamo riempiti il frigorifero, coste delle bietole incluse. Le bambine dal momento dell’arrivo della Zia Dada si sono inevitabilmente dedicate al gioco con la loro compagna di giochi preferita, abbandonami alle mie fatiche. La Nonna Za si era messa a spazzare l’aia dal fogliame ormai caduto, seguita passo passo dal gatto Arancino, in perpetua ricerca di carezze (un gatto che si comporta da cane) e io sono rimasto solo nei miei campi, perso e concentrato nel mio lavoro, fra zappa, vanga, piccone, piantine, semi, sassoni e sassini, erbacce di ogni tipo. Zero pensieri e sudata fatica.

    La bellezza che nutre.

    Alle colture già piantate di cavoli, radicchi rossi e cicorie, abbiamo aggiunto il finocchio, lo spinacio, l’aglio e l’aglione, i baccelli, la cipolla rossa, i carciofi toscani e i carciofi violetti, oltre al porro gigante. Tutte ordinate in file capaci di restituire una struggente bellezza, perché nello stesso cono ottico della casa che si stagliava sullo sfondo.

    Sono tutte prime volte per me. Nella scelta delle verdure ho chiaramente seguito le esigenze stagionali e i gusti personali. Vediamo quel che accadrà. Io ci ho buttato tutto me stesso e, stasera mentre fuori diluvia e scrivo la cronaca della giornata, la mia schiena, così come le braccia e le gambe, sono indolenziti e pesanti. Però sono soddisfatto: tutti si sono divertiti, Bisarno ha saputo accogliere anche oggi tante identità, ognuno con la propria esigenza, e gli spettri che aleggiano sopra di noi sono rimasti in disparte.

    Una giornata che potrei definire, mutuandola dalla psicologia, di pienezza, di consapevolezza, di mindfulness. Per noi come famiglia una splendida domenica di lavoretti di campagna.

    Uno sguardo all’orto di sera.

  • I progressi inconsci.

    I progressi inconsci.

    Il fienile e il nocio visti dalla torre.

    Dal 14 agosto abbiamo congelato volutamente tutte le nostre attività di ristrutturazione di Bisarno, in una attesa stordita e catatonica di un qualcosa che avevamo e ci era sfuggito fra le mani. Quel qualcosa non tornerà più e lentamente, dopo un mese, un mese e mezzo, di complicati e sterili arrovellamenti mentali di quello che ci è accaduto e di quello che dovremo vivere, la nostra vita, in parte pilotata dal nostro inconscio più profondo e dall’esempio di alcune persone meravigliose che ci circondano (due di loro molto piccole, ma solo di età!), ha ricominciato il suo fluire, un suo corso attivo dal sapore agrodolce ma che non disdegna piccoli profondi attimi di felicità.

    E anche quei lavori che avevamo sanciti come stoppati, in realtà – piccolo lavoretto dopo piccolo lavoretto, piccolo sforzo dopo piccolo sforzo – oggi si palesano come significativi passi in avanti.

    La facciata di ingresso di Bisarno è stata stuccata per circa metà della sua ampiezza: sono state prima ripulite le vecchie murature, poi sono state rifatte alcune murature, e infine nelle fughe, negli interstizi fra pietra e pietra è stato messo la biocalce, che dona alla casa quel meraviglioso legante color ecrù fra il grigio del galestro, il bianco dell’alberese e il granato del mattone.

    Il caco e la facciata esterna, in progressiva stuccatura.

    Abbiamo poi ereditato dalla casa in Casentino che era dei nonni materni, un luogo dell’anima e che tanto mi ha ispirato – per l’acquisto di Bisarno, per il libro La Toscana di Ruffino, per il blog, per la mia idea di famiglia – alcune mobilia che ho trasferito da Borgo alla Collina, a settembre, nella sala grande di Bisarno, quella che al momento della ristrutturazione di Bisarno era ancora una stalla, mangiatoia inclusa: un bel divano in legno massello e midollino; una fratina per le nostre occasioni gastronomiche invernali; un mobile stile anni Trenta che, ad aprirne i cassetti, mi fa stringere il cuore perché odora di nonna, di vita di trent’anni fa a Borgo, di un me piccolo che giocavo a Scarabeo con la nonna, la zia Carla e una quarta persona della quale i fogliolini coi nomi, scritti di mio pugno giovanile, ritrovati dentro la scatola ancora integra non mi permettono più – ahimè – di ricordarne l’identità.

    Uno sguardo della sala “casentinizzata”.

    Poi abbiamo le nuove piante: non c’è niente di più ancorante al presente che dedicarsi al proprio orto-giardino e lasciare una traccia attraverso la messa a dimora di nuove colture, soprattutto quando i lavoretti sono eseguiti con le bambine e i gatti ad assisterci. Raccogliere le noci nella terra umida, gonfie di pioggia e odoranti di balsamico, con le mani che si sporcano di quel nero che non va mai via, è un esercizio di presenza fortissimo. E ho provato a far mettere radici a tante verdure invernali, sperando che i fortunali di queste ore non abbiano dilavato troppo il terreno. E poi abbiamo tre nuovi alberi, che si affiancano agli altri: due ciliegi e un pero. Ancora piccoli astoni sotto i tre anni ma che, in futuro, regaleranno frutti e già adesso la bellezza. La bellezza è essenziale.

    Infine lo studio: la necessità di Laura di trascorrerci molto più tempo, e comunque l’opportunità di avere una base di appoggio di lavoro, lo ha reso vivo, elegante, professionale e caldo, col tavolo-ragno, che io avevo disegnato e fatto sviluppare per la casa precedente di San Francesco, ad accogliere atti e fascicoli.

    Andiamo avanti. Senza troppo pensare. Concentrati per quanto difficile sia su questo presente che ha solo nascosto, ma non distrutto, le tante occasioni di felicità della nostra vita.

  • Ottobre caldo.

    Ottobre caldo.

    Mattina, neanche le 9. Una splendida giornata di ottobre.

    I giorni si susseguono, uno diverso dall’altro. Fa ancora caldo. Le foglie si sono arrossate e ingiallite. Il cielo è spesso azzurro. L’aria un po’ umida. Ogni dettaglio vive di una luce avvolgente e intensa, restituendo una nutriente bellezza alla mia vita. Prendersi cura degli altri è un verbo bellissimo e una attitudine che mi restituisce serenità. Mi permette di entrare in concordanza con altre persone e di avvertire la mia presenza attiva qui e ora, senza perdermi nel ricordo vischioso del passato o arzigogolarmi fra le incertezze del futuro.

    Il nostro piccolo mondo antico è ancora in piedi e va avanti. Eccome se va avanti. Nell’orto, i cavoli crescono, così come i radicchi e gli spinaci. Si spostano pietre per future murature e si stuccano le pareti. Le colazioni e le cene ci fanno stare insieme, ogni tanto capita a me di cucinare, e lo faccio con una malinconica gioia, offrendo ai commensali – entusiasti e incuriositi – sapori tenui ma ben distinti: l’altro giorno la mia rivisitazione di pollo alle mandorle è stata finanche applaudita! Ci si arrabbia e si urla con le piccole pesti: quando ci vuole, ci vuole. E quando arriva il buio, si accende la musica. Si balla e ci si muove, anche un po’ sguaiatamente: “I got the feelings” e “Amore Capoeira” sono la colonna sonora pretesa dalle bambine – ci adattiamo con piacere: energia pura, condivisione, amore.

    Di notte un cane nero latra continuamente. Talvolta sciupa il sonno, altre volte prosegue anche di giorno. Il più delle volte non ci facciamo troppo caso. Ed è come se non ci fosse più. E sentiamo il nostro respiro, giorno dopo giorno.

    Le bambine indaffarate a piantare gli spinaci.

  • Un taglio al passato.

    Un taglio al passato.

    Le nuove piantine di cicoria e cavolo.

    Domenica sera. Annuso il melograno. Sposto le lastre più sottili per farne dei sentieri. I gattini mi seguono, mi cercano. Forse per avere cibo ma in realtà bramano carezze. Sono stordito dalla bellezza del tramonto di ottobre, l’odore di aria gonfia di terra ed erba bagnata evaporata dopo il sole caldo della giornata.

    Mi sposto verso l’orto: ieri, prima della pioggia che ha inzubbato di autunno il sabato pomeriggio, ho piantato le verdure dell’inverno. Cavoli e radicchi. Pomodori e melanzane, invece, continuano il loro ubertoso viaggio, donandoci pomi odorosi e polputi ormai da oltre tre mesi. Il fine settimana ha portato via qualcosa e noi abbiamo risposto togliendo erbacce e portando nuova vita: le piantine, appunto, un alberello di goji, una vite di varietà Matilde, la pianticella dalle foglie dolci Stevia, delle lavande a sostituire le tre che si solo ammalate, un cornetto farcito di crema e voluttà – io col mio cappuccino, le bambine coi bicchierini di latte e miele di un sabato mattina in cui serviva stare noi tre vicini – un compleanno di un amichetto di Matilde a perdermi nelle voci gioiose dei bambini, una pizza che sapeva di pizza e la Domenica con amici a pranzo che hanno allietato la giornata.

    Cresceranno le nuove colture, le stagioni faranno il loro corso, ciò che è stato tagliato oggi sarà di nuovo brulicante e ancor più forte domani. E noi saremo forti come le piante al risveglio dopo l’inverno. Intanto, ci ancoriamo al nostro presente, attorno alla casa, attorno alla famiglia, cullati dalla bellezza e dai goffi e larghi pigiami invernali di queste prime notti d’autunno che ci tengono al caldo.