Tag: Il mio lavoro da comunicatore

  • #cookstock

    #cookstock

    Ormai poche ore e tornerà Cookstock.it, l’evento più appetitoso di Pontassieve! Siamo alla quarta edizione e ogni volta – anche dopo essermi ripromesso di viverlo con pura professionalità e maggior distacco possibile – mi trovo coinvolto, entusiasta, arrabbiato, avvinto da un “forte sentire” durante questo frenetico iter organizzativo che sta precedendo l’atteso via delle iniziative, venerdì sera alle 19. Ma ci siamo e direi che va tutto bene! E se pioverà, pace: molte attività, fra cui le nostre cantine, sono al chiuso!
    Cookstock unisce il mio paese e l’azienda per cui lavoro, la Ruffino. Ci tengo a fare bella figura coi miei compaesani, coi colleghi che ci dedicano a loro volta un sacco di tempo, talento e risorse e lo impreziosiscono. Persone che sono amici oltre che professionisti esemplari, come Fabrizio Masieri e i ragazzi del Cavolo a a Merenda, Sandra Pilacchi, Riccardo Ciolli, dell’ufficio comunicazione del comune (altro grande pilastro dell’evento), lo chef Edoardo Tilli, Marta e Basheer di Nura, squisito street food indiano e, non ultimo, Stefano Frassineti, primo ideologo di Cookstock e sempre presente, seppur quest’anno dedicatosi soprattutto alla sua locanda Toscani da Sempre. Anche noi in Ruffino siamo pronti (quasi!) ad aprire le nostre cantine. Il percorso è definito, le zone di passaggio “imbellettate” e sarà altamente suggestivo passeggiare dentro Ruffino anche sotto il chiarore della luna, visto che le visite si protrarranno fino alle 22 (e inizieranno alle 11). Le passeggiate dentro Ruffino saranno guidate dai miei colleghi che, per due giorni, vestiranno gli abiti di ambasciatori del marchio. E, forti dei consensi ricevuti lo scorso anno, verranno anche ripetute le piece degli attori dell’associazioni Allibratori – strepitosi cantastorie coi quali condivisi una breve esperienza lavorativa nel 2002 e che, dalle 18 alle 22, imbastiranno nell’iconico sovrappasso di Ruffino, il ponte, una breve storia recitata sui nostri 140 anni. Inoltre, gustosa novità di quest’anno, nel piazzale della villa dentro Ruffino sarà possibile anche degustare le squisite pizze di quattro pizzaioli “trispicchiati” (i tre spicchi sono il massimo riconoscimento per un pizzaiolo e sono attribuiti dalla guida Gambero Rosso, l’equivalente dei tre bicchieri per il mondo vino), fra cui le leggendarie creazioni di Giovanni Santarpia.
    In paese a Pontassieve, fra le due piazze, quella del comune e quella di San Francesco, e lungo tutto il “borgo”, troveremo il bardiccio e il lampredotto, il ramen e il gazpatcho, i testaroli lunigiani e il polpo di scoglio pugliese, gustare le sofisticate prelibatezze dei grandi chef, apprendere i segreti della schiacciata con l’olio o della pasta fatta in casa, rilassarsi in uno dei bistrot a tema a pranzo o a cena, coinvolgere i propri bambini nei laboratori a loro dedicati, ballare ai numerosi eventi musicali (quest’anno uno per piazza!), acquistare i prodotti locali dagli orti del territorio e dai presidi Slow Food, elevarsi con momenti letterari, presentazioni, incontri, o semplicemente bighellonare senza meta precisa fra le vie del paese in mezzo ai sapori, i suoni e i profumi di Cookstock.
    Anche la comunicazione dell’evento è in pieno fermento. Due sono le media partnership – Radio Sieve, la mitologica radio pontassievese che allieta tutta la Valdisieve e il Mugello, e The Florentine, rivista in lingua inglese animata da una delle firme più in ascesa del giornalismo, l’inglese ma pontassievese d’adozione Helen Farrell – che racconteranno l’evento. La pagina Cookstock su Facebook è in pieno fermento, grazie all’industriosa creatività di Valentina Cerofolini e Marina Mariottini di Sinaptic, che hanno creato anche l’utilissimo cookstock.it. E – grazie a un congiunto e sinergico impegno di ufficio stampa – sono numerosi gli articoli di stampa nazionale che hanno scritto e scriveranno dell’evento. Insomma, sono, siamo, pronti. Io vi aspetto! Emozionato, contento, e comunque vada, soddisfatto! Viva Ruffino, viva Pontassieve e lunga vita a Cookstock!

    La locandina di Cookstock 2017

    

    Cosa succede in Ruffino? Ecco qua! 

    

    E in paese? La mappa e le iniziative a Pontassieve
  • Settembre

    Settembre

    Un fresco vento settembrino ha spazzato via l’afa degli ultimi giorni e ci ha preparato a un anticipo di autunno, una stagione che ha i colori più vivi e i profumi più intensi ma in sè anche i prodromi silenziosi della necrotizzazione invernale. Il lavoro è ripreso totis habenis, a gran ritmo, e la corsa verso Cookstock, il grande evento di Pontassieve che ci vede con Ruffino protagonisti, è entrato ne suo ultimo miglio. Oggi, un rilassante sabato di buona cucina, gustoso vino (Passopisciaro, contrada S) e gradite visite (è venuta Mia, la migliore amica della Mati, per una sessione di gioco che ha impegnato le Upupole per buona parte del pomeriggio), il NonnoCiccio ha lavato parte della facciata verso l’aia, sopra e attorno l’arco della cucina, restituendo le cromie terrose e ferrigne della pietra alternata al mattone che me la rendono così irresistibile. Adesso è ancora più bella se possibile! Abbiamo (ha, dovrei dire, ma la buona volontà non mi manca mai) installato anche un faretto led esterno sopra l’arco della cucina, un esperimento per vedere se e come la muratura a vista verrà valorizzata da questa illuminazione che vuole essere negli intenti coreografica ma non eccessiva e volgare. Per la cronaca e gli appassionati delle serie a puntate col lieto fine sapientemente rimandato ad taedium, ieri sera si è di nuovo palesato il topo – forse un altro? – nella camera da letto e io ho miseramente fallito di nuovo la cattura, peraltro non facile. Mi sa che dovrò prendere provvedimenti più drastici. A partire dai due gatti adottati all’uopo – Fulvio e Bianca – ai quali forse l’alimentazione da me provvista ha fatto loro svanire lo smalto predatore e la carica agonistica per cacciare via i topolini. Del resto, dovremo imparare a convivere con la fauna di Bisarno, volenti o nolenti. E se i caprioli, gli istrici, il gufo, i leprotti, i fagiani sono stati disneyanamente accolti e salutati nei loro pellegrinaggi per lo più notturni nella corte da tutta la famiglia, dei calabroni, delle vespe, delle zanzare, e soprattutto dei topi e del gigantesco cinghiale palesatosi giovedì notte rumoroso e luciferino a mangiarmi le giuggiole avrei fatto volentieri a meno. Lo abbiamo sentito e poi osservavato dalla specola della nostra camera inerti e un po’ inquieti, fin tanto che, improvvisamente spaventato da un nonnulla (non le nostre urla che lo invitavano ad andarsene), si è dato alla fuga nel campo adiacente. 

    Una squadra ben organizzata per montare una lampada

    L’ottima cena in un ridente venerdì: è fresco, si mangia dentro…
    Meglio fare da soli…

  • Questa casa é solo nostra vero?

    Questa casa é solo nostra vero?

    Ci siamo quasi: prima “mandata” di resina cocciopesto.
    In questo frenetico conto alla rovescia – io e Laura che viviamo da separati ognuno nella casa dei propri genitori, le bambine con lei – i giorni si stanno succedendo anche divertenti. Lo dico pirandellianamente (il 28 giugno 1867, 150 anni fa peraltro nasceva il mio mentore filosofico) con un abilissimo e studiato esercizio mentale che trasforma la lacrima in riso e che prova a relativizzare e ad astrarsi dalle ulcere di cantiere. L’umorismo. Sono certo che ricorderemo questi giorni da senzatetto con piacere: siamo a cena una volta di qua, una volta di lá, una volta dagli amici, altre fuori, mentre scrivo sono in volo verso Bruxelles e ho trascorso dei giorni anche a Parigi, ci abbiamo messo un po’ di mare in Maremma… Insomma, non abbiamo ancora una casa nuova ma ci siamo avvolti in una rete ampia, morbida e affettuosa che ci ha permesso di tamponare il colpo dell’abbandono della casa di San Francesco e i disagi e i ritardi delle consegne, ritardi comunque relativi se si pensa alla vastità, anche economica, del piano di recupero. Quasi tre anni fa tutti sorridevano quando garantivo che ci saremmo trasferiti entro maggio 2017. Le bambine sono un po’ stranite ma vedo in loro prevalere la gioia e la curiosità di questo strano nuovo periodo trascorso in tante case con tante persone, col dubbio ogni sera di dove mangeranno e dove ceneranno, oltre a chi sederà al desco con loro. “Ma questa casa sarà solo nostra vero?” – ha chiesto dubbiosa l’altro giorno la Mignola nel sopralluogo serale in una Bisarno afosa, con le susine ormai surmature, la resina ancora bagnata e parzialmente posata. Giusto per assicurarsi che questa vita comunitaria, da famiglia allargata, per quanto divertente, solare e diversa, abbia comunque un termine.

  • Chris Cornell

    Mi prendevano in giro quando ascoltavo i Soundgarden. Nel mio ecke ecken erano il vertice basso dopo il binomio Pear Jam e Nirvana, ma tutti e tre i gruppi costituivano manna per le mie prime inquietudini postadolescenziali che avrebbero trovato poi fioritura fra i libri e le poesie degli ultimi anni del liceo e durante gli anni estatici e decadenti, introspettivi e cupi di Lettere. Chris Cornell da Seattle si è suicidato due giorni dopo il mio ingresso nei quaranta. In qualche modo un congedo cerimonioso a una epoca, i miei primi quarant’anni. 
    Sono entrato negli anta lavorando. Una soleggiata giornata trevigiana a festeggiare non me ma la nuova sede di Ruffino, approdati io in Veneto dopo la settimana nel nord della Germania, l’azienda dopo centoquarantanni solo in Toscana.
    Va bene così. Testa china sul lavoro, sul trasloco e sul Bisarno. tempo e luogo per godersi un po’ di conseguimenti, non solo anagrafici, non mancheranno. 
  • Berlino e la Ruhr

    Berlino e la Ruhr

    Berlino mi ha accolto nella magnifica e nuova Hauptbamhof, la stazione centrale. Una giornata fredda e ventosa che progressivamente si è fatta tiepida e soleggiata. Sono stato trottolato dal locale agente, un berlinese dinoccolato e molto alternativo, per tutto il giorno lungo ristoranti ed enoteche, locali berlinesi e soste gastronomiche di varia ispirazione a raccontare i vini Ruffino e a conoscere i titolari, spesso persone giovani e molto motivate nel loro lavoro. Percorrere così di fretta e senza un attimo per me stesso la città, una città che conosco davvero bene e a cui ho legato tanti ricordi da fidanzato, da babbo (memorabile una vacanza a ottobre 2013 con una strepitosa e divertentissima Matilde dueenne) e da professionista (Berlino è una città molto importante per il mercato tedesco di Ruffino) è stato come un riaprire una porta nel passato costituita da tanti episodi forti e intensi. Penso anche che la mia passione per l’architettura e il design sia sbocciata qui e qui abbia trovato negli anni spunti fertili per affinarsi e consolidarsi. La giornata si è conclusa con una cena a Potzsdammer Platz, non il mio quartiere preferito della città. A parte la cena ottima, di afflato siciliano, mi ha fatto enormemente piacere ricevere i complimenti per il libro “La Toscana di Ruffino” da parte del proprietario,  che lo tiene in bella vista in uno dei ristoranti bene della Berlino borghese. Due passi nel vento di nuovo gelido prima di andare a letto. L’indomani, dopo un discreto risveglio all’alba ho preso di nuovo l’aereo per Dusseldorf. Una ora e mezzo di ritardo bloccato in aereo. Arrivo a Oberhausen e passo uno delle giornate più lunghe a visitare, città mineraria dopo città mineraria, gli Edeka attorno a Bochum in compagnia del rappresentante di zona. Non ero mai stato nelle città di cui conoscevo solo le celebri squadre, lo Shalke04, il Borussia Dortmund, il Bayern Leverkusen, il Fortuna Düsseldorf, il Bochum, ma effettivamente mi ero perso poco. Davvero stanco, la sera ho avuto la fortuna di imbattermi nel quartiere giapponese di Düsseldorf, il terzo per numero di giapponesi presenti in Europa, e di gustarmi un terapeutico sushi con birra Asaki. Cuffie nelle orecchie, passeggiata post cena per favorire la digestione, e ora a letto: domani si torna a casa!

  • Gli asparagi, Amburgo e il sogno Champions

    Gli asparagi, Amburgo e il sogno Champions

    Asparagi bianchi. Oggi ne ho incrociati di ogni fattezza e dimensione. È stagione qui ad Amburgo e stasera, a cena da solo come mi capita spesso e mi piace sempre di più, ho trovato un bistrot minimale e un po’ chic, come mi capitano sempre più spesso e mi piacciono sempre di più, che ha ben pensato di impostarci il menù odierno: in zuppa e poi bolliti e serviti con la salsa olandese. Ci bevo Riesling, di queste terre un po’ più a sud, la mitica Mosel. Sono stanco. La giornata è stata lunga, non quanto l’interminabile viaggio di ieri concluso in un grottesco ristorante italiano gestito da un indiano col prepotente senso degli affari, diciamo così, e una successiva notte poco riposante causa nausea che si è protratta anche durante la giornata di oggi, trascorsa a fare i cosiddetti store-check con l’agente locale, gradevolissima persona che mi ha scorrazzato di Edeka in Edeka (una sorta di Esselunga) mostrandomi con orgoglio suo (e mio!) la presenza di Ruffino in questa splendida città del nord Europa. Splendida e inspiegabilmente ignorata nei grand tour più a la page. Io ci sono già venuto quattro volte, ad Amburgo. La prima e più significativa in una meravigliosa vacanza a quattro con Neri e Silvia, ai tempi in cui giovincelli e sine prole si scorrazzava curiosi ed entusiasti per il Medio Oriente e l’Europa. Erano i primi giorni di un anno miliare per me, il 2007: avevo appena accettato l’incarico alla Ruffino che sarebbe iniziato il prossimo venturo 22 gennaio. Vivevo sospeso, come mi capita spesso, fra il dispiacere di essere volato via dal mio nido lavorativo, il Consorzio del Chianti Classico, e l’eccitazione per il mio ingresso nella grande Ruffino. Di lì a pochi mesi avrei compiuto 30 anni e avrei acquistato la casa di San Francesco. Due passi enormi per me e per il mio piccolo ego d’allora. Oggi, 10 anni dopo, ho avuto il piacere di rivisitarla, seppur di fretta e di lavoro. Di qui a pochi giorni compirò 40 anni (ahimè…) e a breve abbandoneremo la casa di San Francesco per trasferirci a Bisarno. Due passi giganteschi per il mio complicato ego di oggi. C’aveva proprio regione Vico. Corsi e ricorsi. Dieci anni fa, appena arrivati da Lubecca nella Stazione Centrale ci orientavamo a fatica (e cercavamo l’est in cielo), la casa – ci avevano scritto in un foglio di carta – aveva le chiavi accanto all’estintore fuori dall’edificio ma la parola estintore non era stata tradotta e, nel panico e con reazioni poco lucide, pensavamo di aver preso una fregatura e di non avere alloggio: oggi appena arrivo a destinazione mi connetto su google maps, ho anche la fortuna di aver imparato un pizzico di tedesco e soprattutto a muovermi con una certa disinvoltura (dopo le figure meschine e ingenue come quella di 10 anni fa) fra i grovigli organizzativi e le complicazioni logistiche delle varie città del mondo. Si, in questo sono proprio bravo, quasi una macchina. Eppure mi piaceva molto di più, rispetto all’attuale metodica funzionale abilità comportamentale, l’entusiasta spaventata spontaneità con cui mi approcciavo al viaggio. 
    Sono arrivati gli asparagi, i weiss spargel. Buoni cazzo. Forse dovrei smettere di scrivere a tavola curvo sul telefono. Quanto mi piaceranno? Anche loro sono un ortaggio sospeso, a metà. Un po’ mi somigliano. C’è pure uno schermo gigante qui al ristorante. Già: è appena iniziata la semifinale di ritorno di Champions. La Juve, che ohibò andrà a vincerla la coppa con le orecchie. Mi perdo. Per un attimo penso che la gioia che proverei – assoluta, pazza, dionisiaca, infantile, fertile, orgiastica, panistica – in caso di una vittoria della Fiorentina – uno scudetto o lo champions vanno bene entrambi – non la esperirò mai. Non mi toccherà. Immagino me e i miei compagni di tifo (ben più che amici) a piangere di felicità sudati fradici. A picchiarci increduli come primati. Come è capitato in eccitanti ma effimere vittorie di tappa. Una imago estatica dal profumo ambrato del sogno e del piacere più intenso che la voce crucca e gutturale della coppia di tedeschi qui accanto a me fa svanire e spezzare immediatamente, riancorandomi ai loro fastidiosi pedestri dankische al cameriere indiano. Chiedo anche io il conto. È l’ora. E domani Berlino, la mia Berlino. 
  • Di nuovo in volo…

    E così, alla fine, sono riuscito a salire su un aereo per Amburgo. Traffico, scioperi, malattie. Una serie infinita di concause mi ha tenuto a terra dallo scorso novembre. Una anomalia vissuta in apnea dal rientro dal Canada, i primi di novembre, fino a questo freddo maggio, fra le beghe di cantiere, noie di salute e urgenze lavorative. Anche stamani non è stato così semplice volare via dall’Italia, come se l’artista del destino avesse determinato di ancorarmi al cantiere e mi impedisse di riappropriarmi della mia vagabonda normalità: una nottataccia della più piccola alle spalle, la coda per un incidente che ha vanificato il risveglio all’alba, l’aereo perso, la difficoltà di trovare una nuova soluzione di volo (e oggi ho conosciuto un tesoro di nome Elisa che mi ha risolto tutto), le tante telefonate sollevanti questioni dal cantiere. Magari è bene che adesso me ne stacchi un po’ e mi concentri sul viaggio: mi sembra quasi che più tempo passo a Bisarno e più aumentano i problemi, i dubbi, le incertezze, come se la mia presenza – peraltro ben poco preparata sulle tematiche per cui sono continuamente interrogato – complicasse e rallentasse invece di sciogliere e snellire una operatività continuamente frenata. Vediamo, e speriamo. E allora ben venga questo volo, questo viaggio teutonico, questo allontanamento dal vulnus. Anche questa settimana dovrebbe portare auspicate novità. Su tutte, la rimozione, dopo quasi 15 mesi, dei ponteggi. Le facciate, almeno la parte apicale, sono concluse e si può rimuovere quel brutto ma necessario abbraccio di metallo. Inoltre speriamo di fare un altro bel tratto dei lavori di scavo per l’impianto idraulico. Domani poi si dovrebbe iniziare anche l’installazione della pompa di calore. E venerdì spostiamo l’armadio da casa vecchia a casa nuova. 
  • Almeno gli intonaci.

    È trascorsa una settimana dall’inizio degli intonaci e la casa è ormai intonacata. Adesso pausa di un’altra settimana circa per far asciugare al meglio e per darci modo di finire alcune murature interne e poi la squadra di lavoro preposta tornerà per porre il “velo”, lo strato finale dell’opera che precederà (ma per quelle c’è tempo, seppur non moltissimo) le imbiancature. 
    Questi lavori hanno accompagnato una settimana non gradevole e complicata dal punto di vista personale. Giovedì scorso mi sono svegliato strano, dopo qualche giorno di tosse e asma più fastidiosa del solito: in poco tempo mi è salita una febbrata clamorosa, con punte a 40 che mai avevo superato e un senso di nausea fastidiosissimo. Yes. L’ennesima influenza della stagione (“sei stressato, lo stress ti immunodeprime e di conseguenza sei soggetto a qualsiasi virus e batterio in zona”, ormai è il mio nuovo om meditativo che mi ripeto ossessivamente). Questa nuova bronchite (vuoi che non si sia subito innestata la complicazione…) mi ha colto, non a caso, in giorni di acuiti nervosismi a Bisarno. 
    Ho provato a non cedere al demone della vittimizzazione e a non buttarmi giù. Occorreva un recupero lampo: lunedì mattina avrei avuto un risveglio mattutino per prendere un aereo in direzione Düsseldorf. Quindi: antibiotici, vitamine e una complicatissima gestione mentale volta al positivo. 
    Fatto è che dopo tre giorni di febbre molto alta arrivo a ieri, domenica, almeno sfebbrato, seppur un cencio e senza alcuna forza e afflato vitale. E prendere sonno la sera, con l’obbligo di dormire e riposare almeno un po’, è stato un esercizio molto sofferto e travagliato perché mi si affastellavano nella testa conti, preoccupazioni, dubbi, pensieri. Un riflettere cupo e malinconico fra il sudore freddo degli antibiotici che ha ritardato il mio già non facile ingresso nel sonno. E questa mattina la sveglia all’alba: mi sono ritrovato già stanco, con dolori alle gambe, lo stomaco chiuso. Anche deglutire il latte mi è parsa un’impresa. 
    Ho cercato allora di rendermi decente, di apparire almeno a me stesso non così impresentabile: ho scelto il miglior completo, la barba fatta e finanche una crema viso a tentare di coprire il pallore. 
    Ero anche riuscito a mettermi in auto presto per anticipare il nevrotico traffico del mattino. 
    Arrivo dunque a Peretola, con un minimo di ritrovato ottimismo: tutto sommato ero lì, mi pareva una impresa di cui gioire. Purtroppo subito svelatasi gioia effimera, vana: infatti non faccio neanche il check in perché nel terminale vedo che ritardano il volo. Mi seggo in attesa. Passano due ore e annunciano un ulteriore accumulo di ritardo. Meno di tre ore – io ormai cadaverico spalmato aderente alla poltroncina – e il volo viene cancellato. 
    Tutto inutile. Gli antibiotici. La spossatezza. Il forzato recupero. La sveglia all’alba. 
    Rientro mogio verso casa. Metto in auto “Fix You” dei Coldplay e provo a cantare, innervosendomi a sentirmi così fioco. 
    A casa mi tolgo il completo, mi metto i miei soliti vestiti, un boccone inappetente dai miei e rientro in azienda: in ufficio ci sono delle cose da fare e ne approfitto per portare avanti il lavoro. Meglio non pensare a come mi sento. 
    Almeno gli intonaci li abbiamo archiviati. 


  • Segunda feira.

    Segunda feira.

    “Che giorno d’incanto qui da noi, è lunedì soltanto”: un grande Battiato a definire le atmosfere di malinconia e fatica associate alla segunda feria, il lunedì di un marzo che ci blandisce primaverile.
    Oggi c’è stato di tutto: la presentazione dei piani per l’Europa in Ruffino, l’incontro chiarificatorio con gli intonachini, una visita dal carrozziere perché un simpatico sasso ha ben pensato di incrinarmi il vetro delle macchina. Arrivo a sera e ho la fortuna di imbattermi in un vino che sa rilassarmi, acquistato quest’estate in Provenza e aperto per caso stasera, con il chiaro intento apotropaico: un Vaucluse a base Grenache insolitamente fine ed elegante per essere un vino del Rodano. Ci stavano benissimo le noci che ho sgranocchiato pensando alla giornata in attesa della cena, con le paste alle melanzane e caciocavallo, il fine pasto con la crema di castagne sul pane e l’allegra famigliola intenta a provare passi di danza e a buttarsi pericolosamente dal divano.

    Gran vino questo Vaucluse.

  • Montreal

    Montreal

    Sono arrivato a Montreal con la febbre e la lascio con la febbre. Lavorare sul proprio carattere. Imparare a conoscersi e tentare di portare alla luce, se non redimere, alcuni aspetti della propria personalità che possono frenare la propria serenità, le relazioni, la vita in generale. Un esercizio complicato e molto faticoso, che si è reso necessario applicare in questi ultimi giorni sotto l’influenza. Tachipirina prima di addormentarmi per lenire la febbre alta, tachipirina al mattino dopo nottata da tregenda con febbre ancora più alta, doccia catarchica e poi sul marciapiedi di questa accogliente città. Montreal emana un afflato parigino, uno stile europeo e un brio da porto mediterraneo. Mi aspettava (e che calorosi benvenuti!) per eseguire una agenda ricca di iniziative, lezioni, degustazioni, cene, eventi. Scrivo mentre mi trovo all’aeroporto in attesa del volo di rientro, sto risentendo un po’ di appetito dopo tre giorni di dieta liquida (speriamo sia un primo segno di guarigione!), che incoraggio con dei tacos e una insalata di gamberetti. E un robusto Cabernet della Central Coast in California. Avrò la boccaccia io ma il vino non aiuta. 
    Ieri sera per festeggiare la fine delle mie due settimane di lavoro uno dei miei colleghi mi ha portato a vedere la partita di hockey, una epitome di canedesità, i Canadiens di Montreal contro Vancouver. L’altro grande orgoglio è un cocktail, il Caesar, un Bloody Mary con l’aggiunta di acqua della bollitura delle arselle. Buono malgrado l’ultimo ingrediente insospettisca, ma ne dà un tocco di esotismo e sapidità in più che non ci sta per niente male.
    Anche in questo caso le mie condizioni di salute mi avrebbero portato a declinare l’invito ma non sarei stato in pace né con la mia coscienza (quando mi ricapita?) né per il gesto tanto generoso che mi era stato fatto. Non é così banale infatti assistere a una partita di hockey, malgrado le infinite partite della season che dovrebbero annoiare anche il più accanito tifoso. Eppure i palazzetti, da circa 25000 posti, sono sempre esauriti. I biglietti sono molto costosi. Non si va a vedere una partita, si va ad assistere a uno spettacolo in cui incidentalmente si svolge uno sport, sebbene i giocatori di hockey siano strapagati, ben più dei calciatori per fare un esempio nostrano. Sugli spalti, non ci sono improperi o cori contro ma sguardi felici e rilassati come quando io vidi Jurassic Park al cinema, il primo film di grande impatto scenografico grazie agli effetti speciali: divertiti più che tesi per il risultato. Del resto non vi sono nemmeno i tifosi avversari – sarebbe in questo caso una gita fuori porta da 7 ore di aereo e 3 di fuso (Vancouver – Montreal) ma il punto è che nessun tifoso di una squadra di hockey ha il concetto di seguire la squadra in trasferta. Peraltro il risultato conta e non conta, poi ci saranno i playoff. Ma é lo show dell’evento che é davvero esaltante per i grandi e per i tantissimi bambini presenti: le migliori musiche amplificate in un ampianto acustico da teatro greco, continui intervalli al gioco per interagire  con gli spettatori (e nel mentre chi assiste in TV subisce, anzi si diverte con la pubblicità), giochi nei giochi, concorsi a premi, sponsorizzazioni a un livello di entertaiment e di grafica animata mai vista. Per non parlare delle opportunità gastronomiche, altro che il pop corn e la Coca Cola, seppur presentissimi: io indisposto ho optato per una bottiglia di acqua vitaminizzata a gusto di limone. Ovviamente poi si possono fare compere: i dischi utilizzati nel pregara sono stati subito impacchettati, garantiti da un certificato di autenticità e messi subito in vendita negli interminabili intervalli.
    La partita non sarebbe lunga, 3 tempi da 20 minuti, ma in sé l’esperienza prende almeno 4 ore. Ho fatto bene ad andarci, é stata una esperienza unica e diversa. Sarebbe stato esaltante portarci le bambine. Hanno vinto 3 a 0 i Canadiens, il terzo gol é stato dato per una certa infrazione che non ho colto, non é servito nemmeno buttare il disco dentro la porta. Mi chiamano al gate. Iniziano le lunghe operazioni di rientro in patria.  
    Un caloroso benvenuto alla Scuola di Sommelierie

    Questi ci copiano le installazioni da Pontassieve….

    Afflati europei nelle architetture di Montreal.

    Lo spettacolo della partita di hockey.

    

    Un momento di gioco.

    Rara fase di gioco.