Tag: Laura

  • Il D3 scortato

    Il D3 scortato

    E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!

    Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.

    Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.

    La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.

    Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.

    La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.

    Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.

    La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.

    Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.

  • A zonzo per la Francia con la moglie

    A zonzo per la Francia con la moglie

    Una fine gennaio scoppiettante. Per la prima volta direi da 15 anni – Matilde ha 14 anni e quest’anno ne compie 15 – io e mia moglie abbiamo fatto un viaggio (per me di studio, per lei di vacanza – supporto) in Francia del Sud.

    Avevamo l’irripetibile occasione di un invito a Bordeaux, l’elegantissima città francese che ha avuto il suo sviluppo a partire dal Settecento, negli anni delle bonifiche del Medoc da parte degli Olandesi che la hanno consacrata terra di straordinari vini, rossi certo ma anche bianchi e botritizzati, grazie anche al suo efficentissimo porto affacciato sull’Atlantico.

    Abbiamo deciso di prendere l’auto, malgrado un comodo volo Volotea Firenze – Bordeaux, per goderci il viaggio, e, in itinere, una consuetudine che ci portiamo da sempre nei nostri tour, abbiamo organizzato delle soste. Nello specifico finalizzate ai miei studi per il Diploma, ma posti anche deliziosamente affascinanti. Prima tappa a Vinsobres, propaggini settentrionali del Rodano del Sud. Terre di borghi pittoreschi, ritmi blandi, prigionie papali (Avignone non è lontana, così come gli Chateauneuf du Pape), signore con la baguette tenute come sporta, formaggi, e vini appunto vellutati e setosi, dominati dalla trilogia Grenache, Syrah, Mourvedre. La prima sera i ristoranti erano chiusi e, dopo la visita al Domaine Jaume, ci siamo trovati a comprarci una cena fra formaggi, tapenade, pate, terrine, all’interno di questa tres joly maison a pietra e persiane azzurre, in perfetto stile Francia del Sud. L’indomani, prima di tagliare la nazione da est a ovest, abbiamo compiuto una visita a un paese che già avevamo conosciuto, e amato non solo per i suoi vini, con solo la Matilde nata: Chateauneuf du Pape, il vino dal nuovo castello del papa, tenuto in dorata prigionia nella vicina magnifica Avignone. Dopo una rilassante passeggiata attorno al paese, e gli inevitabili acquisti d’uopo per gli studi, abbiamo ripreso la macchina e viaggiato per altre 6 ore.

    Doppo una lunga giornata di guida, siamo arrivati nella spettacolare Bordeaux, meravigliosa cittadina fra l’Atlantico, il fiume Gironde che prima di diventare tale per buttarsi nell’Oceano vive dell’incontro fra la Garonne, verso ovest, e la Dordogne, verso est. Alla sinistra della Garonne, si apre la famosa “Riva sinistra”, il Medoc e le Graves, con suoli sassosi, dominata dai potenti Cabernet Sauvignon, dai potenti Sauvignon Blanc e dagli zafferanosi Sauternes e Barsac, da uve affette da muffa nobile, con paesi iconici per l’amante del vino come Pauillac e Margaux. Nel mezzo l’Entre deux Mers, fertili terre di semplici Sauvignon. A destra, luoghi di piccole proprietà e di paesi deliziosi come Saint Emilion e Pomerol, da suoli argillosi, ideali per il morbido Merlot e per il raffinato Cabernet Franc. Insomma, una goduria per l’appassionato di vino. Ma la cosa più bella è stata l’incontro coi nostri amici che vivono in una signorile, anzi, fiabesca proprietà nel cuore di Bordeaux e ci hanno aperto il loro maniero con affetto, dolcezza, presenza e coi quali abbiamo vissuto 3 giorni spettacolari, fra mangiate, visite culturali, fra cui la Citè du Vin a Bordeaux, cene in casa o in squisiti bistrot, e ovviamente le visite ai territori succitati. Tre giorni volati via, ingentiliti anche dalla vittoria della squinternata Fiorentina di quest’anno in trasferta a Bologna.

    Un week end volato via, e che malinconia il lunedi mattina a ripartire con, però, una ultima tappa nel Beaujolais. Abbiamo di nuovo riattraversato la Francia, questa volta da sud ovest a est, fino alle propaggini meridionali della Borgogna. La Borgogna, celeberrima regione vinicola della Francia dell’est, come noto si divide in 5 grandi aree. Lo Chablis, a nord, vicino allo Champagne, coi quali condivide gli stessi suoli calcarei e la presenza di Chardonnay acidi e limonosi, senza legno. La Cote d’Or, la culla del Pinot Noir, che si divide in Cote de Nuits, da Marsannay (dove si fanno anche i rosati, unicum in tutta la Borgogna) appena sotto Dijon fino a Nuits-Saint Georges, da cui prende il nome la zona (dopo il trattino i paesi si sono impossessati del loro cru più celebre), e la Cote de Beaune, qui anche con burrosi e sofisticati Chardonnay, che si estende da Aloxe Corton fino a Santenay. Lo Chalonnaise, terra di Pinot Noir più strutturati, per il clima un po’ più caldo e le terre più grasse, con il villaggio Bougeron che produce bianchi da Aligotè. Infine, il Maconnais, con Macon altro nostro villaggio del cuore, da una memorabile trasferta nel 2003 da neofidanzati, che si trova proprio vicino all’ultima zona della Borgogna, meta della nostra ultima tappa: il Beaujolais, il particolar modo il paese Fleurie. Il Beaujolais è illustre per il Gamay Noir, l’uva coltivata qui, e per il loro novello, vino fatto a novembre con la macerazione carbonica. In realtà, i villaggi cru, in terreni granitici, offrono un playground eccezionali per Beaujolais croccanti, profumati, speziati. Il mio preferito è Fleurie, ma ben conosciuti, e tutti squisitamente deliziosi, anche i vini di Molin a Vent, Brouilly, Morgon, Chirobles. Noi eravamo nel piccolo ma confortevole appartamento del Domaine de Robert, piccolo e premiato produttore, di cui abbiamo ovviamente assaggiato i vini e approfittato di un azzeccatissimo consiglio gastronomico che ci ha condotto a un gran finale, vicino a un camino, a deliziarci di un fiero e lauto pasto di fine vacanza studio!

  • Babbo, 4 anni ormai.

    Babbo, 4 anni ormai.

    Quattro anni che il babbo è morto. Era l’8 dicembre 2018. Un anno cataclismatico per la mia vita e la mia famiglia. Da quel punto bassissimo di quel giorno buio buio, di quei giorni meglio dire, è come se lui ci avesse aiutato da lassù e ci siamo, giorno dopo giorno, rimessi in pista e riaggiustato tanti pezzi. Cicatrici dolorose ma siamo ancora qui. E oggi mi sono ricapitate le parole che Laura gli aveva dedicato. Sono parole difficili per me da affrontare. Leggerle ferisce e allevia al contempo. Le riporto qui, nel mio piccolo cassetto digitale. E le dico grazie. Non era un periodo bello nemmeno per lei e non era per niente dovuto.

    “Se diciassette anni fa mi avessero detto che mi sarei sentita così sola dopo la morte di mio suocero, li avrei presi per matti.
    Poi, però, mi sei toccato in sorte tu, per suocero, e mi sono ritrovata ad avere quasi un secondo babbo, io che già ho un meraviglioso babbo Maurizio.
    Mi sei stato complice divertito quando mi sono intrufolata in casa vostra approfittando dello stordimento da influenza di Francesco, recalcitrante a farci incontrare agli albori della nostra storia.
    Mi hai sostenuta e aiutata col mio lavoro e le gravidanze, sempre disponibile anche oltre le effettive necessità.
    Sei stato un muratore/imbianchino improvvisato entusiasta, quando abbiamo comprato la nostra prima casa, undici anni fa, demolendola completamente.
    Mi hai viziata e coccolata ad ogni festività e compleanno, con regali scelti personalmente da te.
    Sei stato un nonno amorevole, innamorato perso delle tue nipotine, sempre pronto a portarle ovunque, interessato a tutto quello che facevano e dicevano, e tutto questo dal loro primo giorno di vita all’ultimo della tua, quando vi siete salutati.
    Hai apprezzato e ti sei goduto, per troppo poco tempo, ma intensamente, la bellezza della natura intorno a Bisarno.
    Sei stato un esempio di solarità, energia, ottimismo durante tutta la malattia, vissuta all’insegna del “Non è mai brutto come sembra”.
    Non so bene cosa ti succederà adesso, perché, come sai, sono tutt’altro che disposta a prender per buoni dogmi o prediche sull’aldilà.
    E allora preferisco pensarti come fanno le tue nipotine: su un razzo dei Superpigiamini, diretto verso la luna, finalmente libero (aggiungo io) da tutto ciò che ti ha portato via troppo presto da noi, e convinta che, da supereroe quale sei stato anche quaggiù, vigilerai su di noi. Ciao Ugo, è stato bello conoscerti”.

  • Una bella giornata

    Una bella giornata

    Che bontà!

    É da qualche settimana che non aggiorno il blog. Ho sempre molte cose da fare e le priorità pongono questo mio journal intime in secondo piano. Ma va bene così. La scrittura mi aiuta, mi dá una bussola. Nei giorni bui dello scorso anno non riuscivo neanche a scrivere. Avevamo con le bambine un diario che aggiornavamo quasi tutte le sere, annotando le piccole felicità del giorno, un esercizio che compivamo per tenerci aggrappati al presente e che, ripenso col sorriso, ha aiutato Matilde a sviluppare una certa calligrafia, visto che lei era deputata ad accogliere le riflessioni di noi tre. Avevo interrotto tutto, dai social (e questo non era necessariamente un male), all’aggiornamento appunto del blog, al vedermi o anche sentire gli amici, anche i più intimi.

    Con l’estate, fortunatamente, i primi risultati rassicuranti, l’operazione, uno stato di salute mentale migliore, abbiamo cominciato a vivere una rinascita che ha portato a ripristinare certe consuetudini e una nuova normalità, normalità che troppo spesso sottostimiamo nel valore che reca.

    Oggi é stata una domenica dal sapore agrodolce, espressione dei toni velati ma tutto sommato piacevoli della nostra nuova vita. Avevo trascorso una settimana faticosa a lavoro, ma anche e soprattutto inquinata dalle attese per le analisi di controllo che ogni volta, e questo credo sarà ad taedium, generano in me e nella Laura profonde e inevitabili irrequietudini. Il sabato poi, così bagnato da una irrefrenabile pioggia, e da un violento mal di pancia, non aveva in nessun modo mitigato il mio malumore. Fortunatamente il timido barlume di sole odierno mi ha permesso di prendere in mano con l’azione le mie paranoie e ho, abbiamo direi, trascorso proprio una bella giornata.

    Fin dalla mattina le catarsi canore di Elton John, i cui grandi capolavori descrivono proprio le sue rinascite dai guai e dai suoi drammi della vita, hanno sciolto e donato energia al clima generale in casa: ne abbiamo approfittato (cosa che solo io adoro, e adoro ancora di più farlo in quattro) per rimettere a posto un po’ di cassetti. Un delizioso pranzo e nel pomeriggio, prima volta nel 2020, siamo stati nell’orto, a riorganizzare gli attrezzi e la porcilaia dove a oggi giocavano arrabattati. Ne abbiamo approfittato anche per dare una occhiata al pozzo diruto e abbandonato a valle della nostra casa, che abbiamo annesso alla proprietà (eh si, ci siamo comprati una bella bega per la pura vogliadi restituire un elemento icastico e storico al nostro territorio e al nostro paesaggio), oltre ai lavori murari che finalmente stanno ponendo fine alle triennali opere di ristrutturazione della facciata. A breve beneficeremo di un nuovo ingresso, funzionale anche a lasciare che la cucina viva la sua interazione con l’aia senza interferenze di ingressi o uscite di casa.

    Sono stato anche senza giubbotto perché le temperature lo consentivano. In casa, nel frattempo, mia mamma, Costanza e Matilde stavano preparando un grande classico della cucina dolce toscana, la mia prediletta schiacciata alla fiorentina ripiena di panna montata.

    Ci hanno raggiunto anche gli zii per una merenda sublime, a conclusione di una domenica proprio piacevole.

  • Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    La bellezza del caco e del cielo di novembre.

    Oggi è stata una domenica di tempo uggioso ma sufficientemente stabile per consacrarla al lavoro nei campi. 

    Di buon mattino, io e la Mati abbiamo fatto la nostra colazione e, in concomitanza con l’arrivo del NonnoCiccio, affaccendato nelle stuccature della facciata, ci siamo vestiti adeguatamente e proiettati verso una divertente e faticosa organizzazione dell’orto.

    La facciata esterna a cura di Nonno Ciccio. Stuccatura con biocalce.

    Di lì a poco ci ha raggiunti anche Costanza. Gli obiettivi erano alti. Zappare nuove porche per nuove piantine, togliere le infestanti, spostare sassoni che avrebbero infastidito la futura rete dell’hortus conclusus (quello chiuso, un’altra abbondante parte è extra-vagantes sotto il porcile), trattare cavolo nero e cavoletti dalle insopportabili cavolaie, spostare i piccoli sassi emersi dalle zappate.

    Alle 11 circa sono arrivati anche i Nonni Sorelli, cibo-muniti (con un baccalà alla livornese squisitissimo, il cui sugo pomodoroso ha intriso le patate alla perfezione), per allestire un pranzo della domenica robusto e saporito, arricchito anche di prodotti dell’orto, fra cui le bietole del nostro campo saltate, i pomodori e i carciofi in padella. 

    Matilde e il melograno.

    Dopo pranzo abbiamo ripreso i lavori, ininterrotti fino al buio, le 18 circa.

    Poco prima di merenda, e con una merenda speciale (un gustosissimo, e di cui io sono ghiottissimo, castagnaccio!), si è presentata a Bisarno anche la Zia Dada. Ci siamo quindi fermati sui gradini della scala che conduce all’orto e ci siamo mangiati il castagnaccio e schiacciato qualche noce. La Zia Dada ha poi eseguito una classica partitura delle sue visite in loco: la ricerca della bietola selvatica, che qui cresce abbondante al punto che ci siamo riempiti il frigorifero, coste delle bietole incluse. Le bambine dal momento dell’arrivo della Zia Dada si sono inevitabilmente dedicate al gioco con la loro compagna di giochi preferita, abbandonami alle mie fatiche. La Nonna Za si era messa a spazzare l’aia dal fogliame ormai caduto, seguita passo passo dal gatto Arancino, in perpetua ricerca di carezze (un gatto che si comporta da cane) e io sono rimasto solo nei miei campi, perso e concentrato nel mio lavoro, fra zappa, vanga, piccone, piantine, semi, sassoni e sassini, erbacce di ogni tipo. Zero pensieri e sudata fatica.

    La bellezza che nutre.

    Alle colture già piantate di cavoli, radicchi rossi e cicorie, abbiamo aggiunto il finocchio, lo spinacio, l’aglio e l’aglione, i baccelli, la cipolla rossa, i carciofi toscani e i carciofi violetti, oltre al porro gigante. Tutte ordinate in file capaci di restituire una struggente bellezza, perché nello stesso cono ottico della casa che si stagliava sullo sfondo.

    Sono tutte prime volte per me. Nella scelta delle verdure ho chiaramente seguito le esigenze stagionali e i gusti personali. Vediamo quel che accadrà. Io ci ho buttato tutto me stesso e, stasera mentre fuori diluvia e scrivo la cronaca della giornata, la mia schiena, così come le braccia e le gambe, sono indolenziti e pesanti. Però sono soddisfatto: tutti si sono divertiti, Bisarno ha saputo accogliere anche oggi tante identità, ognuno con la propria esigenza, e gli spettri che aleggiano sopra di noi sono rimasti in disparte.

    Una giornata che potrei definire, mutuandola dalla psicologia, di pienezza, di consapevolezza, di mindfulness. Per noi come famiglia una splendida domenica di lavoretti di campagna.

    Uno sguardo all’orto di sera.

  • I progressi inconsci.

    I progressi inconsci.

    Il fienile e il nocio visti dalla torre.

    Dal 14 agosto abbiamo congelato volutamente tutte le nostre attività di ristrutturazione di Bisarno, in una attesa stordita e catatonica di un qualcosa che avevamo e ci era sfuggito fra le mani. Quel qualcosa non tornerà più e lentamente, dopo un mese, un mese e mezzo, di complicati e sterili arrovellamenti mentali di quello che ci è accaduto e di quello che dovremo vivere, la nostra vita, in parte pilotata dal nostro inconscio più profondo e dall’esempio di alcune persone meravigliose che ci circondano (due di loro molto piccole, ma solo di età!), ha ricominciato il suo fluire, un suo corso attivo dal sapore agrodolce ma che non disdegna piccoli profondi attimi di felicità.

    E anche quei lavori che avevamo sanciti come stoppati, in realtà – piccolo lavoretto dopo piccolo lavoretto, piccolo sforzo dopo piccolo sforzo – oggi si palesano come significativi passi in avanti.

    La facciata di ingresso di Bisarno è stata stuccata per circa metà della sua ampiezza: sono state prima ripulite le vecchie murature, poi sono state rifatte alcune murature, e infine nelle fughe, negli interstizi fra pietra e pietra è stato messo la biocalce, che dona alla casa quel meraviglioso legante color ecrù fra il grigio del galestro, il bianco dell’alberese e il granato del mattone.

    Il caco e la facciata esterna, in progressiva stuccatura.

    Abbiamo poi ereditato dalla casa in Casentino che era dei nonni materni, un luogo dell’anima e che tanto mi ha ispirato – per l’acquisto di Bisarno, per il libro La Toscana di Ruffino, per il blog, per la mia idea di famiglia – alcune mobilia che ho trasferito da Borgo alla Collina, a settembre, nella sala grande di Bisarno, quella che al momento della ristrutturazione di Bisarno era ancora una stalla, mangiatoia inclusa: un bel divano in legno massello e midollino; una fratina per le nostre occasioni gastronomiche invernali; un mobile stile anni Trenta che, ad aprirne i cassetti, mi fa stringere il cuore perché odora di nonna, di vita di trent’anni fa a Borgo, di un me piccolo che giocavo a Scarabeo con la nonna, la zia Carla e una quarta persona della quale i fogliolini coi nomi, scritti di mio pugno giovanile, ritrovati dentro la scatola ancora integra non mi permettono più – ahimè – di ricordarne l’identità.

    Uno sguardo della sala “casentinizzata”.

    Poi abbiamo le nuove piante: non c’è niente di più ancorante al presente che dedicarsi al proprio orto-giardino e lasciare una traccia attraverso la messa a dimora di nuove colture, soprattutto quando i lavoretti sono eseguiti con le bambine e i gatti ad assisterci. Raccogliere le noci nella terra umida, gonfie di pioggia e odoranti di balsamico, con le mani che si sporcano di quel nero che non va mai via, è un esercizio di presenza fortissimo. E ho provato a far mettere radici a tante verdure invernali, sperando che i fortunali di queste ore non abbiano dilavato troppo il terreno. E poi abbiamo tre nuovi alberi, che si affiancano agli altri: due ciliegi e un pero. Ancora piccoli astoni sotto i tre anni ma che, in futuro, regaleranno frutti e già adesso la bellezza. La bellezza è essenziale.

    Infine lo studio: la necessità di Laura di trascorrerci molto più tempo, e comunque l’opportunità di avere una base di appoggio di lavoro, lo ha reso vivo, elegante, professionale e caldo, col tavolo-ragno, che io avevo disegnato e fatto sviluppare per la casa precedente di San Francesco, ad accogliere atti e fascicoli.

    Andiamo avanti. Senza troppo pensare. Concentrati per quanto difficile sia su questo presente che ha solo nascosto, ma non distrutto, le tante occasioni di felicità della nostra vita.

  • L’erba del vicino è sempre più verde.

    L’erba del vicino è sempre più verde.

    Bisarno è un toponimo composto da tre macro unità abitative, il cui principale sviluppo si è avuto durante l’Ottocento mezzadrile, ma le cui origini risalgono fino al Medioevo, quando una raminga casa torre (il primo nucleo di casa mia) vigilava su un edificio proto-industriale, una gualchiera, deputata alla battitura della lana per mezzo di meccanismi azionati da dei mulini ad acqua.

    Il toponimo Bisarno, infatti, indica una diramazione della Sieve, ai tempi assimilata all’Arno. La terza unità, dopo la mia casa torre e la gualchiera, è una fattoria leopoldina, costruita nel XVIII secolo a seguito alla riforma agraria voluta da Leopoldo della famiglia dei Lorena, che si succedettero ai Medici. A differenza delle case torre medievali, che hanno avuto uno sviluppo irregolare, le fattorie leopoldine rispondevano a un modello costituito a tavolino e pertanto presentano elementi architettonici armonici, simmetrici e lineari.

    In questa fattoria leopoldina, elegante e raffinata, vive il mio vicino di casa Sauro con sua moglie Laura. Sauro l’ho tante volte nominato in questo blog come colui che con pazienza e bravura ha scolpito, grazie ai suoi potenti mezzi a motore agricoli, gran parte degli spazi esterni di Bisarno, movimentando terra e pietre.

    Sabato sera abbiamo avuto l’onore e il piacere di essere invitati a cena da loro: hanno una veranda attrezzata, con forno a legna, barbecue e una accogliente tavolata per amici, oltre a due simpatici cagnoloni sempre attorno. 

    Quello che abbiamo gustato non era una semplice pizza, ma una grande pizza, con impasto preparato in casa, pronto in palline da essere stese nella classica forma tondeggiante, guarnite a piacimento con ottimi ingredienti, infornate con la pala nel forno acceso fin dal pomeriggio, e poi condite con l’olio della casa: Sauro è anche un produttore di squisito extravergine da olivi situati nelle colline che guardano le nostre proprietà.

    Insomma, una serata squisita, per la bontà delle pizze, per il modo in cui ci hanno accolto, per la piacevolezza con cui abbiamo fatto tardi senza neanche accorgersene.

    Ah: abbiamo avuto modo anche di osservare il prato e l’orto curati da Sauro e Laura: è proprio vero, l’erba del vicino è sempre più verde. Ma ci arriveremo anche noi! 

  • San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    Berlino, un incrocio storico e la locandina del mio evento

    Sono rientrato dopo qualche giorno di lavoro a Berlino ed il mondo è cambiato. Come quando in questa città di crocevia e contrasti, di una bellezza urbana e ricostruttiva, sporca e architettonica, divisiva e accogliente, fu buttato giù il muro un novembre di 28 anni fa.

    Nel tragitto di ritorno in aereo, bloccato a Monaco circa 10 ore causa maltempo, vento e neve, è successo di tutto. Sono partito con un leggero giacchino addosso e sono rientrato nel buio pece della notte con l’Italia clamorosamente fuori dai mondiali (che rabbia) dopo essere riuscita nell’impresa di non superare in gara doppia una mediocrissima Svezia, una lunga sciarpa nera sul collo oltre a ogni bottone di quel giacchino ben chiuso a coprirmi da un improvvido vento gelido e sferzante. Un rientro estenuante e un po’ malinconico che speravo finalmente concluso alla soglia di Bisarno – speranza vana: proprio in limine la Laura e le bambine, dormendo profondo, non mi hanno udito – il j’accuse va alla Laura ma anche alle occorrenze fortuite per le quali mi trovavo senza chiavi: vane le mie multiple telefonate, il clacson suonato, le mie urla. Si sono levati in volo i piccioni assopiti ne fienile, ma nessuno in casa mi ha sentito. Sono dovuto andare dai miei a prendere le chiavi di casa: sgradevole arrivare sulla soglia di casa, dopo un viaggio lungo e complesso, e non riuscire a entrare.

    In questi giorni ho ripreso una certa quotidianità senza che però questo vento “tramontano” smettesse di graffiare. Di fatto Bisarno esternamente è invivibile: anche le gatte sono stati assenti per circa due giorni, a cercare riparo da questo vento assiduo e fastidioso. I lavori sono stati congelati in attesa di giorni più miti e calmi. Ho anche portato il limone dentro casa, per non farlo seccare di freddo. Giusto ieri ricorrevano 10 anni dal nostro primo passo dentro la casa di San Francesco: il nostro primo nido. Era una giornata di novembre e la Laura, forse per l’emozione, aveva battuto la testa nell’arco di cantina. E poc’anzi Matilde, dopo una giornata passata a vedere come si fa l’olio in gita con le elementari, ci ha raccontato: “Per andare al frantoio sono passata davanti alla casa di San Francesco!”. Esattamente 10 anni dopo, 2 figlie, una altra casa sull’altro lato della Sieve e tanto, tantissimo vento soffiato alle nostre spalle, talvolta anche verso di noi.

    Bisarno verso l’inverno. I miei primi mondiali senza l’Italia. Tanti progetti in testa. Il lavoro che esige sempre di più. Il Natale non troppo lontano, mentre fuori continua a sibilare il freddo e ci apprestiamo tutti e quattro per la notte.