E così, dopo mesi e mesi di “studio matto e disperatissimo”, ho sostenuto i due esami del famigerato D3, “the beast”, del Diploma WSET. A pochi giorni del mio 49esimo compleanno, e con l’obiettivo chiaro di diplomarmi entro i 50!
Sono arrivato ai due giorni di esame in condizioni caracollanti, e sotto un certo carico di stress. Del resto, come detto più volte, si facesse solo quello…La mia vita, molto bella, è però carica di iniziative, impegni, responsabilità, anche genitoriali e maritesche. Di conseguenza, lo studio lo devo relegare a una dimensione semi hobbistica, nei ritagli, tanti, ossessivi, notturni, all’alba, che riesco a ricavarmi.
Un aspetto che ha reso questi giorni ulteriormente speciali è che sono stato scortato: non più il mio fido compagno di studi, Vittorio, che ha già concluso il percorso (bravissimo!), ma mia moglie, che ha deciso di prendersi tre giorni di stacco e di venire con me per godersi un po’ Londra, e per il supporto morale.
La cosa era già capitata 15 anni fa, quando in una delle tante trasferte, Laura si era unita in una londinese.
Il giorno prima dell’esame di teoria abbiamo soprattutto passeggiato per Londra, un defatigante, cibo leggero e poi buon riposo. La teoria l’ho data, e dopo una prima ottima impressione su come sia andata, la sensazione inquietante è di aver sbagliato diverse cose, di averne dimenticate altre. Del resto, le prove generali fatte a casa ma in riproduzioni fedeli dell’ambiente di esame, erano state tutt’altro che brillanti. A ogni modo, ci sono un paio di domande su cui riverso fiducia, soprattutto quelle sulla Grecia e sull’Argentina. Anche la riva sinistra Bordeaux non mi pare di aver risposto in maniera disastrosa…Male invece la prima e non benissimo l’ultima. Ma inutile arrovellarmi sopra.
La sera della teoria è quella che più mi è piaciuta. Avevo un buon “mood”, tanta tensione addosso e l’abbiamo scaricata insieme con una lunghissima passeggiata fra le due banks, sinistra – destra, con una ottima cena in un ristorante greco, sia perchè amiamo la cucina ellenica, sia perchè ci eravamo già stati, sia perchè mi sembrava giusto dare omaggio alla nazione che penso di aver risposto bene. Ovviamente, nel leggere la wine list, mi sono epifanicamente emersi errori e omissioni, ma tant’è.
Sul tasting avevo meno tensione e, ovviamente, ho fatto una frittata su uno dei 4 flight (un gruppo di 3 vini con caratteristiche consistenti): non sono riuscito a riconoscere – e quanti ne ho bevuti -tre vini piemontesi: un dolcetto, una barbera e un nebbiolo. Purtroppo sono proprio rimasto in stasi, e questa trance mi ha destrutturato il ritmo. Se sui primi 6 sono molto ottimista – ho riconosciuto anche varietali e vini, negli ultimi 6 lo sono meno.
La sera dopo la pratica ci siamo concessi un bel posto dove mangiare tipico inglese, con carni straordinarie e opulenti vini rossi.
Un brindisi a noi e incrociamo le dita: ora non resta che aspettare 14 lunghissime settimane per le attese.
Sono arrivato al gran giorno dei 3-esami-tutti-insieme del Diploma WSET in condizioni psicologiche e fisiche piuttosto deficitarie. Questo ha senz’altro condizionato le mie prove, anche se, pure stavolta, ci ho messo del mio a complicarmela, non leggendo una domanda nel retro del foglio a protocollo della parte di degustazione del D4, l’esame sui miei amati sparkling, e in generale a non aver adottato neanche stavolta una exam-technique pulitissima, che qui è quasi più importante dei contenuti che uno ha, penalizzandomi di molto le possibilità di successo. Peccato, tanto più perchè sia la degustazione che la teoria, soprattutto quest’ultima, credo di averla fatta proprio bene. E anche nella degustazione dei vini, pur avendone indovinato solo uno su tre (lo sparkling Shiraz), ho comunque individuato tutti gli stili. La giornata si era aperta col D2 (ancora una volta nessuna domanda nelle mie aree di maggiore conoscenza, con un focus sulla logistica) e, infine, con crampi alle mani e, paradossalmente una tensione allentata, il D5, i fortificati, in cui credo di aver performato bene sia in degustazione (ho indovinato tutti e tre i vini alla cieca, qui sono stato davvero bravo) che nella teoria. Ho conosciuto un altro ragazzo che ha fatto 3 esami in un giorno. Al mattino, la signora che ha fatto le registrazioni, mi ha benedetto con un “God Bless You”, e la giornata, 5 ore di esame in un ambiente a forte tensione emotiva, è volata via, per poi chiudersi dall’altra parte di Londra per un evento Ruffino organizzato dal Chianti Classico. Eh si, dalla mattina al pomeriggio a dare 6 ore complessive di esami. Senza pranzo, anche perchè lo stomaco era chiusissimo e ho assunto solo liquidi e zuccheri per non collassare. Poi, a piedi per chilometri da East London a West London, precisamente a Park Lane per raggiungere il banco di assaggio Ruffino presente a Londra per il centenario del Chianti Classico. Tante persone amiche riviste che mi hanno fatto decantare, rilassare. E poi, finalmente, a tarda notte, in un pub sotto Hyde Park, una birra (due per l’esattezza) coi colleghi e gli amici a assaporare il gusto di una giornata davvero vissuta e piena.
Si, giornata piena, memorabile. Me la sono goduta? No. Non mi sono nemmeno troppo goduto il semestre che la ha preceduta. Intanto, gli esami avrei potuti fare meglio. Sono sempre molto severo con me stesso, e il volerne dare 3 in un giorno (scelta personale, col senno di poi sbagliata, anche se mi ha fatto risparmiare le spese del viaggio e del pernotto a Londra) è stato quasi una sorta di volermi punire per il passo fasso del primo D2. Mi sono punito condannandomi alla pena dello studio matto e disperatissimo. Niente di nuovo. La mole di contenuti, un po’ di ansia da prestazione, il dover scrivere velocissimamente in inglese su tematiche molto specifiche e molto tecniche, la stanchezza accumulata, mi darebbero anche un bel po’ di alibi qualora qualcosa, come temo, dovesse andare storto, alibi che però non mi piace darmi, soprattuttto nel mio amato modo di studiare, che mi ha sempre in realtà consolato e aiutato a darmi equilibrio. Mi piace sfidarmi, mi piace studiare, mi piace sentire le difficoltà della acquisizione dei contenuti, isolarmi da tutti per stare solo con me stesso a leggere, sottolineare, fare schemi, per poi sentire, a cose sedimentate, la bellezza di nuove nozioni, di nuove conoscenze, permearsi nella propria persona, arricchendo il sè professionale ma anche personale.
Però ci sono arrivato a questo 12 giugno davvero male. Il 7 gennaio avevo avuto la notizia del fail del D2. A metà aprile si è conclusa la prima grande tappa di questa maratona, mentalmente ancora piu esautorante, ovvero la Milano Design Week, una attività molto gratificante di lavoro con la Ruffino ma davvero stancante. Qualche settimana prima mi ero preso una bronchite che mi aveva fatto saltare un rientro a Londra per la preparazione generale agli esami del 12 giugno e costretto a una cura bomba di farmaci per rimettermi in piedi. La Milano Design Week l’ho fatta, e bene, senza mettermi a letto o mollare qualcosa, ma mi sono precluso la convalescenza e sono rimasto con tosse fino a metà maggio. Tosse, moccico, debolezza. Crampi soprattutto, ai piedi. Superata la Design Week e portato al centro del mio pensiero e del mio tempo anche gli studi per i 3 esami, a maggio sono stato 10 giorni in Canada, un Canada ancora molto freddo, come fredda e piovosa è stata tutta la primavera qui, dove ho tenuto storytelling, formato forza vendita, viaggiato per 2 stati e 3 città (Montreal, Toronto, Ottawa) sempre con eloquio infastidito e talvolta bloccato dalla tosse. Tornato in ufficio non sono mancati i nuovi impegni e attività altrettanto mentalmente stancanti. Senza dimenticare la famiglia, bellissima e i lavori di ristrutturazione del fienile di Bisarno. E in ogni momento l’ombra sempre più incombente e minacciosa dei tre esami da dare. Serviva tempo, più tempo, e tempo ce ne era sempre troppo poco. Allora, come per il D1, ho provato a reintrodurre la routine dello svegliarsi prima dell’alba, per avere un paio d’ore ogni mattina per studiare, prima che le altre si svegliassero e prima che le incombenze lavorative iniziassero. L’ho fatto, ma con tosse, debolezza, stanchezza, è stata davvero dura. A fine maggio di un sabato mattina ho anche tenuto una lectio alla Sant’Anna di Pisa sulla storia e sulla cultura del vino e sulla comunicazione aziendale nel mondo del vino. 5 ore bellissime, di grande interazione con gli studenti, ma che mi hanno portato via energie, voce e comunque del tempo per preparare la lezione. Da metà maggio anche i week-end sono stati completamente sacrificati allo studio, con circa 20 ore ogni sabato e domenica. Tante, troppe, anche perchè la primavera e la bella stagione, se non ancora fiorita, cominciavano a invogliarmi a stare fuori e a godermi amici e famiglia. E l’ultima settimana di giugno ho ripreso una forte febbrata, questa volta di gola: giù di nuovo medicine e farmaci e ricostituenti di ogni tipo per tenermi in piedi. Sistema immunitario indebolito dallo stress: una serata fredda di lavoro al Castello di Montemasso e di nuovo ko. Terrore di non rimettermi in tempo per gli esami. Quindi, gli ultimi giorni, invece che di ripasso, sono stati impegnati a guarire e a cercare di mitigare il pessimo umore.
Ecco perchè il 12 giugno, a Londra, esserci stato e avere dato i 3 esami, lo considero una grande lezione di vita da tenere in positivo. Dare 3 esami difficili, complessi, arrivarci comunque preparati, senza rinunciare al lavoro, che resta la mia priorità, alle tante cose di cui si compone la mia vita, con il fisico che continuamente mi mandava segnali di insofferenza sotto forma di febbrate e stanchezza, lo trovo comunque un risultato che devo prendere positivamente, indipendentemente da quello che sarà l’esito degli esami. Sono sempre troppo severo con me, esigente, voglio sempre essere perfetto, e questo è un approccio che emacia, che erode mentalmente. Per una volta, forse anche più di una, devo indulgere un po’ più con me stesso e pretendere un po’ meno. In questo semestre ho provato sentimenti negativi, ho avuto paura, mi sono affiorate ipocondrie, ho perso momenti belli in famiglia, sono stato se non triste molto malinconico e senz’altro nervoso. E’ qui la mia lezione da assorbire affinchè i prossimi 12 giugno, volenti o nolenti toccano a tutti, siano affrontati con un equilibrio maggiore, migliore.
Sono passati tre giorni dal mio D1 a Londra per il Diploma WSET. Non sono contento di me, per niente: ho subito la tensione (prima volta, devo ammettere) e non sono riuscito a far emergere completamente le cose che sapevo. E questo a posteriori è l’aspetto che mi fa più arrabbiare. Paradossalmente, penso di aver accumulato punti (spero che bastino!), sulle domande più complesse, rispetto a quelle che avrei dovuto portarmi a casa per costruire una buona fiducia psicologica funzionale a rispondere alle altre. Incrocio davvero le dita. Bocciare ci sta, ma quanto mi scoccerebbe.
Sono stanco, poi. Le settimane che hanno preceduto l’esame mi hanno esautorato e ho avuto un rilascio di quasi due giorni, con nottate molto nervose, a ripensare cosa non ho scritto, ad arrovellarmi su dubbi (“non posso non averlo messo, o forse l’ho messo ma ora non me lo ricordo quel punto essenziale”) e a generare una certa insoddisfazione, che speravo di sublimare l’indomani dell’esame.
E adesso inizia la parte su cui devo disciplinarmi molto meglio: la gestione mentale. Questo è solo il primo esame, uno dei più complessi ma senz’altro non il più difficile. Ci saranno da gestire due anni, almeno, e altri esami, altri libri da imparare a memoria, ragionamenti da costruire innestati su quelle conoscenze, centinaia di vini da gustare, anzi, da capire, ragionamenti da fare, adesioni a un sistema di apprendimento e verifiche inusuale per me, molto british, in un contesto altamente sfidante.
Quindi, non mi sto pentendo. Anzi. Ammetto di non aver del tutto compreso la portata del diploma, e anche, ammetto, di aver sovrastimato le mie conoscenze pregresse. Ammetto infine che anche il mio livello di inglese, che ritengo buono, non sia ancora al livello sublime che richiede questo corso, in cui agli esami impongono una scrittura a mano senza abbreviazioni e senza ricorso a bullet point.
Però, ho la nettissima sensazione di giocarmi la champions league del mio mondo e questo mi piace tantissimo. E non posso che ricavare, dalle mie sofferte confessioni, aree di miglioramento. Il mondo del vino è enorme e davvero il Diploma WSET mi permette di affrontarlo in tutte le sue sfaccettature, di cui l’assaggio è una delle parti, importante ma non fondamentale. Biologia, chimica, business, patologia della vite, supply chain, vini del mondo, sono alcune delle aree estremamente approfondite. Nel post precedente, scrivevo di altalenare fra il mitico personaggio di Faust (mi sentivo inebriato dalle conoscenze che stavo acquisendo e mi sentivo bene, onnipotente) e Socrate (l’umiltà di sapere di non sapere, che più si studia più ci si rende conto di quanto poco si possa acquisire rispetto allo scibile umano). Ecco, dopo il D1 ho le orecchie basse e una netta appartenenza, adesione direi quasi, all’anima socratica. Ho preso una bella bastonata! Infine, l’inglese. Se voglio arrivare in fondo, e si che lo voglio, devo ulteriormente evolvere questo aspetto. Da un lato se fosse stato in italiano, sono certo che avrei ricevuto all’esame quei 7/10 punti in più che mi avrebbero garantito una quieta promozione, ma sono molto più contento di essere sfidato in inglese e di avere così una occasione irripetibile per impararlo davvero bene.
Del resto, io lavoro per una azienda vinicola di proprietà americana. Il vino lo racconto in inglese. Insomma, non posso che beneficiarne dal Diploma, non solo come persona, per il mio bagaglio culturale (quanto è bello studiare e imparare?) ma anche per il mio io professionale.
Solo, devo gestirlo. Devo imparare a rendere gli studi del WSET routinari, senza farmici dominare altrimenti rischio di perdere la serenità mentale, gli equilibri in famiglia (già fragili perché il mio lavoro mi porta spesso all’estero e mi fagocita già tantissimo) e anche e non ultimo di perdere grip con il lavoro, a cui deve continuare ad andare la mia priorità negli impegni quotidiani e diurni. Ecco, questo è un quarto punto di miglioramento: la gestione delle tante attività in ponte.
Il quinto è la sfida con me stesso, la voglia di migliorarmi, di crescere. Di essere ambizioso e di amare le partite complesse, quelle che danno adrenalina, quelle per cui si può anche perdere, ma per cui vale davvero la pena mettersi in gioco.
Adesso un po’ di ferie. Si va in Portogallo per trovare serenità e bellezza con la famiglia. Porterò il libro del D2 e la parte del D3 dedicata al Portogallo e del D5 dedicata al Porto, ma le priorità saranno altre!
Londra. Ho molto amato nel passato questo città perché ha rappresentato la mia prima vera concessione al mio ulissismo. Il mio primo volo in assoluto fu infatti per la capitale della Perfida Albione nell’ottobre del 1997. Avevo appena completato una squadra per il fantacalcio che mi avrebbe portato a vincere quella meravigliosa lega fra amici, grazie a RobiBaggio inserito da quei merli della Gazza come un centrocampista.
Vissi nella città per un mese con gli occhi aperti e il cuore libero, a casa dei miei zii che si erano trasferiti per un delicato intervento chirurgico dello zio che necessitava anche una lunga degenza in loco. Non ero fidanzato ma ricordo che sentivo la necessità di esserlo e “da lontano”, mentre trascorrevo le giornate a provare la metropolitana e a godermi le uscite nelle varie zone della città, vagliavo le fanciulle che più mi sarebbero piaciute. E con una delle papabili effettivamente mi ci sarei fidanzato di lì a qualche mese.
La musica nel 1997 era spettacolare e in quei giorni a Londra uscirono, o erano appena usciti, OK Computer dei Radiohead, The fat of the land dei Prodigy e imperversava la battaglia fra i fan dei Blur (quorum ego) e degli Oasis (dei quali non disdegnavo comunque l’ascolto), fra i quali si insinuava la voce nervosa e spocchiosa dei Verve di Bittersweet Symphony e di un graffiante brit pop mai come in quegli anni così vivo e innovativo. Studiavo lettere e in quel di Londra mi preparavo all’imminente esame di storia contemporanea: sarebbe stato un bel 29.
Sono tornato poi a Londra altre volte, con buoni ritmi, sia col Consorzio Chianti Classico che per Ruffino. Una volta, una sola, anche con la Laura, e ricordo con piacere le nostre serate lungo Bedmondsey Street, fra negozi di vintage, gastro pub e piccole boutique. Era il 2009. Poi sono passati gli anni. Tanti altri viaggi. Le bambine. San Francesco e Bisarno. Una vita. Il vento ha soffiato.
Ed eccoci a novembre 2017. Shoreditch – una giornata ventosa. Mi ritrovo in città con delle persone che non vedo da tanto. Sono qui per lavoro con Ruffino per partecipare a una degustazione col Consorzio Chianti Classico. Ritrovo Diuska, che oggi vive e lavora a Londra, mio direttore ai tempi in cui lavoravo al Consorzio e il Consorzio era ancora diviso, e io facevo parte del Consorzio del Marchio Storico Gallo Nero. Era il 2004 Ritrovo anche Silvia e ritrovo Christine, due splendide colleghe con le quali abbiamo vissuto tante pagine e alle quali mi lega anche un affetto che é uscito dai confini lavorativi, ai tempi quelli dell’albergaccio a San Casciano, villa dove era stato esiliato Niccoló Machiavelli e sede del Consorzio. La vita ha graffiato per tutti ma credo che ci abbia ingentilito e reso persone. Senz’altro non peggiorato.
Shoreditch, East End Londra, novembre 2017. Un quartiere perfetto per gli incontri. Le passeggiate nel tempo. Le riflessioni. Colleghe a cui vuoi bene. Ruffino, me e il Consorzio Chianti Classico: epifanie soffiate in questo caldo vento inglese.
Una reunion 13 anni dopo
Verso Victoria station, camminando sopra il Millennium Bridge controsole