Tag: Mandorlo

  • Piantarla.

    Piantarla.

    La fioritura del mandorlo.

    In questi giorni siamo tutti indisposti: starnuti, moccichi, tosse, dolori intercostali (questi solo io, e violentissimi…), vocine roche…

    Le temperature cominciano a essere primaverili ma ancora manca il bel sole della vera primavera: le giornate sono pallide e velate, spesso adombrate da nuvoloni grigi, e il vento ancora soffia freddo, a ricordo dell’inverno ancora non dissipato.

    Chi più, chi meno, guardiamo tutti con determinazione e fiducia ai giorni caldi che verranno. Perché verranno. E per aiutare la rinascita, mi sono dilettato nel perfezionamento del paesaggio verde di Bisarno, arricchendolo di nuove colture: ho piantato 5 alberelli di ulivo lungo il confine nord, 2 Leccino, 2 Frantoio e un 1 Pendolino impollinatore, per aiutare la crescita e la produzione degli altri. Ho piantato anche due nuovi alberi da frutto lungo il confine ovest, quello dell’ingresso: al caco, al pesco e all’albicocco ho affiancato un ciliegio e un susino, creando così una linea di confine di alberi da frutto. Ho poi comprato, dopo attenta scelta botanica, un azzeruolo, che pianterò nella nuova scala, edificata in questi giorni, che permette di unire il terrazzamento dell’orto con quello ancora più a valle: l’azzeruolo sta fra il melo e il roso, produce delle piccole meline molto gustose, ha un portamento da arbusto ed è decisamente ornamentale, coi suoi delicati fiori bianchi che precedono la fruttificazione. Poi ho spostato gli agrumi da dentro casa all’esterno: sono piante splendide e profumate, ma assai gracili: nello spostarle fuori mi sono accorte che hanno la cocciniglia, e allora in questi giorni mi sono adoprato da agronomo cospargendole di olio di lino.

    Nel frattempo, gli alberelli già presenti, i più precoci, si stanno già pavoneggiando con leziose fioriture: su tutte il mandorlo, il primo e il più abbondante nel regalarci centinaia di fiori rosa, di cui le bambine ogni mattina controllano l’evoluzione. Ah, e anche il tanto bistrattato orto invernale, con lentezza, lo riconosco, sta dando i suoi frutti: sono spuntati i cavolfiori e i cavoli romani, le cime di rapa sono pronte per essere ricolte, così come i cavoli neri e i baccelli – ne avevo messi tantissimi per nutrire il terreno – stanno fiorendo e a breve i fiorellini bianchi lasceranno spazio alle nostre amate fave: il pesto di baccelli è un must di casa Sorelli. Infine, in casa, i peperoncini, nei loro bicchierini, scaldati dal tappetino riscaldante, stanno germogliando: anche quest’anno ci diletteremo con multiple coltivazioni dei nostri amati frutti piccanti. Accanto ai peperoncini, mi sono tolto uno sfizio: ho seminato 3 semini di Pitaya…non so se verranno su mai, è una cactacea, non di queste zone, ma volevo provare a riprodurre a casa uno dei frutti feticcio che più adoro in assoluto e che, quando in Asia, consumo con voluttà e libidine, il dragon fruit!

     

    Ormai il mio pollice più che verde è marrone, sporco di terra…Stare a contatto con la terra, come ho più volte scritto, mi sta aiutando, e mi piace, mi piace davvero, soprattutto vedere i risultati, le fioriture, i germogli spuntati, le verdure sanate dopo i miei interventi contro parassiti e funghi che ogni tanto le aggrediscono.

  • Un cavolo fa primavera.

    Un cavolo fa primavera.

    Mandorlo quasi in fiore e, sullo sfondo, il cavolfiore.

    Stamani mattina, dopo 10 giorni circa di indolente apatia, mi sono svegliato con una vitalità diversa.

    La Mati e la Laura già ciarlavano amabilmente, e anche Costanza stava ultimando le sue procedure di risveglio senza particolari bizze.

    Fuori un ubertoso sole aveva già bagnato di luce la camera e il cinguettio degli uccelli, incessante e allegro, restituiva un’urgenza di vita a tutta la natura. La casa, appena aperti gli occhi, mi è apparsa ancora più bella del solito.

    Ho preso la mia pompetta per l’asma – sono ancora squassato dalla tosse -, pensando che questa incipiente primavera potrebbe davvero aiutarmi. Certo: allergia, starnuti e occhi gonfi a breve caratterizzeranno le mie giornate, ma al netto di questo ci saranno anche dei benefici al mio stato d’animo complessivo. Un po’ come il bambino protagonista malaticcio e infelice per la perdita della mamma de “Il giardino segreto” della scrittrice inglese Frances Hodgson Burnett. Colin, infatti, grazie all’amicizia con altri due bambini, riesce a ritrovare nuovi entusiasmi godendo e beneficiando del miracolo della primavera nella brughiera inglese, dopo anni in cui era stato segregato dai medici in camera su una sedie a rotelle, curvo nella sola compagnia di giganteschi libri illustrati che il padre, viaggiatore per lavoro, gli portava a ogni suo ritorno. È la lettura serale che ho con le bambine. Un bellissimo libro che ha molte attinenze con la nostra storia familiare.

    Comunque, tornando a stamani, dopo aver portato le bambine a scuola, assecondato la loro voglia cantereccia con “Da zero a cento” di Baby K per Mati e “Su di noi” di Pupo per una strepitosamente vintage Mignola, mi sono riaffacciato nell’orto e con sommo gaudio e soddisfazione personale ho notato che i cavolfiori sono fioriti! Delle grandi palle di fiori bianchi aggregati si beavano del sole del mattino. E le gemme del mandorlo sono ormai sempre più gonfie e arrosate, pronte a esplodere di meravigliosi fiori rosa.

    È proprio vero: la primavera sta arrivando e questa tosse non potrà durare ancora a lungo.

  • Un risveglio all’alba.

    Un risveglio all’alba.

    Non sono un tipo da meditazioni e riesco poco, mio malgrado, a esercitare l’attitudine a una piena serenità esistenziale solo attraverso il pensiero, gli esercizi, in un manuale, in corpus di regole. 

    Ma questa è un’altra storia. Io, e questo è invece il punto, da qualche mese la trovo con l’azione agreste, con il lavoro di fatica, indaffarandomi da novello Cincinnato nell’aia e nel cortile, piantando virgulti, zappando qualche fazzoletto di terra, spostando pietre, toccando, anzi carezzando la crescita di piante e alberi, le loro nuove gemme, le ricrescite, i ributti, con le mie stesse mani. Cercando quasi un rapporto fisico con la natura, o meglio, l’interazione della mia fisicità con le durezze della terra.

    Stamani mi sono alzato alle 6.30. Solita notte non pulitissima, con le orecchie tese alla Mignola, la bambina più piccola, sempre molto inquieta nei suoi sogni e con dei piccoli lamenti che ci spaventano facendoci tornare in mente i giorni del vomito e dell’ospedale.

    Fuori troneggiava un’alba sospesa, indefinita, umida e pallida, satura di pioggia, con la volontà della primavera ma con ancora tutte le reticenze dell’inverno che, non avendo persiane o tende, mi è entrata violenta in casa, fino al letto, spingendomi quindi ad alzarmi ben prima delle amate consuetudini.

    Le finestre hanno offerto il solito teatro naturale, dove uccelli di varie razze e stazze saltavano fra i rami del nocio e dei giuggioli, scuotevano i fiori del susino, zompettavano fra le tegole del fienile, cinguettavano appollaiati ai davanzali in pietra, pigolavano in voli incerti. 

    Mi sono fatto una spremuta e indossato i miei pantaloni di velluto insieme a un ampio e sformato maglione, tanto infeltrito quanto caldo, e sono uscito fuori: pur con parziale mobilità causa osso sacro lussato (la caduta di due domenica fa ha lasciato segni, ahimè), ho piantato delle piantine aromatiche: salvia a foglia grande, salvia variopinta e santolina, con tutti i tecnicismi necessari a eseguire una operazione semplice ma delicata. Ho poi spostato un po’ di terra verso un’altra zona. Mi sono beato delle prime fioriture. Quella del mandorlo, per esempio.

    Ma a quel punto i dolori sacrali si erano già fatti violenti. Erano quasi le 7.30. La famiglia si era già affacciata curiosa a vedermi, come si fa con un animale esotico in uno zoo, fra chi si stropicciava gli occhi assonnato e chi reclamava una colazione più buona. La solita quotidianità ciarliera e confusionaria di un giorno di una settimana normale. Da lì a poco, noi adulti al lavoro, quello d’ufficio, e le bambine a scuola.

    Il sedere mi faceva molto male, sì, ma in quell’ora scarsa avevo trovato quella rara e fugace pienezza che mi aveva fatto stare comunque bene, anche solo per un po’.