Tag: mattino

  • Il club delle 5 del mattino.

    Il club delle 5 del mattino.

    Consigliatomi da un amico, mi sono imbattuto in un libro con questo titolo scritto da Robin Sharma qualche anno fa. In sè, l’opera è piuttosto deludente: due figure diverse, un artista e una manager, si ritrovano al cospetto di un miliardario illuminato che guida loro in un percorso di crescita e autoformazione umana e professionale, di cui il perno focale è svegliarsi ogni mattino alle 5 per trovare tempo per se stessi. Questo assunto, su cui l’esile trama ruota attorno e apparentemente banale, suscita però delle suadenti attrattive nei miei confronti. Del resto, ho sempre la sensazione di averne troppe da fare, di non riuscire a gestirmi nelle priorità, ad avere emozioni contrastanti su molti aspetti, a sentirmi non di rado un po’ triste e divorato dai pensieri negativi, e così ricavare lucido e indiviso tempo per me stesso, per centrarmi, per prendermi cura, potrebbe aiutarmi almeno un po’.

    E così, da circa 10 giorni, ho iniziato la routine dei risvegli all’alba. Non alle 5, non ci sono ancora vicino a quell’orario, ma un po’ prima delle 6, e comunque un bel pezzo prima di quando la routine familiare inizia, con la sveglia collettiva delle 6 e 45. A quell’ora, io ho riempito la mattinata di alcuni rituali che stanno cominciando a titillarmi l’animo, a massaggiarmelo. Ancora niente di rivoluzionario o miracolosamente terapeutico, ma al netto della grande fatica dello svegliarsi nel cuore del sonno più profondo e dell’aprire gli occhi al buio ancora della notte, ne sento già i piacevoli effetti sull’umore.

    Quando mi alzo, è tutto buio. Ogni gesto che compio viene amplificato dal silenzio assoluto e cerco di muovermi felpato per non svegliare nessuno. Esco dal letto nel buio della camera e, nello scendere giù, vengo scortato dai due gatti che mi attraversano anche le gambe, mi fanno le fusa e sembrano fra il perplesso e il felice per questa intrusione in un regno (quello della casa di notte) che è stato solo loro da sempre. La casa pare quasi spettrale nella notte invernale. Accendere le luci crea dei contrasti quasi rumorosi, non solo visivi. Primo incontro con la giornata, mentre i gatti mi camminano in modalità stregatto sopra le mensole e lungo il piano cottura, è il rituale del caffè filtro. Nuova passione: i caffè speciali. Non l’Espresso, non la moka, ma la tazza profumata e fumante del caffè filtrato. Ho delle macine speciali di alcuni cultivar di caffè molto aromatici, dalla cioccolata bianca alla mela al cookie, che prendo a Ditta Artigianale, e una pressa francese di ottone e acciaio spazzolato nero. Faccio bollire l’acqua nel bollitore rosso fiammante Plissè di Alessi, metto un cucchiaio di caffè macinato nella pressa francese, ci verso sopra l’acqua bollente e giro per un minuto circa col cucchiaio: in quel momento il rumore del cucchiaio che sbatte nelle pareti interne della pressa e i profumi di caffè che si confondono nell’aria buia del mattino ancora nottambulo sono una pozione magica per il mio animo. Aspetto due minuti che il caffè mescolato decanti e che lasci in sospensione cadente le parti non sciolte, poi con lo stantuffo della pressa premo verso il basso e, dall’augello della pressa, verso il caffè che non è nero, ma di un illuminante colore ambrato, nella mia tazza ricordo del Gallo Nero. Il caffè scotta, e tengo le mani avvolte nella tazza, facendomi scaldare l’anima, il cuore e le mani di profumi avvolgenti, mentre fuori è tutto tacito e oscuro, coi gatti che mi girano sempre più attorno in fiduciosa attesa di essere nutriti.

    Secondo rituale del risveglio anticipato è un po’ di yoga. Ho apprestato la stanza torre con un tappettino e ho scaricato una applicazione sviluppata davvero bene, Down Dog, grazie alla quale ho ritrovato il piacere dello yoga dopo tanti anni. Sono davvero legato e disallenato, non che sia mai stato una molla, ma nei primi giorni mi tremavano tutti gli arti quando facevo gli esercizi, anche quelli pensati per persone anziane e che non hanno mai praticato yoga, e questo mi aveva demoralizzato. Comunque: in 10 giorni ho notato dei seppur piccoli miglioramenti: faccio pratiche ripeto molto gentili, poco invasive, ma posso adesso portare un po’ più minuti nella sessione e alzare lievemente il livello. E anche l’autostima ne ha risentito in meglio. Ho sempre questa coazione a migliorarmi con un po’ di fretta eccessiva e questo rituale mi fa da esempio anche per gli altri ambiti: ok volersi migliorare ma passo dopo passo. Sono il tempo, l’abnegazione, la costanza la strada vincente. Comunque, anche questo secondo rituale di 20 minuti al mattino mi fa star bene. Dopo il caffè, un po’ di stiramenti, di posizione tenuti, nella torre della casa, fra i vecchi legni, la capriata della torre a vista, la cipresseta di Nipozzano che mi guarda ancora tenebrosa, sono un secondo momento per me molto prezioso.

    Infine, visto che il tempo del mattino con questo risveglio, anticipato ma non anticipatissimo, non è tanto, ho il terzo momento per me, il terzo rituale, che è quello dello studio e della organizzazione della giornata per task da compiere a lavoro, per me, per la famiglia, per la casa. Lo studio è quello che mi prende di più testa: il Diploma è una bestia presente, talvolta con aspetti angelicati, altri con artigli da demone, che vuole tempo, attenzioni, impegno, cura, dedizione e nel tipo di vita che conduco, che conduciamo, l’unico modo per affrontarlo al meglio è trovare nuovo tempo al mattino.

    Finito lo studio, e nel mentre in cui faccio la lista dei to-do della giornata, il cielo da nero si fa bluastro. La sveglia è già suonata al piano di sotto e la famiglia, tranne la più piccola che dorme una mezz’ora in più, si sta alzando. Provo piacere a sentire i loro rumori e far si che i miei si confondano coi loro, si sublimino nei loro, e anche questo è un risultato perchè le mattine possono essere belle tutti insieme, mentre prima ero troppo stordito e nervoso e preso dalle cose da fare e dalla fretta di prepararmi per godermi quella presenza collettiva, per immergermi nella famiglia e nella luce biancastra del mattino, dopo che per circa un’ora e mezzo sono stato da solo con me stesso al buio della casa.

  • Le fatiche del sabato santo.

    Le fatiche del sabato santo.

    Mio primo tentativo di muro a secco

    Oggi è stato un sabato vissuto in abiti contadini. Dal primo frizzante mattino fino alle cinque circa, quando stravolto mi sono infilato sotto una doccia bollente. Maniche corte, pantaloncini tecnici, calzini lunghi e guanti da lavoro, più la compagnia lavorativa di Sauro, il vicino con l’escavatore, e di un altro amico, Pino. 

    Obiettivo, raggiunto con fatica e soddisfazione, è stato disossare la concimaia per preparare il terreno ai pomodori, che stanno proseguendo la loro crescita in casa, creando in parallelo anche un confine sud attraverso l’erezione di un torto e asimmetrico (ma fatto da me!), muro a secco. 

    Sguardo di insieme della porcilaia con maglia e lampada

    Anche la ex porcilaia, a fianco della ex concimaia, ha beneficiato delle nostre fatiche: con una maglia di rete di ferro su un fianco, abbiamo creato un sostegno per una pianta di glicine. La speranza è alleggerire e ingentilire lo stile severo della porcilaia. E con lo stesso fine abbiamo messo una lampada in ferro al suo ingresso. Ancora mancano diversi abbellimenti, ma anche questo piccolo cubicolo si sta inserendo nel contesto del complesso. 

    Amo l’odore del trattore al mattino”

     

  • Passeri e fioriture a San Valentino

    Passeri e fioriture a San Valentino

     Stamani mattina ci siamo alzati tutti presto e di buon umore, quasi percependo la frizzante aria fresca dell’esterno. Una estesa gelata ha accolto i nostri sguardi assonnati rivolti come di consuetudine verso la finestra e, appena messo piede in bagno, nella stessa finestrella da dove mesi fa si era intrufolato un falchetto, con esclamazioni di grande entusiasmo, abbiamo notato due passerotti appollaiati fra il vetro esterno e la soglia che si facevano calore reciproco per affrontare la gelata della notte.
    Ho pensato a San Valentino e subito dopo al fatto che quei pennuti in realtà stessero solo cercando calore reciproco. In un certo qual senso forse questo è davvero il senso dell’amore nell’intenzione dei pennuti. Amore come soddisfazione di bisogni essenziali. E in fondo, tutto sommato, anche noi uomini, al di là delle sovrastrutture che attribuiamo ai nostri sentimenti, quando sentiamo di dover saziare i più profondi ed essenziali dei nostri bisogni, non avremmo semplicemente bisogno di trovare un alter che sappia coprirci quando ci fa freddo? Complicità e reciprocità. E coccole per scaldarci. L’amore come lo intendono i pennuti mi pare un bell’insegnamento. Vabbè. Al di là di queste inflessioni francescane e sempre osservando fuori ho anche notato la fioritura (oddio, per l’esattezza due fiori, ma è un inizio) del susino che, puntualmente, a metà febbraio ci regala sempre queste gemme bianche che si stagliano sulle murature in pietra di Bisarno. Uno spettacolo e sopratutto un messaggio di incipiente primavera, in previsione della quale stiamo cercando di accelerare la preparazione del terreno per la semina del prato: intanto stiamo disossando il terreno e smuovendolo, picconata dopo picconata.

  • Un’arca di luce e profumi

    Un’arca di luce e profumi

    La luce del mattino

    Noi venerdì sera dopo aver fatto l’albero

    Domenica mattina. Fuori una coltre di brina e un cielo bianco pallido anticipano finalmente, dopo i tanti consecutivi umidi giorni piovosi, una bella giornata di sole, seppure fredda.

    Io mi sono alzato presto, prima di tutti: ho bevuto un po’ di latte – poco perché altrimenti non sarebbe bastato per le altre – e mi sono messo a tocchicciare i due alberi di agrumi (un limone e un arancio) che da qualche settimana ingentiliscono di odorosa presenza la nostra sala.

    Sono tornato su al piano notte e Matilde si era svegliata e stava esercitandosi, al soffice delle sue coperte e baciata da una luce sempre più alta, nella lettura in stampatello di un libro sui nonni preso in biblioteca. Le altre dormivano ancora malgrado ormai la casa avesse preso vita.

    Ieri abbiamo trascorso la giornata presso la tenuta di Poggio Casciano, una delle fattorie di Ruffino. Avevamo organizzato Natale in tenuta, con la possibilità di visitare le cantine rinascimentali, degustare i nostri vini e acquistarli, insieme ad altre prelibatezze toscane, fra cui formaggi, cioccolato, farine speciali, pani e prodotti da forno. Per tutti noi questo evento ha assunto i connotati di un ricordo vivo di Edoardo, grazie alla presenza anche dei suoi genitori, dei suoi amici, dei suoi zii e delle persone che gli erano più vicine. Oggi sono tre settimane dal suo gesto. Non mi é per niente facile scriverne. Sento molta rabbia, tantissima mancanza, la colpa per non aver capito come aiutarlo, dispiacere per chi gli é sopravvissuto e dovrà convivere con un vuoto e delle domande enormi. Mi innervosisco per tutto e faccio molta fatica a rigenerarmi, a divertirmi, a stare su, a godere delle mie cose e dei miei affetti. Ci vorrà tempo.

    Scendo giù di nuovo. Sono di nuovo in sala. Matilde dalla lettura é passata a dei lavoretti carta-colla e alla decorazioni di Natale: non vede l’ora che arrivi quei giorni e si sta dedicando ai regali e alle confezioni, canticchiando allegra mentre solerte si adopera alle sue fatiche. Accendo le luci dell’albero di Natale che abbiamo fatto venerdi 15, un po’ in ritardo quest’anno per colpa della mia trasferta in Asia. É un albero davvero monumentale, grande, slanciato, sotto il quale sono adagiati alcuni regalini. L’odore resinato dell’abete incontra le fragranze fresche e floreali del limone e dell’arancio. Le intermittenze delle lucine sull’albero dialogano coi raggi del sole che filtrano dai finestroni. Un’arca di luci e profumi che mi àncora, mi obbliga al mio presente. Ricevo in dono uno dei lavoretti di Matilde appena confezionato, con dedica “per il mio babbo”. Lo costudisco insieme agli altri. Il sole del mattino ha invaso la casa. Si stanno svegliando anche le altre.