Tag: Mondiali

  • Il pergolato recuperato e la prima calda giornata di estate.

    Questa sera era il 43º anniversario del matrimonio dei miei genitori. Lo abbiamo festeggiato in una maniera atipica: cena tutti insieme sotto il pergolato di Bisarno, frittura di fiori e zucchine dell’orto, con i primi pomodorini mangiati crudi, una sfrigolante grigliata di salsicce, zucchine (oh, l’orto ne produce tante ogni giorno) e melanzane, quelle della Coop, le mie dell’orto sono ancora un po’ indietro.

    Il clima era ciarliero e chiassoso. La giornata caldissima, la prima veramente estiva, ha finalmente raffrescato solo verso le nove e, conclusa la cena e dopo aver fatto un po’ di faccende, ci siamo messi chi a disegnare, chi a guardare la partita dei mondiali di calcio, fra il tavolo e i divani con le lanterne a candela accese.

    È stato proprio bello godersi il nuovo pergolato. Il nuovo-vecchio pergolato dovrei dire in quanto lo abbiamo, in queste settimane, finito di arredare tutto con antichi o vecchi materiali di uso: un vecchio tavolo da lavoro da cui abbiamo ricavato sia il tavolo per mangiare che un tavolino da caffè, un letto e una culla entrambi in ferro battuto e convertiti come divani da giardino, delle vecchie lampade trovate nell’immondizia e infine delle cassette della frutta con sopra stampato la data 1983 e che adesso servono da gambe del tavolino da caffè.

    Lo stile di arredo è quello che potrei definire shabby chic: tutto molto lezioso, fintamente e un po’ volutamente trasandato e dai contrasti anche netti di materiali ma con un senso complessivo di grande eleganza e accoglienza. Ed estremamente economico a realizzarlo. Oddio, i divani ex letti sono un po’ scomodi, per quanto bellissimi. Per adesso li abbiamo ingentiliti e ulteriormente  aggraziati con dei cuscinoni colorati che abbiamo preso a casa dei miei genitori.

    Ora sono rimasto solo. Tutti a letto. Sono arrivati quindi i 4 micini che, coi due adulti, completano la colonia felina. Giochicchiano e mangiano davanti a me, dopo aver trascorso la giornata a dormire. Il cicaleccio si é solo un po’ ridotto, ma non é cessato. In lontananza sento dei fuochi di artificio. I primi refoli di vento fresco. Ho la pelle d’oca. Forse il sole di oggi forse la stanchezza. Vado a letto anche io. 

  • Cosmonauta deragliato.

    Cosmonauta deragliato.

    Seggo solo al ristorante. Davanti a me una vetrata che mi separa dalle piste di decollo, una zuppa sbiadita di asparagi bianchi, ustionante, e tante facce smarrite e inappetenti di altri cosmonauti deragliati. Come me.

    L’ennesimo disastro Lufthansa – Frankfurt. Una cena in solitario. In compagnia di altri viaggiatori che per chissà quali motivi sono bloccati qui. Mentre la Germania perde col Messico: e ne sono contento perché sono stanco della loro presunta puntualità, della loro millantata efficienza, della loro autoproclamata (e miope nei confronti della storia) leadership in Europa. Certo, la sola idea di volare Alitalia mi atterrisce, però per lo meno come Italiano non ho mai avvertito tanta arroganza come quando mi muovo nella terra dei kaiser.

    Il sommelier mi vuole suggerire cosa abbinare alla zuppa di asparagi. “Non è buona?”, mi fa. “It’s damn hot”, ruggisco. Quasi me li stanno facendo venire a noia qua in Germania i miei adorati asparagi. Prendo a dispetto l’unico vino che mi aveva assolutamente sconsigliato, dopo avermi elencato tutti i pregi degli altri. Mi bruciano gli occhi. Ho anche dimenticato il collirio a casa, a Bisarno.

    Una Bisarno sontuosa, ubertosa e rigogliosa, dove prosperano gatti, verdure, Upupole e peperoncini. E io eradicato in mezzo all’Europa.

    Domani mattina si parte, ci si riprova, per Toronto. Mi alzo. La cena è stata comunque discreta buona. Mi fermo a vedere il lembo finale di partita dei mondiali insieme ad altri cosmonauti deragliati, Svizzera – Brasile, in un bar che vuole essere cool e invece è solo triste e vacuamente stilish, e poi salgo i corridoi tappetati (bleah) verso la camera, quel vecchio che vuol apparire antico senza riuscirsi.

    Provo a rilassarmi. Devo. Domani mi aspetta una giornata di volo e lavoro a Toronto, di oltre 31 ore complessive, e devo mantenere lo calma. Tanto non serve a niente, anzi ci rimetto di salute, a innervosirmi. Ormai volare è così. Ritardi, voli cancellati, attese, e grandi incazzature. Non sono il solo e non è una questione di karma.

    Il materasso è comunque soffice e per fortuna c’è lenzuolo e coperta, non quel fagotto a sacco che spesso si trova nel nord Europa che mi fa stare scoperti i piedi (che fastidio) e sotto sauna il corpo.

    Rifletto. Sarei stato via dai miei affetti comunque. Ben peggio quando questi imprevisti accadono durante il viaggio di ritorno, o quando ho viaggiato malato. Lasciamo stare. Bevo un po’ d’acqua. Frei leggo sul tag. Che generosoni. Faccio i complimenti via Facebook a una amica messicana per aver vinto contro i tedeschi. I tedeschi di Lufthansa che – promesso – non mi avranno più a bordo. Provo a prendere sonno. Domani è un altro giorno.

  • San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    Berlino, un incrocio storico e la locandina del mio evento

    Sono rientrato dopo qualche giorno di lavoro a Berlino ed il mondo è cambiato. Come quando in questa città di crocevia e contrasti, di una bellezza urbana e ricostruttiva, sporca e architettonica, divisiva e accogliente, fu buttato giù il muro un novembre di 28 anni fa.

    Nel tragitto di ritorno in aereo, bloccato a Monaco circa 10 ore causa maltempo, vento e neve, è successo di tutto. Sono partito con un leggero giacchino addosso e sono rientrato nel buio pece della notte con l’Italia clamorosamente fuori dai mondiali (che rabbia) dopo essere riuscita nell’impresa di non superare in gara doppia una mediocrissima Svezia, una lunga sciarpa nera sul collo oltre a ogni bottone di quel giacchino ben chiuso a coprirmi da un improvvido vento gelido e sferzante. Un rientro estenuante e un po’ malinconico che speravo finalmente concluso alla soglia di Bisarno – speranza vana: proprio in limine la Laura e le bambine, dormendo profondo, non mi hanno udito – il j’accuse va alla Laura ma anche alle occorrenze fortuite per le quali mi trovavo senza chiavi: vane le mie multiple telefonate, il clacson suonato, le mie urla. Si sono levati in volo i piccioni assopiti ne fienile, ma nessuno in casa mi ha sentito. Sono dovuto andare dai miei a prendere le chiavi di casa: sgradevole arrivare sulla soglia di casa, dopo un viaggio lungo e complesso, e non riuscire a entrare.

    In questi giorni ho ripreso una certa quotidianità senza che però questo vento “tramontano” smettesse di graffiare. Di fatto Bisarno esternamente è invivibile: anche le gatte sono stati assenti per circa due giorni, a cercare riparo da questo vento assiduo e fastidioso. I lavori sono stati congelati in attesa di giorni più miti e calmi. Ho anche portato il limone dentro casa, per non farlo seccare di freddo. Giusto ieri ricorrevano 10 anni dal nostro primo passo dentro la casa di San Francesco: il nostro primo nido. Era una giornata di novembre e la Laura, forse per l’emozione, aveva battuto la testa nell’arco di cantina. E poc’anzi Matilde, dopo una giornata passata a vedere come si fa l’olio in gita con le elementari, ci ha raccontato: “Per andare al frantoio sono passata davanti alla casa di San Francesco!”. Esattamente 10 anni dopo, 2 figlie, una altra casa sull’altro lato della Sieve e tanto, tantissimo vento soffiato alle nostre spalle, talvolta anche verso di noi.

    Bisarno verso l’inverno. I miei primi mondiali senza l’Italia. Tanti progetti in testa. Il lavoro che esige sempre di più. Il Natale non troppo lontano, mentre fuori continua a sibilare il freddo e ci apprestiamo tutti e quattro per la notte.