Tag: muro

  • Il fico e il muro

    Il fico e il muro

    Un’altra settimana é trascorsa. Vento, sole, pioggia. Temporale, nuvole, nebbia. Una instabilità climatica che ha reso questo maggio uno dei più freddi e piovosi degli ultimi cent’anni e che accompagna le incertezze e gli alti e bassi che caratterizzano la nostra vita.

    Intanto, il muro della porcilaia, quello che separa l’aia al piano inferiore, é concluso e siamo riusciti a preservare un virgulto di fico spuntato fra le crepe dirute della precedente muratura.

    Quel fico mi era piaciuto da subito. In fondo rappresenta una grande metafora, quasi un insegnamento di resilienza per tutta la mia famiglia. Si vive anche nelle difficoltà. Si cresce forse grazie a queste. Ci si aggrappa con tenacia dove palpita ancora un po’ di vita, persino da una fessura di terra incastonata nella scabra pietro, in un danzante equilibrio verticale. Spero proprio che il fico continui a crescere, apprezzando che lo abbiamo rispettato e attorno al suo snello fusto lasciato un po’ di quella terra che per lui é vitale.

    Come stanno esplodendo tutte le piante e i fiori di Bisarno. Noi ci stiamo predisponendo ad accogliere al meglio la primavera che sarà, anche se in parte la primavera é già piovosamente scivolata via.

    Come il nostro fico, ci faremo piacere la pietra e le durezze.

  • Terrazzamenti e un nocio.

    Terrazzamenti e un nocio.

    Eccolo completato: mancava la parte alla sinistra della cisterna del vino.

    Abbiamo ripreso i lavori esterni a Bisarno, per cercare di ritrovare un po’ di entusiasmi e combattere la malinconia del periodo.

    Erano ufficialmente fermi da luglio anche se qualcosina, molto amatorialmente e a costo zero, con mio suocero, anche con mio babbo fino alla fine dell’estate, si era comunque fatto: le stuccature del marciapiede, la facciata nord della casa…

    Da lunedì è tornato Paolo, l’artista-muratore a cui dobbiamo il bello e accurato ripristino storico delle murature facciavista di Bisarno. L’obiettivo è proseguire, e concludere, il muro di terrazzamento che si trova a sud della casa e che divide il piano dell’aia dall’orto. In questo muro è stata insertata una scala per scendere giù nell’orto e una cisterna di cemento per il vino (che utilizzerò come fontana di irrigazione). Successivamente, verrà costruito, ancora più a valle, un ulteriore muro di terrazzamento che separerà il piano dell’orto dall’ultimo segmento di terreno di nostra priorità che diverrà, in futuro, una piccola oliveta. In corso d’opera, cercheremo anche di integrare, con opere murarie e qualche scelta botanica, la presenza – antiestetica assai – dell’unità esterna della pompa di calore, che si trova a ridosso della porcilaia, adibita, al suo interno, in centrale termica. E, come conseguenza, anche la porcilaia risulterà architettonicamente un po’ più dolce e integrata rispetto all’aspetto odierno, fin troppo severo e slanciato.

    E in un piccolo angolo di terra sotto l’ingresso del piano terra del fienile, che si trova appunto nel segmento che verrà delineato dal secondo terrazzamento, ho piantato un nocio di Sorrento. Una volta nelle case dei contadini si piantavano noci per festeggiare la nascita di un bambino. A Bisarno ho trovato tanti alberi di noci quando l’abbiamo acquistata. Uno di questi l’avevamo dovuto abbattere perché le radici si erano addentrate troppo a ridosso delle fondamenta e anche la chioma dava noia alle tegole del tetto: le assi del nocio sono oggi una splendida scrivania e delle meravigliose mensole nella stanza giochi delle bambine. Il nocio è un albero maestoso e un inno alla vita. Ho deciso di ripiantarlo a memoria di mio babbo. Un suo ricordo. E’ passato poco più di un mese e la mancanza è sorda.

    E’ un bel nocio. Già di qualche anno. Gli sarebbe piaciuto, anche la posizione scelta: a valle di tutto il complesso di Bisarno.

  • Bisarno fra i sapori e i lavori.

    Bisarno fra i sapori e i lavori.

    Penultimo giorno di lavoro. Il pomeriggio, pur con pochi colleghi ancora non salpati aliunde, è piuttosto denso di attività e si concluderà piuttosto tardi, vista la telefonata coi colleghi americani prevista per le 17.30.

    Ma siamo in agosto. A casa ci sono i parenti inglesi che la ingentiliscono coi loro modi: aggraziandola con la mia piccola nipotina, compagnia di giochi e litigi con le mie bambine, con mia cognata capace di aggiustare le piante, cucinare ottimi piatti, parlare di tutto, e con mio cognato, propositore di grigliate all’aperto, volitivo, curioso delle mie colture e degli arredi di Bisarno. A loro è lasciata la stanza torre, e sono contento di averla completata anche con il parquet, per dare loro quanta più possibile accoglienza e farla sentire, Bisarno, la loro casa in Toscana.

    Bisarno sta completandosi, seppur lentamente, sempre più. In queste ultime settimane è tornato Paolo e abbiamo ripreso alcune piccole opere edili, in attesa – chissà quando avremo ricaricato un po’ il borsellino – della facciata nord. Intanto, abbiamo concluso (concluso, oddio, manca l’illuminazione e la stuccatura) il muro che segna la separazione, con un dislivello di circa 150 cm, fra l’aia e la zona sottostante, dove si trova l’orto. Il muro, bellissimo, è intervallato da una scala a gomito, che rende lo sguardo dal basso – dove si vede appunto il nuovo muro, la scala, la cisterna del vino e in secondo piano la facciata di Bisarno – molto affascinante. Poi abbiamo posato le pietre a fare da marciapiede sempre lungo il confine aia – prato, lungo la concimaia e il porcile. Anche qui da stuccare, ma intanto abbiamo un bel camminamento in pietra. E in queste ore stiamo impiantendo quella che in futuro sarà la futura serra e rifinendo l’ingresso (che sarà l’ingresso secondario, ma oggi e ancora per un po’ sarà il principale). Sono tutti progressi che magari sono percettibili a occhio esperto, ma che rendono la fruzione di Bisarno, in questo caso degli spazi esterni, sempre più piacevole. Del resto, un anno fa, sempre coi cognati ospiti, scrivevo così.

    Come lo è la pergola, ora anche col barbecue funzionante, il suo tavolaccio in legno, i divani in ferri battuto (recuperando una culla e un letto in ferro battuto), le lucine un po’ da sagra un po’ chic si inseriscono perfettamente nell’austera architettura in ferro della pergola e con le due piante di vite che stanno sempre più prosperando e, se non quest’anno, il prossimo garantiranno una adeguata ombra e non servirà più l’attuale arella, il cannicciato che ci fa da copertura (molto blanda, a dirla tutta).

    Quello che ci dà più soddisfazione è vedere la capacità, quasi umana, di Bisarno di saper naturalmente accogliere e mettere a suo agio. E’ un aspetto ormai secolare, tipico credo del concetto di fattoria che si porta nell’animo, e che intravedo nel piacere degli amici, dei parenti, delle persone che vengono a Bisarno, ed è una delle cose che tutte le persone che c’erano state prima del nostro acquisto mi ridicono con più convinzione. Noi non saremmo neanche troppo così aperti e conviviale, ma Bisarno ci porta a esserlo e ci godiamo anche le più semplici soddisfazioni che l’accogliere regala. E, sembra stupido, ma è anche un motivo in più per rimboccarci le maniche: lasciare una traccia di noi, che possa parlare di noi, nell’accoglienza, nel recupero storico, nell’aver fatto rivivere, mutatis mutandis, un concetto che ci caratterizza come persone.

    Simone a grigliare

     

  • Buon viaggio, Davide. Il tuo muro e radice

    Buon viaggio, Davide. Il tuo muro e radice

    Sette giorni fa ci lasciavi. Da quel giorno ci hai cambiati. Ho cercato di allontanarmi dalle cronache: è un dolore non mio, non nostro, mi dicevo, ma della tua famiglia, della tua bambina, della tua compagna, dei parenti più prossimi e di chi davvero ti conosceva di persona. E inconsciamente non volevo forse nemmeno riaprire un cassetto che sto provando con fatica a tenere chiuso, stipato di ricordi ancora lancinanti di un giovane amico che mi ha da poco lasciato. Del resto siamo anche questo: l’istinto ci porta a guardare altro, a provare a eludere. Sennò cosa ci darebbe la forza per continuare a credere nel domani, a fare figli, a investire sulle nostre emozioni?

    Ma non ci sono per niente riuscito, non riesco a staccarmi dal tuo pensiero, Davide, e dalle riflessioni forse gonfie di retorica.
    Oggi è stata una giornata irreale. Lo stadio era un teatro e la partita, insieme al pubblico, una recita tremendamente autentica. Tutto il mondo ha pianto con noi. Una assurda, emozionante e commovente rappresentazione della vita, il cui finale per te è arrivato prima che per noi.

    Una catarsi collettiva che ci ha restituito come parte di un qualcosa. Un qualcosa che forse potrà portarci fuori dalla melma della sofferenza di queste ore. E che possiamo offrire ai tuoi cari e al tuo ricordo: la nostra comunità, il nostro mondo, la nostra città, che era anche la tua città, che era anche il tuo mondo, che era anche la tua comunità. Questo è il qualcosa.

    Allo stadio oggi pomeriggio, alle esequie accanto alle urne dei forti e al pianto di un popolo in Santa Croce giovedì scorso, ai cancelli del Franchi con sciarpe viola, biglietti e fiori, è davvero successa una cosa che non ho mai vissuto e mai visto prima e che forse potrà davvero consolarci, noi e i tuoi cari: Firenze, noi Viola, il calcio tutto, ci siamo fatti muro e radice. Si: un solido muro dove poter piangere e col quale aiutare a ricostruire chi altro non vorrebbe che cadere distrutto dal dolore; radice perchè una culla silente dove rintanarci, una mamma che accarezza, un raccoglimento intenso, serve sempre.

    Perchè i rami, caro Davide, ora sono spogli, l’aria pesa, il cielo tetro, il vuoto orrido, ma i tuoi semi alligneranno, erano forti, sono vivi, saranno eterni. Questo lo voglio credere. Buon viaggio, Davide. A te, ma anche a tutti noi, da oggi per sempre cambiati. In eterno, il tuo muro e radice.

  • San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    San Francesco e Berlino. Il vento dieci anni dopo

    Berlino, un incrocio storico e la locandina del mio evento

    Sono rientrato dopo qualche giorno di lavoro a Berlino ed il mondo è cambiato. Come quando in questa città di crocevia e contrasti, di una bellezza urbana e ricostruttiva, sporca e architettonica, divisiva e accogliente, fu buttato giù il muro un novembre di 28 anni fa.

    Nel tragitto di ritorno in aereo, bloccato a Monaco circa 10 ore causa maltempo, vento e neve, è successo di tutto. Sono partito con un leggero giacchino addosso e sono rientrato nel buio pece della notte con l’Italia clamorosamente fuori dai mondiali (che rabbia) dopo essere riuscita nell’impresa di non superare in gara doppia una mediocrissima Svezia, una lunga sciarpa nera sul collo oltre a ogni bottone di quel giacchino ben chiuso a coprirmi da un improvvido vento gelido e sferzante. Un rientro estenuante e un po’ malinconico che speravo finalmente concluso alla soglia di Bisarno – speranza vana: proprio in limine la Laura e le bambine, dormendo profondo, non mi hanno udito – il j’accuse va alla Laura ma anche alle occorrenze fortuite per le quali mi trovavo senza chiavi: vane le mie multiple telefonate, il clacson suonato, le mie urla. Si sono levati in volo i piccioni assopiti ne fienile, ma nessuno in casa mi ha sentito. Sono dovuto andare dai miei a prendere le chiavi di casa: sgradevole arrivare sulla soglia di casa, dopo un viaggio lungo e complesso, e non riuscire a entrare.

    In questi giorni ho ripreso una certa quotidianità senza che però questo vento “tramontano” smettesse di graffiare. Di fatto Bisarno esternamente è invivibile: anche le gatte sono stati assenti per circa due giorni, a cercare riparo da questo vento assiduo e fastidioso. I lavori sono stati congelati in attesa di giorni più miti e calmi. Ho anche portato il limone dentro casa, per non farlo seccare di freddo. Giusto ieri ricorrevano 10 anni dal nostro primo passo dentro la casa di San Francesco: il nostro primo nido. Era una giornata di novembre e la Laura, forse per l’emozione, aveva battuto la testa nell’arco di cantina. E poc’anzi Matilde, dopo una giornata passata a vedere come si fa l’olio in gita con le elementari, ci ha raccontato: “Per andare al frantoio sono passata davanti alla casa di San Francesco!”. Esattamente 10 anni dopo, 2 figlie, una altra casa sull’altro lato della Sieve e tanto, tantissimo vento soffiato alle nostre spalle, talvolta anche verso di noi.

    Bisarno verso l’inverno. I miei primi mondiali senza l’Italia. Tanti progetti in testa. Il lavoro che esige sempre di più. Il Natale non troppo lontano, mentre fuori continua a sibilare il freddo e ci apprestiamo tutti e quattro per la notte.