Tag: Natale

  • L’altra metà.

    L’altra metà.

    “Ben più della metà della vita l’abbiamo già trascorsa e il resto sarà sicuramente peggio della prima parte”. Alle porte del Natale, è questo il pensiero che ultimamente più mi attanaglia, soprattutto quando si fa buio, mi giro nel letto più a lungo del solito, le giornate sono corte e ci si avvicina alla fine dell’anno e al momento dei consuntivi.

    Eppure, è un periodo questo che quasi non dovrebbe lasciar affiorare i pensieri tristi, viste le tante cose in ponte. Tutto sommato belle. Prendersi cura delle bambine è qualcosa che impegna e dà significati, e lascia un certo senso di leggerezza. Stanno crescendo, ci sono piccoli inciampi – oddio, anche grandi spaventi come quello di Costanza – ma prendersi cura di loro aiuta. Poi il lavoro. Vero: faticosissimo, ma proprio in quest’ultimo anno di difficoltà sono emerse le soddisfazioni più grandi e sono nati progetti che sento quasi come dei figli. Quest’anno è nato il BAR(N), spazio fisico bellissimo ma anche mio personal branding dove canalizzare la mia creatività. “La Molecola della Civiltà” è diventata grande e ho viaggiato con lei in tutto il mondo – e chissà che nel 2024 non si approdi anche nel mondo podcast. Poi le mie attività di cantastorie e la mia crescita con EACD e le lezioni ai master de Il Sole 24 Ore e dell’Università Sant’Anna. Abbiamo anche in progetto il restauro del fienile e la sua trasformazione in una nuova casetta che andrà ad arricchire il complesso di Bisarno: finalmente sono ripartiti i lavori e pian pianino ci muoviamo. Lentamente, ma ci muoviamo.

    Quindi, forse è proprio questo il segreto per esorcizzare queste striscianti malinconie. Che ho sempre avuto, dai 15 anni poi, solo che con l’incidere degli anni prendono consistenze, anzi, rimuginii diversi. E quando sono accadute le cose brutte, e sono accadute, queste stesse malinconie si sono vaporizzate, sono scomparse. Allora il segreto è non pensare troppo al futuro, a quanto ne resta, non rimpiangere con nostalgia quello che è stato, il passato, le occasioni perse, e stare nel presente e fuori dai propri personalismi. Pensare in positivo. Lasciare una impronta sotto forma di gesti di bellezza, di cure dedicate, di attenzioni affettuose, di principi e valori. E provare a fregarsene dell’altra metà.

  • Cornetto e cappuccio.

    Cornetto e cappuccio.

    Sono atterrato a Malpensa dopo circa 16 ore di volo, a cui si aggiungono le circa 7 ore trascorse all’aeroporto di Taipei. Malgrado le incontestabili comodità del viaggio a bordo della splendida compagnia di bandiera taiwanese Eva, il volo non finiva davvero mai. A un certo punto, nel chiuso pressurizzato del veicolo, in piena notte, nel silenzioso baluginio delle soffusi luci al led, anche la testa ha viaggiato e si è sentita altrettanto imprigionata: “E se stesse succedendo qualcosa in Italia? A casa? Io come posso aiutare?”. Pensieri ruminanti, oziosi, stupidi. Ho tamponato con due, tre film consecutivi. Un po’ di sonno accidioso e accaldato. Fintanto che, finalmente, sono iniziate le operazioni di atterraggio.

    Scendendo dall’aereo, ho organizzato il mio trolley, agganciandoci in precario equilibrio anche le mie giacche e lo zaino del PC e, gravato da questo fardello di viaggio, ho messo finalmente i piedi a terra in una Malpensa ancora deserta e gelida. Che cambio climatico. Pieno inverno lombardo. Ancora buio fuori. All’immigrazione sono stato smistato da due carabinieri, in italiano (ahhh bene), alla fila più veloce. In realtà, erano tutte libere. Da lì mi sono recato all’area dei treni per prendere il Malpensa Express. Ho anticipato di mezz’ora sulla tabella di rientro e questo mi ha dato un ulteriore slancio. In attesa, freddo, freddissimo, e altri viaggiatori stanchi e assonnati, di rientro da altre destinazioni del mondo, che parlavano in Italiano del film della Cortellesi, “bello ma troppo severo per l’uomo, non sono tutti così”.

    Sul treno, nel mentre che sfilavano tutte le stazioni lombarde e man mano che la giornata si faceva più chiara – giornata grigia di pioggia battente e pochi gradi sopra lo zero – ho cercato invano di anticipare anche l’Eurostar per Firenze Santa Maria Novella. Tutto pieno: del resto è l’8 dicembre, ho pensato. Crucciato da come tentare di prendere comunque quel treno, che mi avrebbe garantito l’anticipo di un’ora di rientro – che col senno di poi, dopo 12 giorni fuori, cosa avrebbero cambiato? – ho compiuto gli ultimi venti minuti di Express immalinconito e con la sensazione che fosse ancora più freddo.

    Arrivato a Milano Centrale ho cercato di fare colazione, per poi confrontarmi, come da suggerimento della professionista di Trenitalia che ho trovato in stazione Centrale appena sbarcato dall’Express, dal capotreno del treno su cui avrei voluto salire: “Sarà lui a darti o meno l’ok”.

    Colazione! Tutti i bar erano pienissimi, con code interminabili. Allora, col mio trolley stipato di portagiacche e zaino, ho sceso le scale e mi sono rifugiato in un baretto appena fuori stazione, dove la fila mi è parsa più breve.

    Un po’ di attesa e poi ho ordinato cornetto alla crema e cappuccio. L’odore del caffè nel chiuso vaporoso e indaffarato del bar mi ha dato la scossa. In positivo. Quel profumo e il sapore della pasta dolce lievitata, voluttuoso poi della crema, e l’onda calda del cappuccino che mi ha carezzato il palato, è stato il mio bentornato in Italia. Ho letteralmente rallentato la masticazione e ho sorseggiato a piccoli sorsi il cappuccino.

    Poi mi sono rimesso in moto verso il capotreno, verso il binario adesso palesato, leggero e scaldato. Sentivo la piega giusta, il corso degli eventi di nuovo verso di me. E infatti il capotreno mi ha assegnato un posto disponibile e ho fatto un viaggio pulitissimo verso Firenze Santa Maria Novella. in treno ho guardato dall’IPAD i cortometraggi di Wes Anderson tratti dalle favole di Dahl e mi sono alienato in una dimensione sognante, mentre il treno superava, come comunicato dai monitor, i 300 chilometri orari.

    Firenze Santa Maria Novella. Un taxi verso Firenze Sud e l’incontro con la famiglia che è venuta a prendermi al Viola Park. Un forte abbraccio a tutte, la macchina col riscaldamento a 24 gradi, e “Babbo – si va a comprare l’albero di Natale?”. Sono davvero a casa.

  • E’ stata la mano di dio

    E’ stata la mano di dio

    In questi piovosi giorni natalizi, di riposo lavorativo, in una Bisarno addobbata per Natale, con festoni, candele e palle giganti, passo molto del mio tempo libero a imbibirmi di storie. Leggo i miei libri – da consolidata prassi più di uno iniziato e portato avanti –, osservo e partecipo alle fantasie delle mie bambine (giochi di ogni tipo, le loro avventure, prove di recite teatrali, scritture di redazioni di fumetti), mangio sapori nostalgici e pieni (il bollito, i panettoni, i tortellini, i vini rossi avvolgenti), riassetto e metto ordine ai cassetti e alle zone di casa – oh, mi fa star bene. Soprattutto, nutro una delle mie più grandi passioni: il cinema. Guardo film: film storici, film appena usciti, film comici, biografie, serie, di tutto. E appena uscito su Netflix ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti, Sorrentino ne E’ stata la mano di Dio.

    Lo dico subito con una clamorosa iperbole. Per me è il più bel film che abbia mai visto.

    Il film tratta la biografia del regista e della sua giovinezza con la sua famiglia nella Napoli degli anni 80. Io sono fiorentino, figlio unico e un po’ più giovane. La mia famiglia è un pizzico meno teatrale. Ho avuto Batistuta che pur divino non è assoluto per la città come è stato Maradona per Napoli. Ma sono rimasto in uno stato di profonda commozione per tutto il film, commozione credo dovuta alla totale empatia con la storia, alla totale identificazione coi sentimenti idealisti e sognanti, intrisi di letteratura e di una certa voluptas dolendi di Fabio, del fratello più grande, più epicureo ma non mano amaro, della mamma allegra, giocherellona, scherzosa quanto frustrata e con un profondo dolore dentro dovuto al grande tradimento del marito, del papa appunto, il di lei marito (il solito enorme Toni Servillo) ironico ma dolcissimo, della zia bella e pazza perchè senza il dono della maternità (la meravigliosa Luisa Ranieri, l’unico personaggio inventato del film, ha rivelato Sorrentino), del camorrista che fa il suono degli off-shore, della cugina obesa, del suo amante con la voce robotica, nel grande teatro di vita che è Napoli, col Vesuvio, il cibo abbondante, le sue ombre e le sue luci, il suo chiasso, i suoi ritrovi, i monacielli, i caffè, l’arrivo sognato e poi reale del giovane Diego Armando Maradona, che al mondiale 1986 contro i nemici inglesi, segnerà un gol di mano (la mano di dio del titolo) e quello che è poi considerato il più bel gol di tutti i tempi doppietta, tutto concentrato nella stessa partita, grande metafora di Napoli. Commozione contenuta e poi liberata in un pianto catartico nella scena conclusiva del film, il momento di tutti, la crescita inevitabile, nel film un viaggio in treno verso Roma, verso nord, con la telecamera fissa su Fabietto che diventa Fabio, e la musica dolcissima di “Napuli è” di Pino Daniele. Titoli di coda e fazzoletti intrisi delle mie lacrime.

    Un film verissimo, forse imperfetto, senza la sublime maniera fra Bergmann e Fellini dei grandi film di Sorrentino come La Grande Bellezza o Youth, ma ancora di più autentico, lirico, intenso. Da guardare e riguardare.

    NB. Segnalo altri due film appena usciti. Uno è “Don’t Look Up”. Da guardare assolutamente. Perfetto per esorcizzare i deliri della pandemia. Magari un giorno gli dedicherò un post. L’altro è l’ultimo della Disney Pixar, “Encanto”, molto rivedibile, quel politicamente corretto che stucca un po’, peccato. Comunque, ideale per chi ha figli.   

  • Strenia, Gesù e quel pacco di Santa Klaus.

    Strenia, Gesù e quel pacco di Santa Klaus.

    Natale è ormai dietro le porte: quasi tutte le decorazioni natalizie sono state apprestate, secondo tradizione, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, anche se – in quest’anno difficile – molti di noi, quorum ego, a causa delle insistenti richieste upupolesche, hanno anticipato gli addobbi sin da fine novembre.

    Alberi, festoni, luci intermittenti si stagliano dalle finestre delle case. L’atmosfera è suggestiva, visto quanto poca la si possa respirare nelle vie delle città e dei paesi, le proprie abitazioni sono più che mai il nido dove concentrare le attenzioni. A casa mia, un bell’abete bianco, accanto alla vecchia bocca in pietra del forno del pane. E ai piedi dell’albero, tanti pacchi, su cui quest’anno si stanno concentrando le mie attenzioni lavorative.

    Infatti, dopo gli addobbi, un rituale imperdibile che precede il Natale è la ricerca dei doni per i bambini e i propri cari. E’ un rituale antico, ancestrale, sporcato ultimamente da un eccesso di consumismo ma che, a guardarlo con lo sguardo un po’ malinconico di questo Natale, ha in sé la dolcezza di un gesto d’amore e un invito a una consuetudine d’affetti, nella sua accezione più alta e nobile.

    Rispetto a quanto creduto, l’usanza di scambiarsi doni a Natale non ha origini religiose. Nell’antica Roma, a fine anno, si era soliti scambiarsi dei doni – rametti di alloro, piccole cose, la valenza era come vedremo adesso simbolica – in onore della dea Strenia, deità associata alla prosperità e alla buona fortuna: un augurio insomma per un anno migliore. Attuale eh? Quest’anno, in effetti, vale proprio la pena di fare delle strenne, sostantivo associato al regalo che deriva, come quasi la totalità delle parole italiano, dal latino e dalla dea della prosperità, appunto.

    E’ ben più noto invece l’utilizzo qualche secolo dopo in ambito cattolico: nasce Gesù Bambino e i re magi recano al neonato i loro doni: oro, incenso e mirra. E progressivamente, a seguito di quel fenomeno noto come “cristianizzazione dell’impero” le due tradizioni si miscelano e si perpetrano fino all’epoca moderna.

    In epoca moderna entra in scena una terza figura fra Strenia e Gesù Bambino, forse la più nota e icastica raffigurazione del Natale: Santa Claus, ovvero Babbo Natale. Santa Claus (Sinterklaas in olandese) era un vescovo della città di Myra, nell’attuale Turchia, ai tempi nell’Impero Romano D’Oriente, noto per la sua bontà verso i bambini. Gli olandesi ne consacrarono il culto nel XVI secolo e da allora il Natale venne associato non più a Strenia, non solo a Gesù Bambino, ma soprattutto a Santa Claus, in italiano Babbo Natale.

    Come si accennava all’inizio di questo viaggio nel tempo alla ricerca del significato e delle origini dei doni di Natale, l’ultimo secolo ha acuito una deriva consumistica di Babbo Natale e del concetto dei regali. Quest’anno però è bello ricordare come la prima pagina di questa storia sia stata scritta dai piccoli rametti che venivano scambiati in onore della dea Strenia, con l’augurio che la stessa garantisse un anno fecondo, prospero e di buona fortuna.

    Un 2021 così, sarebbe la strenna più bella per tutti! Noi, intanto, continuiamo a porre pacchi colorati e di fogge diverse ai piedi del nostro albero.

  • Una madaleine al sapore di pistacchio

    Una madaleine al sapore di pistacchio

    L’orto ghiacciato

    Un cornetto al pistacchio dolce e friabile. Lo divoro ad ampi bocconi, malgrado sia la seconda colazione. L’espresso amaro con cui lo accompagno leviga nel palato il sapore caramelloso della libidinosa crema verdastra e deglutire è un vero piacere.

    In un attimo ho finito questa pausa golosa ma l’esperienza si è dilatata, evolvendosi dal gusto al pensiero ai ricordi fino alle riflessioni, facendola quasi apparire senza tempo. Una “madaleine” in un centro commerciale a Prato. 

    Sono giorni di festa. Freddi e un po’ grigi. Ogni tanto affiora un sole pallido e la malinconia si veste della bellezza che mi sta attorno. I ricordi di ciò che era un anno fa, potrei dire solo prima di quest’estate e delle rivoluzioni che ha portato, fanno male, tutto fa troppo male, e preferisco spostare l’attenzione su quello che vivo ora, sebbene sia tutto molto fragile ed emotivamente instabile. 

    Gatto, Upupole e Bisarno

    La mia famiglia è stretta e unita. La nostra grande casa sempre più calda. Si è aperta per Natale in una giornata fredda quanto assolata e la vecchia stalla, oggi la nostra sala, ha accolta una festosa tavolata di 15 persone. 

    La bellezza. A costo di risultare superficiale, la trovo uno degli aspetti più confortevoli. “La bellezza salverà il mondo” – faceva dire Dostoevsky al principe Miškin ne L’idiota. A me salva dal ruminio mentale. Dal pensiero negativo. Dal pessimismo che spesso mi stritola. E allora anche passeggiare nel prato coi gattini e vedere l’austera Bisarno – come è venuta bene! – mi salva. Mi salva riordinare la lavanderia come fossi un casalingo disperato. Mi salvano le geometrie della natura, quando guardo le foglie degli ortaggi cristallizzate dal gelo. Mi salvano le bambine coi loro pigiamoni invernali mentre dormono a pancia in giù e hanno le gote arrossate e le bocche fiorite. 

    Il cavolfiore sotto la brina

    Ritorno al presente. C’è un gruppo di ragazzine accanto a me, hanno sempre il “cazzo” in bocca mentre parlano. La tazzina vuota di caffè e il piattino con delle briciole sparse su un tovagliolino spiegazzato, mentre la radio del bar gracchia una non nota hit latinoamericana, spezzano questa mia “epifania” sulla bellezza del mio fragile presente. Mi alzo. Vado a pagare. Si, la bellezza salverà il mondo.

    Bambine al tramonto

  • In viaggio con Matilde.  Il sabato 7 giorni dopo.

    In viaggio con Matilde. Il sabato 7 giorni dopo.

    Quasi non ci stava più Matilde…

    Questa mattina, fredda, asciutta, soleggiata, ho preso la Matilde, sveglia presto come suo solito, e ci siamo fatti una lunga girata in auto in direzione di una fattoria nelle colline di San Miniato.

    Prima, da tradizione, anche se a ranghi ridotti, ci siamo fermati a fare colazione al bar Remo. Due cornetti farciti al momento con crema e cioccolato e due cappuccini, per la Mati senza caffè.

    Poi ci siamo messi in auto. La giornata era gelida ma assolata. Il paesaggio, tolto il tratto nella Fi Pi Li, suggestivo come solo la Toscana sa essere. Abbiamo ascoltato musica, la mia musica, che la Mati ha mostrato di apprezzare con grande sensibilità. Non erano canzoni facili ma musiche e parole che la hanno colpita. Io poi le raccontavo un po’ di quello che muovevano in me, il significato di alcune parole, gli strumenti coinvolti…Abbiamo accompagnato il viaggio insieme all’Irata dei CSI, in cui Ginevra di Marco accompagna un sontuoso Giovanni Lindo Ferretti (che recita anche una poesia di Pasolini nel corso della canzone), Bohemian Rhapsody dei Queen (“Ma non ha le strofe e il ritornello!”) coi cori, il falsetto, le atmosfere struggenti fra l’opera e il rock, i violini e il piano in “November Rain” dei Guns and Roses, ovviamente Nomadi, l’inno al viaggio e alle sensazioni del viaggiatore del mio maestro Battiato, Fenomeno di Fabri Fibra, Telefonami fra vent’anni di Dalla, che da quante volte l’ho sentita la sa ormai cantare perfettamente, pur nella sua anomalia ritmica e nel suo essere poesia più che prosa e quindi poco logica a memorizzarsi, un po’ di Coldplay (“Sai Mati, mi dicono di assomigliare a questo qui, il cantante, si chiama Chris Martin” – le dico facendole vedere il video sul telefonino. “No, per nulla”, replica subito lei).

    Quando siamo arrivati alla fattoria ci ha accolto una bambina con suo nonno e un grosso canone scodinzolante affetto. Una immagina molto bucolica e carica di metafore. Ovviamente a Mati aveva fatto male la macchina ma si é ripresa velocemente, fuggendo le zampate e le leccate di Balù ed esplorando quell’ambiente rurale conviviale e armonico. Abbiamo preso dei lampioni in ferro battuto per Bisarno e siamo ripartiti. 

    A casa ci aspettava l’altra metà della famiglia – la Mignola aveva fatto yoga al mattino in una associazione locale e grondava di entusiasmo al raccontarsi le tante asana scoperte. 

    A pranzo dei corroboranti e squisiti spaghetti integrali ai broccoli ingentiliti da una carezza di olio novo, anche la Nonna Za presente, seguiti dalla libidinosa schiacciata del fornaio di San Francesco, e il pomeriggio a dedicarsi, le donne, a decorare l’albero di Natale (eravamo in ritardo ma ci siamo rifatti con un albero proprio bello e pieno di colori) e io, insieme a Nonno Ciccio e al mio vicino-amico Sauro, ai lavori nei campi col trattore. Il freddo pungeva, ma il contesto era davvero magnifico. In un certo qual senso quel freddo era come si mi scaldasse, mi accogliesse: abbiamo ritrovato dei pozzetti che erano rimasti sotto degli accumuli di terra, abbiamo smosso la terra alle piantine dell’orto, abbiamo spianato una stradina e infine abbiamo fatto anche uno scavo, una buca, per accogliere un nuovo albero, un nocio, che sarà memoria e futuro di questo incredibile periodo. Il tutto scortati dal gatto Arancino.

    La giornata – lunga ma viva, vissuta, impugnata – si é conclusa con una cena di pesce. Pescespada al pomodoro, olive e capperi con insalata di radicchi e una maionese di avocado buonissima, fatta dal sottoscritto che, al solito, ho mangiato solo io. Non sanno le altre cosa si sono perse a non accompagnarla al pesce spada. Una delizia. 

     

  • Natale

    Natale

    Notte di Natale. Le bambine sono ancora sovraccitate del carico emotivo di questi giorni e non riescono a prendere sonno malgrado siano ormai le undici della sera. Sono stati giorni relativamente sereni, costruiti attorno a colorate tavole adorne di cibo e vino e ai sorrisi meravigliati delle piccole.
    Per la vigilia siamo stati dagli zii, con le mie cugine, i miei genitori e i genitori del compagno della mia cugina più grande, oltre a degli amici honduregni che ormai da qualche anno sono come parte della famiglia. La vigilia è il momento più emozionante perché coincide con l’apertura dei regali, tutti accatastati attorno al piccolo albero di Natale della zia. Pur non essendo particolarmente religiosi, ci piace rispettare le tradizioni e gli zii hanno imbandito una gustosa cena di pesce: dei crostoni di moscardini, una penna con ragù di mare e il gran piatto – il bollito di mare accompagnato da diverse salse, oltre a un panettone fatto in casa come dolce. Poi il gran momento dei regali, che si è concluso fra risate e ringraziamenti alle porte della mezzanotte. Le due bambine più grandi (Matilde e la sua amichetta di qualche anno più grande Jamila) si sono anche vestite da babbo Natale. Negli anni scorsi lo faceva la zia, col risultato però di spaventare sistematicamente entrambe le bambine. Quest’anno hanno ben pensato di esorcizzare quel momento tanto atteso quanto temuto indossando loro stesse i panni rossi e barbuti di Santa Klaus, per la gioia irrefrenabile della Mignola.

    Jamila e Matilde vestite da babbo Natale per la gioia della Mignola

    La giornata di oggi è stata più formale, con un barocco pranzo di Natale a casa dei miei, anche coi nonni materni: una piccola tavola di 8 persone al cui centro dominava una squisita Riserva Ducale Oro 1985 che ha avuto il suo climax coi tortellini in brodo di mia mamma.

    Tortellini in brodo e Oro 1985. What’s more?

    Ci siamo alzati da tavola oltre le tre e alle 19.30 eravamo di nuovo a tavola per il bollito con la salsa verde, un altro grande classico natalizio.

  • Il falco invasore. Io, me e un pennuto dentro casa.

    Il pennuto da dove è entrato

    Mi mancava anche quest’ultima invasione zoologica a Bisarno.
    Giornata di lavoro trascorsa consecutivamente in comitati seduto in ufficio. La sera abbiamo la cena di Natale a Poggio Casciano. Ho poco tempo per cambiarmi e riassestarmi un po’. Sono anche nervoso perché l’umore è quello è e Poggio Casciano rappresenta in queste ore una sorta di casa degli spiriti: le emozioni che provo sono ancora troppo violente e non mi piace farmi vedere, soprattutto in un contesto lavorativo e in mezzo ai colleghi, troppo scosso e poco padrone dei miei sentimenti. Ci mancherebbe anche arrivare in ritardo e farmi vedere da tutti.
    Cogitando meco di ciò, apro sovrappensiero la porta di Bisarno e salgo velocemente le scale che portano al piano notte. Entro in camera e di lì nel bagnetto pertinenziale. Apro l’acqua per lavarmi i denti e sento improvvisamente, al mio fianco, uno stridio animalesco acuto e arrabbiato. Mi giro repente verso la finestrella a pochi centimetri dal lavabo e vedo in casa un falchetto ad ali aperte che mi urla contro dalla soglia interna della finestra. Mi ritraggo repente spaventato. Riesco anche a fargli una foto mentre cerca di allontanarsi dalla finestra socchiusa. La stessa da cui forse era entrato al mattino (confesso: la mi deiezione mattutina necessitava di imponente aerazione!) e dalla quale cercava adesso la libertà. Consigliato al telefono, provo a lanciargli un asciugamano per catturarlo e poi liberarlo, senza rischio di artigliate. Nel mentre che l’ascigamano libra verso la sua preda, il falco lo guarda e con un annoiato saltetto in laterale lo evita in scioltezza e si libra in volo verso la camera, da lì verso il corridoio e poi verso la stanza torre, ogni volta puntando contro finestre (chiuse) e sbattendoci rovinosamente contro, illudendosi della libertà riflessa sui vetri.
    Fortunatamente ho avuto un attimo di sangue freddo per aprire entrambe le finestrone della torre e il falco ha potuto finalmente, dopo 15 lunghissimi minuti di me e il pennuto e chissà quanti in più del pennuto già in casa, ritrovare i suoi spazi aperti. La prima sosta è stata nella porta del grano del fienile, accompagnato il di lui riposo dallo sguardo interessato e vigile delle gatte.

    Finalmente libero, si riposa per la notte

    Sono andato alla cena aziendale sperando che fosse solo stanco e che a breve avrebbe ripreso le sue “geometrie esistenziali”, come canta il maestro Battiato in Gli Uccelli. Cosa avvenuta l’indomani mattina, dopo una notte di riposo in libertà, alla prima luce.

    Il mattino del giorno dopo – di lì a poco il falco avrebbe ripreso il suo volo

  • Un’arca di luce e profumi

    Un’arca di luce e profumi

    La luce del mattino

    Noi venerdì sera dopo aver fatto l’albero

    Domenica mattina. Fuori una coltre di brina e un cielo bianco pallido anticipano finalmente, dopo i tanti consecutivi umidi giorni piovosi, una bella giornata di sole, seppure fredda.

    Io mi sono alzato presto, prima di tutti: ho bevuto un po’ di latte – poco perché altrimenti non sarebbe bastato per le altre – e mi sono messo a tocchicciare i due alberi di agrumi (un limone e un arancio) che da qualche settimana ingentiliscono di odorosa presenza la nostra sala.

    Sono tornato su al piano notte e Matilde si era svegliata e stava esercitandosi, al soffice delle sue coperte e baciata da una luce sempre più alta, nella lettura in stampatello di un libro sui nonni preso in biblioteca. Le altre dormivano ancora malgrado ormai la casa avesse preso vita.

    Ieri abbiamo trascorso la giornata presso la tenuta di Poggio Casciano, una delle fattorie di Ruffino. Avevamo organizzato Natale in tenuta, con la possibilità di visitare le cantine rinascimentali, degustare i nostri vini e acquistarli, insieme ad altre prelibatezze toscane, fra cui formaggi, cioccolato, farine speciali, pani e prodotti da forno. Per tutti noi questo evento ha assunto i connotati di un ricordo vivo di Edoardo, grazie alla presenza anche dei suoi genitori, dei suoi amici, dei suoi zii e delle persone che gli erano più vicine. Oggi sono tre settimane dal suo gesto. Non mi é per niente facile scriverne. Sento molta rabbia, tantissima mancanza, la colpa per non aver capito come aiutarlo, dispiacere per chi gli é sopravvissuto e dovrà convivere con un vuoto e delle domande enormi. Mi innervosisco per tutto e faccio molta fatica a rigenerarmi, a divertirmi, a stare su, a godere delle mie cose e dei miei affetti. Ci vorrà tempo.

    Scendo giù di nuovo. Sono di nuovo in sala. Matilde dalla lettura é passata a dei lavoretti carta-colla e alla decorazioni di Natale: non vede l’ora che arrivi quei giorni e si sta dedicando ai regali e alle confezioni, canticchiando allegra mentre solerte si adopera alle sue fatiche. Accendo le luci dell’albero di Natale che abbiamo fatto venerdi 15, un po’ in ritardo quest’anno per colpa della mia trasferta in Asia. É un albero davvero monumentale, grande, slanciato, sotto il quale sono adagiati alcuni regalini. L’odore resinato dell’abete incontra le fragranze fresche e floreali del limone e dell’arancio. Le intermittenze delle lucine sull’albero dialogano coi raggi del sole che filtrano dai finestroni. Un’arca di luci e profumi che mi àncora, mi obbliga al mio presente. Ricevo in dono uno dei lavoretti di Matilde appena confezionato, con dedica “per il mio babbo”. Lo costudisco insieme agli altri. Il sole del mattino ha invaso la casa. Si stanno svegliando anche le altre.

  • Auguri

    Stiamo avvicinandoci agli ultimi giorni di uno strano 2016. Oggi é Natale e siamo tutti mezzi accartocciati, fra influenze, vomiti, febbre, stanchezze. Forse é il dazio che io e la mia famiglia stiamo pagando per un anno sempre su di giri, con alti, bassi, novità, corse, pianti, sorrisi. Bah, in fondo meglio viverla questa vita che pensarla, eviscerarla, finire per aggrovigliarsi – attitudine a cui purtroppo tendo – fra le vischiose maglie cupe del mio pensiero. Lo scorso anno di questi tempi stavamo finalizzando, fra numerose complicazioni burocratiche, l’iter di acquisto di Bisarno. Vacanze natalizie scandite dalla necessità di chiudere l’acquisto entro il 30 dicembre, fra avvocati incapaci e arroganti, trattative fra San Sepolcro e Pontassieve, disfide fra clausolette per un metro quadro di terreno.
    Di lì a poche settimane avremmo immediatamente iniziati i lavori di restauro: soddisfazioni, certo, sempre ben documentate in questo blog (un’altra bella novità di quest’anno) ma tante problematiche burocratiche ed economiche che invece ho preferito non raccontare, ma che ci sono state: forse senza raccontarle non le ho espiate, e alla fine sono emerse fisicamente. Al lavoro a maggio abbiamo concluso la pubblicazione del libro “La Toscana di Ruffino”. Le trasferte di lavoro fra cui il Canada con la febbre. La febbre poi ripresentatasi a dicembre, prima del convegno a Poggio Casciano, altra grande esperienza di lavoro. La paura. La paura che io spesso vesto con gli abiti buoni dell’ipocondria. Paura per controlli per me e per coloro a cui voglio più bene. La paura che sempre c’é perché ho tanto da perdere. Al 2017 auguro a me e alla mia famiglia di continuare così, perché in questa giostra tutto sommato ci si sente vivi, si cresce, si lascia una impronta di noi.