
CONFRONTO CON FRANCESCO SORELLI SUL SUO ULTIMO LIBRO “LA MOLECOLA DELLA CIVILTÀ – IL VIAGGIO DEL VINO FRA STORIA, MITO E BELLEZZA”
a cura di GIULIO SOMMA


Riproduzione integrale e autorizzata de “Il Corriere Vinicolo” n39, 8 dicembre 2025.
Dopo una lunga esperienza in Ruffino, dove negli ultimi tempi ha rivestito il ruolo di direttore della comunicazione internazionale, Francesco Sorelli è approdato di recente al ruolo di direttore e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina. Autore e divulgatore, docente e wine educator, oggi Sorelli si divide tra il lavoro al Consorzio e l’attività libero professionale, dedicandosi alla scrittura perché, dichiara, “mi piace parlare, scrivere e raccontare. Ho sempre creduto nel potere delle storie, nella capacità umana, fiabesca, di sfidare i bassi e gli alti del destino”. E partiamo proprio da questa sua dichiarazione d’amore per le parole e le storie che lo ha portato a pubblicare un “volumone” di ben 450 pagine dedicato ovviamente… al vino. Ma con un taglio particolare: riscoprire il suo fascino antico per credere nel suo futuro.
Un’opera voluminosa, quasi 450 pagine, con un titolo molto sognante: cosa significa “La Molecola della Civiltà”?
Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Il primo romanzo dell’umanità, “L’Epopea di Gilgamesh”, inciso in Mesopotamia 4000 anni fa, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma proprio grazie alla nostra finitezza abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Credo che questo sia davvero un messaggio potentissimo costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo chiaroscurale periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite sull’Ararat, più tempesta di quella…
Il tuo libro si conclude con l’analisi dei tempi attuali, fra crisi dei consumi, energetica, dazi, global warming, politiche governative sempre più stringenti contro il vino. Come credi si possa venirne fuori?
In questi mesi difficili per tutto il comparto credo che il vino debba riappropriarsi della propria civiltà, della bellezza che ha saputo generare nei suoi millenni di storia, delle sue raffinatissime forme di convivialità, delle carezzevoli occasioni di felicità che un calice condiviso nel piacere di stare insieme può creare. Ci sarà da rimboccarsi le maniche, da lavorare duramente, le minacce ora sono concrete e da diversi fronti, ma sono convinto che questa sia la strada
per arrivare a una nuova primavera e che il mondo del vino italiano abbia in sé l’orgoglio, le capacità e la creatività per risorgere. Antonio Gramsci diceva che al pessimismo del pensiero preferiva l’ottimismo dell’azione e sono molto fiducioso che il 2026 possa davvero essere l’anno della ripartenza. Io non ho ricette precostituite o metodi, ma qualche punto, nei venti anni e più di esperienza col mondo del vino, e di un innamoramento che non cessa di una virgola, vorrei provare a metterlo giù. Come si è visto, si chiama vino un prodotto di fermentazione dell’uva che si produce da circa 8000 anni e che, volente o nolente, accompagna l’uomo nel suo accidentato percorso evolutivo, sia negli inciampi, tanti e violenti subiti, sia nelle meravigliose forme aggregative e di civiltà createsi attorno al calice. Il vino, come l’umanità, si è sempre saputo rialzare, ridefinirsi, cambiarsi, evolvere. Il vino è liquido anche in questa sua capacità di trasformarsi, senza mai tradirsi, senza mai rinunciare alla sua identità. Lo farà anche stavolta.
Molto spesso siamo noi giornalisti, noi comunicatori additati fra i colpevoli, o per lo meno, fra le concause di questo periodo. Tu come la pensi?

Tante volte si sente dire che è la comunicazione che ha allontanato il vino, che dobbiamo cambiare linguaggio, saper parlare ai giovani. Da comunicatore sono particolarmente coinvolto e sto cercando di prendere in seria considerazione l’ipotesi di un cambio di paradigma nel linguaggio del vino. Il vino, nella sua profonda identità, dovrebbe, secondo me, riappropriarsi di quella leggerezza che proponeva Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane”, e quella semplicità che si auspicava Bruno Munari (perché “complicare è facile”), che il mondo del vino e non solo – hanno purtroppo un po’ smarrito negli ultimi anni. Vedere il vino trasfigurato in posizionamenti astrusi e codici inintelligibili, il luxury, il design, l’esasperazione dell’analisi tecnica e organolettica, non credo faccia bene al vino, e neanche alle sue vendite: il vino non dovrebbe essere aspirazione, ma un segno autentico – e incarnabile da chiunque – del piacere dello stare insieme, di bellezza gustosa, lontano dai formalismi, dalle apparenze e da rituali tronfi e francamente ridicoli in cui è spesso “ingagglioffato”. Il vino ha sempre tante cose da dire, storie universali, identità territoriali, percorsi personali, e non ha bisogno di essere appesantito, di avvalersi di sovrastrutture che non gli appartengono, proprie di altri prodotti che non hanno storia né anima e devono inventarsela.
In questa tua riflessione, che condivido, che ruolo pensi possa rivestire l’enoturismo?
Beh, uno dei momenti in cui è più forte e autentica la connessione, è l’accoglienza in fattoria o in cantina da parte del produttore. Una leva forte per le fattorie, sia di costruzione del percepito dell’ecosistema vino, del proprio brand, della denominazione che producono, sia di vendite dirette ad alta marginalità, ma anche per l’appassionato, per l’enoturista, capace davvero di vivere, provare tutte le emozioni che il vino, la bellezza del luogo, i profumi e gli odori, sanno evocare. Il cenno sull’enoturismo mi permette anche una ulteriore riflessione sulla responsabilità del vino, di chi lo produce, in vigna e in cantina, di chi lo commercializza e promuove, nei confronti dell’ambiente, della natura. D’altra parte, i nuovi consumatori ci insegnano che ormai non scelgono più un prodotto, un bene o un servizio, figuriamoci una esperienza sensoriale e di autoindulgenza come il vino, solo sulla base della qualità dello stesso. Conta ormai sapere e percepire come si muove la mamma del prodotto, l’azienda. Il suo scopo, la sua missione.
Un’ultima domanda, Francesco. Come vedi la presenza di nuove tendenze stilistiche e di nuovi gusti?
Spesso si dimentica che il vino cambia alla velocità della luce, e che una volta era davvero un’altra cosa – speziato, resinoso, miscelato col miele -, ma anche il vino che si beveva fino a 30/40 anni fa era totalmente diverso da questo. Oggi piacciono vini più leggeri, ci sono i vini naturali, ci sono i macerati, i rimessi in anfora, i low e no alcol, gli orange, gli ancestrali, i biodinamici. Questi vini non tolgono, ma aggiungono alla ricchezza del mondo del vino, possono aiutare a riconquistare i giovani, e si affiancheranno sempre ai grandi pilastri enologici, senza cannibalizzarne quote di vendita. Quindi, benvenuti nuovi stili di vino! Ultima riflessione. La storia è ciclica, ci sono corsi e ricorsi, come dice Giambattista Vico. Il mio libro si apre col grande equivoco di Noè: l’illusione che le vite e il vino siano rinascita, illusione spezzata dal giogo dell’ubriacatura e della sua umiliazione nuda ai figli. Anche ora il vino è inerme a terra davanti al suo futuro. Eppure, con la forza evocativa di queste illusioni, ci siamo rialzati, abbiamo sognato, vezzeggiato la filosofia, fatto arte, abbiamo vissuto, abbiamo avuto il coraggio di uscire dallo statico pensiero nichilista, ci siamo fatti società, poi civiltà, abbiamo amato, riso, folleggiato, creato. E quando torneremo a gustare il vino senza eccessi e sguaiature, mai oltre il terzo calice, solo per il piacere dello stare insieme, di piccole poesie del momento condiviso, per vezzeggiare il nostro benessere psicologico e sociale, il vino uscirà dall’ombra di questi mesi per essere di nuovo la luminosa molecola della civiltà di cui scrivo nel libro, quel vettore di bellezza gustosa di cui, sono certo, l’umanità non possa fare a meno.



