Tag: NonnoCiccio

  • Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Il mezzule. Storia di una botte “a nuova vita restituita”.

    Dal dizionario della lingua italiana si legge: mezzule [meẓ-ẓù-le] s.m. (pl. -li), doga al centro del fondo anteriore della botte, dove è inserita la cannella. Per esteso, apertura di varia grandezza, fornita di sportello, presente nel fondo della botte.

    Ecco qua un vecchio mezzule.
    Ed ecco delle botti di legno con mezzule

    L’età moderna, con le mutate necessità igieniche sanitarie, lo ha fatto quasi scomparire, sostituendolo da chiusure in alluminio. Il mezzule resta oggi solo uno splendido oggetto di fattezza artigianale, spesso di mano contadina (se questa abile anche in carpenteria), a uso di mercatini del vecchio, mostre dell’artigianato, riuso nostalgico sotto forma di portachiavi da parete etc.

    A Bisarno abbiamo provato a ridargli una nuova vita: stessa funzione dei tempi che furono ma liquidi diversi…Con la stessa logica avevamo recuperato una antica vasca di cemento di vinificazione, collocabile fra gli anni 50′ e gli anni 70′, che avevamo insertato lungo un muro di terrazzamento, come se questa fosse una parte del muro stesso. Anche le vasche di cemento, se non per ritorni modaioli (e comunque vetrificate al loro interno per motivi igienici), sono pressochè scomparse nei sempre più sofisticati kit di vinificazione a disposizione delle aziende vinicole.

    Qui la botte in uno sguardo d’insieme. Come si vede, c’è un buco, una sorta di bocca.

    In questa vasca di cemento, luogo dal cui apice troneggia spesso padronale il nostro gatto arancino e attorno cui scorrazzano gioiose le mie Upupole, c’era un buco, un buco in cui una volta insisteva il mezzule. L’idea di valorizzazione della vasca di cemento e il suo “restituirla a nuova vita” prevedeva quindi il ritrovamento di un mezzule, la trasformazione della cannella del vino in una cannella per l’acqua, per irrigare, e – non ultimo – un elemento di appoggio, un lavandino, per contenere l’acqua. E non poteva essere un lavandino di ceramica. Quindi, siamo andati alla ricerca, nelle cave in zona, dai robivecchi, di una ciotola contenitiva da appoggiare ai piedi della botte di cemento per contenere il futuro zampillo d’acqua dal futuro mezzule antico…e lo abbiamo trovato in una cava a pochi chilometri da qui, abbandonato, crepato e mangiato dal muschio.

    Il lavandino sotto la botte

    Adesso mancava, dopo un ulteriore aggiustamento al lavandino (stuccarlo, rifinire le facce mancanti o spezzate etc.), il mezzule, il protagonista di questa storia.

    Ed ecco il lavabo in pietra dopo la stuccatura…

    Dopo aver vagliato un paio di opzioni di vecchi mezzuli recuperabili e in vendita da privati, mio suocero si è offerto di farlo ex-novo (“icchè ci vole…”) e dopo un tempo che a me è parso infinito eccoci con il lavoro pre-finito, pronto per essere installato, verniciato, adeguato a una antica cannella (anche questa, come il lavandino, antichissima, e utilizzata per le botti del vino).

    Il mezzule grezzo

    Ed eccoci qua. Una botte di cemento antica e inserita nel muro. Un vecchissimo lavandino in pietra. Una cannella originale proveniente da una botte del vino. E un mezzule rifatto ad hoc. Un recupero in tutto e per tutto! Ora tutto è pronto per lavare gli ortaggi e annaffiare l’orto.

    Ecco conclusa l’opera!
    E oggi ci ho lavato qualche verdura
  • Storia di una concimaia

    Storia di una concimaia

    Tutti a zappare nella concimaia

    Con uno splendido noce sghembo spuntato negli anni nel suo suolo fertile e incassata come una vasca delimitata a nord della nostra aia, ai lati dal fienile e dalla porcilaia, e infine a sud da un muro a secco in cui crescevano rigogliosi meravigliosi fiori di cappero, a Bisarno una delle architetture più contadine é la concimaia, zona di stoccaggio delle deiezioni animali per far si che queste si trasformassero lentamente in concio, in concime per le coltivazioni qui praticate.

    Ormai da anni questo ambiente é ovviamente in disuso e viveva come una sorta di terreno quadrangolare su cui ho più volte messo la testa (futura balera? – futuro giardino di pertinenza di chi sarà nel fienile?) ma che fino a qualche settimana fa giaceva diruto vicino peraltro casa. 

    Avevo la necessità di sfruttarlo, visto che quel suolo é fertilissimo (decenni di accumulo di cacche lo hanno reso “sale”, come si dice in gergo contadino di un terreno stra-buono), ma anche e soprattutto di estetizzarlo, renderlo cioè decoroso e funzionale.

    L’irriverenza fatta bambina

    L’idea che abbiamo poi realizzato non é stata mia (io ci avrei messo delle galline), ma del suocero Maurizio, che ha suggerito di farci una pomodoraia, un intero orticello nel miglior suolo di Bisarno in monocultura, quella degli amatissimi pomodori: noi tutti ne siamo ghiottissimi. Poi il pomodoro, opportunamente allevato con canne di bambù, é anche una pianta scenografica, coi suoi ubertosi pomi rossi…e neri, e gialli, e neri, e rosa, e striati, etc.: sì, perché io nel frattempo, a fronte di questa decisione di convertire la concimaia in pomodoraia, mi ero attrezzato col mio pusher di semini prediletto, alias Carlo Martini di Semi Strani (che ha incendiato in me la passione per i peperoncini e in generale per la semina) e avevo acquistato, deinde messo a dimora, 15 cultivar di pomodori atipici, non comuni. 

    I suoi semini hanno fatto il loro lavoro e adesso ho circa 80 piantine di pomodori non comuni e molto belli come il ciliegino giallo, il nero di Crimea, il cuore di bue rosa, lo zebra verde, quello a forma di pera, il brandywine, il nostro costoluto fiorentino etc. 

    É stato più faticoso convertire la concimaia che far germinare i semi strani. La concimaia era piena di sassi, sassoni e sassolini, negli ultimi anni era stata anche cementata in alcuni punti. Non sto neanche a dire quanti quintali sotto forma di pietre di varie dimensioni abbiamo portato via. Poi abbiamo zappato e rotto un po’ la terra, successivamente fatto i piani e, prima di piantare, zappato i solchi per le piantine, con una ritmica di una ogni 40 centimetri sulla fila e solchi ogni mezzo metro circa…

    Io, la Mignola e Maurizio ripresi dall’aia

    Ieri abbiamo fatto le prime tre file, io Nonnociccio (alias Maurizio) e Costanza: abbiamo piantato circa 20 pianticelle. Sono però ancora troppo giovani le piantine e le altre, la stragrande maggioranza, preferisco farle crescere ancora un po’ al caldo in casa nei loro piccoli vasetti.

    Però, già così, col terreno lavorato, i solchi tracciati (4 fila per adesso), di cui i primi due già con le pianticelle, la concimaia é proprio gradevole da vedere e, nell’arco di qualche mese, sarà coloratissima, profumata (ma quanto é buono il profumo della foglia di pomodoro? Non a caso il Sauvignon Blanc é il mio vitigno bianco preferito), e ingentilita da tante piante ubertose, grazie al terreno concimato per decenni dai nonni e dai nonni dei loro nonni,

  • Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    Consapevolezza. Una domenica di lavoretti agresti.

    La bellezza del caco e del cielo di novembre.

    Oggi è stata una domenica di tempo uggioso ma sufficientemente stabile per consacrarla al lavoro nei campi. 

    Di buon mattino, io e la Mati abbiamo fatto la nostra colazione e, in concomitanza con l’arrivo del NonnoCiccio, affaccendato nelle stuccature della facciata, ci siamo vestiti adeguatamente e proiettati verso una divertente e faticosa organizzazione dell’orto.

    La facciata esterna a cura di Nonno Ciccio. Stuccatura con biocalce.

    Di lì a poco ci ha raggiunti anche Costanza. Gli obiettivi erano alti. Zappare nuove porche per nuove piantine, togliere le infestanti, spostare sassoni che avrebbero infastidito la futura rete dell’hortus conclusus (quello chiuso, un’altra abbondante parte è extra-vagantes sotto il porcile), trattare cavolo nero e cavoletti dalle insopportabili cavolaie, spostare i piccoli sassi emersi dalle zappate.

    Alle 11 circa sono arrivati anche i Nonni Sorelli, cibo-muniti (con un baccalà alla livornese squisitissimo, il cui sugo pomodoroso ha intriso le patate alla perfezione), per allestire un pranzo della domenica robusto e saporito, arricchito anche di prodotti dell’orto, fra cui le bietole del nostro campo saltate, i pomodori e i carciofi in padella. 

    Matilde e il melograno.

    Dopo pranzo abbiamo ripreso i lavori, ininterrotti fino al buio, le 18 circa.

    Poco prima di merenda, e con una merenda speciale (un gustosissimo, e di cui io sono ghiottissimo, castagnaccio!), si è presentata a Bisarno anche la Zia Dada. Ci siamo quindi fermati sui gradini della scala che conduce all’orto e ci siamo mangiati il castagnaccio e schiacciato qualche noce. La Zia Dada ha poi eseguito una classica partitura delle sue visite in loco: la ricerca della bietola selvatica, che qui cresce abbondante al punto che ci siamo riempiti il frigorifero, coste delle bietole incluse. Le bambine dal momento dell’arrivo della Zia Dada si sono inevitabilmente dedicate al gioco con la loro compagna di giochi preferita, abbandonami alle mie fatiche. La Nonna Za si era messa a spazzare l’aia dal fogliame ormai caduto, seguita passo passo dal gatto Arancino, in perpetua ricerca di carezze (un gatto che si comporta da cane) e io sono rimasto solo nei miei campi, perso e concentrato nel mio lavoro, fra zappa, vanga, piccone, piantine, semi, sassoni e sassini, erbacce di ogni tipo. Zero pensieri e sudata fatica.

    La bellezza che nutre.

    Alle colture già piantate di cavoli, radicchi rossi e cicorie, abbiamo aggiunto il finocchio, lo spinacio, l’aglio e l’aglione, i baccelli, la cipolla rossa, i carciofi toscani e i carciofi violetti, oltre al porro gigante. Tutte ordinate in file capaci di restituire una struggente bellezza, perché nello stesso cono ottico della casa che si stagliava sullo sfondo.

    Sono tutte prime volte per me. Nella scelta delle verdure ho chiaramente seguito le esigenze stagionali e i gusti personali. Vediamo quel che accadrà. Io ci ho buttato tutto me stesso e, stasera mentre fuori diluvia e scrivo la cronaca della giornata, la mia schiena, così come le braccia e le gambe, sono indolenziti e pesanti. Però sono soddisfatto: tutti si sono divertiti, Bisarno ha saputo accogliere anche oggi tante identità, ognuno con la propria esigenza, e gli spettri che aleggiano sopra di noi sono rimasti in disparte.

    Una giornata che potrei definire, mutuandola dalla psicologia, di pienezza, di consapevolezza, di mindfulness. Per noi come famiglia una splendida domenica di lavoretti di campagna.

    Uno sguardo all’orto di sera.
  • Laboriosi come le api. Il camino finito e tanto altro.

    Laboriosi come le api. Il camino finito e tanto altro.

    Venerdì 5 gennaio, alle porte la befana e giorni di consecutiva pioggia battente. Ci siamo svegliati presto perché oggi interverranno diverse maestranze in casa e ci saranno abbellimenti (e fruizioni ancora più logiche) di Bisarno. Intanto, alle 8.30 puntuale l’elettricista ha razionalizzato gli interruttori di cucina e sala, seguendo, fra i suoi improperi, un mio disegno su cosa volevo accendesse cosa: un arzigogolato flusso di impulsi e luci che dovrebbe determinare un sensato approvvigionamento luminoso lungo le zone di passaggio e sosta. Come erano adesso invece non tornava niente.

    Il mio schema

    Nel primissimo pomeriggio sono giunti i caminettisti: finalmente completiamo il camino e la stanza del camino (così chiamata perché storicamente vi era un camino e un forno del pane, ed era ovviamente adibita a cucina) avrà un aspetto definitivo, seppur ancora manchino alcuni arredi a completarla. Il camino, che aveva già avuto una lunghissima gestazione (scarico dei fumi, motore, installazione etc.) mancava delle ultime finiture: il rivestimento in corten per il corpo centrale e la camera del fuoco nonché lo sbarco a soffitto in rame, una sorta di scatolina per rimediare a un buco che aveva compromesso il soffitto in travi e mattoni. Il risultato finale secondo me è straordinario, seppur manchi ancora un ulteriore labor limae che verrà fatto in seguito e le tempistiche siano state più lunghe del previsto per qualche complicazione inattesa. Il fuoco crea tanta atmosfera!

    La stanza del camino
    Dettaglio del fuoco

    E fin dal mattino il NonnoGugo aveva completato l’opera di pulizia dell’armadio, specificamente dei montanti (già installati nei giorni scorsi) e delle ante che ieri ho faticosamente (io solo, poi mi si dice che non faccio nulla) portato su dal fienile. Il NonnoCiccio le ha alfine montate e l’armadio è stato finalmente riproposto, incluso una strip led incollata sulla testa dell’armadio a creare un suggestivo giuoco di luci. And – guess what – ci piace e garantirà tutto lo spazio necessario ai sempre più numerosi vestiti delle Upupole, a fine serata zelantemente catalogati dalla rediviva dalla giornata di lavoro MammaIaia.