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  • La stagione delle albicocche

    La stagione delle albicocche

    Quest’anno l’orto, e il frutteto, stanno vivendo la loro migliore stagione. Ci sono state tante ciliegie, a inizio primavera. Una esplosione di carciofi fino a maggio. E, da qualche settimana, in attesa che gli ortaggi e i frutti – stracarichi – vadano a maturazione, siamo inondati da una quantità pantagruelica di albicocche.

    Abbiamo 5 alberi di albicocche. Due ne hanno fatte pochine, buone ma poche, il terzo abbastanza, di grande pezzatura, dolci e croccanti al contempo. Il quarto e il quinto ne hanno sviluppate un numero pressochè infinito. Forse, come nel vino, avrei dovuto fare un po’ di vendemmia verde, cioè togliere i frutti prima ancora che maturino, ma non l’ho fatto e le piante sono riuscite a portare a maturazione tutte le albicocche. Anche con una buona scalarità, che ci ha permesso fino a un certo punto di raccoglierle volta volta, ma ora che ci sono stati questi picchi di temperatura stanno andando un po’ oltre e abbiamo dovuto un po’ accelerare: ora lo spettacolo dei panieri di vini gonfi di albicocche è davvero impagabile.

    Quindi, un po’ per noi, un po’ per gli amici. Per i parenti e per i vicini. Al gelataio di fiducia che ne ha fatto sorbetti e granite spettacolari. Marmellate per crostate e colazioni sane. Un po’ agli ospiti de Il Fienile. Evviva le albicocche!

  • L’orto di ottobre

    L’orto di ottobre

    Quest’anno ho deciso di ripristinare l’orto invernale.

    Lo scorso anno non lo avevo fatto, perchè scottato dalle cavolaie – quei bruchi che danno vita poi a meravigliose farfalle dalle bianche ali maculate – che mi avevano mangiato tutti i cavoli, insieme alle lumache, con guscio e senza, ealle cimici.

    Quest’anno tornerenno lo stesso, lo so, ma mi sto apprestando con dei metodi biologici per provare a combatterle.

    Con l’aiuto di Matilde e di mio suocero – Costanza era raffreddata e febbricitante – abbiamo fresato l’orto con la motozappa (l’ho mandata anche io, incredibilmente gestendo aria, accensione, spengimento, spostamenti), dato un po’ di stallatico e piantato le piantine: cavoli di varie specie, radicchi e i carciofi. Le abbiamo subito protette con un po’ di terra diatomacea (dell’argilla), un trattamento biologico per vedere se quest’anno, a differenza degli altri inverni, riesco appunto a evitare la distruzione dell’orto. Sono poi in attesa dei primi zafferani mentre le fragole continuano a produrre. Una parte del terreno l’ho lavorata e lasciata pronta ad accogliere i baccelli, le fave, che andrò a seminare a novembre.

    Nel mentre, quest’anno ho tanti melograni pronti a essere colti, le giuggiole sono esplose nella loro bontà, e sto aspettando il momento giusto anche per raccogliere i cachi.

  • Un sabato di un maggio quasi finito.

    Un sabato di un maggio quasi finito.

    Oggi, sabato, mi sono potuto finalmente dedicare al giardinaggio e al relax in famiglia. 

    Supportato da mio suocero, ho prima rasato l’erba del prato, poi curato le rose, ripristinato L’orto dei nati storti – il mio piccolo orto quest’anno dominato da pomodori e melanzane – incluso il fondamentale impianto di irrigazione – rimesso nei suoi sostegni i tralci ubertosi delle more, potato, legato e alleggerito, le viti della pergola e quelle attorno alla cisterna, eradicato il convolvolo dalla fragole e, infine, col decespugliatore a frullino, tolto anche un po’ di erbacce fintanto che non é finita la miscela. A lavoro finito, mi sono davvero riempito gli occhi del risultato. La bellezza va come sempre cercata, curata, inseguita nella sua ineffabilità e colta nell’attimo stesso in cui si palesa.

    Il tutto mentre le canzoni di Franco Battiato arrotondavano di magico l’atmosfera e mi facevano sentire davvero parte di un tutto fuori dal tempo. Le parole ammalianti delle canzoni del maestro, insieme alle musiche avvolgenti, i fiori e i profumi, lo stare a contatto con la terra, le mie mani sporche e il sudore, mi ha fatto provare delle sensazioni profonde, evocando ricordi lontani e al contempo ancorandomi a un presente senza, finalmente, troppi rimuginii mentali.

  • Primo giorno di primavera. Le zucchine in concimaia.

    Primo giorno di primavera. Le zucchine in concimaia.

    Sabato 24 aprile. Stamani mattina il vento è cambiato e, da freddo “tramontano” si è addolcito in ubertoso zeffiro primaverile.

    In questi giorni abbiamo continuato a preparare la terra, fresando e togliendo sassi, e cominciato a immaginare le varie aree destinate a L’Orto dei nati storti: la parte principale sarà quel lacerto di terra recuperata che dal pozzo risale fino al frutteto, ma ci saranno anche altre zone, con tecniche più tradizionali di orticoltura.

    Per esempio, la dove vi era la vecchia concimaia della casa il terreno è molto fertile (“l’è sale!”, ho sentito più volte dire in positivo, mentre nel mio pensiero il sale è sempre segnaccio – del resto fu sparso sale per non far ricrescere più niente a Cartagine dai romani durante le guerre puniche) e negli anni vi abbiamo sempre piantato qualcosa, con grande soddisfazione. Ed eccoci allora alle zucchine fiorentine: sparse, abbiamo posto a dimora le prime dodici piantine de L’Orto dei nati storti.

    Le zucchine amano spazi larghi e tanta acqua. Le cassette dell’ortolano servono per proteggerle dalle galline che, incuriosite dal nostro rimestio, razzolano pericolosamente attorno ai virgulti. Del resto, proprio nella ex-concimaia, hanno il loro pollaio.

  • L’orto dei nati storti

    L’orto dei nati storti

    Quando ho rilevato la casa Bisarno, parte della particella d’acquisto includeva anche un terreno scosceso a valle della proprietà, che terminava in un pozzo semidiruto e abbandonato, lambendo la splendida gualchiera sottostante, di cui Bisarno – come ho tante volte raccontato -, era la torre di difesa.

    Il futuro orto dei nati storti

    Questo pezzo di campo era una vergogna: roveti che si intrecciavano con grovigliose infestanti, un fiumiciattolo a cielo aperto su cui convogliavano acque di ogni tipo, rifiuti abbandonati come vecchi copertoni, ferraglie, pezzi di legno macero e, addossati al pozzo, finanche dei pezzi di eternit.

    Anno dopo anno, anche col successivo acquisto del pozzo che non faceva parte della proprietà, ho cercato di restituire a quel brutto terreno un po’ di decoro, anche perchè proprio accanto a casa mia – e quindi potenzialmente pericoloso per le bambine o per chiunque giocasse in zona.

    E ne è valsa la pena: ora è un bel terreno, un greppettino con la terra grassa e sapida (ex alluvionale) di Bisarno. Il pozzo è stato restaurato, turgido d’acqua, con una scalinata in pietra che lo congiunge con la casa. E a destra e a sinistra si sono delineati due triangoli di terra. In quello a destra ho piantato le more (e le sto allevando a spalliera, come se fossero viti, nell’attesa – i più dicono vana – di deliziarmi di marmellata), e un filare di peri nani lungo la scala.
    L’areale a sinistra sarà, invece, il protagonista di un nuovo progetto, che ci siamo inventati col mio amico Paolo: la realizzazione di un orto sinergico (ne parlano tutti: che non si tenta anche noi?)!

    La compagnia picciola con cui perseguire virtute e canoscenza? L’acqua del pozzo rimesso, l’utilizzo di concime organico e di nessun trattamento chimico, pacciamature, sudore e uno studio pregresso e pratico delle migliori consociazioni fra piante, fiori e animali: il cane di Paolo, i miei gatti e le mie galline. Non vediamo l’ora!

    Sarà un piacere raccontare nel blog e nella pagina FB creata ad hoc questa nuova avventura, il cui nome è “L’orto dei nati storti”. Un nome che ci racconta direi piuttosto bene. Intanto, il primo di aprile, giorno di scherzi e di Sant’Ugo, abbiamo iniziato a togliere i sassi e a delineare le vasche e le zone. In bocca al lupo a noi!