Tag: Panismo

  • Lo Zingaro

    Lo Zingaro

    Una delle avventure più entusiasmanti e sudate delle nostre vacanze è stata la camminata alla Riserva Orientata dello Zingaro, più semplicemente noto come lo Zingaro.

    Ci avevano prospettato meraviglie, e tali sono state.

    Siamo arrivati di buon mattino, ma già il piccolo parcheggio era gremito e abbiamo dovuto parcheggiare lungo la strada. Il sole già batteva sul nostro volto, verso le montagne che guardavano al mare e su cui avremmo dovuto camminare.

    All’ingresso, siamo stati accolti da una guardia forestale che ci ha dato una mappa all’Indiana Jones e ci ha obbligato le scarpe da ginnastica (le avevamo!) e raccomandato cappelli e creme solari. Costanza, col suo pallore e i capelli quasi platino, è stata schermata con occhiali da sole, maglietta e un nuovissimo cappellino da baseball blu con scritto Sicilia.

    Tutto pronto!

    Ma dove siamo: siamo fra San Vito lo Capo e Scopello, in un tratto incontaminato di boschi e mare. Il Parco è nato grazie alla iniziativa privata di alcuni cittadini che nel 1980 si sono ostati al folle progetto politico di costruire una strada, con annesso traforo della montagna, che facilitasse l’arrivo a San Vito Lo Capo dei palermitani e dei vacanzieri in generale.

    Una follia. Peraltro il progetto, a rivedere i giornali dell’epoca, era già reso operativo e la strada già iniziata e tracciata: è la stessa dove abbiamo parcheggiato.

    Lo Zingaro ha due ingressi: da San Vito, il nostro (quello che permette gli accessi alle cale più belle in minor tempo), e da Scopello (che permette di godere più la camminata, il trekking nel Parco), ed è articolata in tre sentieri principali, a difficoltà crescente a seconda che ci si allontani da quello costiero che comunque, lo sottolineo, assolutamente non banale neanche quello. Gli sbocchi al mare sono composti da 6 meravigliose calette, e – disseminati nella parte pedemontana della Riserva – ci sono alcuni edifici storici (ex casa contadine, ex tonnare, ex fienili, ex stalle) ora convertiti a musei che raccontano perfettamente la vita di un tempo, neanche troppo remoto, nello Zingaro. Ci sono anche tracce ancestrali di civiltà, evidenziate dalle grotte marine e rupestri, anch’esse visitabili. La Riserva è infine un paradiso di biodiversità: orchidee, garofani, palme nane, fiori di cardo, mandorli, frassini, olivi, carrubi, timo, malva, cappero, cisto, oltre a innumerevoli specie di uccelli, animali e di pesci che nuotano nelle acque limpide.

    Con grande volontà abbiamo optato per un circuito ad anello, con 3 cale, 2 musei e 1 grotta.

    Circa 6 ore di panismo assoluto, che ci hanno ripagato. C’è da dissetare ogni senso nello Zingaro. La prima cala, Tonnarella dell’Uzzo, con la sua  meravigliosa caletta doppia, e il suo museo della tonnara, avrebbe già di per sé ampiamente ripagato il piccolo obolo di ingresso. Abbiamo poi proseguito salendo per il sentiero intermedio fino alla terza cala, una scogliera che declina sul mare, Cala Marinella, dopo aver visitato i musei della civiltà contadina e dell’intreccio (delle foglie di palma nana) e la grotta dell’Uzzo, una interessantissima cavità carsica. Da Marinella siamo tornati indietro discendendo col sentiero lungomare, facendo una rilassante nuotata alla Cala dell’Uzzo, prima di tornare, esausti ma felici, alla macchina arroventata dal sole di agosto.

  • La primavera a febbraio

    La primavera a febbraio

    In quest’ultima calda settimana di febbraio, è scoppiata la primavera – fin troppo anticipata –  così come, purtroppo, l’incidenza dei positivi in questa estenuante lotta contro il covid.

    La terza ondata pare una realtà ed è evidente che le chiusure, i colori, le strategie a oggi esercitate non abbiano funzionato.

    Ma evito ogni polemica fratricida e mi godo il panismo che queste temperature (oggi 21 gradi!) mi regalano: in serra, senza aprire i vetri, si arriva a 30 gradi e sia ieri che oggi, in smart work, ho mangiato nell’aia, coi gatti, gallo e galline a farmi compagnia.

    E’ la quarta primavera che sono a Bisarno, ma mai come quest’anno sto osservando la rinascita delle piante: le gemme gonfie degli alberi da frutto, i virgulti rossi delle rose, le foglioline del gogy e degli agrumi, la zagara odorantissima del pompelmo in serra, i boccioli rosi e rossastri dei peschi e degli albicocchi, i fiori biancorosa del mandorlo e bianchi dei susini, le fave che crescono veloci, con le biete e l’aglione nell’orto, l’iris che buca il terreno insieme alle margherite e a un tappeto di fiorellini minuti viola…E la cresta rossa del gallo, le galline in iperproduzione ovarica, i gatti che la notte si amano e si mordono e il giorno dormono nell’erba soleggiata.

    Quanta bellezza.

  • A volta basta poco

    A volta basta poco

    Qualche anno fa, quando leggevo con avidità qualsiasi cosa, mi imbattei in un libricino chiamato “L’Orto di un Perdigiorno”, di tale Pia Pera. Non ne fui particolarmente impressionato e lo accantonai, in rigoroso ordine di lettura, nella mia libreria a parete.

    Oggi è stata una domenica tipicamente autunnale e, dopo un classico pranzo della domenica in famiglia con l’arrosto girato e un vellutato Chianti Classico, spiovuto e congedati mamma e suoceri, mi sono trovato nel tardo pomeriggio a razzolare un po’ fra l’orto, l’aia e il giardino.

    Il ticchiettio delle gocciole che cadevano dalle foglie gonfie delle abbondanti piogge, l’odore del muschio nel cotto, il terriccio nelle mani mentre raccoglievo le noci cadute, nella mia bocca il sapore asprigno e dolce delle giuggiole ora finalmente in perfetta maturazione, il gatto che mi seguiva in ogni mia attività, anche mentre spazzavo via con la ramazza le foglie roride di acqua…ecco, in questa atmosfera sognante, di rarefetta e intima bellezza, mi è tornata in mente la Pia Pera, le sue pagine, forse un capitolo addirittura, un racconto di un momento di giardinaggio in una giornata autunnale, dopo la pioggia. Mi sono riemerse addosso le sue descrizioni quasi fisiche del suo vissuto con le piante, con gli alberi, coi profumi e i suoni del suo orto-giardino. Parole che pensavo di aver rimosso e che invece sono riapparse mentre anche io stavo vivendo questo pacificante incontro con la natura.

    Sono rientrato in casa col “bruzzico”, ovvero col primo crepuscolo, dopo aver chiuso nella loro stia i polli, aver eradicato un altro paio di erbacce (con la terra bagnata vengono via che è un piacere) e tentato con una mano la maturazione delle drupe dei 5 olivi che ho – manca ancora prima della raccolta. Un po’ infreddolito, col naso che colava, come quando da bambino stavo fuori per ore, incurante del freddo e del tempo. Una doccia calda, caldissima, la voglia di scrivere queste parole e l’urgenza che a breve appagherò di andare a ritrovare, e rileggere, quel libro.

    Spesso stare bene è così difficile. Altre volte, basta davvero poco.

     

  • Una pioggia ubertosa.

    Una pioggia ubertosa.

    Pioggia sulla pergola.

    Ancora un fine settimana di pioggia. Una pioggia diversa, sana, che ho imparato a riconoscere e distinguere a forza di subirla chino nel campo, nei giorni in cui posso dedicarmi al mio orto e al mio giardino. Questa di oggi mi pare una pioggia piacevole, ubertosa, che non impedisce  cinguettio degli uccelli, che non chiude i papaveri, che non costringe i gatti a cercare riparo, che bagna ma non allaga o bucherella le piantine.

    E si che ne è venuta tanta. Sentirsi la pioggia addosso, dopo anni in cui mi infastidiva anche una sola stilla nei miei pochi capelli, mi ha riportato agli anni del calcio, quando ci si allenava in campi di terra e pietrisco che diventavano mota e lamette, ed era divertente infangarsi dalla testa ai piedi, sentirsi vivi, e poi la doccia calda, e poi dalla nonna per la merenda fuori orario con un pacchetto di Rigoli nel latte e cacao e Bimbumbam a intrattenermi su Italia1 e poi arrivava mio babbo a riprendermi.

    O, più recentemente, questa pioggia primaverile che mi tamburella mentre sto con le piante, mi riporta a una lettura di un paio di anni fa, quando ancora Bisarno non era pronta e io mi stavo formando sui libri alla vita di campagna: L’orto di un perdigiorno, di Pia Pera, dove in uno dei capitoli si parla di una giornata piovosa trascorsa fra i profumi, i rumori e la vitalità dell’orto e del giardino. Un momento di profonda intesa con la natura. Li per li mi erano sembrate parole un po’ letterarie, quasi dannunziane, ma adesso che certe sensazioni le ho esperite sulla mia pelle, le ho riconosciute come vere, vibranti, ne ho percepito la bellezza timida ed elegante, quelle pagine le sento ancora più mie.

  • Fibra dell’universo

    Fibra dell’universo

    Oggi il cielo sopra di me ha cambiato colore più volte, scolpendo prospettive ogni volte diverse: atmosfere ora decadenti, ora malinconiche, ora cristalline, ora turgide di una pioggia più volte promessa e che avrebbe bagnato Bisarno, soffiata da un vento freddo, solo col buio pece della notte.
    Ho trascorso nell’aia gran parte della giornata: solitario, pensante e laborioso. Avevo da spostare sassi per facilitare il lavoro dello scavatore e da gestire un falò – novello prometeo – appiccato con fatica nella concimaia, anche questa destinate alle mie smanie di movimentazione. Ogni tanto il lavoro (duro, checchè molti dubitino delle mie possibilità fisiche!) mi estraniava dal mio pensiero, assorbendomi completamente: una sensazione piacevole, quasi lisergica. Mi riportavano alla cognizione della mia azione le ventate che mi facevano sentire il sudore addosso e il peso eccessivo di alcune pietre che non riuscivo a spostare. Ogni tanto alzavo gli occhi per godermi le differenti incidenze della luce su Bisarno, la trama secca e articolata dei rami ormai spogli, il rumoroso silenzio della natura attorno a me. Mi sono aggrappato a questi momenti perché li ho trovati belli e pacificanti: ho provato a scattare qualche fotografia, ma le pose non restituiscono abbastanza di questi attimi di epifanico panismo.
    È arrivata la sera, il fuoco – dopo aver crepitato superbo lungo tutto il pomeriggio – si è acquietato fioco nel suo caldo letto di cenere. Tre macie a testimonianza della mia opra quotidiana.
    Una doccia a lavar via sudore, terra e caligine e poi la spesa – domani abbiamo ospiti a pranzo -, per poi concludere con una pizza noi quattro. Mi dolgono le braccia, la schiena quasi cigola quando mi piego e le mani non riescono a stringere niente (anche digitare per scrivere è doloroso) ma mi sono sentito “fibra dell’universo” oggi, sereno come raramente riesco a essere: un esorcismo dalle mie paure e dalle mie preoccupazioni terapeutico e necessario. 

  • Conan e Lana

    Conan e Lana

    La locandina del cartone capolavoro

    Il mio cartone preferito di gran lunga é stato “Conan e Lana”. Sin dalla sigla l’esperienza era lisergica: parole avvincenti, un caleidoscopio di immagini che raccontavano dell’amore fra due ragazzini, di un amico selvaggio e buono, un nonno saggio, le diversità da accogliere, alcuni cattivi ma mai troppo e tutti più o meno sulla strada della redenzione. 

    E, come scenario, un olocausto nucleare che aveva ridotto la terra a un paradiso perduto per pochi superstiti, impegnati a ricostruire un mondo nuovo.

    Quattro minuti di assoluto panismo: a risentire quella canzone mi emoziono ancora. Conan peraltro aveva un bellissimo carattere: propositivo, solare, energico, malgrado le continue avversità.

    Un cartone animato pazzesco “Conan e Lana”, deflagrante per la testa di un bambino di 10, 12 anni. Conan ha avuto il merito di definirmi. Crearmi come persona. Certo ho molte più ombrosità e malinconie del protagonista – del resto non sono un cartone animato – ma osservo, sulla soglia dei miei primi quarant’anni (maledetti quarant’anni, arrivate…) che il mio daemon, il mio principio ispiratore, il mio super es che istintivamente mi porta a prendere decisioni, assolute, ferree e indipendenti, a innamorarmi di determinate sfide, debba davvero moltissimo a quel cartone.

    Così come il cercare sempre progetti che si ammantino di follia, tempistiche lunghe di realizzazione e di una componente piuttosto alta di rischio, che mi diano insomma adrenalina ed emozioni, è un aspetto molto palese del mio carattere, che ha sia lati positivi ma altri molto complicati per me stesso e per chi mi vuole bene. 

    Ma in questa sera di riflessioni sul divano, mentre tutti dormono e io devo ancora sparecchiare la tovaglia, mi tengo stretto Conan, la sua Lana, e le sfide del mio oggi, gli scenari in fieri – tutti peraltro cercati e voluti da me (voluntas sempre, noluntas mai!) – che, anche se oggi mi fanno tribolare e mi recano non poche difficoltà, alla fine rappresentano il mio modo di stare al mondo, l’incarnazione più autentica di me stesso: lasciare in qualsiasi modo delle tracce, dei mattoni, per me, per chi mi vuole bene e per chi ci sarà dopo di me.