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  • 18 novembre 2018

    18 novembre 2018

    Dalla torre, uno sguardo sulla luce bella e malinconica di oggi.

    Oggi compi sessantanove anni. Non sono tanti, babbo, e purtroppo non riusciremo neanche a festeggiarti a casa, visto che da stanotte, allo scoccare del tuo compleanno, sei con l’ossigeno all’ospedale per una crisi respiratoria. Le bambine è tutta la settimana che stavano preparando il tuo regalo per lo speciale pranzo della domenica di oggi: un collage di foto, disegni e pensieri dei bei tanti momenti che hai trascorso insieme a loro. E non capiscono perché oggi non si possa fare festa. “All’ospedale poi si guarisce vero? – come me al Meyer”, sentenzia Costanza. Gli risponderai te, se vuoi. Io le ho sorriso: a che pro contraddirla? 

    Peccato, perché la giornata riesce comunque a regalarmi una strana consapevole bellezza. Non mi fraintendere, l’umore è terreo ma gli occhi sono sempre aperti e la luce di queste ore è divina, nella sua fredda straziante indifferenza. Oggi è un anticipo di inverno e soffia forte il grecale, quel vento freddo del nord che noi qui chiamiamo tramontana. Spira sulla prima neve di stagione caduta in Pratomagno e manda via ogni impurità e foschia dall’atmosfera, restituendo – mentre osservo al caldo della stanza torre le rabide graffiate di eolo – un paesaggio incantato e cristallino, che mi muove sentimenti contrastanti.

    Sai, ogni tanto penso che Bisarno, la nuova casa, mi abbia portato male. Stanno accadendo cose troppo brutte, tutte insieme. Altre volte penso che, invece, senza Bisarno, senza tutto quello che mi ha dato, chissà come avrei fatto e cosa farei adesso. 

    Ne ho approfittato, fra i vari andirivieni dall’ospedale di Ponte a  Niccheri, per trasferire la mia piccola collezione di agrumi in casa. Fa troppo freddo nell’aia. Non è la soluzione ideale portarli dentro ma ancora non abbiamo serre o spazi deputati. E poi, nelle due sale, ci stanno benissimo! L’arancio che mi hai regalato lo scorso anno (ricordi? Eravamo io, te e la Costanza) l’ho posizionato, insieme al limone, sotto i finestroni della sala grande, in due splendidi vasoni di terracotta, mentre il chinotto e il cedro di Corsica, più contenuti di dimensioni, e acquistati alla Mostra dei Fiori a Firenze lo scorso primo maggio – una vita fa – sono nella stanza del camino, sempre sotto la luce calda di due ampie aperture. Il profumo che fanno gli agrumi è balsamico e avvolgente: quando fioriscono le zagare sembra di essere in Sicilia e il solo stropicciare un po’ le foglie fa emergere quei frizzanti aromi di fresco che tanto mi piacciono. E rendono la casa, ormai pronta per l’inverno, ancora più bella e accogliente.

    Ieri peraltro, conscio del cambio di clima che ci avrebbe atteso oggi, mi ero anche indaffarato a piantare alcuni alberi da frutto che aspettavano la messa a dimora: un fico borgiotto, un melo annurco, un melograno e un mandorlo. Era venuto Sauro a fare le buche con l’escavatore il giorno prima, nei posti che gli avevo indicato. Li ho piantati attorno al periplo del nuovo recinto dell’orto, sotto una grigia pioggerella e dietro la supervisione attenta e fiduciosa del gatto Arancino. Adesso si ergono a coronare le coltivazioni sempre più ubertose di cavoli e radicchi, agli e cipolle, porri e carciofi. Sta venendo proprio bello l’orto. Chi l’avrebbe mai detto che dalle mie mani imbranate sarei riuscito a portare vita, ordine e bellezza?

    Ah, un piccolo vezzo sempre per abbellirlo ancora di più: ho comprato al Vivaio anche qualche bulbo di giaggiolo: il mio progetto di orto giardino non può prescindere dal simbolo di Firenze e delle nostre campagne. Oggi questo vento mi impedisce di sotterrarli ma appena queste spire diacciate si placheranno, avrò modo anche di scavare delle piccole feconde buche per questi rizomi gonfi di vita, che ai primi tepori primaverili emergeranno coi loro steli viola fieri e colorati. 

    Del resto, non ho più tanta voglia di vedere persone, di fare cose, di parlare con gli altri.  Mi aggrappo alle bambine e alla Laura (che adesso mentre scrivo sta cucinando con Costanza una torta – sento gli allegri squittii provenire dalla cucina e i caldi vaporosi profumi zuccherosi salire fin quassù – mentre la Mati è andata a giocare da pallavolo, da sola con i genitori di una sua amichetta) e, appunto, al giardinaggio, che mi ancora al presente, senza che pensieri neri e preoccupazioni invadano la mente. O per lo meno ci provo.

    Si va avanti così babbo. Come fai te, lo faccio io, lo facciamo noi. Non è il miglior mondo possibile quello che sto vivendo in questi mesi, non lo è proprio per niente come ben sai, ma la testa è sempre alta e gli occhi rimangono aperti. Aperti. Alla bellezza. Ai sentimenti. Alle persone a cui più tengo. Anche se bruciano. Anche se ogni tanto preferirei chiuderli sotto un cuscino e dormire.

    Si placherà il vento. I fiori sbocceranno.

    Buon compleanno. 

    Ecco limone e arancio in sala!
  • I progressi inconsci.

    I progressi inconsci.

    Il fienile e il nocio visti dalla torre.

    Dal 14 agosto abbiamo congelato volutamente tutte le nostre attività di ristrutturazione di Bisarno, in una attesa stordita e catatonica di un qualcosa che avevamo e ci era sfuggito fra le mani. Quel qualcosa non tornerà più e lentamente, dopo un mese, un mese e mezzo, di complicati e sterili arrovellamenti mentali di quello che ci è accaduto e di quello che dovremo vivere, la nostra vita, in parte pilotata dal nostro inconscio più profondo e dall’esempio di alcune persone meravigliose che ci circondano (due di loro molto piccole, ma solo di età!), ha ricominciato il suo fluire, un suo corso attivo dal sapore agrodolce ma che non disdegna piccoli profondi attimi di felicità.

    E anche quei lavori che avevamo sanciti come stoppati, in realtà – piccolo lavoretto dopo piccolo lavoretto, piccolo sforzo dopo piccolo sforzo – oggi si palesano come significativi passi in avanti.

    La facciata di ingresso di Bisarno è stata stuccata per circa metà della sua ampiezza: sono state prima ripulite le vecchie murature, poi sono state rifatte alcune murature, e infine nelle fughe, negli interstizi fra pietra e pietra è stato messo la biocalce, che dona alla casa quel meraviglioso legante color ecrù fra il grigio del galestro, il bianco dell’alberese e il granato del mattone.

    Il caco e la facciata esterna, in progressiva stuccatura.

    Abbiamo poi ereditato dalla casa in Casentino che era dei nonni materni, un luogo dell’anima e che tanto mi ha ispirato – per l’acquisto di Bisarno, per il libro La Toscana di Ruffino, per il blog, per la mia idea di famiglia – alcune mobilia che ho trasferito da Borgo alla Collina, a settembre, nella sala grande di Bisarno, quella che al momento della ristrutturazione di Bisarno era ancora una stalla, mangiatoia inclusa: un bel divano in legno massello e midollino; una fratina per le nostre occasioni gastronomiche invernali; un mobile stile anni Trenta che, ad aprirne i cassetti, mi fa stringere il cuore perché odora di nonna, di vita di trent’anni fa a Borgo, di un me piccolo che giocavo a Scarabeo con la nonna, la zia Carla e una quarta persona della quale i fogliolini coi nomi, scritti di mio pugno giovanile, ritrovati dentro la scatola ancora integra non mi permettono più – ahimè – di ricordarne l’identità.

    Uno sguardo della sala “casentinizzata”.

    Poi abbiamo le nuove piante: non c’è niente di più ancorante al presente che dedicarsi al proprio orto-giardino e lasciare una traccia attraverso la messa a dimora di nuove colture, soprattutto quando i lavoretti sono eseguiti con le bambine e i gatti ad assisterci. Raccogliere le noci nella terra umida, gonfie di pioggia e odoranti di balsamico, con le mani che si sporcano di quel nero che non va mai via, è un esercizio di presenza fortissimo. E ho provato a far mettere radici a tante verdure invernali, sperando che i fortunali di queste ore non abbiano dilavato troppo il terreno. E poi abbiamo tre nuovi alberi, che si affiancano agli altri: due ciliegi e un pero. Ancora piccoli astoni sotto i tre anni ma che, in futuro, regaleranno frutti e già adesso la bellezza. La bellezza è essenziale.

    Infine lo studio: la necessità di Laura di trascorrerci molto più tempo, e comunque l’opportunità di avere una base di appoggio di lavoro, lo ha reso vivo, elegante, professionale e caldo, col tavolo-ragno, che io avevo disegnato e fatto sviluppare per la casa precedente di San Francesco, ad accogliere atti e fascicoli.

    Andiamo avanti. Senza troppo pensare. Concentrati per quanto difficile sia su questo presente che ha solo nascosto, ma non distrutto, le tante occasioni di felicità della nostra vita.

  • Lo studio nella torre e la bellezza dei colori cupi.

    Lo studio nella torre e la bellezza dei colori cupi.

    Lo studio nella stanza torre.

    Diluvio domenicale. Sono nella stanza studio della torre. Un ambiente recentemente ristrutturato che accoglie me e Laura, e i miei cognati quando sono in Italia, con diverse modalità e finalità. E anche le bambine lo stanno pericolosamente puntando come ulteriore zona per i loro giuochi, ma le terremo lontane!

    Io, ho appena finito di prendermi del tempo un po’ per me – un libro di Kabat-Zinn, dei respiri profondi, un po’ di scrittura intimista – cercando di assaporare questa giornata di classico autunno, bella nei suoi colori tetri e per le atmosfere che crea: le bambine che in camera loro giocano ai disegni di Halloween, con Mati che insegna a Costanza a scrivere il suo nome e il suo cognome. Laura che in cucina prepara i calamari al forno e il pomodori in padella. Il ticchiettio della pioggia sulla finestra arcuata che guarda la cipressaia di Nipozzano. Il vento che agita i noci e graffia e urla. L’orto invernale, su cui ci siamo armamentati anche ieri, intriso di nutriente acqua, che da stanotte batte copiosa da un cielo gonfio di promesse grigie e tonitruanti. Un sibilo del treno di lontano. Latrati di cani neri.

    Investo tutto me stesso in questo presente atemporale: faccio un po’ di fatica – quel che era e quel che dovrà essere si affacciano costantemente nella mia mente – ma riesco a viverlo, a sentirne i sensi, di questo maledetto qui e ora, e a mettermelo addosso come una mantella calda, un po’ larga, affettuosa e avvolgente. In attesa di un presente migliore.