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  • Finalmente, il libro!

    Finalmente, il libro!

    Sono oltremodo emozionato. “La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza” è qui fra le mie mani, lo sfoglio e ne sento l’odore fra la cipria e la polvere delle tante pagine che lo compongono. Ci ho messo veramente tanto a scriverlo e non di rado mi sono sentito un po’ perso. E’ la conclusione di un percorso durato 10 anni e un atto di restituzione alla civiltà del vino, alla sua cultura popolare, alla sua mirabolante storia a cui devo, dobbiamo tanto, e che sento purtroppo sotto attacco. Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Pensate: il primo romanzo dell’umanità, L’Epopea di Gilgamesh, inciso in caratteri cuneiformi in Mesopotamia, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali – ma grazie a questo limite, grazie alla nostra finitezza – abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Un messaggio potentissimo, costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite e si ubriaca dal vino ricavato sulle pendici dell’Ararat…

    Un grazie al professore Attilio Scienza per la splendida prefazione che mi ha donato e a tutte le persone, produttori, amici, giornalisti, colleghi ed ex colleghi con cui ogni giorno vivo questa tracimante passione.

    Per chi fosse interessato, “La Molecola della Civiltà”, è acquistabile su Amazon https://www.amazon.it/dp/B0G3M7LZV8

    Quanto prima darò comunicazione delle prime presentazioni, in cui mostreremo qualche immagine, leggeremo qualche estratto e, soprattutto, brinderemo con un buon calice.

  • Fra un fico e un pero. Una domenica incastonata di gemme.

    Fra un fico e un pero. Una domenica incastonata di gemme.

    La ringhiera che protegge dalle scale.

    Lunedi di pioggia dopo una domenica puramente primaverile.
    E, durante qualche pausa strappata a una intensa giornata di lavoro trascorsa a Firenze, dai Georgofili al Mercato Centrale, fino a Palazzo Vecchio e il Caffè Rivoire, mi è “punta vaghezza” dell’ieri, quando, vestiti i panni del contadino domenicale, ho faticato nel mio campo tutta la giornata.

    Avevo da piantare due alberi da frutto che erano in casa, in vasi di plastica, già da qualche tempo, un pero e un fico. Per prepararmi alla sfida, alla corretta piantumazione, avevo lungamente discettato sul da farsi col suocero fin dal giorno prima, e poi, di buon mattino, mi ero recato alla Grande Madre Coop, approfittando di un’offerta speciale sul terriccio.

    Il pero è in realtà un nashi, un albero da frutto giapponese dalle forme e dai sapori di melo, ma dagli splendidi fiori tipicamente da pero, che ho piantato dove a breve (spero) ci sarà il prato, al posto di un ciliegio che purtroppo ho dovuto abbattere. Compiuta questa stressante prima missione – odio le prime volte! -, e dopo aver per ore compiuto le seguenti operazioni: scavo della buca – in realtà fatto fare dal vicino con l’escavatore, terriccio della GM Coop, togliere la pianta dal vaso di plastica (operazione mai banale, soprattutto per il fico), concimazione, un po’ di azoto che non guasta mai, altra terra, altro concime, acqua ad annaffiare, mi sono fatto fare una bella foto, io e il pero. Il pero già fiorito e io col mio nuovo barbone.

    Io, con la mia nuova barba, e il pero nashi.

    Poi, ringalluzzito da questo apparente successo (solo il tempo dirà se ho fatto bene), mi sono dedicato al fico. Il fico tutti me lo sconsigliavano, ma io sono da sempre stregato dai suoi profumi e ghiotto dei suoi fiori-frutti: il fico (l’ho scoperto anche io da poco!) produce dei frutti che in realtà sono i suoi fiori, cioè non compie il classico percorso botanico del fiore che si fa frutto. L’albero di fico é sempre molto accogliente e nel mio immaginario un classico della casa contadina. Il turca dà fichi due volte l’anno e ha la buccia scura e finissima, commestibile come il suo dolcissimo interno: sono ormai appassionato di schede tecniche che i vivai forniscono sugli alberi da frutto: “le so tutte”! Inoltre avevo bisogno di un albero rustico da mettere accanto al porcile, per mitigarne lo slancio gotico-littorio, insomma per farlo sembrare meno alto (o meno cappella di famiglia, come lo ha battezzato il Micio). La parte più complicata, a dir poco, è stata togliere il fico dal suo vaso di plastica, in quanto le radici si erano aggrappate al sedere del vaso. A un certo punto ho anche pensato di gettare il fico col suo vaso nel fuoco che nel frattempo stava schioppettando vicino a me, tanta era la frustrazione (e il sudore, ero fradicio…) nel cercare di staccare la pianta dal suo vaso.

    Tranche de vie

    Ma soprattutto, mentre io imprecavo per piantare i due pertinaci alberelli, la calda giornata ha fatto sì che gemmassero le viti! E questa scoperta, osservare questa nascita, è stata senz’altro il climax della mia domenica: la mia potatura di qualche giorno fa, tele-adiuvata da Lorena, ha fatto il suo dovere! Anche troppo – visto che l’obiettivo era avere una / due gemme per pianta per favorire la crescita. Ma mi accontento!

    Insomma, un fine settimana dove letteralmente la primavera ha nutrito la natura, rigenerato il mio spirito e attutito alcune malinconie. Anche l’albicocco e il caco, oltre ai 3 noci, hanno germogliato. Ormai tutte le colture, a eccezione di un astone di ciliegio e del melo rotella hanno avuto il loro risveglio. E anche io mi sto scoprendo ricompensato in serenità e lucidità del tempo che riesco a dedicare alle cure della mia piccola parcella agricola.

    E oggi, malgrado la pioggia, sotto le magnificenze dei palazzi fiorentini, nei miei compiti e nelle mie vesti di lavoratore Ruffino, ero proprio “a fuoco”, concentrato, carico e fecondo di idee.

    Gemme, gemme, gemme!